L’associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l’unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente – con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica – persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

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lunedì 24 ottobre 2011

UN IGNOBILE ATTACCO AI COBAS: L’ANALISI DEL 15 OTTOBRE E COME CONTINUARE, di Confederazione Cobas

Nel sito di Contropiano, giornale della Rete dei Comunisti (questa micro-formazione, che andrebbe definita Rete degli Stalinisti, costituisce da sempre il "braccio politico" della RdB, oggi costituente principale del sindacato USB), che nelle settimane scorse aveva continuamente diffuso resoconti delle riunioni nazionali per il 15 ottobre che accusavano i promotori del corteo a P.S.Giovanni di essere al servizio del centrosinistra per depotenziare la protesta, è comparso un ignobile scritto, una vera dichiarazione di guerra nei confronti di Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei COBAS, di Luca Casarini (oltre che di Vendola) e di quelle che vengono definite le “loro rispettive formazioni politiche", e cioè, per quel che ci riguarda, i COBAS.

Miserabili farneticazioni staliniste

Nel miserabile e farneticante testo stalinista Bernocchi e Casarini (e "le loro formazioni politiche") sono dichiarati "nemici di classe... personaggi e forze politiche simili a Noske e a quelli che hanno armato prima e poi protetto le mani degli assassini di Karl e Rosa (n.d.s. Liebknecht e Luxemburg) e che hanno fatto scempio degli spartachisti... che hanno dato un pieno appoggio alla guerra imperialista in Libia, e lo hanno tradotto sul piano nazionale nel partito della delazione al servizio delle classi dominanti…che vanno combattuti (n.d.s. manu militari?) in ogni contesto di classe come agenti attivi della borghesia imperialista". C'è poi la accusa, già fatta circolare ossessivamente in questi giorni, su posti nel "sottobosco politico governativo" che ci sarebbero stati promessi dal centrosinistra, leit-motiv di chi, sulla base di questa folle tesi, per un mese ha bollato, nel Coordinamento 15 ottobre e fuori, la proposta di concludere a P.S.Giovanni come scelta di "collaborazione di classe" e di resa alla borghesia e al centrosinistra.
La pubblicazione del delirante scritto, che ripropone le peggiori argomentazioni staliniste di parecchi decenni fa, ci pare una testimonianza decisiva e inappellabile sul ruolo svolto da questa gente nell'ultimo mese e sull'insanabilità del conflitto scagliatoci contro in tale periodo. Pensiamo che nessuno/a debba sottovalutare la faccenda. Se gente che è stata nel Coordinamento pubblica tale materiale infame, che invita a "combattere" (con ogni mezzo, si capisce dalla furia delle accuse) i Noske odierni, significa che ha deciso di dichiarare guerra in primis ai COBAS, a Global Project, a Uniti per l'Alternativa ma, più in generale, a tutti coloro che volevano un gigantesco corteo verso S.Giovanni, con accampate successive, come strumento per garantire non solo la più ampia partecipazione ma soprattutto la prosecuzione e l’allargamento della lotta contro la crisi.
Il lurido attacco è personificato ma è diretto alle nostre "formazioni politiche" e, data la violenza delle argomentazioni, lascia facilmente intendere che si possa (o si debba) arrivare nei nostri confronti alla aggressione fisica anche in forme pesanti, come meriterebbero "assassini alla Noske" o "nemici di classe" con le mani sporche di sangue delle Rose e Karl odierni. E’ ovvio che, come COBAS, noi ne trarremo le immediate conseguenze in ogni sede, troncando ogni rapporto con gente del genere e invitando alla massima vigilanza nei confronti di chi osa farci minacce di tale gravità. Ma ci pare altresì utile estendere il discorso a una serie di altre infamie nei nostri confronti che, pur non raggiungendo il parossismo violento di questo scritto, spiegano il clima in cui è maturato.

