L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

mercoledì 8 ottobre 2014

ERDOĞAN: UN AMBIGUO GIOCO RIVELATORE, di Pier Francesco Zarcone

Erdoğan, il neo-ottomano
In un primo momento Ankara si era rifiutata di partecipare alla coalizione di Obama, pur fornendo assistenza logistica e uso delle basi aeree. In seguito, dietro pressioni statunitensi, il governo turco (cioè Erdoğan) si è fatto autorizzare dal Parlamento per l’utilizzo, se necessario, di truppe in Iraq e Siria. Cosa sgraditissima sia alle opposizioni turche (di recente in un’intervista al quotidiano Hürriyet il leader del partito kemalista, Kiliçdaroğlu, si è espresso in tal senso) sia ai governi di Damasco e di Teheran, trattandosi di aggressione, per mancanza di accordi con Siria e Iraq. Quindi, un governo che finora ha fornito ai jihadisti supporto logistico, rifornimenti, assistenza sanitaria sul suolo turco e che consente loro di contrabbandare attraverso la Turchia petrolio siriano a prezzi stracciati (dai 25 ai 60 $ al barile, invece dei circa 100 del prezzo di mercato), è sembrato scendere sul piede di guerra contro i suoi stessi assistiti. Paradossi orientali? Non è detto.
L’intervento turco finora si è limitato alla passiva esibizione di carri armati e di circa 10.000 soldati alla frontiera con la Siria, nonché all’attivissima repressione dei curdi desiderosi di unirsi ai peshmerga che resistono a Kobane, poco aiutati dalla stessa coalizione contro l’Isis - malamente combinata  da Obama (con Arabia Saudita ed Emirati Arabi anch’essi noti foraggiatori dei jihadisti che Washington dice di combattere).
Ankara non vuole, ma se volesse dare una mano ai difensori di Kobane, potrebbe farlo senza che un solo soldato turco calchi il suolo siriano. Dal momento che questa città è praticamente sul confine, si potrebbero martellare con l’artiglieria le postazioni dell’Isis. Ma aiutare dei curdi non rientra nei progetti di  Erdoğan.

Se la posizione della Turchia nella coalizione internazionale è più che mai ambigua, invece chiarissimi sono i giochi strategici. Innanzitutto, in ordine alla fase attuale, si potrebbe sospettare che il recente lapsus (?) di Obama sull’esigenza di abbandonare ormai l’assetto dato al Vicino Oriente dai patti anglo-francesi del 1916 abbia accentuato gli appetiti neo-ottomani del Presidente turco. Ma figuriamoci se Washington darebbe una mano!  
Traduciamo: Erdoğan - già distintosi nell’eliminazione di numerosi cardini della costruzione repubblicana di Kemal Atatürk, tra cui quelli importantissimi di non immischiarsi nelle questioni politiche dei paesi vicini e di contentarsi (sia pure masticando amaro) degli attuali confini della Turchia – con tutta probabilità nutre l’intenzione di sfruttare il presente caos nella regione (attivato da altri islamisti da cui è ideologicamente meno lontano di quanto appaia) per espandere il territorio turco a spese di Siria e Iraq.
Riguardo al primo di questi due paesi, sullo sfondo c’è sempre la questione dell’ex sangiaccato di Alessandretta (Iskandarun), dopo la fine dell’Impero ottomano assegnato alla Siria e non alla Turchia; per l’Iraq ricordiamo che Ankara non ha mai metabolizzato la perdita di Mosul (zona petrolifera), oggi - coincidenza ? - nelle mani dell’Isis.
Rispetto alla Siria, l’avvento al potere di Erdoğan ha sensibilmente mutato lo stato dei rapporti fra Ankara e Damasco, nel senso di un sensibile peggioramento. Già verso la fine dello scorso secolo c’era stato un rischio di guerra fra Turchia e Siria a causa del rifugio dato da Damasco al leader del Pkk curdo di Turchia,  Abdallah Öcalan. Iniziata poi la crisi siriana, con Erdoğan al potere dal 2003, Ankara si è subito impegnata a fianco dei ribelli anti-Assad, jihadisti inclusi; e non solo contro il regime di Damasco, ma anche contro i Curdi siriani.
Infatti, nel corso della guerra in Siria, i Curdi della parte settentrionale del paese (quella oggi sotto attacco dell’Isis) sembrano riusciti a ritagliarsi un’autonomia di fatto. Cosicché Erdoğan, pur avendo in precedenza pragmaticamente utilizzato l’autonomia del Kurdistan iracheno a vantaggio dell’economia turca, si è trovato nella spiacevole situazione di dover fronteggiare la virtuale possibilità di uno stretto collegamento fra Kurdistan siriano e Kurdistan iracheno, che ovviamente incrementerebbe le velleità della mai sopita guerriglia del Pkk nel Kurdistan turco. Non c’è quindi da stupirsi dell’inerzia alla frontiera con Kobane: di fatto l’Isis sta facendo della pulizia etnica a vantaggio di Erdoğan e dei nazionalisti turchi.  
Tornando alla Siria, è significativo che Erdoğan, dopo aver detto di voler fare parte della coalizione di Obama, abbia escogitato la condizione dell’estensione delle operazioni militari anche contro al-Assad, il cui esercito sta collezionando successi sul campo di battaglia. Inutile sottolineare che se a Washington si accettasse ciò, si colpirebbe in modo mortale il vero baluardo militare (ma anche politico, visto il consenso popolare che ancora ha al-Assad) contro il jihadismo in Siria. Ma le implicazioni sarebbero ancora più ampie.

