L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

giovedì 30 maggio 2013

ALLE COMUNALI STRAVINCE L’ASTENSIONE. La Casta arretra ovunque, ma per nasconderlo falsifica i risultati del M5S, di Michele Nobile


dal blog di Beppe Grillo
I risultati delle elezioni comunali non sono affatto inaspettati. Il dato evidente è l’ulteriore conferma della tendenza alla crescita dell’astensione: a confronto della precedente tornata elettorale nei comuni, la partecipazione è crollata di 15 punti di percentuale, dal 77% al 62% degli elettori. Il crollo è particolarmente forte al Nord (Piemonte, -14 punti; Lombardia, -18 punti), nella zona «rossa» (Emilia Romagna, -18; Toscana, -20), nel Lazio (-19 punti); ed è meno marcato nel Mezzogiorno, ma sulla base di una partecipazione elettorale già più bassa. Nel complesso, il crollo della partecipazione avvicina, in questo, il Nord e il Sud. All’astensione si dovrebbero aggiungere le schede bianche e nulle (che erano state circa 1,3 milioni nelle ultime politiche), pari a quasi il 3% dell’elettorato. Il dato fondamentale è l’ulteriore crollo di credibilità delle elezioni come soluzione dei problemi politici e sociali. Crollo che, ovviamente, colpisce la legittimità dei partiti che vi partecipano. 
Come si vede dal grafico, prima metà degli anni Novanta del secolo scorso segnò un’accelerazione nella crescita dell’astensione, particolarmente forte nelle elezioni regionali (ed europee).

Fonte: data base del Ministero dell’interno, archivio delle elezioni. R: regionali 

Con queste ultime elezioni i risultati delle comunali si allineano a quelli delle regionali.
È importante tener conto che la crescita dell’astensione elettorale è un fenomeno internazionale, non solo italiano, riguardante la totalità dei paesi a capitalismo avanzato (con rilevanti differenze nazionali nei livelli e ritmi). Si tratta di un fatto macroscopico e significativo della trasformazione strutturale dei sistemi politici, non riducibile alla congiuntura economica o al prevalere di partiti particolari, siano detti di destra o di sinistra. Questa trasformazione può essere indicata come avvento della postdemocrazia, regime liberale ma caratterizzato dalla statalizzazione dei partiti e dalla loro convergenza nell’azione di governo. Della trasformazione postdemocratica l’Italia è un caso di massima avanguardia, nel quale più evidenti sono gli aspetti degenerativi, corruttivi, castali, antidemocratici dei sistemi di partito. Essa fu avviata dal centrosinistra, che negli ultimi due decenni ha condiviso alla pari gli anni di governo col centrodestra (e che ora con esso ormai governa addirittura congiuntamente, alla faccia dell’antiberlusconismo con cui ha drogato il proprio elettorato per un intero ventennio).
In tale contesto postdemocratico, in cui i parlamenti non fanno altro che legiferare contro i cittadini, non stupisce che cresca il senso di estraneità nei confronti delle caste politiche e delle procedure elettorali attraverso cui esse cercano di legittimarsi e di dividersi le spoglie nelle istituzioni.
Tra il 1994 e il 2006 le fluttuazioni dell’astensione degli elettori di una delle due coalizioni furono decisive per sancire il successo del centrosinistra oppure del centrodestra: gli elettori punivano la coalizione del governo uscente astenendosi. Nel 2008 invece l’astensionismo colpì entrambe le coalizioni, ma in modo più grave il centrosinistra e, specialmente, i partiti di sinistra che avevano arrogantemente tradito le aspettative dei loro elettori; nelle politiche del 2013 la crisi di legittimità è esplosa con un nuovo e forte balzo dell’astensione degli elettori di entrambe le coalizioni e il successo del M5S. Essa continua ancora con queste elezioni, nelle quali sia il centrosinistra che il centrodestra perdono in massa voti, presagio di un ulteriore tracollo elettorale nelle prossime politiche (come peraltro ci auguriamo...).

