L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

lunedì 1 agosto 2016

TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA, di Pier Francesco Zarcone

Fethullah Gülen
L'IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan - suo ex alleato - addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo. Infatti Erdoğan, senza l'appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente "moderato" e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all'inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell'islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - Akp). Come mai?
La spiegazione è semplice: Gülen aveva costituito un potente e articolato impero economico e culturale di matrice islamica in seno alla Turchia ancora laica costruita da Atatürk, tant'è che nel 1999 reputò più opportuno lasciare il paese e trasferirsi negli Stati Uniti (Pennsylvania), dove tuttora risiede, per sfuggire a un processo per eversione. Anche dall'estero il potere di Gülen si fece sentire, e senza l'appoggio dei gülenisti forse Erdoğan non ce l'avrebbe fatta a tarpare le ali ai settori delle Forze armate a lui ostili (cioè la "vecchia guardia"): e può essere significativo che le componenti kemaliste non abbiano appoggiato il recente golpe, non a caso subito condannato dal Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi - Chp), erede del kemalismo.
La confraternita di Gülen, Hizmet («servizio»), può essere paragonata a un misto di Opus Dei, di Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, ma molto più potente e ramificata, con a capo un personaggio ambiguo, scrittore, uomo d'affari, mistico sufi, predicatore, capace di importanti amicizie (come quella con Giovanni Paolo II) e ricchissimo. Il suo impero (non casualmente definito uno Stato nello Stato) ha milioni di seguaci (4 o 5 solo in Turchia) e un fatturato di parecchi miliardi di dollari (si dice siano almeno 25) che hanno consentito di costruire (anche fuori dalla Turchia) centinaia di scuole e istituti preparatori, università, centri di studi religiosi e di mutuo soccorso, di controllare giornali, televisioni e gruppi economici, con forti e ampie ramificazioni nella magistratura, nella polizia e nelle Forze armate. Controlla l'impero mediatico Zaman (comprendente l'omonimo quotidiano), il giornale Aksiyon, l'agenzia di stampa Cihan, varie stazioni televisive e radiofoniche (come Samanyolu TV e Burç FM), l'importante ente di finanza islamica Bank Asya e la confederazione imprenditoriale Tüskon, fondamentale nelle strategie di espansione delle imprese turche in Africa e nel Vicino Oriente.
Per capire l'importanza e la capacità d'influenza dell'insegnamento gülenista, diciamo solo che la sua rete di scuole e università passa dalla Turchia per l'Asia centrale, va dal Marocco all'Indonesia, tocca Parigi e arriva fino alle due Americhe. Questo sistema scolastico raccoglie 2 milioni di studenti, più i frequentatori della vasta rete di corsi preparatori ai test d'ingresso alle università. Da notare che si tratta di un sistema in cui l'insegnamento è rigido, elitista e chiuso, con legami che vanno mantenuti anche dopo la fine degli studi: per esempio i laureati, gli avvocati di nomina recente e quanti escono dalle accademie militari e di polizia devono consegnare alla confraternita gülenista il primo stipendio quale segno di riconoscimento (del resto anche i sostenitori di Gülen danno parte del salario o degli introiti a Hizmet). Non è senza significato che la Russia - stante l'obiettiva funzione culturale filostatunitense della rete di Gülen (i cui contatti con la Cia sono più di un sospetto) - abbia disposto la chiusura di tali scuole e l'espulsione dei loro insegnanti in Baschiria e Tatarstan.
Sotto un certo aspetto l'organizzazione gülenista tende a presentarsi bene agli occhi occidentali: per esempio è favorevole agli Stati Uniti e ad Israele, e pratica il dialogo fra le religioni e con le minoranze non turche del paese quali l'armena e la curda; in definitiva appare come un esempio di quell'Islam "moderato" che tanto piace a media e politici occidentali. In realtà restano forti in essa i connotati del nazionalismo turco più intransigente, che si manifestano nell'ostilità a una maggiore autonomia per i curdi e nel diniego del genocidio armeno.

