L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

martedì 31 maggio 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XVIII, di Pier Francesco Zarcone


BORGHESIA TURCA E BORGHESIE ARABE

La Turchia va alle elezioni politiche: perché preoccuparsi?
In ragione del già esposto ritorno della Turchia sullo scenario del Vicino Oriente ex ottomano, non è più il caso di motivare ulteriormente perché se ne parli in questa sede pur non essendo un paese arabo. Il 12 giugno i Turchi voteranno per il rinnovo del Parlamento. Grandi sorprese sul risultato finale non ce ne dovrebbero essere: si profila certa una nuova vittoria per il partito islamico Akp di Recep Tayyip Erdoğan (Adalet ve Kalkımna Partisi; Partito per la giustizia e lo sviluppo), il quale così otterrebbe un terzo mandato a governare. E questo rafforzerebbe nel mondo arabo la tendenza ad assumere la Turchia attuale come punto di riferimento per l’evoluzione democratico/parlamentare di un paese musulmano.
Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Milliyet (Nazionalità) il partito al governo si attesterebbe sul 45% dei consensi, con un leggero calo rispetto al 2007 (46,6%), mentre il suo grande oppositore – il laico e nazionalista Partito repubblicano del popolo (Cumhuriyet Halk Partisi; Chp), fondato a suo tempo da Mustafá Kemal Atatürk – sarebbe sul 30% dei consensi con un incremento del 10% sempre rispetto al predetto anno.
Si ossserva però che una semplice vittoria numerica – quand’anche si tratti del 50% più uno - non basterebbe a Erdoğan, che vorrebbe varare una nuova Costituzione, sulla scia del referendum del 12 settembre 2010 che ha apportato significative modifiche al testo attuale, a maggior tutela dei diritti civili e politici e per adeguamento a quanto richiesto dall’Unione Europea. A questo fine, senza dover passare per un nuovo referendum popolare, egli ha bisogno di una maggioranza dei due terzi in Parlamento. Obiettivo che con tutta probabilità non verrà raggiunto, col risultato che sul progetto di nuova Costituzione Erdoğan dovrà impegnare una battaglia assai impegnativa, poiché già nel 2010 il fronte del “no” si era dimensionato sul 42% dei voti.
Ovviamente la partita è ancora tutta da giocare, e il panorama politico turco ha i suoi elementi di fluidità. Il Partito repubblicano del popolo non è più sotto la ventennale leadership di Deniz Baykal, messo fuori gioco da uno scandalo a sfondo sessuale tipo Berlusconi, e il suo successore, Kemal Kılıçdaroğlu (si legge più o meno “Klçdaroolu”) è di gran lunga più dinamico e ha mutato l’orientamento del partito su questioni prima combattute con rigidità dogmatiche, come i diritti della minoranza curda e la liberalizzazione nelle università del velo islamico sulla testa delle donne.
Nel quadro di questo nuovo dinamismo c’è un ulteriore fatto nuovo: secondo il quotidiano Yeni Şafak (Nuova Alba) il partito di Kemal Kılıçdaroğlu avrebbe raggiunto un accordo con il filocurdo Bdp (Barış ve Demokrasi Partisi; Partito pace e democrazia) per aiutarsi nella tornata elettorale. Manovra non priva di possibili controindicazioni poichè non tutti gli elettori del Partito repubblicano del popolo apprezzano l’oggettiva “vicinanza” del Bdp con il partito di Abdullah Öcalan, il Pkk (in curdo Partîa Karkerén Kurdîstan; e in turco Kürdistan İşçi Partisi; Partito dei lavoratori curdi). E nel partito kemalista il nazionalismo è notevolmente forte (al pari del secondo partito dell’opposizione, l’Akp, cioè il Partito di azione Nìnazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi; Mhp), legato ai Lupi grigi (Bozkurtlar).
In attesa dei risultati si può intanto considerare la partita come interna alla Turchia solo nel senso che - indipendentemente dalle eventuali simpatie personali - una nuova vittoria di Erdoğan può preoccupare in Occidente solo... chi non conosce il marxismo. E diciamo subito perché.

