L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

giovedì 3 luglio 2014

UCRAINA: LE GUARDIE BIANCHE RUSSE NEL DONBASS, di Zbigniew Marcin Kowalewski

Non c'è rivoluzione nel Donbass, e neanche movimento di massa. Esistono solamente nella propaganda dei sostenitori del movimento separatista armato, diretto da nazionalisti di estrema destra. Importati dalla Russia, aspirano alla restaurazione dell'impero zarista. Al Cremlino, si sostiene questa reincarnazione delle Guardie bianche e delle Centurie nere che destabilizza l'Ucraina, ma, a quanto pare, se ne ha anche paura.

Il 22 aprile ultimo, Boris Kagarlitskij affermava che «non si poteva spiegare l'insurrezione riuscita di centinaia di migliaia, o addirittura di milioni di persone nell'est dell'Ucraina con un'ingerenza della Russia» (1). Un'insurrezione di centinaia di migliaia, addirittura di milioni? Anche la propaganda del regime russo verso l’estero, con in testa la sua catena Russia Today, è mille volte più misurata. Nella sinistra mondiale, quasi nessuno conosce il russo e l'ucraino ancora meno; dunque, quando questa sinistra vuole sapere ciò che accade in Ucraina, si ritrova in una situazione catastrofica. Per non dipendere dai media occidentali, è condannata a ricorrere alla propaganda anglofona del regime di Putin ed a quella delle pretese «reti anti-imperialistiche» pro-russe (spesso «rosso-brune» o decisamente brune), così come a ciò che gli tradurrà in inglese Links-International Journal of Social Renewal. Un sito, precisamente, che ha assicurato la pubblicità degli scritti di Kagarlitskij a riguardo di questo inesistente grande sollevamento di massa. Gran parte della sinistra si è lasciata ingannare da questi scritti; così come aveva creduto, prima, all'esistenza di un «golpe fascista», di una «giunta fascista» e di un «terrore fascista» in Ucraina. Una parte della sinistra l'ha fatto per disorientamento di cui, del resto, essa stessa ha responsabilità. Per un'altra parte, certamente considerevole, il «sollevamento» nell'est dell'Ucraina è servito da foglia di fico per nascondere il suo passaggio con armi e bagagli - neo-campisti o semplicemente poststaliniani - al fianco dell’imperialismo russo.

Social-imperialismo e rivoluzione immaginaria

Agli occhi di gran parte della sinistra occidentale, Kagarlitskij appare un importante pensatore marxista russo. Questo, nonostante il fatto che nella sua versione della storia della Russia (2) non ci sia posto per la sottomissione coloniale di altri popoli, per il dominio imperialista e l’oppressione nazionale Grande-russa, per la «prigione dei popoli» dei tempi degli zar o dell’epoca stalinista e post-stalinista, per le lotte di liberazione nazionale dei popoli oppressi. Pertanto, in questa versione della storia non esiste la questione nazionale ucraina, né la lotta storica del popolo ucraino per la sua unificazione e per l'indipendenza. Questo è il motivo per cui, da un quarto di secolo, il sottoscritto ritiene che Kagarlitskij appartenga a una particolare specie di socialisti russi, cioè di quelli che, agli occhi di un bolscevico noto a tutti, meritavano aggettivi poco sofisticati e non eleganti come «social-nazionalisti» e «social-imperialisti». Non è quindi sorprendente che Kagarlitskij - assecondando in questo l’estrema destra nazionalista russa e il movimento separatista che dirige - ha recentemente iniziato a designare l'Ucraina del sud-est con il nome di Nuova Russia (Novorossija), utilizzato in epoca zarista; e per abbellire il suo sito rabkor.ru, ha scelto un emblema imperialista «nuovo russo» (3).