L'ITINERARIO STORICO DI GÜLEN

Gülen ha alle spalle una lunga storia che lo collega alla "Turchia profonda", sopravvissuta alla forzata modernizzazione occidentalizzante voluta da Atatürk. Questa Turchia aveva momentaneamente chinato la testa e si era in vario modo occultata in attesa di tempi migliori. E questi sono poi arrivati.
Gülen politicamente ed economicamente "nacque" negli anni '80 del secolo scorso dopo la morte dell'imam Mehmet Zahid Kotku, rinnovatore dell'ordine sufico dei Naqshbandi, la cui influenza andava dalla Turchia all'Iraq, fino all'Asia centrale. A questa confraternita Kotku aveva conferito un taglio socio-politico che gli aveva permesso di fare proseliti anche illustri, come il presidente turco Turgut Özal, Necmettin Erbakan, Erdoğan e anche un personaggio che potrebbe essere il punto di collegamento fra lo stesso Erdoğan e l'Isis, con cui ha fatto buoni affari la famiglia Erdoğan: si tratta di Izzat Ibrahim ad-Duri, l'ex vice di Saddam Hussein e artefice dell'alleanza fra ex militari baathisti e Isis. Ma questo è un discorso a parte, suscettibile di aprire scenari interessanti.
L'atmosfera propizia alla decisa ascesa del gruppo di Gülen si ebbe grazie al colpo di Stato del 1980, cioè quando la giunta militare salita al potere in funzione contraria alle sinistre turche puntò alla sintesi fra Islam sunnita e identità turca (Türk-Islam sentezi), con tanti saluti al laicismo kemalista, di cui non è vero che i militari siano stati sempre tutori. L'anticomunismo di Gülen trovò quindi il clima ideale. Poi ci fu il crollo dell'Urss, che consentì l'espansione della predicazione gülenista nella ex repubbliche sovietiche turcofone dell'Asia centrale, e soprattutto l'installazione di una rete di scuole in quei territori. Poiché sotto tutti i cieli i politici soffrono di forte miopia e pur di avere vantaggi contingenti mettono a rischio il "patrimonio di famiglia", ecco che proprio il Primo ministro ultralaico dell'epoca, Bülent Ecevit, pensò bene di avvalersi della rete asiatica di Gülen per estendere l'influenza della Turchia in Asia centrale. Paradossalmente (ma non tanto, perché la corsa al potere non tollera concorrenti) fu lo stesso Gülen ad appoggiare nel 1977 l'ennesimo golpe che rovesciò il Primo ministro Necmettin Erbakan, colpevole di eccesso di islamismo.
Punto forte della visione di Gülen, effettivamente concretizzato da Erdoğan, era l'emancipazione economica, attraverso un'intensa spinta imprenditoriale, della classe media tradizionalista trascurata dai kemalisti. Inutile dire che mentre Erdoğan e il suo partito, con l'appoggio di Gülen, cominciavano attivamente a ridurre lo strapotere militare, anche i gülenisti compivano la loro scalata in vari settori vitali della società turca, compreso il partito Akp al potere.
Il progressivo estendersi dell'influenza gülenista giocava su almeno due fattori favorevoli alla chiamata a raccolta, culturalmente sostenuta, della società musulmana turca conservatrice: l'arretramento dello Stato in vari settori del "sociale" e la crescente urbanizzazione degli esodati dall'Anatolia per ragioni economiche. In rapporto all'impostazione della propaganda politico-culturale di Gülen si è parlato di modernità conservatrice alternativa, concretizzatasi nell'adesione alla scienza occidentale, ma per dare slancio al persistente vigore intellettuale della Turchia islamica a fronte di un Occidente ormai senza nerbo spirituale.