Una dinamica classe imprenditoriale
Gli islamofobi dell’Europa e degli Usa – pronti ad applaudire quando i militari scendono in campo quali campioni della laicismo (quindi con scarso rispetto per la libertà di idee politiche) - spesso paragonano il partito di Erdoğan a una matrioska con la bambolina esterna dall’apparenza ancora liberaldemocratica che cela all’interno una diversa e terrificante bambolina con turbante e scimitarra. In realtà il dato strutturale da cui deriva la diversità dell’Akp rispetto ad altre formazioni islamiche - arabe e non - consiste nel suo essere egemonizzato da una classe imprenditoriale (cioè borghese) solidamente inserita nella globalità del capitalismo e il cui primario interesse non consiste nel sostituire con uno Stato islamico fondato sulla sharía l’attuale Repubblica, dall’ancora forte marchio kemalista; bensì nel fare affari cospicui avvalendosi strumentalmente anche del controllo dell’attuale Stato turco.
Per questi imprenditori, col Corano in una tasca e il prospetto dei profitti realizzati e realizzandi in un’altra, diventa un elemento importante anche la tutela dei diritti umani e politici, trattandosi di una specie di volano per la migliore presentazione/esportazione del made in Turkey poiché, facendo ben apparire il paese, favorisce il turismo e spiana la strada agli affari con gli stranieri. Affari di cui beneficia – ovviamente – anche la classe politica al potere. Forse non saranno del tutto felici di questo i trinariciuti e pii islamici locali, ma la cosa non ha molto rilievo, ben sapendo capitalisti e bottegai musulmani turchi quali sarebbero le conseguenze economiche e politiche di un’ipotetica svolta islamista in Anatolia, ragione per cui finiscono col collocarsi – proprio loro - su un versante di tipo dualista laico: il Corano per lo spirito e gli affari per il portafoglio.
L’intento non è quello di dir bene della borghesia turca - che sempre borghesia è, le cui connessioni mafiose e paramafiose non vanno trascurate, come pure le continue violazioni dei diritti sindacali con l’appoggio dei poteri pubblici - tuttavia non le si può negare un proprio dinamismo, talché sarebbe ingiusto inserirla tout court nella famigerata categoria della borghesia compradora, cioè essenzialmente parassitaria.
Pensare alla Turchia contemporanea induce a una riflessione di tipo materialistico: con tutta probabilità non farebbe male al mondo arabo – ai fini di un sempre maggiore contenimento del fanatismo religioso, e dell’estremismo salafita (fenomeni in buona parte di ripiego, a fronte di certe situazioni economiche, sociali e politiche) - l’avvento di borghesie vere e proprie al posto degli attuali ceti vampireschi che di nessuno stimolo sono allo sviluppo delle economie e delle culture nazionali. D’altro canto, in Europa l’oscurantismo religioso non fu sconfitto dai ponderosi scritti di filosofi e polemisti atei, agnostici, liberi pensatori ecc., quanto e soprattutto dagli effetti esistenziali della società borghese nelle sue varie fasi di sviluppo produttivo.
Sul piano culturale specifico dell’ambito turco, a quanto detto si aggiunga il grande e persistente influsso esercitato dall’Islām sufico che è lontano “varie galassie” dalla mentalità del radicalismo religioso (il che non vuole dire che esso non esista, solo che è tutt’altro che egemone e si scontra con una visione del’Islām più aperta e maggiormente culturale e sociale invece che politica).

Turchia come Italia: due destre e niente sinistra
Spazzate via le formazioni di sinistra, particolarmente dopo i colpi di stato militari del 1971 e del 1980 – che hanno sferrato terribili e sanguinosi colpi alla sinistra turca, politica e sindacale, da cui non si sono ancora riprese - oggi in Turchia esistono due grosse formazioni definibili di destra, o centrodestra (termine che alla fin fine non dice molto di più rispetto al primo): il Partito repubblicano del popolo e l’Akp di Erdoğan. Il Prdp ha mantenuto vari tratti del kemalismo originario, e su questo aspetto vanno spese alcune parole illustrative. Mustafá Kemal ha realizzato un’opera gigantesca che va dall’abolizione del sultanato e del califfato all’occidentalizzazione del sistema giuridico, dall’introduzione dell’alfabeto latino in sostituzione dell’alfabeto arabo sacralizzato dal Corano all’emancipazione della donna e a questioni apparentemente di dettaglio, ma invece psicologicamente di rottura come l’abolizione del fez per gli uomini ecc. L’effetto più incisivo delle riforme fu però essenzialmente limitato alle grandi città e non penetrò in profondità nell’entroterra anatolico, rimasto arretrato e sottoposto al dispotismo della borghesia agraria kemalista (basta leggere i romanzi di Yaşar Kemal ambientati in quell’epoca per rendersene conto). Inoltre ha operato con somma brutalità presentando tratti affini al fascismo che si manifestano non da ultimo nell’aver creato uno Stato militare in cui l’esercito è pesantemente intervenuto nella vita politica ordinaria ben tre volte (1960, 1971 e 1980). In più ha lasciato vari problemi che risalgono all’epoca dei Giovani Turchi.
La turchizzazione linguistica era tappa obbligata a motivo della disomogeneità etnica della popolazione, ma è stata dogmatizzata e imposta con la forza: e i Curdi tali sono rimasti, anche linguisticamente al di là della mistificante categoria di “Turchi della montagna” inventata dalla propaganda ufficiale. L’espulsione di Armeni (superstiti) e Greci ha posto fine all’antico multiculturalismo della società ottomana, gli appartenenti alle minoranze sono state espulsi dagli impieghi governativi e la difesa brutale del laicismo kemalista è stata sovente presentata come segno di un inesistente progressismo, mentre più giustamente, proprio in Turchia, qualcuno ha parlato di occidentalizzazione con le baionette e di laicità giacobina..
Tutt’altro che di sinistra sono Erdoğan e l’Akp, ma sia il premier sia il suo partito si sono dimostrati meno ottusi del versante laico-kemalista e se ovviamente non hanno fatto “cose di sinistra”, si sono distinti per cose che avrebbe dovuto fare un partito progressista: dall’apertura all’Europa (mal vista da militari e kemalisti) fino alla riforma della Costituzione per togliere ai militari e alle corti marziali i poteri quali custodi della laicità dello Stato, e all’abolizione del divieto di celebrare il Primo Maggio e di manifestare per esso. Sui problemi sociali (disoccupazione, povertà, diritti del lavoro, ecc.) il Prdp finora si è distinto per il suo assordante silenzio, come si suol dire.
I curdi hanno il loro partito di riferimento, le altre minoranze (piccole a dire il vero, a parte gli aleviti) no, ma è sintomatico che dopo aver fatto l’esperienza del kemalismo, del postkemalismo e del partito islamico di Erdoğan, tra cristiani ed ebrei stia aumentando il favore proprio per l’Akp dal quale si aspettano (e non del tutto a torto) il miglioramento della loro situazione nel quadro di una linea politica che ormai viene definita da molti “neottomana”.

