L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

domenica 24 marzo 2013

DI QUALE ARGENTINA È FIGLIO PAPA FRANCESCO?, di Roberto Massari ed Enzo Valls

Lettere a un sacerdote



Pochi giorni dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio come 266º papa e il suo incoronamento con il nome di Francesco, pubblichiamo tre lettere che Roberto Massari ha indirizzato, tra il 14 e il 19 marzo, a un sacerdote cattolico che qui chiameremo Don F. Mi permetto di introdurle brevemente per due motivi: perché in queste lettere Roberto mi menziona (marginalmente) e perché con il nuovo Papa ho almeno una cosa in comune: entrambi siamo argentini, con le varie conseguenze che questo può avere.




In quasi tutto il mondo l’enorme stupore e l’incontenibile gioia per l’elezione di questo papa sembrano essersi uniti in un unico sentimento le cui esternazioni suonano tanto genuine e speranzose in alcuni quanto ipocrite o isteriche in altri. Stupore per trattarsi del primo papa non europeo - e, per noi di questa parte del mondo, addirittura latinoamericano -  con tutte le conseguenze che ciò può significare. E gioia, in parte per lo stesso motivo e in parte per molti dei gesti e segnali che, dalla sua prima uscita al balcone e dalla scelta del suo nome, Francesco ha saputo lanciare al mondo: affabilità, semplicità, umiltà e, sopratutto, una certa vocazione alla povertà (francescana?) che, secondo le sue parole, desidera per la Chiesa cattolica. Basterebbe quest’ultima cosa per considerarlo già un papa che porta davvero un vento nuovo e una mutazione storica per la logora Chiesa Cattolica, che comunque si conferma come maestra secolare di spettacolarità, anche nei gesti minimi, che è del resto una delle essenze della società dello spettacolo: la trasformazione del “reale” in un “momento del falso”.
Dell’isterismo come reazione non sono rimaste esclusi molti di quelli che ripudiano questa elezione. Ho letto in Argentina commenti veramente impresentabili e inaccettabili per coloro che dicono di lottare per un mondo più libero e più giusto, che cerco sempre di immaginare come persone serene, sensate e ansiose di giungere alla verità e di realizzarla positivamente invece di lanciarsi all’impazzata contro la prima cosa che a loro non piace.
Molto diverso è l’atteggiamento di Roberto Massari in queste lettere e in generale: la sua indignazione va in cerca della verità, qualunque essa sia. E quando la trova o la intuisce la dice, senza fare sconti a nessuno ma con garbo e moderatezza, in questo caso a un prete che, a quanto so, è di idee aperte e avanzate rispetto alla gerarchia ecclesiastica, ma prete comunque.
Non c’è dubbio che il punto di vista di Massari è quello di un europeo, e non potrebbe essere diversamente. È un internazionalista e grande conoscitore dell’America Latina, ma ovviamente non può avere un’idea precisa di ogni situazione politica e sociale che si verifica in queste pampas, questa vera “fine del mondo”, come l’ha chiamata con civetteria il Papa nelle sue prime parole. Non pretendo correggere nulla di quanto afferma Roberto, soprattutto perché condivido le cose essenziali che esprime. Voglio soltanto chiarire - non perché lui lo dica ma perché potrebbe sembrare così - che i miei invii degli articoli di Pagina 12 (giornale allineato in genere con l’ufficialismo) ed altri alla redazione di Utopia rossa, non rispondevano alla volontà di mettere il dito nella piaga del passato di Bergoglio bensì a dovere d’informazione. Dovere che non avrei messo in pratica (come infatti non l’ho fatto) con nessun argentino, salvo con qualcuno mi si fosse mostrato aggressivo nel negare le evidenze o che io sapessi vicino alle mie idee. E’ che, in realtà, il passato di Bergoglio durante la dittatura mi preoccupa molto meno che il suo passato recente in Argentina e di ciò che geopoliticamente questo papato potrà rappresentare per Latinoamerica e il mondo, un ruolo simile a quello che fu di Juan Pablo II rispetto ai fermenti rivoluzionari che stavano germogliando all’epoca in Polonia e in tutta l’Europa dell’Est, cosi come in altri continenti.
Ho letto che il prete Jalic, dalla Germania, ha detto adesso che Bergoglio non denunciò lui e Yorio, che così aveva creduto fino ad alcuni anni fa ma che ormai non è più così (dopo l’elezione aveva dichiarato “Non posso giudicare il ruolo di Bergoglio in quelle vicende”). Dal canto suo, in Argentina, Hebe de Bonafini (di una delle linee di Madres de Plaza de Mayo) ha scritto una lettera al Papa nella quale si dice sorpresa nell’apprendere la sua azione pastorale nei quartieri più poveri e nella quale depone il suo atteggiamento bellicoso, quello che faceva loro cantare ogni volta che, marciando, passavano davanti alla Cattedrale di Buenos Aires: “Voi avete taciuto quando se li portavano via”. Sembrerebbe quindi che il primo vento nuovo che sta portando questo papa sia quello della riconciliazione, il che può essere molto positivo in alcuni ambiti della vita privata ma non sul terreno sociale, ne quale certe divisioni di classe sono irreconciliabili mentre persiste un sistema così ingiusto.
Ecco il mio timore: che le energie ribelli delle masse latinoamericane e di altri continenti possano essere incanalate verso un mondo tutto “pace e amore” ma senza giustizia sociale. La mia speranza è, ad ogni modo, simile a quella che esprime Roberto verso la fine della terza lettera, e cioè che il papa possa dimostrare i suoi gesti spettacolari verso i poveri e gli oppressi con azioni. Nel concreto di una parte della mia vita, quella di militante sociale e culturale in quartieri poveri della mia città, spero (anche se non me l’aspetto molto) che, pungolati dal messaggio papale, i cattolici si riversino in massa a darci una mano come non lo hanno mai fatto.