Forte arretramento del Pd, del Pdl e della Lega rispetto alle politiche del 2013 e alle regionali del 2010
Stando all’analisi dei risultati elettorali in 16 comuni capoluogo dell’Istituto Cattaneo, rispetto alle politiche 2013 il Partito democratico perde il 63% dei voti (-243.000) e il 47,6% rispetto alle elezioni regionali del 2010; analogamente, il Popolo della Libertà perde il 65,8% dei voti (-163.000) sulle politiche, il 46,5% sulle regionali. Non fa meglio la Lega nord, che dimezza i voti sulle politiche e perde i due terzi dei voti sulle regionali.
Dunque, se si vuol dare un significato politico alle amministrative, si può dire che il governo di «unità nazionale al 42%» (calcolato sulla base del fatto che ciascuna delle due coalizioni ottenne a febbraio il consenso del 21% degli elettori), è stato sonoramente punito. Diciamo che di questo passo le due frazioni maggiori della casta potrebbero arrivare a totalizzare, insieme, il 20-30% dei voti se si votasse nuovamente per il Parlamento nel giro di un anno. La crisi di legittimità della casta politica continua a marciare, ma anche a farsi pericolosa: e la paura di questa continua perdita di voti e di credibilità sta cominciando a rafforzare lo spirito unitario d’autodifesa del centrosinistra e del centrodestra nei confronti dei possibili concorrenti politici (il M5S in primo luogo).
I politici e i giornali che cantano vittoria, specie per il centrosinistra, utilizzando percentuali calcolate sui votanti diffondono una truffa: si tratta di percentuali funzionali all’attribuzione dei sindaci e dei seggi, sulla base della legge elettorale, ma non riflettono affatto, anzi distorcono fortemente, il grado reale di consenso politico.
A Roma, ad esempio, calcolando sui votanti il centrosinistra ottiene il 42,6% e il centrodestra il 30,2%; ma calcolando sull’insieme dei cittadini con diritto di voto, le percentuali crollano, rispettivamente, al 21% e al 15%, mentre la lista di Medici non ha il 2,2% ma l’1,1% e il M5S non il 12,4% ma il 6,3%. In molti capoluoghi il centrosinistra vince col consenso del 21% degli elettori, massimo il 30%: come nel caso del governo nazionale non si può certo dire che le giunte siano rappresentative di una maggioranza. Al contrario, nelle istituzioni oramai si rappresentano minoranze in caduta effettiva o tendenziale. Tuttavia la procedura elettorale continua a produrre effetti reali perché, per quanto minoranza nel paese, sono i partiti di governo, di centrosinistra e di centrodestra, i reali detentori del potere istituzionale (per il potere reale il discorso è molto diverso e si rinvia a precedenti lavori di Utopia rossa sul tema). Quel che conta è che qualcuno voti .

A sinistra dei partiti di governo (i Forchettoni rossi, per capirci...)
La sinistra che noi definiamo da tempo come “rossoforchettonica” (Sel, Sinistra arcobaleno, Rif. Com.-Pdci), scrive l’Istituto Cattaneo, «tiene», il che è già una notizia; anzi, nei 16 capoluoghi guadagna l’8,8% sulle politiche e il 25% sulle regionali del 2010.
Bisogna intendersi meglio, però. Questa sinistra dalle aspirazioni governative frustrate è opportunisticamente divisa: a volte è in coalizione col Pd, a volte no, a volte è unita, a volte no. Sulle politiche, una crescita complessiva dell’8,8% corrisponde a 163 mila voti, circa lo 0,3% dell’elettorato. Aggiungendo questi voti ai risultati di febbraio, se la sinistra dei Forchettoni rossi si presentasse unita arriverebbe al 4% dei voti sul totale degli elettori e supererebbe il 5% dei votanti (sempre sul 2013). Questo, tuttavia, se tutto dovesse andargli bene: cosa che la tragicomica lista Ingroia, la disillusione nei confronti della giunta milanese di Pisapia e la giusta nausea diffusa nei confronti dei Forchettoni rossi non autorizzano a prevedere. Ad alcuni risultati positivi in centri minori fa da contrappeso il macigno dei 30 mila voti in meno rispetto a febbraio delle comunali di Roma, dato ottenuto sommando i voti di Sel (2,7% degli elettori), in lista col Pd, e della lista Medici (1,1% degli elettori).