C’è borghesia e borghesia: quella turca lo è davvero.
Non va mai trascurato il fatto che l’ambito in Occidente definito “turco”, per la storia e cultura plurisecolare costituisce un mondo a sé stante rispetto ai paesi cosiddetti arabi, ragion per cui non dev’essere considerato ricorrendo a parametri e categorie utilizzabili per questi ultimi; né tantomeno gli vanno applicate analisi socio-economiche effettuate sulla base di contesti arabofoni. In primo luogo va tenuto conto che il processo – politico e sociale – di formazione della Repubblica turca in realtà trova i suoi albori nella più acuta fase di declino dell’Impero ottomano prima della Grande guerra.La rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908 ne ha posto le premesse politiche. All’epoca l’Impero non era ancora dominato dal sistema economico capitalistico, ma possedeva una sua borghesia – commerciale ma anche industriale, seppure agli inizi – formatasi però essenzialmente nell’ambito delle minoranze armena e greca; non c’era una borghesia turca. Parallelamente, nella loro ribellione al potere del sultano Abdul Hamid, i Giovani Turchi contrapponevano alla sua politica sintetizzabile nello schema “ottomanismo e religione islamica” un nuovo corso basato sull’opposto binomio “nazionalismo turco e laicità”.
Il nazionalismo turco doveva per forza entrare in rotta di collisione con la borghesia armena e greca, e operare per la formazione di una borghesia nazionale che fosse definibile turca, quanto meno linguisticamente (sull’individuazione di un’etnia turca nell’Impero ottomano ci sarebbe molto da discutere, ma non è questa la sede). Da qui anche la politica di forte restrizione nei confronti delle varie minoranze del paese, etniche e linguistiche (le minoranze etniche sono Curdi, Lazi, Albanesi, Circassi, Arabi, Armeni, Greci, Ebrei; a parte i Curdi, molti dei quali non parlano turco, le altre minoranze hanno conservato come seconda lingua la propria originaria; così oggi in Turchia si parla anche abcaso, albanese, arabo, armeno, azero, bosniaco, bulgaro, circasso, georgiano, greco, giudeo-spagnolo, laz, macedone, polacco, russo e zazako).
Sul piano politico la differenza fra borghesia greca e armena stava nel fatto che la prima - soprattutto dopo la formazione del regno di Grecia - godeva di appoggi internazionali, ma quella armena no. L’accumulazione primitiva per la nuova borghesia turca fu cominciata grazie allo Stato ancora ottomano durante la Grande guerra, mediante il massacro degli Armeni in Anatolia e Siria. Quanti si accaparrarono i beni degli Armeni andarono a formare il primo nucleo della borghesia turca, che si rafforzò con la fine del sultanato e l’avvento della Repubblica kemalista. La riscossa kemalista comportò l’accaparramento dei beni anche della borghesia greca, i cui membri dovettero fuggire per salvare almeno la pelle. Questa accumulazione avvenne anche nelle campagne anatoliche, grazia al fatto che nell’Impero ottomano - detenendo il potere sultanile l’autorità suprema sulla terra - non si era formato un fenomeno similare a quello del feudalesimo occidentale (strutture parafeudali si ebbero solo in regioni del Kurdistan e del Libano); per cui anche nel retroterra anatolico si formò un ceto borghese agrario.
Inizialmente il nuovo Stato turco fu una repubblica socio-economicamente squilibrata, per la mancanza di ceti medi e con un vasto ceto di contadini poveri, rimasti tagliati fuori dall’ondata di occidentalizzazione voluta da Mustafá Kemal. Ma questa situazione non si è cristallizzata, e oggi la Turchia è a tutti gli effetti un paese capitalistico nel quale, da Kemal in poi, è stata realizzata una sorta di rivoluzione borghese mediante la costituzione di un moderno Stato nazionale, politiche di modernizzazione e di trasformazione capitalistica.
Questa Turchia capitalistica, con la sua borghesia, classi medie, aziende che esportano in Europa occidentale e in Russia – ceti e realtà maggiormente interessati alla stabilità politica e al proseguimento dello sviluppo economico che non alla creazione di uno Stato islamico – ha finito con l’incidere anche sull’islamismo locale (gli estremisti sono ovunque) determinandolo maggiormente (come dianzi detto) in senso sociale e culturale. In definitiva, per il momento la borghesia ha battuto la sinistra turca proprio sul terreno in cui quest’ultima pensava di innescare un discorso rivoluzionario: il piano del nazionalismo e dello sviluppo.
Dal golpe militare del 1980 il capitalismo si è sviluppato e ristrutturato (grazie anche all’eliminazione, fra uccisioni e lunghi periodi di carcere, di migliaia di rivoluzionari e militanti di sinistra) ed è avvenuta l’industrializzazione del paese – essenzialmente concentrata fra Istanbul, Bursa e Izmir, ma con importanti insediamenti in Egeo, Anatolia Centrale e Sudest; seppure in agricoltura sia ancora impiegato il 45% della mano d’opera. Comunque l’avvio dell’industrializzazione risale già agli anni ’30 (quindi sotto Atatürk), con il settore alimentare e quello tessile. Oggi l’economia turca è per il 60% nelle mani dei privati e per in restante 40% in mani statali o genericamente pubbliche (nei settori chiave dell’industria pesante, tessile, petrolchimica, siderurgica e metalmeccanica). Il settore agricolo tira che è una meraviglia, se si considera che la Turchia è uno dei pochi paesi al mondo ad aver realizzato l’autosufficienza alimentare e a continuare l’esportazione dei prodotti della terra. L’80% della produzione globale, però, è dovuto all’industria.
Per la borghesia turca – musulmana o laica che sia – l’integrazione nell’Unione Europea è importante per l’incremento degli scambi e per una maggiore integrazione nella globalizzazione capitalistica. Se riuscirà a entrare nell’Ue sarà un concorrente di rispetto per le economie degli altri paesi europei, e non solo per il controllo sui conflitti sociali che ha coattivamente realizzato grazie all’aiuto dei militari. Ovviamente questa borghesia, per ragioni economiche nazionali (solidità del mercato interno) e internazionali fa parte del fronte interno contrario all’indipendentismo curdo (sull’autonomia quanto meno culturale la Turchia dovrà dare spazi maggiori come prezzo di ingresso nell’Ue). È questo il motivo per cui i Curdi iracheni, pur avendo conquistato un’enorme autonomia (quasi da para-Stato) dopo la caduta di Saddam, mantengono un basso profilo nei confronti dei connazionali di Turchia. Essi ben sanno che la politica e l’economia turca non ammetteranno mai la secessione del loro Kurdistan, e che aiutare il Pkk vorrebbe dire vedere il loro territorio invaso dall’esercito turco, magari in nome di un’ottima scusa: proteggere dai Curdi la minoranza dei Turcomanni