Durante la crisi della Crimea, Kagarlitskij si è messo in mostra per una tesi tanto originale quanto clownesca. Vale a dire «che non esistono macchinazioni occulte, né ambizioni imperiali di alcun genere». È la stessa Crimea, con la forza di volontà del popolo russo locale e la saggezza dei suoi dirigenti, che ha imposto a Vladimir Putin – che non la voleva - l'annessione della Crimea alla Russia; o meglio «è la Crimea che si è annessa la Russia» (4). Links ha diffuso questo articolo con il titolo «La Crimea si annette la Russia» (5). Più tardi, quando il movimento separatista russo apparve nella parte orientale dell'Ucraina, Kagarlitskij ha detto che «in Ucraina si è fatta veramente una rivoluzione». «Questa è una svolta davvero rivoluzionaria che si svolge nella coscienza delle masse», che «sorprendentemente, non solo sono scese nelle strade, ma hanno cominciato ad agire in modo autonomo, a organizzarsi e a fare la storia» (6).

Esse hanno iniziato a crearla nel modo in cui si crea la vera storia - raccontava Kagarlitskij - vale a dire «nella loro lingua madre russa (che nello spazio del vecchio impero, era e resta giustamente la lingua della classe operaia)». Come si vede, l'eredità di secoli di russificazione nelle periferie postcoloniali dell’impero costituisce per Kagarlitskij una conquista di classe del proletariato. «Per la prima volta da molti anni, la classe operaia inizia ad agire nello spazio dell'ex Unione Sovietica», assicurava ancora Kagarlitskij. «È forse troppo presto per parlare di coscienza di classe, ma invece lo scontro di classe è diventato una realtà» (7).

Esplosa la rivoluzione, c'è bisogno urgente di una strategia - ha annunciato Kagarlitskij. Senza di essa non c'è salvezza. Tuttavia, «le élites politiche russe contemporanee sono in linea di principio incapaci di pensare strategicamente» (8). Questo perché «all'interno della direzione russa non ci sono politici, ma burocrati ed esperti di pubbliche relazioni, che semplicemente non hanno né l’esperienza né la volontà di prendere decisioni rischiose che potrebbero cambiare radicalmente la situazione. Non hanno idea di come si deve agire nelle condizioni di una crisi su larga scala e di una rivoluzione» (9).

Inoltre, il comportamento del movimento «rivoluzionario» nell'Ucraina orientale «non crea le condizioni per un cambiamento strategico». Le sue «azioni si basano su una certa visione della situazione che non è solo dei dirigenti del movimento, ma soprattutto di una parte considerevole delle masse dell’est del paese. Gli insorti sono convinti che basti semplicemente resistere un certo tempo, poi la Russia verrà in aiuto; e se questo non accade nella forma di intervento militare diretto, vorrà dire che assumerà un'altra forma. Ahimé, ogni giorno che passa dall'inizio della rivolta mostra quanto illusorie siano queste speranze» (10). 

Kagarlitskij cercava di colmare questo doppio errore: istruire il movimento separatista sul modo di creare le condizioni necessarie per una «rottura strategica», per aprire alla «rivoluzione» la via verso la vittoria. «Nel tentativo di manovrare e di prendere tempo, le autorità russe rischiano semplicemente di mancare il momento della rottura strategica». È per questo che, «perché i ribelli possano mantenere l'iniziativa strategica nelle loro mani, è imperativo non attendere le decisioni del Cremlino, ma, al contrario, creare con le loro azioni una situazione nuova che provocherà queste decisioni. Il punto di svolta nello sviluppo della lotta nel sud-est dell'Ucraina si verificherà solo quando a questo movimento si uniranno i più grandi centri regionali, principalmente Charkiv e Odessa» (11).

Le «Repubbliche popolari» d'ispirazione oligarchica

Tuttavia, il problema è che «l'ampliamento della base sociale dell’insurrezione» - che, ricordiamo, ha comunque abbracciato «centinaia di migliaia, addirittura milioni di persone» - «dipende dal programma». Dovrebbe essere «un programma sociale anti-oligarchico», ma - avverte Kagarlitskij - non «esplicitamente di sinistra o socialista; basta dichiararsi per la nazionalizzazione delle proprietà degli oligarchi ucraini che si sono apertamente legati al potere di Kiev» (12). In altre parole, dovrebbe essere un programma adatto al carattere nazionalista del movimento separatista «nuovo-russo», che Kagarlitskij ha ignorato nei suoi scritti, ma di cui era - come si è visto - perfettamente consapevole. Ma l'idea di tale programma non è durata a lungo: è stata esplicitamente respinta da Aleksandr Borodaj, il "primo ministro della Repubblica Popolare del Donetsk». In un'intervista con RIA Novosti il 31 maggio, egli ha spiegato quel che le autorità della «repubblica» intendono per nazionalizzazione.