Cosa hanno fatto realmente in piazza i COBAS

Per l’opera di autotutela del nostro pezzo di corteo ma anche di una parte significativa del resto, come COBAS siamo stati accusati in rete e in alcune liste e blog di una serie di nefandezze inventate di sana pianta. Coperti dall’anonimato vigliacco, alcuni sedicenti “compagni/e” ci hanno accusato di avere, nell’ordine: a) consegnato alla polizia alcuni degli sciagurati sfasciacarrozze durante il corteo; b) caricato e picchiato parte degli stessi; c) sollecitato ed effettuato delazioni nei confronti degli autori di “prodezze” come l’incendio di una casa privata con  inquilini sottratti in extremis al rogo o di decine di auto a pochi metri dal corteo o il saccheggio di una sacrestia con annessa distruzione di statue religiose; d) il tutto pur di ottenere qualche seggio parlamentare nelle prossime (?) elezioni nelle liste di SEL.
In realtà i COBAS, rischiando pesantemente in proprio, hanno cercato di garantire in ogni modo l’incolumità del maggior numero di persone possibili e la volontà generale di concludere il corteo a P. S. Giovanni, per dare poi avvio in piazza ad una permanenza stabile e crescente della protesta. Lo abbiamo fatto a mani nude, tutelando in primis il nostro pezzo di corteo (per inciso il più grande tra quelli delle singole organizzazioni), ma attraversando strade in fiamme cercando di evitare danni ad ognuno/a, senza disunirci, subendo cariche di polizia a pochi metri senza un passo indietro e facendo muro in difesa dei non-organizzati, resistendo un’ora e mezza tra i lacrimogeni che arrivasse il resto del corteo a S. Giovanni, tra i raid delle camionette e la folle scorreria dei blindati con gli idranti che hanno persino investito il nostro camion e evitato il morto per puro caso.
Abbiamo conservato la compattezza fino alla ripartenza per il Circo Massimo quando è apparso evidente che il Ministero degli Interni aveva deciso di aggredire la piazza per umiliare e criminalizzare la protesta dell’intero corteo e che dunque non eravamo più in grado, restando a S. Giovanni, di tutelare alcuno/a.
Ma abbiamo fatto anche di più. La cecità o il cinismo di chi plaude agli sfasciavetrine e ai devastatori - che in realtà hanno offerto un gigantesco regalo al governo ma anche a quell’”opposizione” di centrosinistra che, convinta di avere il potere a portata di mano, vuole sbarazzarsi anch’essa di un movimento tanto ingombrante – fanno loro cancellare il fatto che magari uno 0.01% degli italiani ce l'avrà pure con noi “da sinistra” (o meglio, così crede), ma che nel contempo la stragrande maggioranza non solo dei partecipanti al corteo ma di coloro che guardano con simpatia al movimento anti-crisi ci chiedono piuttosto come mai non abbiamo buttato fuori i devastatori.
E questo umore si è manifestato durante tutto il corteo. A ripetizione centinaia di singoli manifestanti non “inquadrati” hanno chiesto l’espulsione degli sfasciacarrozze e a mani nude li hanno affrontati. Siamo dovuti intervenire ripetutamente (e le documentazioni sono facilmente reperibili) per impedire scontri interni al corteo che lo avrebbero ancor più devastato o per sottrarre, dalle mani dei più arrabbiati, sciagurati che ne avevano fatto di davvero grosse (tipo il distruttore e calpestatore di Madonne o chi metteva bombe-carta nei cassonetti a cinque metri dal corteo). D’altra parte tale compito potevano assumerselo solo coloro che avevano una parte strutturata: perché, a chi ci accusa di disorganizzazione, dobbiamo ricordare che più di metà corteo era fatta di manifestanti che non volevano collocarsi in nessuno dei pezzi organizzati (in cui giustamente si riservavano il diritto di non riconoscersi) né accettavano limitazioni alla loro libertà di movimento.
Tale nostra posizione appare oggi (come durante il corteo) non solo larghissimamente maggioritaria a livello di massa ma anche  l’unica utile per far ripartire alla grande il movimento: ed è apprezzato il coraggio e la determinazione con cui la stiamo portando avanti, malgrado gli attacchi di ristretti settori di una “compagneria” che sembra intenzionata a vivere tutta la propria esistenza politica con lo sguardo rivolto al passato, o meglio ai momenti più drammatici o tragici di esso.