L’arretramento del M5S rispetto alle politiche
Eppure, un lume di speranza per la Casta partitica italiana, specialmente non-berlusconiana, queste comunali l’hanno acceso: l’arretramento del M5S che ha perso 2/3 dei voti rispetto alle politiche.
(Non ha invece perso voti rispetto alle precedenti comunali del 2008, nei pochi casi in cui si era già presentato; anzi ha guadagnato moltissimo. Ma il confronto non si può fare, vista la scarsa rappresentatività nelle scorse comunali: se si facesse, però, si dovrebbe parlare di un loro discreto successo, sia per i circa 400 consiglieri ottenuti, sia per la quantità complessiva di voti che, pur non essendo quella delle politiche, è ancora superiore ai livelli che caratterizzavano la Lega, Monti o le varie alleanze di centro con Casini. E’ evidente la disonestà: se per es. Rifondazione o Casini avessero ottenuto un tale risultato alle comunali – partendo da zero – avrebbero gridato alla vittoria e gliela avrebbero riconosciuta anche i media del sistema. Per il M5S questo risultato viene tenuto gelosamente nascosto: nessun giornale, che io sappia, ha fatto un confronto tra i dati del 2013 e le comunali del 2008 – una menzione a parte meritano invece i due editoriali dedicati al M5S, molto lucidi e onesti, scritti da Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi e di ieri, 28 e 29 maggio.)
Il voto amministrativo ha le sue particolarità ma, prima di entrare nel merito degli errori di marketing o di propaganda (di «comunicazione», come lo chiamano i diretti interessati) del M5S nel mercato elettorale - dominato da mass media che gli sono, complessivamente ostili essendo direttamente dipendenti dalla Casta - penso occorra cogliere un paradosso. E questo consiste nel fatto che si conferma la politicità del voto per il M5S e anche del non-voto, della scelta astensionistica.
Ricordiamo intanto che in occasione delle politiche, a ingigantire il successo elettorale del M5S erano confluiti flussi elettorali provenienti soprattutto (anche se non solo) dal centrosinistra, dall’area rossoforchettonica e in parte dall’astensione (che comunque era ugualmente cresciuta nonostante il «salasso» grillino).

L’astensione e il voto per il M5S sono due forme complementari di esprimere la rottura con la Casta, operazione che non poteva e non può riuscire a nessun prodotto dell’ingegneria elettoralistica della sinistra post-Pci e rossoforchettonica. Queste comunali hanno mostrato con discreta evidenza (lo riconosce anche Mannheimer sul Corriere dando la cifra di un 40%) che, dopo meno di tre mesi, circa la metà dei voti per il M5S sono tornati o passati per la prima volta all’astensione. Stando all’analisi dei flussi elettorali in quattro città dell’Istituto Cattaneo, «a Brescia e ad Ancona circa la metà dei voti dei 5 stelle del febbraio 2013 sono andati all’astensione, a Treviso un terzo» (a Barletta, invece, l’astensionismo si è ridotto); l’altra metà dei voti persi dal M5S rispetto alle politiche sarebbe invece andata agli altri partiti e alle liste civiche. Con ogni probabilità, ammesso che il ragionamento su quattro città possa estendersi sull’intero corpo elettorale nazionale, è su questa seconda metà dei voti persi dal M5S che influisce la specificità delle elezioni amministrative.
Sui risultati del M5S hanno certamente pesato in modo negativo la forte personalizzazione (e il clientelismo diffuso) delle elezioni amministrative in quanto tali, la scarsa notorietà e anche la mediocrità dei candidati proposti, il rilievo del voto di scambio o «utile», da una parte, e l’irrilevanza di momenti di propaganda centrati su Grillo dall’altra.
Non è detto però che l’insuccesso debba ripetersi in caso di elezioni politiche anticipate: il M5S potrebbe non ripetere l’eccezionale impresa di febbraio, ottenendo però comunque buoni risultati, sufficienti a creare problemi per la formazione e la stabilità di un nuovo governo della Casta (unita o separata): fatto auspicabile perché più governabilità significa attacco sempre più grave alle condizioni sociali della popolazione. La tendenza alla delegittimazione dei partiti di governo rimane infatti forte, in proporzione anzi si accentua: quel che potrebbe perdere il M5S potrebbe guadagnare l’astensione.