«Saranno nazionalizzate le aziende che sono state finora considerate proprietà dell’Ucraina. Semplicemente passano di mano in mano. Quel che era statale sarà statale nella Repubblica popolare del Donetsk. È naturale e logico». E le imprese di Rinat Akhmetov? «Non si tratta di nazionalizzare. Noi non abbiamo nulla in comune con i comunisti, che mettono le mani su qualcosa e la nazionalizzano. Noi rispettiamo il diritto di proprietà privata» (13).

Non sorprende quindi che Kagarlitskij abbia egualmente passato sotto silenzio anche un altro fatto estremamente importante, legato al precedente: cioè che fin dall'inizio questo movimento non solo aveva il supporto del più grande oligarca del Donbass, Rinat Akhmetov, ma fu anche ispirato da quest’ultimo.
Era fatto noto, al momento in cui Kagarlitskij scriveva dell’esplosione di una presunta rivoluzione in Ucraina orientale. In ogni caso, chi voleva sapere, sapeva; per esempio, grazie ad Aleksandr Kosvincev, giornalista indipendente russo, che sette anni prima aveva chiesto asilo politico in Ucraina a causa delle persecuzioni del regime di Putin (temeva seriamente per la sua vita), e a cui è stata concessa la cittadinanza. Il 10 aprile, ha messo Akhmetov nella sua lista dei «Top 10 traditori ucraini contemporanei». Kosvincev ha scritto:

«Nelle terre natali del signor Akhmetov, i separatisti non solo non si sono calmati, ma recentemente si impegnano per realizzare il piano secessionista del Cremlino. Chi può credere che il "padrone" della regione non vi partecipi?» (14).

Più tardi, il 10 maggio, questo è stato pienamente confermato da Pavel Gubarev, l'effimero «governatore popolare» del Donetsk (per cinque giorni, a partire dal 1° marzo). Appena lasciato la prigione ucraina ha raccontato, in un'intervista alla stampa russa, gli inizi di questa «rivoluzione» e il ruolo svolto dal Partito delle Regioni, partito oligarchico del deposto presidente Viktor Janukovyč. Così, ha candidamente ammesso che:

«Abbiamo visto apparire in tutte le città i leader di una cosiddetta milizia popolare volontaria. Ed ecco che il nostro partito al potere, i nostri oligarchi del sud-est, hanno iniziato a lavorare con gli attivisti della milizia popolare volontaria. Si è scoperto che due terzi di questi attivisti erano pagati dall’oligarca Akhmetov. Un gruppo molto piccolo di persone è rimasto fedele all'ideale, eppure ha continuato a prendere i soldi. Tutti hanno preso i soldi! (...) In queste condizioni, tutti si sono venduti. Quelli che non si sono venduti sono stati emarginati o screditati, o terrorizzati» (15).

Alcuni sono stati consegnati ai Servizi di sicurezza ucraini (SBU); questo è stato il destino di Gubarev. I leader della «Repubblica Popolare del Donetsk» non hanno mosso nemmeno un dito per farlo rilasciare. Solo Strelkov, comandante separatista Slavjansk, l’ha fatto, scambiandolo contro un ufficiale ucraino fatto prigioniero. Ecco perché Gubarev, per vendicarsi del tradimento di cui è stato vittima, ha rivelato il ruolo chiave di Akhmetov nella nascita del movimento separatista. Oggi, molti attivisti del movimento separatista ne parlano, così come osservatori e commentatori, come Anatoli Nesmiyan, «El Murid», analista politico pro-separatista di Pietroburgo, noto per le sue frequentazioni libiche e siriane (d’altronde non così difficile da decifrare). Nel sito semi-ufficiale dei separatisti Russkaya Vesna (Primavera Russa), Nesmijan ha scritto, parlando di Akhmetov, che «la Repubblica popolare del Donetsk era il suo progetto», e che ora, dal momento che egli (presumibilmente) gli ha dato le spalle, «deve dimostrare che è in grado di sopravvivere senza Akhmetov, e anche contro di lui, se necessario» (16).

