di Samuel Farber
ITALIANO-ENGLISH-ESPAÑOL
Recentemente sono apparse discussioni su Facebook riguardo al programma politico che una Cuba post-comunista dovrebbe adottare. Tali discussioni si sono concentrate principalmente sul futuro del Partito comunista cubano (Pcc), in particolare sulla questione se si debba o meno proibire il Pcc una volta che abbia perso il potere.
Credo, tuttavia, che la questione non possa essere risolta senza aver prima considerato il processo che avrebbe portato al rovesciamento del Pcc, e la posizione che dovremmo assumere rispetto a tali eventi. Questo processo sarà in gran parte il prodotto di una rivoluzione democratica interna al paese? Oppure sarà il risultato di un'invasione trionfante organizzata dal governo statunitense, che culmina in un'occupazione militare del paese o nella creazione di un protettorato sullo stile di quanto accaduto in Venezuela? Un protettorato statunitense a Cuba sarebbe compatibile con la creazione di un capitalismo di stato che privatizzi importanti settori dell'economia. Nel caso di un predominio statunitense, credo che, sebbene i cubani che sosteniamo la democrazia e l'autodeterminazione nazionale dobbiamo continuare a opporci al Pcc (anche se probabilmente già emarginato, se non all'opposizione), il nostro obiettivo principale dovrebbe essere la lotta democratica contro il dominio straniero. Non possiamo prestarci a consigliare o suggerire all'impero come governare Cuba, incluso il modo di trattare i sopravvissuti del Pcc.
Allo stesso modo, dobbiamo prepararci a rispondere alla possibilità che una situazione di questo tipo divida il popolo cubano. I governatori statunitensi godrebbero dell'appoggio attivo dell'estrema destra cubana della Florida del sud e dei loro equivalenti nell'isola, così come di settori significativi della popolazione all'interno di Cuba. Ma nessuna forza genuinamente democratica all'interno dell'isola, che sostenga l'autodeterminazione nazionale, presterebbe loro il minimo appoggio e si opporrebbe sia al potere straniero che a coloro che lo sostengono. Tali divisioni politiche non sarebbero nuove per Cuba. I mambisi che combatterono per l'indipendenza di Cuba alla fine del XIX secolo non furono l'unica opzione politica per i cubani. C'erano anche gli autonomisti, così come cubani che simpatizzavano con i "volontari" spagnoli e persino con i cosiddetti "guerriglieri" che combatterono molto attivamente a favore del colonialismo spagnolo.
Ma supponiamo che il governo cubano venga rovesciato dal basso da una rivoluzione genuinamente democratica. Questa potrebbe presentare una situazione molto più complessa per quanto riguarda lo status del Pcc. Ad esempio, potrebbe aprirsi una scissione significativa in cui una parte della base e persino della burocrazia del partito sostiene la rivoluzione democratica. Fu il caso della rivoluzione ungherese del 1956, quando il leader comunista Imre Nagy finì per diventare il primo ministro a capo delle forze rivoluzionarie. Non a caso Imre Nagy fu giustiziato dalla controrivoluzione dell'URSS dopo l'invasione dell'Ungheria. Fu anche il caso della Cecoslovacchia nel 1968, dove il leader comunista Alexander Dubček giocò un ruolo paragonabile a quello di Nagy, con un esito simile, sebbene meno sanguinoso di quello ungherese.
Certamente, l'appoggio della base e persino della gerarchia del Pcc a una rivoluzione democratica a Cuba influenzerebbe la rivoluzione nel senso che probabilmente risulterebbe meno sanguinosa. Ma creerebbe anche altri problemi riguardo a come gestire il possibile appoggio di elementi del Pcc impegnati con la storia di un'organizzazione antidemocratica e repressiva. Ciononostante, nel caso di una rivoluzione democratica, non bisogna proibire l'esistenza di un Pcc una volta che abbia perso il potere, a condizione che:
Primo, vengano confiscate tutte le sue proprietà, sia fisiche che finanziarie, e vengano restituite all'erario pubblico, a spese del quale furono originariamente ottenute.
Secondo, che vengano processati giudiziariamente tutti i membri e funzionari del Pcc che hanno commesso crimini, politici o comuni, utilizzando la loro appartenenza, o più probabilmente la loro alta posizione nel Pcc, per ottenere l'impunità.
Terzo, che venga convocata una nuova Assemblea Costituente per revocare tutti i poteri conferiti al Pcc nell'attuale Costituzione. Naturalmente, tale Assemblea dovrebbe anche discutere e decidere sullo status degli elementi principali dell'economia cubana, e dei sistemi di istruzione, salute e sicurezza sociale, tra gli altri. Avrebbero o no questi un carattere principalmente pubblico e democratico dal basso, invece che privato e capitalista? Sebbene solo una minoranza sostenga una costituzione di natura socialista e democratica, sarebbe molto importante che tale questione venisse discussa pubblicamente.