Una folle motivazione: vi sfasciamo il corteo perché vi siete accordati con SEL.

Letteralmente agghiacciante, infine, la motivazione venuta da alcuni (tipo il comunicato su Info-Aut di una ben nota area, “Volevano fare un comizio. E invece…”, che irride agli organizzatori, considerati venduti al centrosinistra e che inneggia ai distruttori che avrebbero impedito il subdolo piano) secondo la quale il corteo sarebbe stato demolito giustamente perché nascondeva un patto scellerato con SEL da parte di alcuni dei promotori (Uniti per l’Alternativa). Proprio dall’interno del Coordinamento 15 Ottobre era partita questa incredibile lettura di alcune proposte di corteo (segnatamente l’arrivo a P. S. Giovanni) da parte di forze che, malgrado la loro storica ultra-moderazione di piazza, hanno imposto uno scontro sulla distinzione tra sponsor di un ipotetico centrosinistra “rinnovato”, che avrebbero voluto depotenziare la protesta portandola a P.S.Giovanni e veri antagonisti, assediatori dei palazzi del potere, che volevano andare verso P. Venezia- P.Navona. Nelle settimane precedenti al corteo, questa accusa è stata ingigantita all’esterno con una litania, ripetuta ossessivamente su tutte le liste e in tutte le assemblee pubbliche, in cui si è distinta proprio quell’area politico-sindacale stalinista che pubblica su Contropiano i deliri contro “i nemici di classe”, creando l’humus ideologico e politico che ha fatto sì che il vero “palazzo del potere” da demolire diventasse il Coordinamento 15 ottobre e la manifestazione di P.S. Giovanni.
In realtà, questi apprendisti stregoni, e gli altri che si sono aggregati fomentando l’ostilità verso gli organizzatori e le scelte di corteo “imbelle”, depotenziante la rivolta a favore di inciuci con il centrosinistra, rappresentano non già forze sociali incazzate ma gruppettari politicanti che vivacchiano su un estremismo parolaio e solleticano una radicalità di piazza parassitaria, che agisce solo con copertura di cortei di massa, usati vigliaccamente come “scudi umani”. Tutti costoro hanno pensato che, a causa delle posizioni assunte sul 15 dai COBAS e da altre forze, si fosse aperto uno spazio “a sinistra”, da occupare con un politicantismo analogo a quello delle caste istituzionali.
Come COBAS, non sappiamo se l’offerta di posti parlamentari per le prossime (?) elezioni politiche nelle liste di SEL sia vera o no. Crediamo che Vendola negli ultimi tempi, come si dice a Roma, abbia cercato di vendere il Colosseo ad un sacco di gente. I diretti interessati negano e noi prendiamo per buone le dichiarazioni, anche perché l’ipotesi di un governo con parlamentari da Casini a Casarini (tanto per fare un nome) ci sembra fantascienza: uno schieramento del genere verrebbe fatto a pezzi. Ma quand’anche ci fosse del vero, l’idea che qualcuno, per dispetto, distrugga una manifestazione di centinaia di migliaia di persone  (o solleciti a farlo) segnala l’incredibile degrado e la assoluta mancanza di scrupoli di una parte non irrilevante del mondo sedicente “antagonista”.
Di certo l’accusa appare grottesca per quel che ci riguarda. Come COBAS, nelle due circostanze in cui il centrosinistra è andato al governo, siamo stati non solo assolutamente intransigenti nei confronti delle sue politiche neoliberiste: ma, tra le forze consistenti politico-sindacali siamo stati la principale nella lotta concreta e quotidiana (dal lavoro, alla guerra, dalle politiche sociali a quelle istituzionali) alle scelte dei governi Prodi 1 e 2, D’Alema, Amato: e per questo siamo stati ripetutamente accusati di “fare il gioco della destra”. E lo stesso succederà se a breve arriverà (?) un nuovo governo di centrosinistra, perché diamo per altissimamente probabile che le politiche di cui si farà carico saranno simili nella sostanza a quelle berlusconiane.