Quel che ha rivelato il "Ministro della difesa» Strelkov

Il 17 maggio 2014, il colonnello Igor Strelkov ha lanciato un drammatico appello «alla popolazione della Repubblica popolare del Donetsk». Pochi giorni prima, era diventato «comandante in capo delle forze armate» (che i separatisti chiamano in genere opolčenije, vale a dire milizia volontaria) e «Ministro della difesa della Repubblica popolare del Donetsk». Si chiama realmente Igor Girkin, è un cittadino russo e la sua vocazione ufficiosa è l'esercizio della professione delle armi ai confini del «Mondo russo» e del mondo ortodosso. Ha dietro di sé quattro guerre: in Moldavia, al fianco dei nazionalisti russi della Transnistria; in Bosnia, dal lato dei nazionalisti serbi, e in Cecenia, dove ha partecipato a due guerre nelle fila dell'esercito russo. Il Centro di difesa dei diritti dell’uomo Memorial di Mosca l’accusa di aver perpetrato crimini contro l'umanità durante la seconda guerra cecena (17). Ha partecipato anche all’annessione della Crimea. È arrivato nel Donbass dalla Russia. Secondo i servizi di sicurezza dell'Ucraina, ha attraversato la frontiera il 12 aprile. Il suo appello ha fatto sensazione tra tutti coloro che seguono il movimento separatista russo in Ucraina orientale. In sole 48 ore, un milione di russofoni l’ha visto su YouTube (18). Tuttavia, fino ad ora il resto del mondo - non russofono - non ne ha ancora sentito parlare.

«Devo dire la verità. Diritto negli occhi!», ha dichiarato Strelkov. «Un mese è passato da quando noi, minuscolo gruppo di volontari di Russia e d’Ucraina, dopo aver sentito l’appello all’aiuto sgorgato dalle labbra dei leader che voi avete messo alla testa del vostro movimento, siamo arrivati qui e facciamo fronte, in una lotta armata, a tutto l’esercito ucraino». «Quest’ultimo mese - ha proseguito - abbiamo sentito tante volte questi appelli disperati: Dateci le armi! Dateci le armi in modo che possiamo lottare per la nostra libertà». Le armi - continua Strelkov - sono già lì. «Esse sono nella prima linea della battaglia - nella città assediata di Slavjansk. Sono qui! Qui, dove sono più necessarie. Qui, dove i volontari proteggono con il loro corpo tutto il resto del Donbass, compresi Donetsk e Luhansk».
Eppure ... «Che cosa vediamo? L'abbondanza di tutto, tranne delle folle - che non sono lì - di volontari alle porte del nostro stato maggiore. Slavjansk ha 120 mila abitanti. Kramatorsk due volte di più. In totale, la regione del Donetsk, ha 4,5 milioni di abitanti. (...). Posso onestamente dire che non mi aspettavo affatto che in tutta la regione non si possa trovare nemmeno un migliaio di uomini disposti a rischiare la vita - non nella loro città, su una barricata accanto alla propria casa, dove ci vorrebbe una mezza giornata di viaggio in automobile per incontrare un soldato della Guardia Nazionale [ucraina] - ma sulla linea del fronte, là dove si spara sul serio ogni giorno».

