L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

mercoledì 4 settembre 2013

SIRIA: ASPETTANDO L’AGGRESSIONE DI OBAMA, di Pier Francesco Zarcone

Arroganza e bugie
L’aggressione alla Siria è al momento pare rimandata a tempo determinato, almeno fino alla riapertura del Congresso statunitense dopo le ferie estive. Così ha deciso il premio Nobel per la pace (!) e Presidente degli Usa Barak Hussein Obama. Decisione non autonoma, ma indotta dalla richiesta scritta di 200 congressisti. Una frenata che viene dopo il voto negativo per l’attacco da parte della Camera dei Comuni britannica, ma che potrebbe non essere definitiva. Infatti, Obama – pur costretto a sospendere per il momento le sue pulsioni belliciste – non ha spiegato cosa accadrebbe in caso di un eventuale decisione del Congresso che facesse il paio con quella britannica. Inoltre è pacifico che se il Congresso desse via libera Obama si sentirebbe “legittimato” a scatenare l’attacco.
In questa sequenza c’è la reiterazione di una pesantissima anomalia di fondo non più mistificabile, soprattutto da quando è imploso il blocco del “socialismo reale”, e che ovviamente non rimarcano mai i media nostrani, per lo più acritici portavoce delle posizioni della Casa Bianca. Nella loro arrogante libidine di superpotenza gli Stati Uniti, calpestando di continuo la legalità internazionale, hanno riportato e mantengono il mondo nella prepotenza della barbarie. Civiltà con la C maiuscola e diritto sono sempre andati in coppia, e quando al diritto si sostituisce la forza bruta, sovente capricciosa, allora anche la civiltà è compromessa. Non è il caso di stupirsi, ma di indignarsi sì.  Semmai lo stupore trova spazio quando si assiste alla meraviglia con cui tanti candidi cittadini statunitensi si chiedono come mai ci sia al mondo tanto odio verso gli Stati Uniti. Non disse una volta Karl Rove, consigliere politico del famigerato George W. Bush, «Siamo un impero, e quando agiamo creiamo la nostra realtà»?

Finché sarà così, l’odio potrà solo estendersi. Come del resto accade oggi nel mondo arabo, dove l’odio verso gli Stati Uniti va dagli islamisti radicali fino ai laici e alle superstiti sinistre.
Nel caso della Siria – il cui turno fa seguito ad Afghanistan, Iraq e Libia - ancora una volta quel che asseriscono gli Stati Uniti vale come prova, e tanto basta perche si faccia a meno dell’unico organo internazionale formalmente legittimato ad autorizzare interventi militari del genere: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Semmai è il Congresso statunitense a prenderne di fatto il posto! Una considerazione per inciso, indignazione a parte: già la storia è ricca di precedenti dominati dall’illusione di politici e militari circa la brevità temporale e la limitatezza spaziale dei conflitti che si andava a scatenare, ma se si ha presente la costante mistura di approssimazione operativa, di ignoranza dei contesti, di rozza psicologia da film hollyhoodiani di serie B, d’incapacità nel prevedere gli scenari possibili e quindi di venirne fuori, che fa parte del bellicismo statunitense, allora è legittimo che a ogni intervento militare Usa si finisca col tremare.
Ancora una volta le bugie di Washington sono sullo sfondo, e Obama si rivela un poco fantasioso epigono di George W. Bush e di Tony Blair con le loro fanfaluche sulle mai trovate “spaventose armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. Per la Siria nessuno ha fornito prove sul fatto che i gas siano stati usati dal regime di Damasco, e le asserzioni di Washington prove non sono. Inoltre, stante la loro mancanza, non risulta nemmeno il plausibile movente per il loro uso. Che delle armi chimiche siano state utilizzate sembra essere un dato di fatto, ma non l’attribuzione della responsabilità. In concreto, la mancanza di movente per al-Assad discende dall’inutilità di usare armi chimiche quando si è già a buon punto per riuscire a vincere la guerra civile; oltre tutto ben sapendo che gli Usa avevano fatto minacce esplicite in caso di loro uso e non vedevano l’ora di attaccare. In assenza di prove, logica politica e logica militare fanno ritenere che nell’uso dei gas Damasco non c’entri. Semmai c’è da chiedersi se in Libia qualcuno controlli - e come – le armi chimiche immagazzinate da Gheddafi. Al riguardo il sospetto è al momento assai forte.  
Per inciso non si può non rimarcare la palese buffonata dell’ispezione dei tecnici di quel costoso e inutile organismo chiamato Onu: si sono affacciati per verificare quel che già si sapeva, senza però poter stabilire chi abbia usato i gas. Sintomatica la mancanza di spazio data dai media occidentali alla presentazione – effettuata dalla delegazione russa all’Onu – di foto rilevate dai satelliti russi attestanti che i razzi contenenti i gas sarebbero partiti dalle postazioni dei ribelli; foto collimanti con quelle dei satelliti statunitensi!
C´è poi un altro particolare per nulla messo in risalto: i famosi video sull’uso dei gas apparsi immediatamente su You Tube, poi ritrasmessi dalle televisioni del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Qui c’è qualcosa di evidentemente strano. Questi video dovrebbero documentare un attacco chimico avvenuto il 21 agosto ma risulterebbero caricati il 20 agosto, cioè il giorno prima. Il problema non sta nella data – giacché in teoria il caricamento potrebbe essere avvenuto in un paese con fuso orario diverso da quello siriano – bensì sta nell’assoluta tempestività della messa in rete, elemento che il portavoce del Ministero degli Esteri russo, Aleksandr Lukasevic, ha considerato dimostrativo di una preprogrammata provocazione. Inoltre, alcune immagini di cadaveri allineati erano già state utilizzate come prova di un massacro compiuto da militari egiziani in un accampamento dei Fratelli Musulmani al Cairo. Ancora una volta forse si ha ragione a pensar male.
Gli osservatori smaliziati si aspettavano una mossa statunitense fin da quando la controffensiva dell’esercito regolare siriano si era sviluppata al punto da mettere alle corde i ribelli, essendo sicuro che Washington non avrebbe assistito, senza reagire, alla vittoria di un alleato dell’Iran contro la massa di jihadisti raccolta da Usa, Turchia, Qatar e Arabia Saudita, proprio come avevano fatto in Afghanistan contro l’Urss. Tanto più che nonostante la guerra civile che sta distruggendo mezzo paese, il governo di Damasco ha potuto, il 26 febbraio del 2012, far svolgere un referendum sulla nuova carta costituzionale con 14 milioni di elettori in circa 14 mila seggi. E c’è la probabilità che al-Assad riesca a terminare il mandato presidenziale e il prossimo anno ricandidarsi per un’altra tornata. In definitiva al-Assad non sta messo male militarmente, dopo le ultime vittorie di un certo rilievo strategico.  Le forze regolari hanno retto bene e le poche diserzioni non hanno intaccato né la catena di comando né il morale delle truppe, che sanno di combattere un’aggressione esterna, più che una guerra civile (80% dei ribelli sono jihadisti stranieri). 