Il perché della scelta di P. S. Giovanni

La nostra scelta, come quella della grande maggioranza del Coordinamento, di un corteo verso S.Giovanni, nasceva da considerazioni persino ovvie, se non si fosse stati accecati da un miserabile politicantismo e dal desiderio di esasperata conflittualità concorrenziale con le forze che apparivano più coinvolte nel processo di costruzione del corteo. Registravamo (e registriamo) una conflittualità sì diffusa ma dispersa e inadeguata alla enormità dello scontro in atto con i poteri economici e politici capitalistici: le mobilitazioni al Parlamento contro la manovra hanno raccolto per una decina di giorni non più di 500 persone, né in altri luoghi si sono registrate successivamente proteste davvero significative, malgrado l’incazzatura diffusa, i mugugni e i lamenti generalizzati.
Avevamo bisogno di dare la possibilità a centinaia di migliaia di persone, nel quadro esaltante – finalmente – di una unità internazionale contro la crisi nella stessa giornata del 15, di venire a Roma per dimostrare che contro la gestione feroce che il capitalismo sta facendo della crisi, non c’erano solo piccole avanguardie: le avremmo volute tutte insieme in un corteo pacifico e che poi avessero potuto restare a Roma il più a lungo possibile per ingigantire la voglia di ribellione e di lotta popolare. E come potevamo realisticamente farlo, dicendo: venite in 200-300 mila, magari in mezzo milione, per andare a finire in una piazza (P. Navona o del Popolo) che ne contiene non più di 30 mila mentre gli altri assediano i palazzi del potere?
E, ad agevolarne la venuta a Roma in massa, ci siamo riusciti: i partecipanti, in buona parte con mezzi propri, sono arrivati a valanga, ben più del previsto, attirati non da questa o quella forza, ma dal vastissimo schieramento, in apparenza unitario, che ha riprodotto i meccanismi di amplificazione già visti dieci anni fa a Genova. Sono venuti per darsi reciprocamente fiducia, per avviare una grande mobilitazione popolare, non per smontarla e umiliarla con i modelli degli sfasciacarrozze.
Che chiamiamo così perché non li vogliamo schiacciare su questo o quel gruppo o identità, ma solo sulle loro modalità di azione. Ovviamente non pensiamo che essi siano tutti estranei ai movimenti, che vengano da Marte, o che siano prezzolati, infiltrati ecc..Ma non accettiamo neanche la strumentale sociologia d’accatto che ne accetta le ragioni e le modalità d’azione in quanto sarebbero figlie della disperazione, dell’assenza di prospettive e soprattutto della rabbia. Come ha già ricordato qualcuno, anche i razzisti, gli xenofobi, i nazisti, gli autori di pogrom anti-migranti ecc..sono pieni di rabbia, ma questo non ce li rende vicini, né l’esaltazione delle azioni devastatrici del 15 ci approssima di un centimetro (anzi ci allontana irrimediabilmente) ai nostri obiettivi.
In realtà siamo di fronte ad un mix cangiante, e indefinibile con un unico termine, di: a) gruppetti di politicanti di quarto ordine che esercitano da anni la funzione di sfasciacarrozze irresponsabili come modo di presenza politica e che organizzano in prevalenza giovani o giovanissimi, per lo più analfabeti politicamente, che si convincono, in mancanza di alternative per loro valide e comprensibili, che quella è l’unica forma di protesta radicale; b) ultrà da stadio che possono passare indifferentemente dagli scontri nelle curve a quelli in piazza e dove spesso destra e sinistra si mischiano in pratiche analoghe; c) giovani raggruppati ad hoc, modello black bloc nordico, che si ritrovano solo saltuariamente e nei grandi eventi con l’obiettivo di ottenere il massimo spazio mediatico per scuotere con l’uso della forza più scervellata il “popolo bue”.
A questo mix, stavolta di 6-700 persone (ma in altri paesi si va ben oltre), si è solo apparentemente sommato almeno un altro migliaio di manifestanti che, pur intenzionato a concludere pacificamente il corteo a S.Giovanni ha reagito con la forza al demenziale e terroristico comportamento a P.S. Giovanni di reparti di carabinieri o poliziotti mandati scientemente allo sbando da parte del Ministero degli Interni, una volta compreso che si poteva assestare al movimento una botta micidiale per poi passare a lanciare una repressione preventiva nei confronti delle possibili lotte future. In effetti la distruzione del corteo sarebbe stata ancora evitabile senza l’apparentemente folle intervento delle “forze dell’ordine” nella piazza finale che, in parte, ha ripetuto il meccanismo di Genova. Nessuna traccia di esse in quasi tutto il corteo – e menomale – ma poi intervento improvviso e pazzesco in conclusione, con una truppa sbandata e mandata allo sbaraglio con caroselli ingestibili, dove hanno rischiato la pelle o comunque gravi conseguenze in primis i manifestanti ma anche agenti buttati in extremis nella mischia dal Ministero degli Interni.