LA FAIDA TRA GÜLEN ED ERDOĞAN

La fine del sodalizio apparentemente solido risale al 2011: troppo potere aveva accumulato Gülen per non preoccupare lo stesso Erdoğan che, oltre ad avere altrettanta sete di potere, si rese conto dell'estrema pericolosità del grande apparato messo su da Gülen e dell'inerente potenza economica. L'alleanza dimostrò tutto il proprio carattere contingente, e poiché il nemico comune appariva messo alle corde, se ne poteva fare a meno tranquillamente. Così, quando vennero preparate le liste elettorali dell'Akp per le politiche di quell'anno, almeno 60 gülenisti ne furono esclusi e inoltre il progetto di riforme dell'Akp per modernizzare la Pubblica amministrazione diventò lo strumento per eliminare da importanti incarichi i seguaci di Gülen, con particolare riguardo al vitale ministero della Pubblica istruzione. Oltretutto Erdoğan rivolse in proprio l'attenzione al mondo degli appalti, beneficiandone per lo più (e per i contratti maggiormente lucrativi) imprenditori vicini all'Akp o suoi clienti a scapito dei gülenisti.
Poi nel 2009 ci fu la crisi finanziaria del gruppo Dogan, il più importante titolare di partecipazioni nei media turchi. La prospettiva della sua bancarotta e la conseguente iniziativa di mettere in vendita alcune tra le sue principali testate e reti televisive apriva le porte all'acquisizione di posizioni di controllo da parte di Gülen, e per evitarla il Parlamento mediante apposito decreto ridusse e "spalmò" il debito di Dogan, evitandone il fallimento. Come conseguenza di tale aiuto, Erdoğan conseguì notevoli vantaggi: il favore di vari media del gruppo, l'inserimento di suoi uomini nei Consigli di Amministrazione e l'allontanamento di giornalisti critici verso il governo. La situazione precipitò all'inizio del 2012, con un'inchiesta giudiziaria su Hakan Fidan, capo dei Servizi segreti (Mit), e altri cinque fedelissimi di Erdoğan per presunta connivenza in una strage di civili curdi. Poiché l'inchiesta mirava a indebolire Erdoğan colpendone dei fedelissimi, costui fece approvare subito dal Parlamento una legge fatta apposta per salvare i suoi. Si sospettò e si disse che dietro l'iniziativa della magistratura ci fosse Gülen. Cominciava la guerra aperta.

UN BILANCIO POCO CONSUETO

In Turchia, sette anni fa (all'epoca le "primavere" arabe, la guerra in Siria, l'Isis ecc. non erano nemmeno immaginabili), una persona legata al partito kemalista Chp, parlando con l'autore di queste righe, definì Fethullah Gülen e il suo network in assoluto quanto di più pericoloso ci fosse per la Turchia laica; ancor più del partito Akp di Erdoğan. La situazione era ancora diversa da quella odierna, ma i segnali di un'islamizzazione accentuata c'erano tutti. E si capiva che qualcosa andava a cambiare. Effettivamente c'è da chiedersi se l'abbandono anche formale dei parametri kemalisti sarebbe stata possibile senza la capillare opera di propaganda ed educazione svolta dai vari elementi della rete gülenista. In definitiva questa ha svolto il vero lavoro di de-laicizzazione di massa che l'Akp non avrebbe potuto realizzare. Il lavoro l'hanno fatto Gülen e i suoi, ed Erdoğan ne ha colto e ne coglie i frutti, colpendo oggi il suo più pericoloso rivale.
Resta invece intatto (e forse maggiore) il pericolo per una Repubblica dalla sempre più vacillante laicità. Non ci sarebbe da stupirsi se dopo la resa dei conti con i gülenisti si aprisse anche quella con i settori laici, che però sono quasi il 50% della popolazione; e se apparentemente Erdoğan, a questo punto, potrebbe apparire in posizione migliore di prima avendo epurato gli avversari islamici, tuttavia resterebbe l'incognita relativa al suo rafforzamento sostanziale, proprio per aver fatto piazza pulita più nel campo islamista che in quello laico. Si vedrà.