Mondo arabo: prevalenza della borghesia “compradora”
Tutt’altra, rispetto alla Turchia, è la situazione delle borghesie arabe.
Nei paesi del Nordafrica e della “Mezzaluna Fertile” le locali borghesie si presentano infatti con connotati ben diversi (un’eccezione, quanto meno parziale, la si può trovare in Siria). Atteggiamenti nazionalisti a parte, abbondano le borghesie prone al potere politico ed economico delle potenze occidentali, unitamente a dirigenti politici – i cui interessi sono strettamente intrecciati a quelli delle borghesie nazionali, di guisa che ai nostri fini immediati possiamo accomunare tutti sotto la nota categoria di borghesie “compradoras”. Senza l’intreccio fra potere politico ed oligarchie economiche non sarebbero possibili il saccheggio delle risorse locali, il collocamento di capitali e merci esteri secondo lo scambio ineguale, l’offerta di mano d’opera a basso costo. Tutto questo fa decollare – eccome – i conti bancari di oligarchi e politici arabi, ma non le economie nazionali. Infatti ben scarso è il tasso di produzione di ricchezza per il proprio paese da parte di queste borghesie, che semmai brillano per la mancanza di visioni specifiche sullo sviluppo economico, giacché esso nutrono un’interesse relativo.
Per meglio comprendere come si sia arrivati a tale situazione si deve ricordare ancora una volta il “differenziale turco”. La repubblica fondata da Mustafá Kemal non soggiacque alla colonizzazione occidentale, né rimase nella situazione di paese dipendente dal capitale straniero che aveva caratterizzato l’Impero ottomano del secolo XIX e del primo ventennio del secolo successivo. A tale risultato molto contribuì quella che per vari aspetti può essere definita la “ombrosa chiusura nazionalista” imposta dal kemalismo.
Completamente diversa, invece, la sorte del mondo arabo a motivo delle colonizzazioni anteriori e successive al periodo ottomano; col risultato che il capitale straniero, grazie alla sua incidenza sulle economie e le politiche locali, ha fatto in modo che queste rimanessero dipendenti, sfruttabili per le risorse e la mano d’opera, e senza che si formasse una vera e propria borghesia alla maniera occidentale, in quanto alla fine avrebbe svolto un proprio ruolo concorrente. Ovviamente si sono formate le oligarchie economiche ma, senza l’appoggio interessato del capitale straniero, dei governi imperialisti e dei governi locali, più o meno militarizzati, questi ceti - tanto privilegiati quanto parassitari - non avrebbero conseguito la base materiale (economica) dei loro privilegi.