Gli effetti concreti delle mitologie insurrezionali

Se la piazza ci fosse stata lasciata libera, vi avremmo portato decine di migliaia di persone, concludendo comunque il corteo, come di fatto il nostro servizio di autotutela stava garantendo, portandosi dietro ancora tanta parte dei manifestanti. Ma la oggettiva manovra a tenaglia devastatori-Ministero Interni (non crediamo a collusioni soggettive, prendiamo atto degli effetti oggettivi), ha distrutto ogni possibilità del genere. E le ragioni le vediamo in questi giorni. A differenza di Genova 2001, quando gli apparati di polizia uscirono altamente screditati e sotto accusa a livello popolare e non poterono programmare atti repressivi significativi, stavolta il governo (ma anche il centrosinistra che al governo vorrebbe arrivare presto) sente di avere il vento in poppa e lancia un programma di leggi speciali, forti restrizioni della libertà di manifestare e arresti a tappeto da mettere in cantiere, per stroncare a priori possibilità di serie lotte future.
Il tutto, purtroppo, sull’onda dello sconcerto che gli sciagurati comportamenti di piazza dei devastatori hanno provocato tra milioni di persone, pur ben disposte verso il movimento ma per le quali è inconcepibile che bruciare una abitazione privata con dentro gli inquilini, distruggere Madonne in piazza, bruciare auto che possono esplodere a qualche metro dai manifestanti, mettere bombe-carta nei cassonetti con effetti analoghi, cercare di incendiare l’autobotte dei Vigili del fuoco che cerca di spegnere gli incendi, possa far avanzare di un passo la lotta contro la crisi.
In questo assalto preventivo ai movimenti, governo e “opposizione” di centrosinistra stanno andando naturalmente a braccetto: e la spiegazione l’ha data Di Pietro, che per primo ha invocato la riesumazione della nefasta legge Reale, in una trasmissione di Matrix a cui partecipavamo, affermando che, quando tra poco il centrosinistra andrà al governo, si troverà di fronte “lo stesso problema” (il controllo  e il depotenziamento delle proteste e delle lotte) e dunque ben vengano leggi bipartisan in materia, qui ed ora.
E’ alla luce di queste considerazioni che dobbiamo leggere la risposta e la resistenza ai caroselli e agli attacchi di polizia a S. Giovanni che hanno riguardato certo un buon numero di manifestanti che non aveva partecipato alle devastazioni: comportamenti che però non possono in alcun modo costituire una “riabilitazione” dei distruttori. Si tratta certamente di due fasi diverse: ma la seconda non giustifica la prima. E sopratutto l’esaltazione di tale “resistenza” ci pare fuori luogo. E’ assurdo trattare quella fase come addirittura l’alba della insurrezione di una nuova generazione, la Piazza Statuto dei precari. Davvero si crede che oggi il nostro problema sia come resistiamo/attacchiamo in piazza la polizia? Ci sono insurrezioni a portata di mano? O si pensa di poterle simulare, come con incredibili effettivi distruttivi hanno fatto negli ultimi due anni gli anarchici greci, con il risultato dei tre impiegati bruciati nei loro uffici, dell’allontanamento di una marea di gente dai cortei, fino alla gigantesca rissa a P.Syntagma nel giorno dell’ultimo sciopero generale con il servizio d’ordine del Partito comunista greco (KKE) che scaccia a bastonate dalla piazza 500 anarchici che attaccavano la polizia, lasciando a terra una quarantina di persone dei due schieramenti, e vi insedia un corteo di trentamila persone che, malgrado i tanti feriti, si sentono liberate da una minaccia?