Ma che vanno cercando gli Usa?
In questo periodo il Vicino Oriente vive uno dei peggiori momenti della sua storia, ma le cose non vanno bene nemmeno per gli interessi imperialisti. L’Iraq – squilibrato e dissestato ad arte dagli Stati Uniti, in preda a un’ondata tremenda di terrorismo sunnita – si va progressivamente orientando verso l’Iran; in Afghanistan i talibani alla fine vinceranno; la Libia è nel caos delle milizie fuori controllo; la Tunisia è scossa dai contrasti politici e dalle manifestazioni di massa pro e contro il governo islamista; il Libano è in fase di destabilizzazione per il contagio della guerra in Siria; l’Egitto non si capisce in che direzione andrà. Non ci riferiamo tanto e solo ai problemi interni, quanto anche ai rapporti internazionali di quel paese. Giorni fa sono accaduti due fatti – ovviamente ignorati dai media nostrani -  a dir poco anomali se si considera che il golpe del generale al-Sisi ha sfruttato l’impotenza politica statunitense e l’appoggio dell’Arabia Saudita: il primo fatto consiste nella chiusura del canale di Suez al traffico militare statunitense, e l’altro è l’invio di ufficiali egiziani in Siria come consiglieri militari e allievi per le tecniche di controinsurrezione. Prima o poi verrà fuori cosa c’è sotto.   
Sulla concretissima possibilità che l’aggressione occidentale scateni una reazione a catena tale da sconvolgere tutta la regione già si è detto, e al riguardo esiste una ricca serie di analisi. C’è quindi da chiedersi quale sia l’obiettivo di Washington per aver deciso di entrare con una metaforica candela accesa in una polveriera in cui già sono esplosi alcuni scomparti. Disse Clemenceau che la guerra è cosa troppo seria per lasciarla fare solo ai generali. Per un verso è vero, tuttavia vale anche il contrario, come dimostrano le perplessità con cui i vertici militari statunitensi hanno fornito a Obama il quadro di tutti i possibili scenari di intervento. Infatti a prima vista non si capisce a cosa vada a parare la presenta aggressione alla Siria. Troppo limitata per far cadere al-Assad; eccessiva per una dissuasione dall’uso di armi chimiche di cui gli Stati Uniti sanno non essere responsabile al-Assad. E allora?
Forse una delle chiavi dell’enigma la fornisce Israele: rendere stabile l’instabilità della regione. Per questo Israele ha premuto per un intervento limitato, “punitivo” ma tale da non provocare il collasso del regime di Damasco, come ha sostenuto Yaakov Amidror, consigliere per la sicurezza di Benjamin Netanyahu, anche a Washington. La visione israeliana è lucida in merito alla situazione generale e ai rischi che corre per le utilizzazioni statunitensi dei jihadisti in Siria. Israele sa che la vittooria di al-Assad equivarrebbe a un successo strategico dell’Iran e di tutto l’asse sciita della regione; Hezbollah in primo luogo. Ma sa anche – e benissimo – cosa vorrebbe dire ritrovarsi con gli Hezbollah in Libano, i Fratelli Musulmani con al-Qaida in Siria, i Fratelli Musulmani a Gaza e – qualora al-Sisi non resistesse – anche in Egitto, nonché un’Arabia Saudita trionfante e il rischio di un cedimento della monarchia in Giordania.