Una volta privato dei suoi poteri e privilegi nel sistema politico e sociale di Cuba e eliminata nella pratica l'impunità per le sue azioni, il Pcc avrebbe gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri partiti politici. Ciò significa che potrà ottenere sostegno solo basandosi sul valore intrinseco delle sue idee e azioni, e non sui suoi poteri privilegiati. È assolutamente necessario stabilire il concetto che nessun gruppo o partito verrà dichiarato illegale in base alle sue idee, per quanto antidemocratiche queste siano, ma in base alle sue azioni, specialmente quelle che attentano all'integrità fisica e ai diritti democratici di altre persone.
ENGLISH
AFTER COMMUNISM IN CUBA
by Samuel Farber
Recently, discussions have appeared on Facebook regarding the political program that a post-communist Cuba should adopt. These discussions have focused mainly on the future of the Cuban Communist Party (PCC), specifically on the question of whether or not the PCC should be banned once it has lost power.
I believe, however, that the issue cannot be resolved without first having considered the process that would have led to the overthrow of the PCC, and the position we should take with respect to those events. Will this process be largely the product of a democratic revolution from within the country? Or will it be the result of a triumphant invasion organized by the U.S. government, culminating in a military occupation of the country or the creation of a protectorate along the lines of what happened in Venezuela? A U.S. protectorate in Cuba would be compatible with the creation of a state capitalism that privatizes important sectors of the economy. In the case of U.S. predominance, I believe that although Cubans who advocate for democracy and national self-determination must continue to oppose the PCC (even if probably already marginalized if not in opposition), our main focus should be the democratic struggle against foreign domination. We cannot lend ourselves to advising or counseling the empire on how to govern Cuba, including how to treat the survivors of the PCC.
Likewise, we must prepare to respond to the possibility that such a situation could divide the Cuban people. The U.S. governors would enjoy the active support of the Cuban far right in southern Florida and their equivalents on the island, as well as significant sectors of the population within Cuba. But no genuinely democratic force within the island, one that supports national self-determination, would lend them the slightest support and would oppose both the foreign power and those who support it. Such political divisions would not be new to Cuba. The mambises who fought for Cuba's independence in the late 19th century were not the only political option for Cubans. There were also autonomists, as well as Cubans who sympathized with the Spanish "volunteers" and even with the so-called "guerrillas" who very actively fought in favor of Spanish colonialism.
But suppose the Cuban government is to be overthrown from below by a genuinely democratic revolution. This could present a much more complex situation regarding the status of the PCC. For example, a significant split could open up where part of the rank and file and even of the party bureaucracy supports the democratic revolution. That was the case of the Hungarian revolution of 1956, when the communist leader Imre Nagy ended up becoming prime minister at the head of the revolutionary forces. Not for nothing was Imre Nagy executed by the USSR's counter-revolution once they invaded Hungary. It was also the case of Czechoslovakia in 1968, where the communist leader Alexander Dubček played a role comparable to Nagy's, with a similar outcome, though less bloody than in Hungary.
Certainly, the support of the rank and file and even of the PCC hierarchy for a democratic revolution in Cuba would affect the revolution in the sense that it would likely prove less bloody. But it would also create other problems regarding how to deal with the possible support of PCC elements committed to the history of an anti-democratic and repressive organization. Even so, in the case of a democratic revolution, the existence of a PCC should not be prohibited once it has lost power, provided that:
First, all of its physical and financial properties are confiscated and returned to the public treasury, at whose expense they were originally obtained.
Second, that all members and officials of the PCC who committed crimes, whether political or common, using their membership, or more likely their high position in the PCC, to achieve impunity, are judicially prosecuted.
Third, that a new Constituent Assembly be convened to revoke all powers conferred upon the PCC in the current Constitution. Of course, such an Assembly would also have to discuss and decide on the status of the main elements of the Cuban economy, and of the education, health, and social security systems, among others. Would these or would they not have a predominantly public and democratic character from the bottom up, rather than private and capitalist? Although only a minority supports a constitution of a socialist and democratic nature, it would be very important for this matter to be discussed publicly.
Once stripped of its powers and privileges in Cuba's political and social system, and with the practical elimination of impunity for its actions, the PCC would have the same rights and obligations as all other political parties. This means that it could only obtain support based on the intrinsic value of its ideas and actions, and not on its privileged powers. It is absolutely necessary to establish the notion that no group or party will be declared illegal based on its ideas, however anti-democratic these may be, but rather based on its actions, especially those that threaten the physical integrity and democratic rights of other people.
ESPAÑOL
DESPUÉS DEL COMUNISMO EN CUBA
por Samuel Farber
Recientemente han aparecido discusiones en Facebook sobre el programa político que una Cuba postcomunista debería adoptar. Dichas discusiones se han enfocado principalmente en el futuro del Partido comunista cubano (Pcc), específicamente en la cuestión de si se debe o no prohibir el Pcc una vez que haya perdido el poder.