Che fare adesso

Ebbene, che fare ora? Le sensazioni della grande maggioranza dei manifestanti sono di profonda delusione, sconcerto, rabbia verso i devastatori e la gestione governativa delle “forze dell’ordine” ma anche di critica agli organizzatori per come non sono riusciti a gestire un corteo che 6-700 persone volevano attivamente buttare per aria. Il Coordinamento 15 Ottobre si è sciolto malamente, non avendo potuto neanche varare un comunicato unitario, anche se a suo merito resta la straordinaria riuscita della partecipazione. L’area che si considera antagonista è lacerata come forse mai in precedenza, al punto che non appare possibile nel breve periodo la riproposizione di un’unità generale che riproduca lo schieramento della manifestazione, malgrado la precipitosa marcia indietro di alcuni apprendisti stregoni, anche perché non si può evitare di constatare che, alla fin fine, nessuno si è avvicinato ad alcun palazzo del potere (e sì che volendo i vari gruppetti di sfasciacarrozze avrebbero potuto farlo) ma in tanti hanno dato una mano per demolire il “palazzo” del Coordinamento e la gestione del corteo verso S. Giovanni.
Purtuttavia, la richiesta di spazi e di azioni comuni resta molto alta ed è sacrosanta. Crediamo però che tali spazi comuni non si possano più esercitare con chi non solo mette in campo pratiche incompatibili con la crescita di un movimento di massa e con la diffusione degli obiettivi anti-crisi a livello popolare, ma che ha dimostrato pure un disprezzo totale per la democrazia di movimento, lamentandosi per le sovra-determinazioni del quadro istituzionale sui movimenti ma poi mettendo in atto la più clamorosa delle prevaricazioni, imponendo a circa 300 mila persone la volontà di meno di un migliaio di essi. Sul resto discuteremo, tra noi e con tanti altri/e, organizzati o meno, sulle modalità e i temi della grande alleanza sociale, sindacale e politica anti-crisi, unico strumento utile per ottenere vittorie, che non affideremo di certo mai al quadro istituzionale ma neanche a salvifici partiti, presunti unificatori e guide dei movimenti.
Fin d’ora invitiamo tutta la nostra organizzazione, e chi la pensa più o meno come noi, a dedicare la massima attenzione affinché tali livelli unitari si realizzino intanto a livello locale, soprattutto dove spazi unitari si sono già costituiti, guardando però non al gruppettarismo più deteriore e datato e alle sue sempre più insopportabili beghe concorrenziali, quanto a quelle centinaia di migliaia di militanti che non fanno riferimento ad una forza o all’altra, ma sono attirati da ampie alleanze (vedi ad esempio il caso emblematico di Genova che il 15 ha portato 1500 persone sull’onda del Decennale) e che per questo hanno risposto all’appello del Coordinamento e sono venuti/e in massa a Roma.
