L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

sabato 17 settembre 2011

ROSA LUXEMBURG E LA QUESTIONE NAZIONALE (SULLA POLONIA, 2), di Michele Nobile

Per gran parte del XIX secolo il regime autocratico zarista fu il pilastro della Restaurazione e del legittimismo, concreta minaccia militare nei confronti di qualsiasi movimento democratico e di liberazione nazionale europeo: la sua caduta era dunque questione vitale per il progresso politico e sociale del continente. «Anello debole» del regime era la ribelle Polonia, o meglio la parte della Polonia annessa all'impero russo, comprendente Varsavia, Łódź e Lublino (Cracovia era invece nella parte annessa all'impero asburgico e Danzica in quella prussiana), sicché la lotta dei patrioti polacchi suscitava grandi speranze nei democratici e nei socialisti europei, suonando come una campana a raccolta per la causa della libertà e del fraterno sostegno tra i popoli. L'appoggio all'insurrezione polacca esplosa nel 1863 fu la ragione immediata delle riunioni di Londra del 22 e 23 luglio tra delegazioni operaie inglesi e francesi, dirette precorritrici dell'assemblea di St. Martin's Hall dell'anno seguente nella quale sarebbe stata costituita l'Associazione internazionale dei lavoratori (la Prima internazionale).


Vent'anni dopo quella storica assemblea la Polonia era ancora sotto il giogo zarista. Non aveva avuto luogo una rivoluzione politica borghese, nazionale e costituzionale, ma il capitalismo industriale germogliava, il proletariato urbano iniziava a far sentire la propria voce e nascevano organizzazioni operaie e socialiste.
Per i socialisti occorreva definire l'orientamento strategico della rivoluzione polacca in un quadro geopolitico che interessava direttamente i tre grandi imperi dell'Europa centrale e orientale che si spartivano il paese. Con quali metodi condurre la lotta? Quali i rapporti tra i socialisti polacchi e quelli dei tre imperi? In che modo dovevano combinarsi la lotta per gli obiettivi democratici e nazionali e quella per il socialismo? E, infine, la domanda che fra tutte sarà la più bruciante: in quale forma statuale doveva darsi la liberazione nazionale?
Questioni spinose, che vennero ulteriormente complicate dall'irrompere sulla scena politica della Socialdemocrazia del regno di Polonia (Sdkp), e di quella che si rivelò come la mente più brillante del socialismo internazionale: Rosa Luxemburg. La Sdkp ruppe con la tradizione ottocentesca a proposito della questione nazionale polacca: Rosa Luxemburg sviluppò una nuova sintesi politica che comprendeva quanto di meglio si poteva trarre dall'esperienza socialista dell'Oriente e dell'Occidente d'Europa, nello stesso tempo opponendosi al burocratismo occidentale e all'inclinazione «giacobina» orientale.
Coerentemente con la posizione di ponte tra Oriente e Occidente della Polonia, i militanti del Sdkpil (Socialdemocrazia del regno di Polonia e Lituania) lasciarono un segno profondo nella storia della rivoluzione russa e ancor più in quella tedesca.

giovedì 15 settembre 2011

TURCHIA, ISRAELE, CIPRO, UE: LA SVOLTA DI ANKARA, di Pier Francesco Zarcone


Il 12 ottobre il premier turco Recep Tayyip Erdoğan ha iniziato al Cairo un trionfale tour che dall’Egitto lo porterà in Tunisia e poi in Libia. Si tratta di un evento di estrema importanza politica, attestante l’esattezza dell’uso da noi fatto dell’aggettivo “neo-ottomana” per qualificare l’attuale strategia turca nei rapporti internazionali. Oltre a riproiettarsi sui Balcani, vale a dire, la Turchia (ormai potenza regionale di tutto rispetto ai livelli militare ed economico) si propone come punto di riferimento per gli sbocchi delle rivolte arabe, in palese alternativa all’Iran e non certo in sintonia con gli interessi Usa o dell’Ue nell’area.