Lettera del 14/03/2013

Caro don F., 
ti inoltro la pagina di Pagina 12 (noto giornale argentino cui collabora l'altrettanto noto giornalista Verbitsky) che Enzo ci ha subito inviato dall'Argentina per nostra informazione.
Non te la mando con fini polemici o altro. Mi sembra solo giusto che tu sia informato da subito e nei limiti del possibile della questione. A me non sorprende tanto che nel passato di Bergoglio ci siano delle omertà o connivenze con la dittatura militare (quella dei più di 20.000 desaparecidos) - non riesco a immaginare un membro della gerarchia ecclesiastica argentina in quegli anni che abbia cercato di contrastare la strage e sia rimasto vivo - quanto l'indifferenza dei grandi elettori cardinalizi nei confronti di una simile macchia che è stata denunciata e messa per iscritto da un giornalista famoso.
Dopodiché nulla impedirà a questo Papa di essere migliore o peggiore dei precedenti. Anzi, forse proprio per questa macchia sul suo passato, può darsi che si darà da fare per farla dimenticare o per farsi perdonare. Al momento non è dato sapere.
Rimane il mio stupore per queste «sfide» che periodicamente il Vaticano lancia all'opinione publica mondiale, incurante del deterioramento d'immagine che ne deriva. La sfrontatezza di aver voluto beatificare un papa collaboratore e ammiratore del nazismo come Pio XII mi sbalordisce ancora e costituisce un precedente di gravità imbattibile. Che vuoi che sia un po' di omertà coi generali argentini a fronte dell'olocausto nazista, la retata del ghetto di Roma, le Fosse Ardeatine ecc. 
Una nota allegra te la consiglio: il Manifesto - che sui titoli di prima pagina è spesso geniale, genialissimo - ha oggi messo il titolo: "Ma non è Francesco" con l'immagine del nuovo Papa (riferimento alla nota canzone di Lucio Battisti). Ha poi affidato il commento principale a Franco Cardini, il più noto medievalista italiano, autore di una biografia di S. Francesco, personaggio scomodo politicamente e non-schierato con nessuno.
Come vedi, ancora una volta chi entra papa esce cardinale. Mi pare che questo Bergoglio, a differenza della volta precedente, non fosse nemmeno nella rosa finale dei papi papabili.
E allora consoliamoci con un altro detto di noi romani: morto un papa se ne fa un altro - e questa è per il momento l'unica consolazione...
Saluti
Roberto