«Quando ero ancora in Crimea, sentivo gli attivisti del movimento popolare raccontare che "quando i minatori si ribelleranno, faranno a pezzi tutto a mani nude!". Per ora non se ne vede niente. A decine e centinaia hanno raggiunto le nostre fila, e combattono. A decine e centinaia di migliaia guardano tutto questo tranquillamente seduti davanti ai loro televisori con un boccale di birra. Ovviamente, si aspettano che un esercito venga dalla Russia, la loro sorella in grado di fare tutto al posto loro; oppure che venga un numero sufficiente di coraggiosi volontari disposti a morire per il loro diritto ad una vita più degna di quella che hanno condotto per 23 anni sotto il potere dei nazionalisti di Kyiv. Dove sono questi 27.000 volontari di cui stanno parlando i giornalisti? Io non li vedo».

«Nelle nostre fila dei volontari, ci sono sempre più uomini "ben oltre la quarantina", che sono cresciuti e si sono formati al tempo dell’Urss. Ma ci sono pochissimi giovani. Dove sono - tutti i ragazzi di qui, giovani e robusti? Forse in queste "brigate" di banditi, che, approfittando dell’anarchia regnante, si sono precipitati a "saccheggiare ciò che è stato saccheggiato" e a seminare l’arbitrarietà in città e villaggi di tutta la regione di Donetsk? Sì, ogni giorno riceviamo informazioni sulle loro nuove "vittorie". Molti "miliziani volontari" insoddisfatti esigono armi, soprattutto per difendere le loro case dai banditi e dai delinquenti. Bene, il loro desiderio è legittimo. Tuttavia, sorge una domanda: come possono sapere i capi della milizia volontaria chi è la persona che viene da loro per avere armi? Un cittadino onesto o un nuovo bandito mascherato da "patriota del Donbass"? La risposta che diamo è semplicemente questa: prenderemo in considerazione come "miliziano volontario" solo chi, appartenendo a una unità di combattimento, parteciperà direttamente alle battaglie contro le truppe della giunta, e che lo farà al tempo e nel luogo ritenuto necessario dai suoi capi! Perché senza disciplina non si otterrà nulla! Non solo non ci sarà vittoria, ma neanche l'ordine! Se tutti vogliono "fare la guerra" dove gli piace, e per il tempo che gli piacerà, allora la milizia di volontari del Donbass si trasformerà in qualcosa tra un'orda di disertori scatenati e una banda dell’ataman Anhel (19). Ma questo non accadrà! Solo coloro che si distingueranno nei combattimenti contro il nemico e svolgeranno gli altri compiti militari, guadagneranno il diritto di mettere ordine nella propria casa, nei ranghi della milizia volontaria! E noi faremo ordine - non ne dubitate! Tutti coloro che, oggi, saccheggiano negozi e aziende, vendono droga o semplicemente saccheggiano la popolazione inerme, non contino sul fatto che "il gioco continuerà secondo le regole attuali," e che "la guerra cancellerà tutto". La fine del banditismo nel Donbass è arrivata! Il nuovo potere darà a tutti la possibilità di distogliersi dalle attività criminali, ma coloro che non ne vorranno approfittare si vedranno imporre una vera punizione. Una punizione da cui nessuno riuscirà a riscattarsi con i soldi! Secondo le leggi di guerra!».
«Ritorno al tema principale. Il paese del Donbass ha bisogno di difensori, e la milizia volontaria - di soldati volontari disciplinati. Se gli uomini non lo fanno, allora bisognerà incorporare le donne. Ho ordinato oggi che le si arruoli nella milizia volontaria. Peccato che non ci siano affatto ufficiali tra le donne. Né attivi né della riserva. Ma che differenza, se gli ufficiali uomini non vengono nemmeno a vederci?! Fino ad ora, non si è trovata nemmeno una decina di militari professionisti che siano pronti per comandare le unità di combattimento! Che vergogna! Da due settimane, chiedo che mi mandino qualcuno che possa diventare capo di stato maggiore, e almeno cinque persone adatte come capi di squadre o di plotoni. Silenzio! Non uno solo!» (20).