domenica 29 maggio 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XVII, di Pier Francesco Zarcone


DA MISTER OBAMA ALL’EGITTO

Mister Obama e i confini del ‘67
Il fatto del giorno è indubbiamente la svolta verbale di Obama sulla necessità che Israele torni ai confini del 1967, cioè anteriori alla Guerra dei 6 giorni. Dal punto di vista formale è una virata di rotta notevole nel quadro della storia diplomatica statunitense sul problema palestinese poiché - per quanto nel merito corrisponda a precise risoluzioni dell’Onu - la questione dei confini del ’67 era stata ormai del tutto accantonata. Sicuramente Obama ha dato un certo dispiacere alla potente lobby sionista del suo paese, e quali potranno essere le ricadute sulle prossime elezioni presidenziali ancora non è determinabile.
Prima di entusiasmarsi, tuttavia, qualche riflessione s’impone. Obama è un grande comunicatore, cioè un chiacchierone notevole, e tutti siamo in attesa di vedere cosa farà di concreto. Diciamo subito che un ipotetico ritorno di Israele ai confini del ’67, per quanto considerabile un contributo serio al dialogo con i Palestinesi, tuttavia di per sé non è di tale portata da far pervenire al classico “scordiamoci del passato e vogliamoci bene”. Pur sapendo quanto il fatto giuridico della legittimità sia relativo, soprattutto nella sfera dei rapporti internazionali, resta comunque il fatto che il solo “titolo” giuridico legittimante l’esistenza dello Stato sionista nel contesto internazionale sta nella risoluzione dell’Onu del 1947 sulla spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo. La risoluzione, ovviamente, era stata corredata da cartine con i rispettivi confini, mentre alla fine della Guerra dei 6 giorni i sionisti occuparono più territori di quelli loro assegnati dalle Nazioni Uniti: sono i famosi confini del ’67; confini armistiziali (quindi non stabili) privi di “titolo” giuridico.
Orbene, è ormai palese che il mondo Israele se lo deve tenere, anche perché i sionisti hanno l’arma atomica, ma altresì prima della realizzazione di questo strumento di distruzione di massa i bellicosi discorsi arabi sulla distruzione di Israele erano solo delle rodomontate, a uso e consumo interno. In teoria, l’eventuale ritiro israeliano dagli ulteriori territori occupati nel ’67 lascerebbe del tutto scoperto il problema del rientro in Palestina per gli arabi che ne furono cacciati dai sionisti, o che scapparono non “volontariamente” (come afferma la bugiarda propaganda israeliana) bensì per evitare i massacri messi in atto dalle formazioni armate ebraiche come l’Haganah, l’Irgun e la cosiddetta “Banda Stern”: furono massacri di uomini, donne e bambini di cui quello avvenuto a Deir Yassin è solo l’esempio più noto. Una teoria molto astratta perché squilibrerebbe la composizione della società israeliana in modo pesante per i sionisti, e poi perché quanti non volessero rientrare rivendicherebbero il risarcimento per le proprietà perdute. Comunque si tratta di due problemi che non avranno mai soluzione
Infatti, se ci sarà una fine del conflitto palestinese essa avverrà mediante lo schema che in diritto si chiama “transazione”: accordo con cui due (o più parti) risolvono una contesa attraverso reciproche rinunce alle loro pretese. Indeterminato rimane il tipo di possibili rinunce da parte israeliana poiché, anche per i sionisti atei, il solo titolo alla loro presenza in Palestina è di natura religiosa (il Vecchio Testamento); mentre è chiaro che nel possibile pacchetto delle rinunce arabe ci sono proprio il rientro dei profughi e/o il loro risarcimento.
Tutti bei discorsi, ma Israele ha già detto di no alla richiesta di Obama, eccependo la non-difendibilità militare dei confini del ’67. Sarà proprio l’atteggiamento israeliano a mostrare se davvero alle parole di Obama corrisponda o no a una decisione politica da realizzare. Si tratterà di vedere di quali mezzi disponga sulla carta Mister-we can per ridurre la lunga e insopportabile protervia israeliana e, soprattutto, se sia intenzionato a usarli – sempre tenuto conto della lobby ebraica che ha fra i piedi.
Stante la dimostrata inutilità della guerra, per chi non ama Israele la pace è fondamentale, e non solo nella speranza che con essa migliori la sorte dei Palestinesi. La fine del conflitto per Israele vorrebbe dire apertura di un nuovo ma delicato capitolo, della cui pericolosità sicuramente si rendono conto gli stessi dirigenti sionisti. Il ragionamento è il seguente: se si riuscisse a eliminare l’obiettiva situazione da fortino assediato in cui vive la società israeliana, allora sì che Israele dovrebbe vedersela con le sue pesanti e non facili contraddizioni interne - sociali, economiche ed etniche – che creerebbero molti più problemi e difficoltà degli sporadici razzi lanciati da Hamas o Hezbollah, perché suscettibili anche di produrre flussi emigratori, esiziali per il sogno sionista.