FALLITO GOLPE E POLITICA ESTERA TURCA

Dopo il fallito golpe in Turchia l'attenzione dei media nostrani si è tutta concentrata sulle conseguenze della vendetta di Erdoğan in politica interna. Niente di criticabile, per carità, solo che sarebbe opportuna qualche riflessione sulle possibili ricadute nella politica estera turca. Alla delicatezza dell'argomento si aggiungono la fluidità della situazione, la possibilità di mosse "audaci" di Erdoğan (che dispone di una maggioranza assolutamente prona in Parlamento) e le non escludibili reazioni nel restante 50% del popolo turco e in quel che rimane degli alti e medi quadri delle Forze armate, per quanto decapitate attualmente siano.
La sapienza popolare dice che dove c'è fumo c'è arrosto, e in Turchia di "fumi" ce ne sono parecchi. Ai nostri fini sono di particolare interesse la salita dei toni verso gli Stati Uniti, con la maggiore specificazione delle accuse a essi in merito all'asserito ruolo svolto dietro le quinte del golpe, e l'accrescersi della "cordialità" verso la Russia. Sotto quest'ultimo profilo va rimarcata la recentissima dichiarazione di un personaggio non di secondo piano, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoğlu, che ha addirittura espresso gratitudine a Vladimir Putin per il pieno sostegno dato al governo turco nel corso del fallito golpe, con le parole
«la Russia ci ha fornito un supporto completo e incondizionato durante il tentativo di colpo di stato, per questo siamo grati a Putin e tutti i funzionari russi».
Riconoscenza che - a dire il vero - non avrebbe reali presupposti se si considerassero infondate le ricorrenti voci sull'allerta russo ad Ankara in merito a un incipiente colpo di stato; altrimenti, la riconoscenza formale sarebbe davvero il minimo. Poi in agosto ci sarà l'incontro tra Putin ed Erdoğan, durante il quale si parlerà sicuramente anche del ripristino dei pieni rapporti economici, interrotti dalla Russia dopo l'abbattimento di un aereo russo a novembre del 2015. Incidente di cui ora Erdoğan (con disinvoltura notevole) incolpa i generali golpisti e filostatunitensi! E molti osservatori sostengono che bisognerà seguire attentamente le mosse turche sui versanti della Russia, della Nato e della Siria.

