L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

venerdì 6 settembre 2013

IN RICORDO DI MAURO ROSTAGNO, di Antonio Marchi

Antonio Marchi
Mauro Rostagno nasce a Torino nel 1942, i suoi genitori sono dipendenti presso la Fiat. Prima dell’esperienza universitaria viaggia molto: lavora in Germania, Inghilterra, manifesta in Spagna contro il regime franchista, si reca in Francia, dove subisce un provvedimento di espulsione. Tornato in Italia si trasferisce a Trento; studente prodigio a 17, operaio a 18, psiuppino a 24, matricola di sociologia a Trento a 26, movimentista nel ‘68, candidato alle elezioni per Dp nel ‘76.
Dopo le annate di dibattiti e manifestazioni studentesche, e dopo una serie di 30 e lode conseguiti agli esami universitari, decide di far contenta la madre e completare gli studi: nel 1973 si laurea in Sociologia, la sua tesi è  ispirata dal senso di giustizia sociale da perseguire mediante un radicale sovvertimento della società e delle istituzioni, compresa la stessa università, e viene discussa in un’aula affollatissima, in un clima singolare e surreale.
In quegli stessi anni Mauro Rostagno fonda (assieme ad Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Guido Viale, Marco Boato) Lotta Continua, movimento politico votato all’ideologia comunista-libertaria. Una vita complessa, e forse anche per questo le “piste” seguite dagli inquirenti per il suo omicidio furono le più diverse e lontane: in carcere finì inizialmente la compagna Chicca Roveri, madre di sua figlia Maddalena, quando si pensò a un delitto maturato nell’ambito della comunità Saman, fondata dalla coppia e dall’amico Francesco Cardella. Poi si pensò a un collegamento con il delitto Calabresi, visto che Rostagno era stato con Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pietrostefani e Paolo Brogi tra i fondatori del movimento Lotta Continua, nel 1969. E poi a un traffico d’armi, o di droga, o ai servizi segreti.

Nel 1976, dopo lo scioglimento di Lotta Continua, Mauro si fa promotore dell’apertura a Milano del Macondo, un circolo culturale in cui confluivano svariate attività di rilevanza artistica, culturale e sociale, in assoluto uno dei primi centri sociali inaugurati in Italia. Dopo l’esperienza del Macondo, nel 1980 Rostagno si reca in India a Poona, con la compagna Chicca e la figlia Maddalena, per seguire il maestro Bhagwan. Lì intraprende un percorso di crescita spirituale presso la comunità degli “arancioni” di Osho. Mauro diventa Sanatano, che significa “eterna beatudine”. Ma la comunità si trasferisce negli Stati Uniti, scelta non apprezzata da Rostagno che a quel punto sceglie di andare in Sicilia e di fondare, con l’aiuto di Francesco Cardella che gli mette a disposizione la sua villa a Lenzi, vicino a Erice, una comunità per il recupero dei tossicodipendenti.
“La nostra scelta prima era cambiamo il mondo. Ora è diamo una vita a chi non ce l’ha”, confessa Rostagno a un giornalista nel 1988. Il sociologo diventa terapeuta, con un metodo tutto personale: “Prendiamo un cesto con quaranta mele marce e, nel mezzo, infiliamo una mela buona. Le quaranta mele si trasformano in mele buone”. Funzionava quasi sempre: “Il fascino è vedere che un uomo, da ultimo, diventa primo”.
La comunità fondata in provincia di Trapani assume il nome di Saman, un luogo di aggregazione sorto con l’intento di divulgare gli insegnamenti appresi in India, ma che col tempo verrà trasformato in un centro di accoglienza e recupero di tossicodipendenti, tra i primi centri d’Italia, ennesima straordinaria dimostrazione della sua capacità pionieristica di rapportarsi con la contemporaneità.
In Sicilia Rostagno non si accontenta di occuparsi dei tossicodipendenti e di aiutarli a guarire. In Sicilia c’è anche un’altra grave malattia dalla quale guarire: la mafia, e l’apatia che se ne fa complice. Rostagno ne denuncia giorno per giorno l’operato, le collusioni con le amministrazioni locali, attraverso l’emittente televisiva Radio Tele Cine (RTC). Di quegli anni - racconta successivamente Claudio Fava, che di delitti di questo genere se ne intende dal momento che anche suo padre venne ucciso perché dava fastidio alla mafia e la denunciava negli anni in cui se ne metteva ancora in dubbio l’esistenza - rimangono le 22 cassette sequestrate dal giudice Franco Messina.
“Ventidue cassette, - scrive Fava - una radiografia impietosa della città: i bilanci segreti dell’amministrazione comunale, gli intrallazzi delle cooperative socialiste sui contributi della Regione, le allegre cerimonie d’una loggia massonica in cui si ritrovavano, ogni sabato sera, mafiosi, banchieri e onorevoli. Su tutto Rostagno planava con lingua arguta, con antica ironia. Sfotteva, sfidava. Insegnava ai suoi ragazzi il mestiere della parola. Anche per questo l’hanno ammazzato”.