«L'inerzia di una massa amorfa» e le Guardie bianche con le Centurie nere (21)

Aleksander Jilin, giornalista ultranazionalista russo, capo del dipartimento incaricato delle questioni di sicurezza nel settimanale Moskovskije Novosti (Moscow News) e commentatore militare di Radio Svoboda, si è recentemente applicato a «spiegare perché l’entrata dell’esercito [russo] in Ucraina era inutile e stupida». Ha scritto: «Fortunatamente, Igor Strelkov, il dirigente del movimento di resistenza, ha fatto meglio di me: nel suo proclama, egli descrive con grande precisione l'inerzia della popolazione locale di Luhansk e Donetsk che si rifiuta di difendere i propri interessi» (22).

Nello stesso spirito parla un altro osservatore russo, ugualmente sostenitore dei separatisti.
«Nel sud-est Ucraina ci sono armi in quantità industriali; forse manca solo l'aviazione. Nei depositi, ci sono anche carri armati; è sufficiente semplicemente assicurare un'adeguata preparazione. Ma non c'è nessuno per farlo. La verità è semplice e banale: la popolazione locale non vuole fare la guerra. Non vuole aiutare neanche un poco, perché ha paura che in seguito questo si rivolga contro di sé. Neanche i volontari russi otterranno gran che. Non c’è un "Donbass insorto". C’è una manciata di persone irriducibili, pronti ad andare fino in fondo, e ... una massa amorfa, al massimo capace di mettere una croce su una scheda elettorale» (23).
Precisiamo: sulla scheda elettorale del «referendum» organizzato dai separatisti.

Questo è quel che possiamo dire su questa «insurrezione riuscita di centinaia di migliaia o addirittura milioni di persone in Ucraina orientale", inventata da Kagarlitskij e propagandata da Links.

Chi è questo Strelkov? «Mi considero un sostenitore della monarchia autocratica in Russia» (24), dice. «Credo fermamente che il potere bolscevico continui ad esistere in Russia fino a questi giorni. Sì, è cambiato, è diventato irriconoscibile, ma nella sua essenza rimane invariato: nel suo orientamento anti-russo, antipatriottico e anti-religioso. Nelle sue fila si trovano i discendenti in linea diretta di coloro che "hanno fatto" la rivoluzione del 1917. Molto semplicemente, essi sono mascherati, ma la loro natura non è cambiata. Sono rimasti al potere, dopo aver gettato alle ortiche l'ideologia che gli impediva di arricchirsi e di godere dei beni materiali. Ma il processo di distruzione diretta della nazione russa (e di altri popoli del ceppo dell'Impero Russo) prosegue con altri mezzi; con un "successo" che dà le vertigini. Nel 1991 ci fu un colpo di stato; ma la contro-rivoluzione non è stata fatta» (25). «Per salvare la situazione, abbiamo bisogno in Russia di un Ideale bianco SOSTANZIALMENTE NUOVO» (26). Nuovo - spiega Strelkov - perché «una gran parte della popolazione accoglie con ostilità l'ideologia del Movimento Bianco. Portarlo tra le masse "nella sua forma pura" significherebbe condannarsi in anticipo al fallimento» (27).

«Probabilmente, con il potere attuale non può costruire che un Grande Honduras, dove prima c'era la Grande Russia. Sento che questo è già pienamente riuscito» (28). Questo «potere è un nemico della Grande Russia, come lo è "l’opposizione". Sono andati al potere con l'aiuto dell'Occidente, e non vogliono restituirlo ai nuovi "eletti" di quest’ultimo» (29). «Tutte le "esplosioni" di malcontento a Mosca e Pietroburgo sono segretamente finanziate dall'estero. Certo, l'Occidente non dà direttamente ai suoi burattini "i soldi per la rivoluzione". Sono gli oligarchi-sponsor locali ("d’orientamento democratico") che li danno..., perché i loro interessi sono indissolubilmente legati al capitale internazionale giudeo-anglosassone, di cui essi costituiscono una filiale» (30).