Le interazioni implicate dal progetto di Erdoğan
L’ambigua partecipazione turca alla coalizione anti-Isis è stata vivamente sollecitata da Washington, dove ancora una volta non si è capita (o addirittura non si conosce) la persistente complessità storica di Vicino e Medio Oriente. A causa di essa, la scelta delle alleanze operative non va effettuata in base al solo criterio della forza militare del partner che si voglia coinvolgere in un’azione (e la Turchia è militarmente di tutto rispetto), ma anche e soprattutto al critério dei disastri politici provocabili da questo partner a motivo delle sue ambizioni e dei timori o sospetti suscitabili nel resto dell’area. Disastri politici poi facilmente coniugabili con disastri militari.
Il neo-ottomanismo di Erdoğan punta palesemente a fare della Turchia il faro di riferimento del mondo islamico sunnita. Ambizione che Atatürk avrebbe condannato senza appello, ma che per un leader islamista trova giustificazione nell’essere oggi la Turchia nell’area - a  motivo dei differenti, ma gravi, problemi di Siria ed Egitto - la sola effettiva potenza regionale sunnita. L’altra potenza regionale, l’Iran, è sciita, quindi ha un’area di riferimento esterno limitata.
Ma anche Erdoğan ha le sue confusioni: è infatti erroneo pensare che potere militare ed economico portino con sé consenso politico, tanto più se l’identità etnica riferibile a un passato in fondo non lontanissimo insieme a certe scelte ideologiche inducono - quanto meno - alla diffidenza.    
Non è detto per niente che i paesi di lingua araba - per quanto sunniti, ma presso i quali nella memoria storia popolare ancora pesa il ricordo del dispotismo ottomano (che non  era di matrice araba) siano disposti ad accettare oggi l’egemonia turca. Questo vale dal Marocco all’Egitto e dal Levante all’Iraq.
Vi è poi un altro fattore: i palesi legami fra Erdoğan e la Fratellanza musulmana, la quale non riscuote simpatie presso nessun governo arabo (forse Tunisia a parte) ed è nemica, ricambiata, delle monarchie arabe (del Golfo, della Giordania e dell’Arabia Saudita, tanto che di recente è stata espulsa anche dal Qatar su pressioni saudite). La ragionevolezza derivante dalla conoscenza del mondo islamico (che però a Washington è pressoché inesistente) avrebbe consigliato e consiglierebbe di non coinvolgere il governo islamista di Ankara contro l’Isis; tanto più che alle virtuali complicazioni testé accennate - con le quali sarebbero gli Usa a dover fare i conti - può aggiungersi la sostanziale inaffidabilità attuale del partner turco, troppo propenso ad andare per i fatti propri. 

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RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)