LA RUSSIA ASPETTA E NON SOLO

Il primo di tali versanti potrebbe essere caratterizzato da un nuovo corso della politica turca verso Mosca, non per amore ma per effettivi interessi economici e politici. Non vi è dubbio che la stretta economica russa a seguito dell'abbattimento del proprio aereo non sia stata leggera per Ankara. Il decreto emanato il successivo 28 novembre da Putin (che aveva detto: «Non se la caveranno con qualche pomodoro») ha avuto vari effetti oltre alla messa al bando dell'importazione di prodotti agroalimentari turchi: rafforzamento dei controlli doganali sulle merci inviate dalla Turchia, blocco delle assunzioni di cittadini turchi, riesame dei progetti comuni nel settore delle costruzioni, ripristino del sistema dei visti di ingresso dei cittadini turchi in Russia, cancellazione dei voli charter (con il "suggerimento" alle agenzie di viaggio russe di non vendere più pacchetti-vacanze per la Turchia: nel 2014 i turisti russi erano stati 4,4 milioni, per un totale di 2,7 miliardi di dollari). Secondo la francese Coface (compagnia di assicurazione sui crediti all'export), la stretta russa sul turismo e le esportazioni ha avuto per l'economia turca un costo aggirantesi tra i 5 e i 10 miliardi di dollari. Comunque anche per la Russia il boicottaggio ha avuto effetti pesanti, se si pensa che l'interscambio globale con la Turchia - sempre nel 2014 - era consistito in esportazioni russe per 25 miliardi di dollari, a fronte di 5 miliardi di esportazioni turche; però vanno considerati i 10 miliardi di investimenti diretti turchi in Russia, a fronte dei 5 miliardi russi in Turchia.
Peraltro la rappresaglia russa non è avvenuta alla cieca, giacché - per esempio - non ha toccato le esportazioni russe di grano e olio di girasole, di cui la Turchia è il principale acquirente, e anche il settore dell'energia è rimasto fuori dai provvedimenti restrittivi, di modo che Mosca ha evitato un colossale autogol. Vero è che la Turchia ha cercato di approvvigionarsi altrove (Qatar, Azerbaigian, Turkmenistan), ma di certo non è ancora riuscita a sostituire la fonte russa, che soddisfa il 60% del suo fabbisogno di gas.
A parte la ripresa dei rapporti commerciali e del turismo russo, è sempre vivo l'interesse della Turchia a diventare il cosiddetto hub meridionale del gas russo, garantendosi altresì le proprie necessità energetiche (con reali vantaggi anche sul lato russo).
A quanto sopra si aggiunga che l'economia turca presenta una sua oggettiva sofferenza, e difatti Standard & Poor's ha tagliato il rating della Turchia a Bb e la lira turca è precipitata di quasi il 10% rispetto al dollaro.
A seconda del grado di deterioramento ulteriore dei rapporti con Usa e Ue, non si può escludere a priori che Ankara si accosti di più al blocco regionale orientale, i cui pilastri sono Russia, Cina e Iran. E la Nato? A Mosca qualcuno ne sogna l'uscita della Turchia e magari la teorizza, come Aleksadr Dugin, notorio maître à penser geopolitico di Putin. La sua valutazione sulla Turchia è la seguente: premesso che lì ci sono da una parte i kemalisti e i "patrioti" favorevoli al miglioramento dei rapporti con la Russia, e dall'altra Fethullah Gülen (legato alla Cia) e seguaci, insieme ai filostatunitensi che hanno cercato di rovesciare Erdoğan, a questo punto l'avvenire della Turchia starebbe nell'asse Mosca-Ankara e nella formazione di una strategia comune, essendo comuni anche certi nemici.
A parte ciò, è probabile che un pragmatico come Putin si accontenterebbe di qualcosa di meno, ma ugualmente utile: cioè che nella Nato resti una Turchia sempre meno attiva come partner dell'Occidente in quanto meno affidabile, tanto da restare "a bagnomaria". Tuttavia che qualcosa la Russia stia smuovendo è inferibile dalle azioni di Žirinovskij, personaggio essenzialmente "folklorico" ma spesso e volentieri utilizzato dal governo russo per sondaggi preliminari sulle eventuali reazioni a idee e progetti di Mosca: ebbene, costui va ora predicando l'utilità di un'alleanza militare trilaterale di Russia, Iran e Turchia. Detta così, sembra una boutade, tuttavia dietro potrebbe esserci qualche più minimalista - ma sempre utile - forma di cooperazione trilaterale. Staremo a vedere.