Questo orientamento è condiviso da Aleksandr Borodaj, che Strelkov ha richiamato dalla Russia per farne il "primo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk". Il movimento separatista in Ucraina, che essi dirigono, è - secondo la loro strategia - il focolaio armato della contro-rivoluzione monarchica russa, indissolubilmente legata alla ricostruzione dell'impero, così come «alla rivoluzione politico-religiosa che può salvare l'umanità dal degrado e dall'estinzione, che ha come obiettivo del suo sviluppo: i valori dello spirito, trascendentali, e l'aspirazione alla divinità» (31). Borodaj - figlio di un filosofo, sostenitore del pensiero di Lev Gumilev (32) e attivista nazionalista - è, anche lui, un ideologo attivista di estrema destra.

«Sembra che solo noi - i russi - siamo in grado di svolgere questo ruolo di iniziatori della rivoluzione religiosa», afferma Borodaj. «Perché, se crediamo a Gumilev, il nostro superethnos è ancora molto giovane; anche se ha utilizzato, per qualche secolo, enormi risorse per creare super-stati (Terza Roma - Impero Russo - URSS), è ancora in grado di trovare la forza interiore necessaria per intraprendere una crociata in nome dei valori più alti dello spirito. (...) La rivoluzione religiosa è una guerra inevitabile contro il male; è anche una guerra accanita, spietata. La nazione russa è capace di una simile impresa? Quali sono i contorni della futura rivoluzione religiosa? I suoi striscioni e le sue bandiere porteranno croci ortodosse e altri simboli cristiani?» (33) Nella «Costituzione della Repubblica Popolare del Donetsk», Borodaj e Strelkov hanno inserito una formula copiata alla lettera dalle leggi fondamentali dell'Impero russo del 1906, che dice che «la fede suprema e regnante» è la fede ortodossa. Lì hanno anche scritto che questa fede «è la matrice delle matrici del Mondo russo». Hanno aggiunto che si tratta della «professata dalla Chiesa ortodossa russa (il Patriarcato di Mosca)» (34). In Ucraina, ci sono anche altre chiese, tra cui le Chiese ortodosse ucraine.
Dalla periferia ucraina la rivoluzione deve estendersi a tutto il «Mondo russo» e portare alla restaurazione della «Russia storica» - quella degli zar. Nella loro «costituzione», Borodaj e Strelkov hanno proclamato «la creazione di uno Stato sovrano e indipendente, orientato verso il ripristino di un unico spazio di cultura e civiltà del Mondo russo, sulla base dei suoi valori religiosi, sociali, culturali e morali tradizionali, nella prospettiva dell’adesione alla Grande Russia, aureola [sic] dei territori del Mondo russo» (35). Che diventerà allora il resto dell'Ucraina, quando anch’essa cadrà, in conseguenza della «Novorossia»? Tutta l’Ucraina - dicono Borodaj e Strelkov - deve, con la Russia e la Bielorussia, «riunificarsi in un unico stato vitale, provvisto di un nucleo nazionale slavo» (36).  

Solo in apparenza, il socialista moscovita Kagarlitskij sembra che a riguardo dell'Ucraina sia più benevolo dell’estrema destra russa. Egli afferma che «forse, col tempo, vedremo di nuovo uno Stato ucraino non diviso dai fronti della guerra civile», ma, aggiunge subito, «il cammino verso la creazione di un tale stato passa attraverso una guerra civile. L'Ucraina si terrà quando le forze del Sud-Est insorto eleveranno le loro bandiere sopra Kiev» (37). Ormai sappiamo quali sarebbero queste bandiere.