Grillo ha fatto benissimo a non collaborare a un governo di centrosinistra (con o senza Bersani)
Buona parte del cosiddetto «popolo di sinistra» e parte degli stessi elettori e simpatizzanti del M5S ha rivolto a Grillo la critica sbagliata: di non aver voluto formare un governo col centrosinistra quando lo stava implorando Bersani. È una critica assurda perché incapace di cogliere il fatto che il centrosinistra è un nemico dei lavoratori, dei pensionati, delle donne, degli studenti al pari del centrodestra. Che ancora non si colga la linea di continuità reazionaria e antipopolare (il cosiddetto «macello sociale») nelle misure prese dai governi di Berlusconi, di Prodi (con o senza Rifondazione, Verdi e Pcdi), di D’Alema, di Monti è veramente inconcepibile. Che ancora si agiti lo spettro del berlusconismo, rasenta ormai la soglia dell’imbecillità. Che non si tiri un bilancio degli attacchi alle conquiste sociali dei lavoratori da parte anche dei governi di centrosinistra (col sostegno servile della Cgil), è inaccettabile.
Insomma, per la prima volta nel Parlamento italiano il Movimento di Grillo ha dichiarato apertamente che centrodestra e centrosinistra rappresentano la stessa politica reazionaria e che nessuno dei due andava sostenuto (nessuno lo aveva ancora mai fatto). Anzi, che i partiti principali che compongono maggioritariamente la Casta (Pd e Pdl) dovrebbero scomparire dalla scena il prima possibile. A questo sta lavorando Grillo (purtroppo non capito da tutto il suo movimento) e di questo occorre riconoscergli il merito.
Quindi non esito a dire che si deve sperare ed operare affinché il M5S continui l’intransigente opposizione parlamentare, l’unica vera da due decenni a questa parte. Che tale movimento abbia però troppe illusioni nella possibilità (totalmente infondata) di «riformare” il Parlamento italiano è un limite da non dimenticare mai, costituendo esso la più grave ipoteca sul futuro di questo movimento.
Rispetto ai prossimi ballottaggi, la posizione di Grillo non potrebbe essere più chiara:
«Ogni tanto è bene ribadire che il MoVimento non è un partito, non fa alleanze con i partiti, né inciuci. Questo vale per i prossimi ballottaggi dove non appoggeremo la destra e tanto meno la sinistra, tra loro non c'è alcuna differenza, forse la destra ti prende un po' meno per il culo» (grassetto nell’originale).
Limiti politici del M5S
I problemi veri sono ben altri che quello del rifiuto dell’inciucio col centrosinistra, per il quale tanto pregano e hanno pregato i Forchettoni rossi. Innanzitutto, i militanti del M5S, compresi i candidati, che sono piuttosto giovani, scontano il fatto di essere cresciuti durante almeno due decenni di devastazione politica, di cui la sinistra è corresponsabile, con il suo opportunismo elettoralistico e istituzionale combinato a un insopportabile nostalgismo per il peggio prodotto dal movimento operaio internazionale (i vari «socialismi reali») e nazionale (Togliatti e Berlinguer). Le saltuarie gaffes e le stupidaggini di Grillo e di esponenti del M5S, così prontamente denunciate o montate in Rete, non sono tanto il frutto di una precisa visione del mondo ma dell’assenza di una visione complessiva. La giusta rivendicazione di forme di democrazia diretta si scontra con la cesura nei confronti della migliore prassi dei movimenti sociali in lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione, in particolare del movimento politico di massa del 1968. Per questa ragione la protesta contro il potere dei partiti, la corruzione, la politica antipopolare, rimane sulla superficie della degenerazione del sistema politico, non ne approfondisce le cause incurabili. Ne è un esempio la spiegazione moralistica dell’insuccesso elettorale del M5S fornita da Grillo, per cui

«esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti. La prima è interessata giustamente allo status quo.»

A prescindere dall’ingenuo e rozzo schematismo che caratterizza questa analisi, ci troviamo di fronte all’ennesima riproposizione delle «due società», di cui fu pioniere Alberto Asor Rosa nel lontano 1977. Due visioni entrambe sbagliate sul piano sociale e prive di qualsiasi valore politico. Perché, ad esempio, i dipendenti pubblici non hanno affatto alcun motivo di essere soddisfatti del padrone statale né sono riconducibili, al contrario di coloro che della politica hanno fatto professione, ai conservatori dello status quo. Semmai, questa è un’interpretazione dell’insuccesso che va contro lo stesso programma di riforme dei servizi pubblici del M5S, che non è affatto di destra ma di sinistra riformista, come si evince dalla posizione del M5S sul referendum bolognese sul finanziamento delle scuole: a favore della scuola pubblica, contro le private. Questa posizione di Grillo sull’insuccesso elettorale è la spia di un vuoto di visione, di comprensione dei processi profondi. Su questo i militanti del M5S hanno moltissimo da recuperare.
Il problema di fondo del M5S come movimento è però quello di tenersi ancorato, nonostante la novità di cui è portatore, a un vecchio, obsoleto e letale mito di sinistra. Scrive Grillo il 29 maggio, post «Ne resterà soltanto uno»:

«L'obiettivo del M5S è di cambiare il Sistema, le regole del gioco, di introdurre nella Costituzione strumenti di democrazia diretta, oggi totalmente assenti o disattesi».