Dopo la rivolta si incrina il fronte imperialista sul Nilo
Per l’Egitto del dopo-Mubārak si può parlare di segnali di rottura del fronte filoimperialistico creato faticosamente dagli Stati Uniti nel mondo arabo, fronte di cui il paese faceva parte dall’avvento al potere di Anwar as-Sadāt. Le dichiarazioni, riprese dalla stampa araba il 17 maggio, dell’ex Direttore della Lega Araba – il settantaquattrenne Amr Mussa, considerato al momento il più favorito per le elezioni presidenziali egiziane del prossimo mese di novembre - sono di estremo interesse soprattutto se lette fra le righe poiché fanno intravedere che a parità di situazione l’Egitto è in via di abbandonare il ruolo di alleato-chiave degli Stati Uniti (ma anche di Israele) nell’areaa.
Ex ministro degli Esteri durante la presidenza di Mubārak, e poi da questi relegato alla Lega Araba per eccesso di popolarità interna, Mussa ha rivendicato l’esigenza che le relazioni con gli Stati Uniti assumano un carattere «rispettabile», e che non siano più caratterizzate da una delle due parti che segue l’altra. Se già questo è significativo, ancora di più lo è la sua successiva e veritiera affermazione per cui la politica estera egiziana finora svolta non ha avuto né la comprensione né l’appoggio da parte del popolo, per cui se l’Egitto è stato il primo paese arabo a stipulare la pace con Israele nel 1979, tuttavia lo Stato sionista resta impopolare fra le masse egiziane, al pari della politica di ostilità verso i Palestinesi realizzata da Mubārak. E pesanti come un macigno sono le parole «ogni politica che vada contro il sentimento e le opinioni popolari è cattiva, soprattutto se attinente a questioni delicate come la Palestina».
Altresì importante la conferma del suo appoggio –ma si può intendere che ci sarà anche quello dell’Egitto – all’iniziativa palestinese di rivolgersi a settembre all’Onu per il riconoscimento del loro Stato. Detto in termini chiari, se la politica statunitense sulla questione palestinese continuerà a ruotare attorno ai desiderata della lobby ebraica sionista, e se gli Stati Uniti continueranno a reputare più conveniente per loro appoggiare regimi arabi reazionari, potrebbe verificarsi il rischio che nella protesta araba si riduca lo spazio conquistato dalle rivendicazioni laico-democratiche finora prevalente, a favore di un maggiore spazio politico per l’estremismo islamico.
In relazione alla seconda delle due ipotesi testé fatte, non si devono trascurare le ombre oscure e preoccupanti che incombono, per esempio, sul versante arabo del Golfo Persico, e precisamente sugli Emirati Arabi Uniti, a prescindere dai bei discorsi di Obama. Lì la famigerata agenzia di mercenari Blackwater, diretta da Erik Prince, ha ricevuto l’incarico di organizzare un piccolo esercito di 800 mercenari, con un budget di 370.000.000 di euro, da utilizzare come puntello degli emiri minacciati da agitazioni popolari, per difendere le installazioni petrolifere e per compiere operazioni sporche sia dentro sia fuori dalla zona del Golfo. A novembre dello scorso anno è già arrivato ad ‘Abu Dhabi un folto gruppo di colombiani. Poiché sicuramente si tratta di professionisti, è lecito pensare che si siano formati nelle fila dei paramilitari della Colombia. cioè veri e propri assassini specializzati in autentiche macellerie. Ritenere che di ciò gli Stati Uniti siano all’oscuro o che non avrebbero potuto impedire la cosa, è un’ipotesi risibile, e non è azzardato pensare che dietro le belle parole di Obama ci siano centri del vero potere statunitenze interessati invece a battere le tradizionali e disastrose vie dellapolitica statunitense nel mondo arabo.
L’ipotesi a rischio a cui accennavamo va inquadrata nello stato generale – tutt’altro che positivo - delle agitazioni popolari nell’area. Per quanto il fermento sia ampiamente diffuso in maggiore o minore misura, tuttavia non si hanno segnali di sfondamento in altri paesi dopo Tunisia ed Egitto. In Libia la rivolta si è trasformata in guerra civile, con intervento militare imperialistico, apparentemente in appoggio ai ribelli, ma con la non dissipata eventualità della spartizione del paese – tanto il petrolio sta soprattutto nella zona orientale, e alle brutte si potrebbe lasciare a Gheddafi la parte occidentale nel cui deserto il raís di Tripoli tornerebbe a fare il beduino per davvero; in Siria è in atto la repressione sanguinosa di un’opposizione abbastanza disorganizzata, con la possibilità che il regime alla fine la spunti; nello Yemen la repressione continua, l’opposizione sembra sempre sul punto di cacciare il presidente Salāh, ma finora lui resta dove stava anche prima; in Bahrain l’opposizione non ce l’ha fatta; in Marocco, Algeria e Giordania non sembra che le manifestazioni – avvenute su scala minore – abbiano prodotto chissà quali grandi risultati riformatori.
A parole in Occidente tutti sono democratici, ma a nessun serio custode dell’ordine imperialistico sfuggono i pericoli inerenti a un effettivo sviluppo della democrazia rappresentativa nei paesi arabi, giacché uno dei risultati sarebbe la riduzione del numero degli Stati vassalli di Washington e il totale smascheramento delle mistificazioni di Israele. Infine molti degli Stati in predicato sono importantissimi per le esigenze geostrategiche militari ed economiche a motivo delle risorse ivi esistenti.