I suoi interventi in diretta televisiva hanno letteralmente fatto storia, alcuni stralci sono visibili in internet e tutt’oggi sono visionatissimi dagli utenti della rete. Ciò che Mauro Rostagno era riuscito a scoprire va ben oltre gli ambiti territoriali e i riferimenti temporali nei quali ha vissuto, indagato e agito all’epoca dei fatti, poiché si interseca con altri torbidi “casi irrisolti” nostrani, come quelli riguardanti l’uccisione della giornalista Ilaria Alpi o la tragedia del Moby Prince. Per questo motivo il ricordo di Rostagno non è scindibile dalla storia recente del nostro paese; e per lo stesso motivo il ricordo di un uomo, audace e tenace come pochi, andrebbe sempre mantenuto vivo e trasmesso alle future generazioni. Ancora oggi, dopo ripetute indagini, ripetuti processi, ripetuti depistaggi, ripetuti complottismi, ripetuta “ripetitività” puramente italiana non è stata pienamente appurata la verità. Soltanto nel 2009, grazie all’impegno dell’Associazione “ciao mauro” che ha raccolto 10.000 firme per la riapertura dell’indagini sul delitto, è stato emesso un mandato di custodia cautelare in carcere nei confronti del boss di “cosa nostra” Vincenzo Virga, ritenuto il principale responsabile di questo barbaro delitto. Tante ipotesi, così diverse tra loro forse anche perché la vita di Mauro Rostagno era stata una continua evoluzione, con un unico filo conduttore, la ricerca onesta e appassionata della verità, scrisse in uno dei tanti necrologi pubblicati subito dopo l’omicidio un ex compagno di Lotta Continua, Luigi Manconi: “Rostagno è stato un uomo ‘di movimento’ e ‘in movimento’, espressione di una generazione mobile e movimentata che ha intrecciato, ostinatamente, la ricerca (e la tutela) delle ragioni della propria esistenza alla ricerca (e alla tutela) delle ragioni della esistenza altrui”. Una continua “ricerca di autenticità” che “si faceva conflitto, rischio, messa in gioco”.
Il processo tuttora in corso che mette sotto accusa il trapanese Vito Mazzara e il boss locale Vincenzo Virga non è arrivato alla sua conclusione. Il 26 settembre del 1988 Mauro Rostagno viene ucciso in un efferato agguato architettato dai “poteri forti”, ovvero da una rete di personaggi molto influenti, che collega mafia, massoneria, P2, gladio, servizi segreti “deviati” ed esercito italiano. Proprio questi intrecci sono stati portati alla luce da Rostagno, il quale non ha mai avuto alcuna esitazione nel denunciare apertamente malaffari e soprusi, con nomi e cognomi, dai microfoni di RTC, un’emittente locale siciliana, per la quale Mauro collaborava in qualità di caporedattore del telegiornale.
Sono passati venticinque anni dalla morte prima di arrivare al processo per pista mafiosa. «Sono già 55 le udienze nel processo, che è complicatissimo e di cui nessuno parla», spiega il giornalista Lillo Venezia, che, in un convegno alla Camera del lavoro di Catania, ha proposto la realizzazione di un centro di documentazione su Mauro Rostagno e il processo in corso a Trapani.