Creo, sin embargo, que la cuestión no se puede resolver sin primero haber considerado el proceso que haya llevado al derrocamiento del Pcc, y la posición que debemos adoptar con respecto a esos eventos. ¿Va a ser este proceso mayormente el producto de una revolución democrática dentro del país? ¿O va a ser el resultado de una triunfal invasión organizada por el gobierno estadunidense que culmina en una ocupación militar del país o en la creación de un protectorado al estilo de lo que sucedió en Venezuela? Un protectorado estadounidense en Cuba seria compatible con la creación de un capitalismo de estado privatizando importantes sectores de la economía. En el caso de un predominio estadounidense, creo que si bien los cubanos que abogamos por la democracia y la autodeterminación nacional debemos seguir opuestos al Pcc (aunque ya probablemente marginado sino en la oposición) nuestro foco principal debiera ser la lucha democrática contra el dominio extranjero. No podemos prestarnos a asesorar o aconsejar al imperio sobre como gobernar a Cuba, incluyendo la manera de tratar a los sobrevivientes del Pcc.
Asimismo, debemos prepararnos para responder a la posibilidad de que una situación de esta índole divida al pueblo cubano. Los gobernadores estadunidenses contarían con el apoyo activo de la extrema derecha cubana del sur de la Florida y sus equivalentes en la isla, así como de sectores significativos de la población dentro de Cuba. Pero ninguna fuerza genuinamente democrática dentro de la isla, que apoye la autodeterminación nacional, le prestaría el más mínimo apoyo y se opondría tanto al poder extranjero como a los que lo apoyan. Tales divisiones políticas no serían nuevas para Cuba. Los mambises que pelearon por la independencia de Cuba a finales del siglo XIX no fueron la única opción política para los cubanos. También hubo autonomistas, así como cubanos que simpatizaban con los “voluntarios” españoles y hasta con los llamados “guerrilleros” que muy activamente combatieron a favor del colonialismo español.
Pero supongamos que el gobierno cubano vaya a ser derrocado desde abajo por una revolución genuinamente democrática. Esta pudiera presentar una situación mucho más compleja con respecto al estatus del Pcc. Por ejemplo, se puede abrir una escisión significativa donde parte de la base y hasta de la burocracia partidista apoya a la revolución democrática. Ese fue el caso de la revolución húngara de 1956 cuando el líder comunista Imre Nagy acabó convirtiéndose en el primer ministro a la cabeza de las fuerzas revolucionarias. No por nada Imre Nagy fue ejecutado por la contra revolución de la Urss una vez que invadieron a Hungría. También fue el caso de Checoslovaquia en 1968, donde el líder comunista Alexander Dubcek jugó un papel comparable al de Nagy, con un desenlace similar, aunque menos sangriento que en Hungría.
Ciertamente el apoyo de la base y aún de la jerarquía del Pcc a una revolución democrática en Cuba afectaría a la revolución en el sentido de que probablemente resultaría ser menos sangrienta. Pero también crearía otros problemas con respecto a como lidiar con el posible apoyo de elementos del Pccc comprometidos con la historia de una organización antidemocrática y represiva. Aun así, en el caso de una revolución democrática no hay que prohibir la existencia de un Pcc una vez que haya perdido el poder, provisto que:
Primero, se confisquen todas sus propiedades tanto físicas como financieras del Pcc y se devuelvan al erario público a costa del cual fueron obtenidas originalmente.
Segundo, que se procese judicialmente a todos los miembros y funcionarios del Pcc que cometieron crímenes, fueran políticos o comunes, utilizando su membresía, o más probablemente su alta posición en el Pcc, para lograr la impunidad.
Tercero, que se convoque a una nueva Asamblea Constituyente para revocar todos los poderes conferidos al Pcc en la presente Constitución. Por supuesto, dicha Asamblea también tendría que discutir y decidir sobre el estatus de los elementos principales de la economía cubana, y de los sistemas de educación, salud y de seguridad social entre otros. ¿Tendrían o no estos un carácter principalmente público y democrático desde muy abajo en vez de privado y capitalista? Aunque solamente una minoría apoye una constitución de naturaleza socialista y democrática, sería muy importante que se discutiera dicho asunto públicamente.
Una vez desprovisto de sus poderes y privilegios en el sistema político y social de Cuba y la eliminación en la práctica de la impunidad de sus acciones, el Pcc tendría los mismos derechos y obligaciones que todos los otros partidos políticos. Lo que quiere decir que solamente podrá obtener apoyo basado en el valor intrínseco de sus ideas y acciones, y no en sus poderes privilegiados. Es absolutamente necesario establecer la noción de que ningún grupo o partido será declarado ilegal basado en sus ideas, por muy antidemocrática que estas sean, sino por sus acciones, especialmente aquellas que atenten contra la integridad física y los derechos democráticos de otras personas.