La rottura con Israele
La sostanziale rottura dei rapporti con Israele – vecchia alleata di Ankara, ma ormai ingombrante concorrente (come meglio diremo) – appartiene alla stessa logica. Qui la faccenda si fa interessante, ed è teoricamente suscettibile di sviluppi finora non previsti. In Turchia brucia ancora il ricordo dei 9 cittadini ammazzati dagli israeliani sulla Mavi Marmara, insieme alle rifiutate scuse di Israele, e quindi la sfida di recente lanciata da Erdoğan ai sionisti – fare scortare dalla marina militare turca un prossimo convoglio umanitario verso Gaza – finisce con l’assumere una triplice finalità: galvanizzare l’opinione pubblica interna, ormai attestata su posizioni anti-israeliane; affermare la Turchia quale sostenitricee della causa palestinese; evidenziare la differenza rispetto agli Stati arabi - finora collezionatori di brutte figure, o peggio.
A quest’ultimo riguardo c’è da notare che se effettivamente la marina turca scorterà il prossimo convoglio “umanitario”, allora Ankara passerà dalle parole ai fatti, giacché le opzioni possibili si riducono a tre: a) di fronte al blocco israeliano il convoglio fa marcia indietro, e allora per la Turchia sarebbe una tale brutta figura da mandare all’aria tutta una strategia globale di politica estera; b) gli Israeliani fanno passare il convoglio; è chiaro quali sarebbero l’effetto altamente positivo per la Turchia e il grado di galvanizzazione dei Palestinesi e del mondo arabo in generale; inoltre tra le conseguenze cio sarebbe anche una diminuzione del prestigio dell’Iran; c) gli israeliani non cedono e le navi militari turche intervengono con le armi. Questa opzione costituirebbe un disastro per Israele: disastro militare e politico dalle conseguenze non predeterminabili.

Ma non si tratta solo di questioni ideali
La presa di posizione turca contro Israele non rientra solo nel quadro della strategia verso il Mediterraneo islamico, ma si inserisce anche – strumentalmente – nelle relazioni con l’Unione Europea e nella politica energetica di Ankara. Sono quindi in ballo questioni rilevanti, foriere di sviluppi non secondari.
Esaminiamole separatamente, pur essendo oggettivamente intrecciate.
Notoriamente la Turchia continua a fare anticamera per entrare nell’Ue, e questo da molti anni. Dopo che nel 2005 la Turchia era stata riconosciuta come “candidata”, le trattative si sono arenate. Tuttavia, prima di esprimere apprezzamento per la pazienza turca si devono fare alcune considerazioni.
Il partito Akp di Erdoğan – cosiddetto “islamico moderato” – ha tratto vantaggi notevoli dall’apertura delle trattative con l’Ue, innanzi tutto ai danni dell’opposizione laica per il fatto di potersi presentare – grazie a esse – come realtà politica ritenuta affidabile dall’Europa benché di matrice musulmana. Vantaggi sia politici sia economici, ma nel frattempo gli interessi del governo turco si sono rivolti a un orizzonte che va al di là di un’Europa sorda e muta e lo sbandierato europeismo degli inizi si è assai affievolito. D’altro canto oggi non può dirsi proprio esaltante entrare in un contesto come l’Ue, in forte crisi economica aggravata da inesistenti basi politiche unitarie. Rinunciare formalmente alla candidatura vorrebbe dire per Ankara sottoscrivere una sconfitta storica. Cosa da evitare, esistendo un’esigenza politica da realizzare a medio termine (così spera Erdoğan) e un possibile pretesto per assumere verso l’Europa un’atteggiamento duro non collegato formalmente al tuttora denegato ingresso della Turchia nell’Unione.
Quale sia l’esigenza politica da concretizzare è presto detto: alle ultime elezioni il partito di Erdoğan ha vinto di nuovo, e con più del 40% dei voti, ma senza conseguire quella maggioranza che gli consentirebbe di modificare la Costituzione, ovviamente nel senso di renderla un po’ meno laica. I successi della politica neo-ottomana e le prese di posizione verso l’Ue a tutela degli interessi nazionali possono servire per le prossime elezioni.
Il pretesto – che oltre tutto riguarda gli obiettivi della politica energetica – non c’è bisogno di crearlo, esiste e si tratta solo di utilizzarlo. Il suo nome è “questione cipriota”.