Parliamo ora d’Israele
Si tratta dell’unico Stato del Vicino Oriente con un accettabile assetto democratico-rappresentativo – a parte il Libano, caso peculiare per il carattere pluriconfessionale istituzionalizzato del suo sistema politico. Questo modo di essere di Israele ha sempre costituito un leit-motiv della propaganda sionista, e non solo a fini di vanagloria. Infatti su questo dato fa leva la propaganda per giustificare la sua politica tutt’altro che favorevole alla pace, in base a un semplice ragionamento giustificativo: se gli Stati arabi fossero democratrici non ci sarebbe guerra, perché le vere democrazie non si fanno la guerra fra di loro.
Ora, a parte l’opinabilità di tale ultimo assunto, non vi è dubbio che atteggiamenti bellicistici e azioni militari per lo più sconclusionate da parte degli Arabi hanno solo favorito Israele, diventata abilissima a farsi passare per vittima di fronte a un’opinione pubblica disattenta, priva di conoscenza storica e condizionata dalla cattiva coscienza dell’antisemitismo occidentale. Se viene meno l’alibi, Israele resta col suo vero volto: quello del colonialismo razzista del sionismo.
L’eventuale arresto delle rivolte arabe con il più o meno malcelato contributo statunitense, senza dubbio farebbe nascere un’ulteriore frustrazione in quanti vogliono fare uscire il mondo arabo dalle sue arretratezze condizionanti. E allora l’estremismo islamico, messo in secondo piano dalle attuali rivendicazioni popolari, potrebbe ripresentarsi come la vera alternativa a mali imputati solo all’influenza occidentale. Ricordiamoci una cosa: tutte le grandi potenze hanno sempre utilizzato il divide et impera della politica imperiale romana; più o meno bene, e con maggiore o minore fortuna. Forse la classe dirigente Usa l’ha imparato dai Britannici, ma non è mai stata una buona allieva, giacché spesso e volentieri non ha calcolato conseguenze e contromosse. Alla luce delle precedenti castronerie, non è irragionevole pensare che in certi ambienti imperialistici si preferisca proprio il predetto disastroso esito, per un duplice effetto: riportare in auge il pregiudizio antiarabo e ridare a Israele l’incondizionato appoggio di sempre; nonché optare di nuovo per dittatori locali con funzione di contenimento interno e con i quali concludere lucrosi affari.