Lettera del 18/03/2013

Caro don F., fermo restando che non è su queste miserie umane (la vicenda meschina e crudele della «consegna» dei due gesuiti Yorio e Jalics agli aguzzini militari argentini) che deve concentrarsi l'attenzione riguardo all'elezione del nuovo Papa, rimane il fatto che la verità va sempre ricercata. E quanto più rischia di risultare scomoda tale verità, tanto più va ricercata. È un po' il punto numero 1 di Utopia rossa (il fine non giustifica i mezzi ecc.).
Quindi, pur non perdendo di vista l'importanza di un'elezione papale fuori dell'ordinario (che ha fatto seguito a sua volta a delle dimissioni pontificie fuori dell'ordinario) e la scelta del nome di «Francesco» come dichiarazione programmatica d’invertire la rotta mercantilistica del Vaticano (restando da vedere fin dove potrà arrivare), non si può ignorare o far finta di non sapere che a metà degli anni '70 il Provinciale dei gesuiti argentini abbandonò due colleghi nelle mani dei generali, intrattenne rapporti speciali con Massera (l'ammiraglio torturatore che fu anche membro della P2 italiana) e fu coinvolto in questioni immobiliari di dubbia eticità giudiziaria.
L'organizzazione di propaganda del Vaticano è già partita all'attacco contro Verbitksy e contro Pagina 12 per la documentazione che hanno apportato sulla vicenda della delazione. Credo quindi che sia mio dovere trasmetterti ciò che Enzo Valls ci ha mandato questa mattina e che al momento è oggetto di lettura e riflessione in molti ambienti della società argentina.
Il testo è in spagnolo e forse difficile da leggere. Ma la parte cruciale è abbastanza chiara. E le cose da citare sono tra virgolette. Ma la cosa più chiara di tutte è che il sacerdote ancora vivo, Jalics, dichiara di aver perdonato il responsabile della delazione, senza smentire nulla di ciò che è apparso (da tempo) sulla stampa argentina.
Jalics ha perdonato Bergoglio. E se Bergoglio chiedesse pubblicamente perdono di un errore compiuto in un contesto straordinario per la stessa Argentina, sono certo che l'intera comunità cristiana (e parte della non-cristiana) glielo concederebbe. Ha scelto invece la via della smentita, del negare l'evidenza, della diffamazione  di chi ha contribuito a scavare nella tragedia di quei terribili anni. Ciò facendo sta ipotecando sciaguratamente la sua (futura e presunta) opera di risanamento:  perché in un mondo dominato dai meccanismi della società dello spettacolo (pensa a cosa circola in Rete...) la macchia si allargherà e inquinerà anche ciò che di buono probabilmente questo Papa si accinge a fare. (Del resto peggio del precedente non potrebbe fare e la Chiesa ha bisogno come il pane di ridare un po' di lustro alla propria immagine al di fuori del mondo dei fedeli.)
Vista la collaborazione e la familiarità che c'è tra noi, mi sento in dovere di inviarti questa documentazione che Enzo ha inviato alla redazione di UR, senza aspettarmi da parte tua alcun commento o presa di posizione. Te la mando così, per semplice dovere d'informazione. Mi avrebbe fatto molto più piacere inviarti qualche buona notizia o la documentazione di qualche atto di generoso apostolato di Bergoglio nei confronti delle 20-30mila vittime dei militari argentini, dei loro parenti, dei bambini rapiti e cresciuti da "genitori" complici degli aguzzini. Ma così non è, purtroppo.
Un caro saluto
Roberto 