Che c’entra Cipro?
Cipro c’entra poiché, alla fine dei conti, se fosse risolto l’inerente contenzioso greco-turco l’Ue richierebbe di dover gettare la maschera e dire chiaro e tondo ai Turchi di scordarsi l’ingresso in Europa essendo musulmani. Quindi, con evidenti ripercussioni negative in tutto il mondo islamico. Non risolvere il contenzioso, peraltro, è utile ad Ankara per abbandonare di fatto la candidatura europea riaffermando però l’autonomia e la dignità della Nazione.
Il contenziosi greco-turco è diventato un vero e proprio affare internazionale dal 1974. In quell’anno, a seguito di un colpo di stato di destra nell’isola contro il Presidente Makarios e finalizzato all’unione (énosis) con la Grecia (all’epoca ancora sotto il dominio dei militari), il governo turco – presieduto dal laico Bulent Ecevit – mandò l’esercito a invadere la parte settentrionale dell’isola con la scusa di proteggere la locale minoranza turca lì più consistente. In quella parte dell’isola è stata costituita una Repubblica turco-cipriota, riconosciuta solo da Ankara. A motivo dello stato dei rapporti fra i ciprioti delle due etnie, di riunificazione in un’unico Stato non è proprio il caso di parlare, talché si tratterebbe di concordare un assetto cantonale o confederale che lasci autonome le due comunità sia pure sotto il cappello di una formale aggregazione. Cosa più facile a dirsi che a farsi, non foss’altro per il rifiuto turco-cipriota a far rientrare (e risarcire) i greci a suo tempo fuggiti dalla parte nord.
La Repubblica di Cipro (con capitale Nicosia) a differenza dello Stato turco del nord è internazionalmente riconosciuta, fa parte dell’Ue e nel 2012 ne assumerà la presidenza. Circa questo prossimo avvenimento Erdoğan ha già messo le mani avanti, nel senso che fino a quando l’Ue sarà guidata da un cipriota la Turchia non potrà collaborare con l’Unione. Infatti, il bello è che se il contesto internazionale non riconosce la Repubblica turco-cipriota, dal canto suo Ankara non riconosce la Repubblica con capitale Nicosia!
Si potrebbe aggiungere, per capire quale inestricabile intreccio ci sia a Cipro, che la stessa politica di Ankara piace sempre meno ai turchi di Cipro, ormai ridotti a 1/3 a causa della massiccia immigrazione di turchi anatolici che – nella loro qualità di membri di uno Stato-fantoccio hanno dovuto subire.
L’Europa non si impegna per una soluzione del problema perché il suo persistere giustifica l’esclusione della Turchia; la Turchia non può mollare per altri e consistenti motivi: il ruolo strategico assunto dalla Turchia quale punto di passaggio delle risorse energetiche verso l’Europa. Ebbene, la Turchia non può lasciare il controllo delle risorse esistenti nel fondo del Mediteraneo in prossimità delle coste cipriote: cioè gas e petrolio.



E Israele?
Sempre in relazione a queste risorse Israele svolge la sua politica in oggettiva concorrenza con quella della Turchia, cosa che Erdoğan e il suo governo (ma lo stesso vale per qualsivoglia governo turco) non possono tollerare.
L’attuale “faccia feroce” turca verso Israele interviene sì dopo i fatti della Mavi Marmara, ma successivamente all’accordo della fine del 2010 tra Nicosia e Gerusalemme per lo sfruttamento delle risorse energetiche dei fondali. Vero è che queste risorse si tiovano in acque che in teoria sarebbero internazionali, ma va ricordata la contestazione di Ankara, di vecchia data, sull’esatta definizione delle acque territoriali turche. Se si considera l’importanza delle risorse energetiche esistenti nel mare fra Cipro, Turchia, Libano, Israele e Gaza - il cui sfruttamento permetterebbe di creare un’alternativa al gas russo portato da South Stream, oltre a quelli del Caspio e dell’Iran - allora ci si rende conto dell’enormità degli interessi in gioco.
In questa situazione per Ankara chiudere Israele in un angolo diventa una priorità politica ed economica, e ad essere in difficoltà non sarebbero solo gli Stati Uniti (già fortemente indeboliti nel Vicino Oriente), ma anche l’Unione Europea, che si troverebbe a dover affrontare un’eventualità tra le peggiori: scegliere.

mercoledì 7 settembre 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XXIII, di Pier Francesco Zarcone


Per un imperdonabile mio errore di posta elettronica è stato pubblicato come 23° articolo sul mondo arabo non il testo che segue, ma un materiale preparatorio tratto da un giornale quotidiano. Mi scuso con la Redazione e in modo particolare con i lettori, ammesso che ciò sia possibile. (Pier Francesco Zarcone)

Libia: premesse “a futura memoria” sui prossimi sviluppi

Praticamente finito Gheddafi, si aprono i giochi tra i vincitori
Indipendentemente dai possibili “colpi di coda”, la conquista di Tripoli dovrebbe aver posto fine a un regime durato 41 anni. A questo punto è d’obbligo chiedersi problematicamente cosa accadrà dopo. La Libia è un contesto tutto particolare, anche all’interno del cosiddetto mondo arabo (che in realtà ha come elemento unitario solo la religione) e in più non siamo in presenza di rivoluzione sociale: su queste basi un atteggiamento diffidente è giustificato.
Al momento si può solo prendere atto della caduta di un tiranno sanguinario e folle, restare in attesa degli sviluppi successivi e cercare intanto di individuare i problemi esistenti. Ma per quel paese non si può escludere un futuro anche peggiore, giacché l’esserci stata una rivolta popolare lascia impregiudicato cosa ci presenti la Libia con la parola “popolo” (peraltro una fra le meno chiare del lessico politico, senza che i vari connotati ideologici a essa dati siano di utilità per definirne il contenuto, che poi tutti tirano dalla propria parte). Se a questo si aggiunge che le sollevazioni contro i tiranni possono avere le più svariate connotazioni politiche, allora si capisce meglio perché nelle precedenti corrispondenze si sia evitato l’abbandono a prematuri entusiasmi e si sia preferito tentare analisi degli avvenimenti e valutazioni magari un po’ freddine.