Scenari militari e politici
Ammettiamo pure che Obama voglia effettuare solo dei raids punitivi. Qui il problema non riguarda l’efficacia o meno della pretesa punizione, ma i possibili conseguenti scenari militari. Si potrebbe immaginare uno scenario problematico se il governo siriano si prendesse i bombardamenti senza reagire. Una “bella figura” per Obama, e una mortificazione per la Siria; per cui è difficile che le cose vadano in questo modo. È più probabile pensare a una reazione siriana, che in teoria è possibile.
Innanzi tutto i sistemi di comando e controllo siriani non dipendono dai computer, e questo è un elemento di vantaggio. Inoltre le Forze Armate siriane sono in grado di colpire fino a 300 km. obiettivi navali grazie al sistema missilistico russo K-300P Bastion-P (nome in codice Nato SSC-5) per la difesa costiera, che è montato su veicoli mobili.  Dispongono inoltre di 650 lanciamissili fissi SA-2 (S-200 Angara), SA-3 (2K12 Kub) e SA-5 (S-200), 200 lanciamissili mobili SA-6, SA-11 (Buk) e Pantsir-S1 (SA-22) e di 4.000 cannoni antiaerei. Per la difesa a bassa quota ci sono i moderni missili russi SA-22 Greyhound (96K6 Pantsir S-1E) e Buk-M2. Invece obsoleti sono i sistemi di alta quota - SA-2 Guideline (CP-75 Dvina/S-75M Volga) e SA-3 Goa (S-125 Neva/S-125M Pechora) - ma ancora abbastanza operativi.   
Quel che non si sa è se sia stato consegnato dalla Russia il nuovo sistema di difesa aerea S-300. Si sa solo che già a novembre del 2011 erano arrivati in Siria i tecnici russi per l’addestramento dei siriani all’uso delle batterie di missili S-300.
Una reazione siriana all’attacco mostrerà l’efficacia di tutto questo armamentario; ma se l’esito dovesse essere positivo e gli Usa subissero perdite di aerei e navi (con relativi equipaggi) allora sarebbe ragionevole prevedere uno scenario similare a quello dell’agosto 1014, scaduto l’ultimatum austro-ungarico alla Serbia: la reazione a catena. Questo vorrebbe dire – anche per l’inevitabile crescita di prestigio di al-Assad - incremento dell’azione militare statunitense, intervento iraniano e degli Hezbollah a buon bisogno coinvolgendo Israele, attacco turco al Kurdistan siriano, con tutto quel che segue. Sempre sperando che una qualche bomba statunitense non colpisca una delle navi da guerra russe che affollano il porto siriano di Tartus.
L’ipotesi in questione – è appena il caso di dirlo – non metterebbe certo fine alla vera e propria guerra civile siriana, anzi. Ne potrebbe altresì derivare quello che molti temono per le ulteriormente catastrofiche e sanguinose conseguenze: la disgregazione dello Stato unitario siriano, che squilibrerebbe tutta la regione e darebbe luogo a una guerra di tutti contro tutti ancora più virulenta, ammesso che sia possibile. 

Gli interessi statunitensi hanno sempre lo stesso nome: gas
Per vari motivi rendere stabile l’instabilità del Vicino Oriente, senza vinti e vincitori, potrebbe convenire anche agli Usa, che in questa fase di transizione sembrano non sapere quale via intraprendere. Tuttavia esiste anche un’altra motivazione sia per aver armato i ribelli sia per l’attuale aggressione diretta alla Siria; motivazione con il solito cognome - risorse energetiche – e con lo specifico nome di progetto del gasdotto PARS. Una grandiosa opera da 10 miliardi di dollari, destinata a portare gas dall’Iran al Mediterraneo orientale passando per Iraq e Siria. Grazie a esso Iran e Russia potrebbero fornire all’Unione Europea più del 40% del gas necessario per un periodo dai 100 ai 120 anni. Ne deriva un quadro di maggiore integrazione economica ed energetica tra Europa continentale e Russia, e di aumento dell’influenza politica sia di Mosca sia di Teheran che ovviamente gli Usa non possono che contrastare.
Esiste infine un’altra ragione: bombardare la Siria perché l’Iran intenda, nella prospettiva delle conseguenze a cui si va incontro superando le linee rosse tracciate dagli Stati Uniti, che in questo caso riguardano l’annosa questione del progetto nucleare iraniano.

(2 settembre 2013) 

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)