I “sorprendenti” Fratelli Musulmani egiziani
La Fratellanza Musulmana dell’Egitto – tanto demonizzata dagli imperialisti per i loro fini, quanto poco conosciuta – si prepara ad essere, inevitabilmente, uno dei soggetti dell’auspicato nuovo corso politico del paese. Intanto nel paese da un po’ di tempo è in atto una recrudescenza degli sconti interconfessionali (leggasi assalti di fanatici musulmani a cristiani e loro chiese); scontri in cui molti vedono, oltre al dato visibile del ritorno all’aggressività delle frange più estreme dell’islamismo locale, la lunga mano manovrante vuoi di sostenitori del regime di Mubārak, vuoi di centri comunque ostili all’avvento di una democrazia rappresentativa più seria del passato. In effetti, cosa di meglio del far intravedere lo spettro dell’estremismo religioso in agguato fra le urne e pronto a fare in Egitto il bis dell’Iran? Ebbene, le ultime notizie circa l’organizzarsi dei Fratelli Musulmani in partito fanno pensare che in ordine agli scontri islamo-cristiani abbiano ragione proprio i “dietrologi” sospettosi.
Succede che la Fratellanza Musulmana, nella documentazione presentata per la legalizzazione di un partito a essa vicino, denominato “Libertà e Giustizia”, ha indicato come vicepresidente un intellettuale cristiano copto – Rafiq Habib – e tra gli 8.821 di elettori a corredo dell’ufficializzazione del partito ve ne sono 978 di donne e 93 di copti. È un po’ difficile pensare che Habib e i suoi 93 correligionari siano stati presi da una botta di masochismo acuto, mentre risulta più facile ritenere che forse ci sfugge qualcosa della situazione egiziana. Vero è che in politica (e in Oriente in particolare) non è sempre facile distinguere fra le maschere e i volti; e vero è che la legge sui partiti, riformata dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (organismo con cui tutti i soggetti politici devono fare i conti e competente a pronunciarsi sulla legalizzazione del nuovo partito), mantiene il divieto di formare entità basate «su princìpi religiosi, di classe, geografici, di sesso, idioma, religione o credo»; pur tuttavia il portavoce di “Libertà e Giustizia”, Sād Katatni, ha rilasciato alla stampa dichiarazioni molto chiare e non suscettibili di interpretazioni di comodo: «il partito è aperto a tutti gli egiziani, sia musulmani sia copti», il suo presidente Muhāmmad Mursi si è pronunciato in termini favorevoli verso «le nazioni moderne e la libertà delle persone»; e l’altro vicepresidente di “Libertà e Giustizia”, Rashad al-Bayumi in un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo, oltre ad aver garantito che il partito non sarà la cinghia di trasmissione della Fratellanza Musulmana, ha opportunamente ricordato un aspetto del tutto trascurato dagli estremisti islamici, e cioè che «il Corano dice che nessuno può essere obbligato a diventare musulmano», e che la rivendicazione della «giustizia per ogni persona, a prescindere dalla sua religione o dal suo colore (...) sta alla base (....) del partito».
Mai in politica prendere tutto per oro colato, ma del pari sarebbe erroneo usare solo e sempre l’ottica opposta. Se si tratta di bugie per rassicurare gli elettori la verifica sarà dopo le elezioni, fermo restando che in Egitto, a differenza dell’Iran della rivoluzione khomeinista, si dovranno fare i conti con l’esercito. Ma se non fossero bugie, allora si dovrebbe dire che in Egitto si profilano novità di tipo turco, e problemi per gli imperialisti. Di Turchia dovremo riparlare nella prossima corrispondenza.


martedì 24 maggio 2011

CHERNOBYL - RITRATTI DALL'INFANZIA CONTAMINATA, di Pino Bertelli

"Difendere la Terra significa difendere la tenerezza offesa (la memoria) dei popoli...
Se la gente riuscisse a vedere la fame di bellezza che c’è nel mondo ci sarebbe
la rivolta delle idee nelle strade. Non il canto dei fucili e il dolore dei bambini".
PINOBERTELLI




RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.