ALTRI RAPPORTI CON L'ESTERO

Intanto si registra che dopo quattro giorni dal fallito golpe, Erdoğan ha annunciato di voler risolvere le controversie pendenti con i paesi vicini (forse ricordandosi dell'analogo ammonimento di Atatürk) e si è intrattenuto in cordiale colloquio telefonico col Presidente iraniano Hasan Rohani (le cui milizie combattono in Siria contro gli islamisti appoggiati dallo stesso Erdoğan).
Comunque, nel quadro di un'ipotetica intesa Mosca sarebbe in grado di offrire ad Ankara qualcosa di importante proprio a motivo della posizione acquisita in Siria: si potrebbe realizzare un baratto tra l'accettazione turca a essere snodo distributivo per il gas russo, la cessazione dell'appoggio ai ribelli siriani e l'allentamento dei legami con la Nato da un lato, e dall'altro l'azione russa per bloccare la formazione di un'entità curda indipendente o federata con la Siria, tanto più che Erdoğan già appare più morbido verso Bashar al-Assad rispetto al recente passato. E non a caso.
La Turchia si trova ormai alle prese sia con l'interna guerriglia curda che non riesce ad annientare, sia con i pericoli derivanti dall'attivismo dei curdi siriani appoggiati da Washington: alla fine per Erdoğan il tanto demonizzato al-Assad finisce per essere il male minore, tanto più che è palese la diffidenza del governo di Damasco verso i curdi siriani (momentanei alleati contro l'Isis solo per forza di cose) e i loro progetti o di autonomia o di federazione con la Siria. Non si dimentichi, tra l'altro, che proprio l'opportunistico appoggio di Washington ai curdi siriani e iracheni rientra fra le cause di raffreddamento dei rapporti turco-statunitensi.
Il predetto possibile scambio russo-turco avverrebbe in una fase in cui la Turchia presenta vari profili di debolezza: le Forze armate turche, ormai decapitate e oggetto di epurazioni a vasto raggio, sono già impegnate in Anatolia contro i curdi del Pkk e non appaiono ragionevolmente in grado di impegnarsi in incursioni in Siria, fino a ieri paventate. Si consideri che per gli esperti (o presunti tali), prima di cinque anni l'apparato militare turco non sarebbe in grado di tornare ai livelli pre-golpe. Inoltre, dopo i recenti attentati islamisti sembra essersi spezzato qualcosa negli oscuri rapporti fra Erdoğan e l'Isis; poi, l'eventuale rifiuto di Washington all'estradizione di Fethullah Gülen avvelenerebbe ancor di più le relazioni tra Turchia e Usa e non si possono escludere ricadute sull'uso delle basi Nato come Inçirlik: non nell'immediato, certo, perché Erdoğan non ha ancora la necessaria forza interna per entrare in rotta di collisione con l'Occidente, ma se riuscisse ad eliminare i più consistenti centri di potere filoccidentali in Turchia, allora potrebbe anche dare luogo a una vendetta sugli infidi partner di oggi.
Poiché in politica in genere, e in quella estera in particolare, è sempre meglio non fidarsi, se Putin da un lato si comporta in un certo modo verso Ankara, da un altro lato sta progettando un'importante iniziativa per poter aggirare un domani il passaggio delle navi russe attraverso il Bosforo e i Dardanelli: si tratta del progetto di costruzione di un canale di 700 chilometri per collegare il mar Caspio col Golfo Persico, passando per l'Iran; il suo costo andrebbe dai 10 ai 30 miliardi di dollari e ridurrebbe moltissimo il tempo per il trasporto delle merci.

POSSIBILITÀ CHE NON SONO PROBABILITÀ

Si deve restare nel campo delle ipotesi (senza fare previsioni) anche riguardo alla situazione interna turca, spaccata in due fra laici e islamisti, con leggera prevalenza di Erdoğan nel corpo elettorale. La grande manifestazione del kemalista Partito Repubblicano del Popolo, svoltasi domenica 24 luglio, ha ridato visibilità e voce a una Turchia laica ancora decisa a non farsi islamizzare. Di qui un'incognita sulla gamma di conseguenze provocabili dalle ipotesi dianzi fatte. Non sono escludibili in radice né nuovi golpe né derive di tipo algerino nelle strade e nelle montagne turche. Potranno accadere effettivamente, ma è più probabile (per lo meno allo stato delle cose) che Erdoğan resti in sella, pur non potendosi dire in quali condizioni.
Va infine considerato un ulteriore aspetto di tipo sociale e politico. Nel quadro delle epurazioni a tutto campo che Erdoğan sta realizzando, decine di migliaia di famiglie turche si vanno trovando sul lastrico dall'oggi al domani. Si tratta di un dramma sociale che in prospettiva potrebbe produrre conseguenze in sede elettorale, considerato che le famiglie turche sono assai meno mononucleari di quelle occidentali ed è facile che scattino meccanismi altrettanto allargati di solidale autodifesa, anche al di là delle attuali contingenti posizioni politiche di ciascuno. E resta l'ulteriore incognita di quale sarà il comportamento elettorale del campo gülenista dopo i massicci colpi ricevuti.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)