Sociologo, politico, giornalista: definire le tante anime di Mauro Rostagno, non è mai stato semplice. Il convegno organizzato  alla Camera del lavoro di Catania, dal titolo Ciao Mauro, non fa molta eccezione alla regola. “Forse, la definizione migliore è questa: ‘Un comunista che lottava contro il padrone della Sicilia, la mafia’”, spiega Lillo Venezia, giornalista, citando il collega Riccardo Orioles. Una lotta per la quale ha perso la vita, anche se non c’è ancora una verità processuale che dica perché Rostagno quel 26 settembre del 1988 fu ucciso a Lenzi di Valderice, a poca distanza dalla Saman, la comunità che aveva fondato a pochi chilometri da Trapani. «Il processo ha già avuto 55 udienze, è molto complesso e nessuno ne scrive. O spesso lo fa usando provocazioni giornalistiche», ricorda Venezia. Che propone la costituzione di un Centro di documentazione, che raccolga innanzitutto gli atti del difficile processo in corso.
Per fare «memoria» di quello che fu il personaggio Rostagno, che da Torino arrivò in Sicilia, scegliendo «una dimensione locale, dopo essere stato al centro degli avvenimenti del  68 in Italia», ricorda il professore di Storia contemporanea Luciano Granozzi.
Per l’omicidio di Rostagno,  sono state negli anni fatte varie ipotesi: ucciso dalla mafia, o per gli intrecci tra questa e la massoneria e la politica di una Trapani che, afferma Graziella Porto, direttrice del mensile Casablanca, «era una città dove la mafia non esisteva». Negli anni la procura di Trapani ha seguito due piste, che hanno avuto grande spazio sui giornali, a differenza del processo attuale che segue la pista mafiosa. La prima rimanderebbe all’omicidio Calabresi, seguendo un filo logico che parte dalla sua storia nella sinistra extraparlamentare. La seconda rimanderebbe addirittura a una pista interna alla sua comunità Saman. “L’esperienza di Rostagno diede grande valore alla controinformazione e al giornalismo di inchiesta. Oggi purtroppo non possiamo dimenticare che un giornalista come Marco Travaglio, considerato dai giovani un maestro del genere, è tra i maggiori sostenitori della pista interna”, conclude Granozzi.
“Molte leggende metropolitane vengono portate avanti ancora sulla morte di Rostagno”, conferma Paolo Brogi, giornalista anche lui in gioventù a Lotta Continua. Ma quelle che sono notizie e fatti realmente emersi dal processo, non hanno avuto altrettanto successo sui media. “Il cadavere di don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo che ordinò di uccidere Rostagno, fu trovato nei terreni dei D’Alì – racconta Brogi – Qualche mese fa il ministro della Giustizia Annamaria Cancelleri andò a Trapani a firmare un protocollo antimafia proprio a braccetto con il senatore Antonio D’Alì. Se avesse letto qualcosa del processo in corso non lo avrebbe fatto”, ricorda Brogi. Che spende anche parole di stima nei confronti di Rino Giacalone, «l’unico giornalista che segue con costanza il processo, che è stato costretto a lasciare il suo posto nel quotidiano catanese e ora fa il collaboratore per il Fatto quotidiano”, conclude Brogi, senza fare esplicitamente il nome del quotidiano La Sicilia.
Per Nadia Furnari, dell’associazione antimafie Rita Atria, “se i giornalisti facessero il loro lavoro, se i giornali facessero informazione, le parole di Rostagno citate avrebbero un senso, per fare memoria”. E ricorda le posizioni antimilitariste di Rostagno, in particolare sulla base Nato di Sigonella, e come oggi non ci sia nulla di diverso con la lotta contro il Muos. Per lo scrittore Ottavio Cappellani, invece, il fatto che non si parli del processo Rostagno sui giornali è dovuto alle emergenze della cronaca su altri fatti di mafia, “come la trattativa Stato-mafia”. Ma il motivo principale sarebbe che “il processo Rostagno è un fallimento della magistratura che non si può mostrare».