In Russia, agli occhi della destra nazionalista, fascista e neostaliniana, Strelkov è ormai diventato un eroe nazionale. «Strelkov assomiglia alle leggende della guerra civile: al generale Kornilov e all'ammiraglio Kolchak». Così se ne parla nel settimanale ultra-reazionario Zavtra (Domani), al quale lui e Borodaj sono da tempo legati. «Con un tale comandante, non solo le regioni di Donetsk e Luhansk saranno russe, ma tutto il sud-est, Kharkiv, Odessa, Kiev e tutta l'Ucraina» (38). Eppure, Strelkov non sta affatto preparando i mezzi per conquistare Kiev e tutta l'Ucraina, ma ammette pubblicamente che perderà senza un intervento militare russo, che invoca disperatamente nelle sue dichiarazioni pubbliche. «Dove possiamo trovare un motivo di ottimismo? Nei nostri piccoli successi? Essi sono puramente tattici; dal punto di vista strategico abbiamo iniziato a perdere da molto tempo. Il modo in cui i funzionari russi considerano la questione del sostegno alla Nuova Russia, è sabotaggio puro e semplice». Strelkov ha scritto il 16 giugno «Se non c'è appoggio militare, il crollo militare delle Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk sarà inevitabile» (39).

Intanto, le catene televisive soggette al regime russo mantengono il silenzio su Strelkov. Perché? Perché Putin ha paura del suo ritorno in Russia dopo la campagna militare in Ucraina. Così afferma Boris Nemtsov, uno dei capi più in vista dell'opposizione a Putin. Nemtsov non ha alcun dubbio sul fatto che Strelkov e la sua «milizia volontaria» perderanno.
«Prima o poi, questa guerra finirà e Strelkov, con i suoi compagni d’armi, sarà costretto a tornare in Russia. Naturalmente, i combattenti della sua «milizia» sono consapevoli del fatto che Putin li ha traditi, ed è abbastanza comprensibile che torneranno in Russia molto in collera. Perché non solo il Cremlino non ha annesso il Donbass alla Russia, ma non ha nemmeno fatto entrare il suo esercito». «Putin è un traditore, un manigoldo e un mascalzone» - a parere di Nemtsov - «è esattamente così che Putin è visto dalle persone che combattono nel Donbass». Al loro ritorno, «il popolo potrà giustamente sostenere questi “eroici miliziani” di cui i media russi hanno tanto parlato»; quanto a loro, «certamente non vorranno indossare i guanti con i traditori di Mosca» (40).

29 giugno 2014

Zbigniew Marcin Kowalewski è vicecaporedattore dell'edizione polacca di Le Monde Diplomatique e autore di numerose opere sulla storia della questione nazionale ucraina, pubblicate, tra gli altri, dall'Accademia nazionale delle scienze dell'Ucraina.
L'articolo è stato pubblicato il 30 giugno 2014 nella rivista elettronica francese Mediapart.

2) Si veda B. Kagarlitskij, Empire of the Periphery: Russia and the World System, Pluto Press, London 2007.
10) Ibid.
11) Ibid.
12) Ibid.
19) Durante la rivoluzione e la guerra civile in Ucraina, Yevhen Anhel (1897-1919) comandava una guerriglia indipendente, rifiutando di sottomettersi alle autorità politiche e militari della Repubblica popolare ucraina, diretta da Symon Petliura, e combatteva per conto proprio contro l’Armata rossa.
21) Le Centurie nere (o cento-neri) era un movimento nazionalista di destra, monarchico, clericale e pogromista, apparso nell'Impero russo durante la rivoluzione del 1905. Le sue sezioni di combattimento erano il prototipo di un movimento fascista.
29) Ibid.
32) Lev Gumilev (1912-1992), pensatore russo, ha creato una filosofia della storia basata su una «teoria passionale dell’etnogenesi». Questa costituisce il fondamento del razzismo culturale, particolarmente dell’antisemitismo come anche delle guerre genocide tra i «sistemi etnici» concepiti come totalità biologiche. I «superethnos» e la «chimera etnica» che si forma nei punti di contatto tra «superethnos», sono categorie tipiche di questa teoria. I settori democratici della comunità scientifica russa l’hanno sottoposta a una critica implacabile, ma ha fatto una carriera vertiginosa in molte università e nella società russa. Ha molti sostenitori negli ambienti dell'estrema destra. Si veda M. Laruelle, «Lev Nikolaevič Gumilev (1912-1992): biologisme et eurasisme dans la pensée russe», in Revue des études slaves, Tome 72, fascicule 1-2, 2000.
35) Ibid.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)