Lettera del 19/03/2013

Caro don F., ho riletto l'articoletto che mi hai mandato (che non è l'articolo della Frankurter bensì un riassuntino fatto da uno dei più inattendibili grandi quotidiani italiani, cioè Repubblica). Tenendo conto che leggiamo solo frasi tratte dalle lettere di Bergoglio e niente di ciò che gli devono aver scritto i parenti implorando probabilmente il suo intervento, ne ricavo alcune conclusioni logiche:
1) Non aveva fatto nulla o quasi nulla per liberare i confratelli, altrimenti avrebbe riferito qualcosa al fratello o ai parenti, magari senza nomi e cognomi, ma certamente riferendosi ad atti concreti. Foss'altro che per alleviare la pena dei parenti (Aggiungo che se si fosse mosso, avrebbe sicuramente ottenuto dei risultati. In fondo i militari si erano permessi il sopruso solo perché era stato lui a togliere la copertura ecclesiale a quei due poveri disgraziati. Poteva sempre rimettercela.)
2) Dice di aver sempre saputo che erano vivi, ma lo dice all'indomani della loro liberazione. Quindi o mentiva in quel momento (in realtà non ne sapeva più nulla) o non aveva fatto alcun passo concreto in precedenza, perché in tal caso avrebbe saputo che erano vivi e lo avrebbe comunicato ai parenti.
3) La pubblicazione di queste lettere risparmia allo studioso la fatica di andare a cercarne altre. Se esistessero, le avrebbero prodotte. Pur di arrampicarsi sugli specchi, hanno deciso di gonfiare riferimenti insignificanti e ipocriti (dai quali però si arguisce che non aveva mosso un dito per i confratelli).
4) Fanno bene i giornali argentini che ricordano che il problema in quegli anni non era solo Bergoglio, ma l'insieme della gerarchia ecclesiastica connivente in un modo o nell'altro con i militari assassini; Bergoglio non era l'eccezione, ma la regola.
5) Ridicola l'accusa a Verbitsky di utilizzare vecchi materiali. E che deve fare un giornalista coscienzioso che si è già occupato nel passato di queste cose: deve inventarne di nuovi? Casomai dovrebbero giustificarsi i cardinali del Conclave che, pur esistendo da tempo questi materiali, hanno ritenuto ugualmente di poter nominare Bergoglio. (Domanda ingenua e maliziosa allo stesso tempo: ma veramente non potevano trovarne un altro, diciamo "incensurato", da eleggere?)
6) Oggi i giornali riportano un comunicato della Corte suprema di giustizia argentina che scagiona Bergoglio da qualsiasi accusa di complicità con i militari assassini.
Insomma, il vicario di Dio in terra esce assolto per insufficienza di prove da una sentenza dell'apparato giudiziario argentino. Fossi Dio mi arrabbierei un po'. Ma poi al pensiero di quante ne ho dovute vedere nella storia della Chiesa degli ultimi duemila anni, ben peggiori di queste, mi calmerei e procederei al perdono come ha generosamente fatto padre Jalics.
Io (in quanto Roberto M. e non Dio) non ne sarei stato capace, lo ammetto. Il perdono è una grande invenzione del Nuovo Testamento assente per lo più dal Vecchio che non ha mai fatto breccia in me. Il perdono io posso intenderlo solo come un recupero, uno scambio alla pari: hai fatto tot male e la società ti perdona solo se ripaghi con tot bene. È un principio che in parte rientra nella moderna giurisprudenza volta al recupero del peccatore (criminale) piuttosto che al castigo.
7) Rimane il fatto che la macchia sul passato di papa Francesco esiste, è documentata, è pubblica, è conosciuta e si tramanderà nel tempo, passando di bocca in bocca, come del resto sta già accadendo sulla stampa e in Internet.
8) Vedo due conseguenze politiche, una cattiva e una buona: a) La cattiva è che papa Francesco dovrà essere grato al governo di Cristina Fernández Kirchner (o chi dopo di lei) per non aver voluto approfondire la vicenda e comunque per non aver voluto approfittarne. Quindi papa condizionabile da parte del governo argentino. b) La buona è che il Papa dovrà stare attento non solo a non benedire altri dittatori e feroci aguzzini (come hanno sempre fatto i suoi predecessori da Paolo VI in poi), ma dovrà anche dimostrare con le azioni che quelli sono errori di gioventù e che oggi egli è diventato molto più buono, sia verso i poveri che verso gli oppressi. Chissà che alla fine non ci guadagnino qualcosa anche i gay e i malati terminali. Per l'atteggiamento verso le donne, invece, continuo a vederla brutta.
Passo ora la parola all'Avvocato del diavolo (che in questo caso dovrebbe dimostrarsi favorevole a «santificare» papa Francesco, al contrario di quanto accade nei processi vaticani di santificazione).
Saluti.
Roberto

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)