Processo Mauro Rostagno
Non serve rintracciare deposizioni, inseguire i segreti di Stato. La famosa trattativa tra mafia e Stato, le connivenze e le connessioni tra servizi segreti deviati, mondo degli affari, logge massoniche, cosa nostra e morti ammazzati fanno capolino nell’aula bunker “Giovanni Falcone” di un tribunale per un processo stranamente poco presente sulle cronache ma fondamentale. A Trapani, il processo che dovrebbe rivelare la verità sui mandanti e gli assassini di Mauro Rostagno si è aperto da poco tempo, ma si può dire che sia entrato già nel vivo. E disvela un possibile intreccio di interessi dietro la morte del sociologo e giornalista, siciliano d’adozione.
È già stato sentito il questore Rino Germanà, scampato a un attentato mafioso, che da subito indicò la mano di Cosa Nostra quando era di stanza a Trapani. Hanno deposto i carabinieri e il dirigente della Digos Giovanni Pampillonia che batterono altre, forse improbabili piste. È già salita sul banco dei testimoni la figlia Maddalena Rostagno, avvilita dai depistaggi nel corso degli anni e dalle incursioni nella vita privata della difesa. E pochi giorni orsono, in una lunga e intensa deposizione, è intervenuta la compagna di una vita di Mauro, Chicca Roveri.
Fu la prima a giungere sul posto quel 26 settembre 1988, in una strada sterrata a due passi dalla comunità Saman che Mauro cogestiva e che raggiungeva, come ogni giorno, dalla sede dell’emittente locale RTC. In quella “trazzera” buia (perché la centralina dell’Enel era stata manomessa, si scoprì in seguito), la macchina di Mauro ostruiva il passaggio a 200 metri dalla sua destinazione: lui era lì, seduto e immobile, il capo chino, un colpo alla spalla, uno alla testa. Un commando lo aveva seguito con un’auto rubata mesi prima, bloccato, e crivellato di colpi. A riferire a Chicca dell’agguato era stata Monica Serra, collaboratrice di RTC, che si era salvata rannicchiandosi nell’auto dopo essere stata spinta da Rostagno. “Mi sono appoggiata su di Mauro, l’ho accarezzato, gli ho parlato. Gli ho sfilato via la fede che avevamo comprato pochi giorni prima, e mi sono trovata con le mani sporche di sangue. Mi accorsi subito che era morto.”
Chicca ha parlato con lucidità, cercando di non tradirsi cedendo alle emozioni, dando una grande lezione di dignità. Lei, che è stata accusata dell’omicidio del suo stesso uomo, vittima del chiacchiericcio, il “curtigghio” manovrato ad hoc tra le vie trapanesi nel metodo di demolizione dell’eroe antimafia Rostagno, cede solo quando si lascia scappare che “le indagini in questi anni sono state gestite da inetti o cretini oppure sono state depistate volontariamente.” E Chicca, a cui lo Stato non ha mai chiesto perdono, quasi si rimangia quelle parole e chiede lei scusa per quanto appena detto.
Mette un po’ tristezza vedere così poca attenzione al processo Rostagno sulle colonne dei quotidiani nazionali. Come detto, nell’aula Falcone riecheggiano nomi e fatti che dovrebbero essere succulenti per qualunque giornalista: la punta di un iceberg che potrebbe svelare molto. C’è la mafia di Vincenzo Virga, il capomafia trapanese imputato come mandante, lo stesso a quanto pare tirato in ballo da Marcello Dell’Utri quando deve minacciare l’imprenditore sportivo Garaffa. C’è uno dei presunti killer oggi alla sbarra, Vito Mazzara, tanto fortunato da vedersi revocare il 41 bis, pare perché identificato come “pezzo di storia” della mafia trapanese e quindi da proteggere tramite gli amici nei piani alti: “Se parla lui, qui è cuoio per tutti”, dicono i suoi compagni di malaffare. C’è l’ombra lunga di Francesco Messina Denaro, padre del superlatitante Matteo, che disse agli altri boss della provincia, nel lontano ’88: “Dobbiamo riflettere se Rostagno fa più male da morto che da vivo”. C’è il giornalismo locale innovativo e spiazzante di Mauro, le accuse dirette ai politici, i nomi e cognomi: Canino, Pellegrino, Pizzo; la storia gli avrebbe dato ragione, con indagini, sentenze e inchieste. Ci sono in prima linea, al banco del pubblico ministero, i pm antimafia Gaetano Paci e Antonio Ingoia, sulle prima pagine per le inchieste più importanti e scottanti degli ultimi anni.
C’è il nome ricorrente di Mariano Agate, boss di Mazara del Vallo capace di gestire i suoi affari dal carcere fino a poco tempo fa grazie a un efficace sistema di pizzini, che disse: “Diteci a a quello con la barba di non raccontare minchiate”. Ci sono perizie fatte con anni di ritardo, carabinieri che non ricordano e si contraddicono, e ricostruendo la scena del delitto in aula chiedono alla difesa “Ah, c’era anche un revolver?”. Ci sono Falcone e Borsellino, giudici non ancora martiri, con cui Rostagno scambiava informazioni. Forse c’è il traffico d’armi con la Somalia scoperto e filmato da Mauro: kalashnikov in cambio di terreni delle tribù dove interrare rifiuti tossici, con il beneplacito della politica italiana, dei servizi segreti. Lo stesso traffico probabilmente scoperto da Ilaria Alpi e confermato da faccendieri e pentiti.
C’è il segreto di Stato in cui inciampa la Digos quando indaga sulla pista di Kinisia dove forse avvenivano quei traffici. C’è di mezzo l’ultima base di Gladio in Italia, guidata dallo 007 partannese Vincenzo Li Causi, morto misteriosamente proprio in Somalia pochi mesi prima della Alpi. Gladio doveva vegliare sulla minaccia libica a fine anni ’80, ma produce solo un rapporto su presunte irregolarità nei conti di Saman. C’era Francesco Cardella, cofondatore proprio di Saman, ex editore porno, ex guru sannyasin, forse amico di Rostagno e certamente amico di Craxi, indagato quando si batté la pista interna che coinvolse la Roveri, mai sentito perché rifugiatosi in Sudamerica. Tra le sue mani sono passati yacht e Bentley, miliardi di lire e testi di legge sulla gestione delle comunità per tossicodipendenti.  Ospite fisso ad Arcore all’alba della nascita di Forza Italia (proprio come il già citato Dell’Utri), Cardella  (ex ambasciatore del Nicaragua per i paesi arabi, con tanto di immunità diplomatica, ora morto).
C’è la loggia Iside 2, substrato ambiguo del “circolo Scontrino” dove mafiosi, imprenditori, politici, uomini delle istituzioni trapanesi tiravano le fila della città e non solo. E ci sono pezzi del passato di Mauro Rostagno tirati in ballo per giustificare altre piste, altre distrazioni. C’è la testimonianza di Renato Curcio alla Digos (fondatore delle Brigate Rosse e ancora prima collega universitario e amico di Mauro) che manca agli atti, stando alla difesa. C’è Lotta Continua, con le tensioni all’indomani delle dichiarazioni del pentito Leonardo Marino, con Rostagno che vuole parlare per dire la sua e probabilmente scagionare gli amici e compagni di lotta Sofri, Bompressi e Petrostefani. Mauro verrà ucciso prima di riuscire a presentarsi in tribunale, e l’avvocato della famiglia Calabresi, Ligotti, anni dopo metterà in scena un gioco di prestigio, mentre a Trapani si indagava, dicendo “Rostagno non è stato ucciso dalla Lupara”. “Stanno uccidendo Rostagno una seconda volta”, disse in quell’occasione l’amico Marco Boato.