Ecco, quel che potrà rovinare il M5S, come già la sinistra post-Pci (che in verità nacque già rovinata dai parlamentari cossuttiani, ingraiani, dalle burocrazie sindacali e dai funzionari falliti-in-carriera del Pci) è l’illusione di poter cambiare il sistema per via elettorale e istituzionale, di poter introdurre strumenti di democrazia diretta in uno Stato che è non solo è congenitamente avverso a questi strumenti ma è pure strutturalmente postdemocratico nelle sue ossa.

Necessità di rompere con l’elettoralismo dei partiti (tutti) e di lottare per l’Antiparlamento dei movimenti
La cosa migliore che potrebbe fare Grillo è andare oltre la rottura con la Casta e il suo sistema di manutengoli, rompendo anche con il meccanismo elettorale. Alla lunga la partecipazione alle elezioni trasformerà il M5S in un partito, diverso da altri ma pur sempre partito: il M5S non è figlio della Vergine Maria e, come altre organizzazioni politiche e sindacali, è soggetto alle pressioni della burocratizzazione e dell’integrazione nel sistema. I Forchettoni rossi italiani ne sono un esempio e Grillo farebbe bene a leggere il libro di analisi che come Utopia rossa dedicammo al fenomeno della burocratizzazione «rossa» all’interno della società capitalistica. Gli sarebbe molto utile, nel contesto attuale e rispetto ai fenomeni di degenerazione che già si delineano all’interno dei suoi gruppi parlamentari.
(Tra l’altro, va ricordato che quando facemmo quel libro nel 2007, Roberto Massari scrisse a Grillo proponendogli di collaborare alla stesura del libro. Grillo non rispose ed è stato un vero peccato perché quell’esperienza lo avrebbe aiutato a costruirsi una visione più matura e più disincantata dei meccanismi parlamentari ed elettoralistici all’interno della società del capitale. Ma non è mai troppo tardi, diceva un noto programma televisivo... E il Forchettonismo rosso è sempre dietro l’angolo, in agguato e pronto a profittare delle evidenti lacune e debolezze del M5S.)
Oppure, la partecipazione alle elezioni e la presenza istituzionale ne causerà la lacerazione o la dispersione, perdendo voti verso l’astensione (processo tutto sommato positivo), ma anche, come in queste comunali, verso il voto «utile» e di scambio (processo negativo) meglio rappresentato dal Pd e dal Pdl che di clientelismo sono cresciuti, si nutrono e continueranno a farlo sino alla fine dei loro giorni.

Se questa prognosi è corretta, si confermerebbe la giustezza della prospettiva politica dell’Antiparlamento dei movimenti sociali, anticasta, di lotta contro le istituzioni e il padronato, del tutto al di fuori e contro le illusioni elettoralistiche. Resta da augurarsi che prima o poi anche il Movimento 5Stelle arrivi a porsi sul terreno di una lotta alternativa alle istituzioni parlamentari esistenti, dalle quali escono ormai da vari decenni – e continueranno a uscire nel futuro - solo leggi antisociali e antidemocratiche. Questo Parlamento è un nemico e non un luogo neutro in cui confrontarsi. Le elezioni politiche sono uno strumento totalmente controllato da questo nemico e dai partiti che lo compongono. La dichiarazione di guerra al sistema dei partiti che il M5S ha lanciato, dovrà portarlo prima o poi sul terreno dell’Antiparlamento. Prima ciò accadrà, meno prezzi pagheranno i lavoratori e le lavoratrici italiane.

Istituto Cattaneo, Elezioni amministrative 26-27 maggio 2013. Tutti i partiti perdono consensi rispetto alle precedenti elezioni politiche e regionali. Crolla il M5s e anche il Pdl, il Pd e la Lega. Tiene la Sinistra, http://www.cattaneo.org
Istituto Cattaneo, Elezioni comunali del 2013. I flussi elettorali in quattro città: Brescia, Treviso, Ancona e Barletta, http://www.cattaneo.org
Michele Nobile, «I risultati elettorali confermano e accelerano il disfacimento del sistema parlamentare italiano, 26 febbraio 2013,


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RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)