Decisiva, per permettere a centinaia di migliaia di persone nei prossimi mesi di tornare in piazza, per estendere la lotta contro la crisi ma anche quella indispensabile contro la repressione (ed è l’effetto agghiacciante delle pratiche devastatorie che ci costringerà nell’immediato a dedicare tanto tempo alla lotta contro la repressione e il  restringimento degli spazi democratici, piuttosto che alle nostre argomentazioni anti-crisi), sarà la massima chiarezza sulle pratiche e sulle modalità del manifestare. A tal proposito ci aiutano i no-Tav che hanno stabilito per la manif in Valle del 23 ottobre quelle che un giornalista ha chiamato le "regole di ingaggio". E cioè, si manifesta: a) a volto scoperto; b) senza nessun atto di attacco; c) senza nessun uso di strumenti di offesa; d) chi non rispetta le regole è fuori dal movimento e dalla manifestazione. E i risultati si sono visti: una grande e bella manifestazione popolare che ha raggiunto, a differenza di Roma, i suoi risultati politici rispettando persone, territorio e beni comuni cittadini.
Interessante soprattutto il quarto punto delle “regole”, perché sorge spontanea la domanda: chi fa rispettare, in analoghi casi, la volontà popolare diffusa e maggioritaria? E perché non si poteva procedere nello stesso modo a Roma il 15? Se la Val Susa è, come è, un bene comune che tutti vogliamo/dobbiamo salvaguardare, non lo è anche la città di Roma e qualsiasi altra città? Certo, non proponiamo una mitologia di strade, palazzi e monumenti, né riteniamo che in circostanze particolari (vedi le piazze egiziane o tunisine) altri scenari non si possano aprire e far cambiare  comportamenti. Ma, qui ed ora, tra le cose da salvaguardare nelle prossime manifestazioni, oltre in primis alla difesa dei manifestanti, dei cittadini indifesi e delle loro piccole proprietà di salariati o gente del popolo, c’è anche un patrimonio collettivo che riguarda tutti/e.
Se tali regole valgono per quello che attualmente è considerato il movimento più conflittuale d’Italia, possono andare bene anche per tutti/e noi nelle prossime manifestazioni. Peraltro non crediamo affatto indispensabile l’uso di “forze di dissuasione” per far rispettare regole del genere. Se c’è un accordo tra organizzazioni che si rispettano, hanno fiducia reciproca e non stracciano proditoriamente i patti, i distruttori non vengono perché sanno che non c’è trippa per gatti.
E tutto ciò deve valere intanto a partire dal prossimo grande appuntamento nazionale, quello dei Movimenti per l’acqua pubblica per il 26 novembre, che i Comitati hanno fatto benissimo a non disdire: la revoca sarebbe stata un pessimo segnale di arretramento e di resa, mentre riprenderci la piazza, garantendola però dalla ripetizione dei disastri romani del 15, è obiettivo primario per tutto il movimento anti-crisi. Tutelare tutti/e i partecipanti a quel corteo, garantirne collettivamente la pacificità e la responsabilità, pur nella giusta indignazione verso un governo e verso una sedicente opposizione che vorrebbero cancellare i risultati del referendum, spetta certo in primis ai Comitati, ma con la assoluta collaborazione e partecipazione di tutte le forze che hanno contribuito allo splendido successo referendario che, ce lo ricordava giorni fa uno dei promotori del movimento, è la cosa più radicale, antagonista e anticapitalista avvenuta in Italia negli ultimi anni. Altro che le vetrine rotte e le macchine e i cassonetti incendiati!!

Confederazione COBAS

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.