C’è tanto, nella vita di Mauro Rostagno e soprattutto in questi 25 anni di false partenze, false piste, false parole, falsi amici. Forse c’è troppo. Forse i colleghi giornalisti stanno perdendo di vista un caso che, seguito con la dovuta attenzione, potrebbe essere punto di riferimento anche per la società civile in cerca di risposte. Parlando di Mauro spesso ci si limita a inseguire certe storie, sfiorando il torbido sui giornali locali, finendo persino con il riciclare pezzi vecchi di 15 anni, come visto di recente su I Quaderni dell’Ora (nuovo mensile che riporta il nome dello storico quotidiano palermitano) che ripubblica un estratto del già discusso Rostagno: un delitto tra amici degli altrimenti attenti Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo. E su quelle stesse pagine, si scrive che la pista mafiosa “piace”, oltre che ai vari Cardella o ex esponenti di Lottra Continua, a Chicca Roveri. La morte dell’uomo che si ama, e amato da tanti come Mauro, non piace a nessuno, indipendentemente dalla mano che preme il grilletto o da quella che porge l’arma. A noi piace invece la dignità e la serietà di Chicca, e piacerà l’impegno dei giornalisti che vorranno seguire questo pezzetto di Storia apparentemente piccolo. Sperando che siano in tanti.

Dal Trentino alla Sicilia in bicicletta per ricordare Mauro Rostagno
Mercoledì 11 settembre partirò in bicicletta da Trento per un viaggio di andata e ritorno che mi porterà a Trapani: migliaia di chilometri per ricordare l’impegno e la storia personale di Mauro Rostagno, il compagno, l’amico, il fratello ucciso dalla mafia 25 anni fa.
Ritorno a percorrere le strade percorse in bicicletta e interrotte nel 2008 in Calabria da un furto galeotto. Ritorno a Trapani come promesso perché ancora vivo di passioni e amori. Ho sempre pensato che andare nei luoghi consumati dal tempo, dimenticati dalla storia, riporta in vita i morti e apre le nostre menti all’impegno e alla responsabilità. Mauro Rostagno è stato ammazzato a soli 46 anni, assassinato per il suo impegno civile e per la sua sensibilità politica nei confronti dell’uomo e dell’umanità. Cantore di un’idea immacolata della giustizia e della libertà, trascinatore disincantato di idee e di convivenza, paladino dei diritti calpestati, merita di più di quello che la vita gli ha dato... Per questo il mio riconoscimento e il gesto mesto di un pellegrinaggio. Scrisse Pasolini poco prima di essere massacrato: “se un poeta non fa paura è meglio che sparisca per sempre”. Già. Quando lo ammazzarono nel 1975 non ammazzarono soltanto un poeta, esattamente come quando ammazzarono Mauro Rostagno. Volevano distruggere,con loro, il pensiero che un poeta, uno scrittore, un uomo, può diventare pericoloso per il sistema. Il tempo trascorso non potrà mai cancellarne quelle gesta generose.
Per questo il viaggio. A ritroso nel tempo, percorrendo quello spazio geografico - terreno di lotte, sofferenze, conquiste sociali e civili - con il mezzo più ecologico e pacifico che ci sia: la bicicletta. Lo faccio partendo dalla storica facoltà di Sociologia di Trento. L’11 settembre, 40° anniversario del golpe cileno del massacratore fascista Pinochet e 12°dall’attentato alle Torri di Manhattan, presenziando alla laurea su Mauro Rostagno di uno studente di Palermo (Domenico, compagno e amico facente parte del collettivo dell’auletta “Mauro Rostagno” di Sociologia).

Centro di documentazione «Mauro Rostagno» a Trento
Il Centro è nato dalla volontà di documentare e studiare i movimenti politici e sociali degli anni Sessanta-Settanta. La sua istituzione ha tratto alimento in un certo senso da due specifici avvenimenti accaduti nel 1988: dapprima l’incontro, presso la facoltà di Sociologia a Trento, di ex studenti che avevano partecipato, presso la stessa facoltà, al movimento del ’68, e successivamente, pochi mesi dopo, l’uccisione per mano della mafia di Mauro Rostagno, uno dei dirigenti di quel movimento.
Fu proprio in quest’ultimo frangente che fu deciso di dedicare proprio a Mauro Rostagno il centro, allora in fase di costituzione presso il Museo. Vi confluirono inizialmente l’archivio della rivista Uomo Città Territorio e parte di quello di Lotta Continua a Trento, cui seguirono i materiali di diversi dirigenti studenteschi, associazioni, movimenti e partiti politici. Il centro è arricchito da una biblioteca (prefisso di segnatura Cdr) ed emeroteca di settore.
La sua attività si esplica nella promozione di momenti di incontro, nella produzione di filmati, nel riordino e inventariazione dei fondi archivistici raccolti.

(Trento, 5 settembre 2013)

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)