Uno scenario difficile con la prospettiva di una democrazia importata e artificiale
Il dopo-Gheddafi si presenta estremamente difficoltoso, e tale da motivare l’espressione - coniata all’interno della Nato appena si è profilata la vittoria - “successo catastrofico”. Cerchiamo dunque di capire meglio.
Una marea di “se” ipotetici sta di fronte ai vincitori in relazione alla loro capacità/possibilità di costruire “una” Libia. Non è casuale se non parliamo di ricostruzione della Libia, poiché dopo tanti anni di regime gheddafiano da costruire c’è tutto, e da ricostruire poco e niente. Gheddafi col suo pensiero “verde” (da lui definito “Terza Teoria Universale”) e sotto l’apparenza di una pseudodemocrazia diretta - che, sotto il suo dominio personale, non è stata nè democrazia né qualcosa di diretto, bensì devastazione istituzionale per una “libera tirannia” - ha demonizzato e bandito tutte le realtà e le istituzioni che, piaccia o no, permettono di parlare di “società moderna”. Niente Costituzione, niente partiti (nemmeno il partito unico), niente Parlamento, la stampa pubblicabile solo a cura dei “comitati popolari”. In poche parole, mancanza totale delle strutture idonee a svolgere le funzioni basilari di uno Stato e mancanza dell’indispensabile psicologia della cittadinanza. Su questa base la democrazia rappresentativa viene a essere impiantata sul nulla e partire dal nulla.

Che dire dei vincitori libici?
Ma i gravi problemi non finiscono qui, e in primo luogo riguardano i libici che hanno combattuto contro Gheddafi.. Che sappiamo dei vincitori? Chi sono e come si articolano? I rispettivi intendimenti sono compatibili o componibili in una pacifica dialettica politica? Che ruolo avrà la religione e che faranno i radicali islamici (o meglio, che possibilità di manovra in teoria hanno)? Poiché il Consiglio di Transizione attualmente non ha il controllo totale della Libia – e non ci si riferisce solo a Sirte, a Gadames e all’estesa parte sahariana del paese - a breve si vedrà se effettivamente la tribù degli Zentan, a cui si deve la caduta di Tripoli, non riconosce l’autorità del Consiglio di Transizione; cosa verrà fuori da una composita coalizione di ribelli comprensiva di tutto e del contrario di tutto (monarchici e repubblicani, laici e islamisti, dissidenti della vecchia guardia e ribelli dell’ultima ora) e fino a che punto giocheranno i tradizionali contrasti fra Tripoli e Bengasi e le rivalità tribali. In astratto uno scenario di decomposizione di tipo afghano aleggia sul paese.
Si dice che fra otto mesi ci sarà un’Assemblea Costituente, e fra venti mesi le elezioni politiche: prima di chiedersi se esse saranno la panacea presentata dai mass-media, si deve sottolineare la mancanza dei necessari presupposti, cioè una società civile “unitaria” alla maniera occidentale, mentre quella libica è frammentata in nuclei tribali e regionali, altresì suscettibile di ulteriori spaccature/aggregazioni per l’azione del radicalismo islamico.
L’incognita rappresentata da quest’ultimo oggettivamente esiste, e al momento non è ponderabile. Poi saranno i fatti futuri a parlare.

Pluralità di fazioni e problema islamista
Sia per le articolazioni interne ai ribelli di Bengasi, sia per la tradizionale e non sopita divaricazione fra essi e i tripolini non è azzardato prevedere – se non si arrivasse a una spartizione soddisfacente per tutte le componenti del fronte - il prossimo aprirsi di una diffusa e frammentata lotta per il potere dagli esiti non piacevoli, all’interno come all’estero. A pesare sarà certo il fatto che si deve la caduta di Tripoli agli ultimi arrivati, e non ai cirenaici, i ribelli della prima ora. Significativamente il 3 settembre il ministro degli Interni del Consiglio di Transizione, Ahmed Darrad, ha formalmente chiesto ai reparti di insorti non-tripolini di lasciare la capitale, con ciò causando gli intuibili malumori in gente che ha alle spalle una maggiore quantità di combattimenti e oggi ha sentore di misconoscimenti dei sacrifici affrontati.
Intanto il pericolo islamista, anche se non quantificabile, comincia ad apparire, e non più sullo sfondo, ma in primo piano. Per quanto discreta sia l’azione sviluppata dai circoli radicali islamici, il direttore del quotidiano londinese al-Quds al-Arabi, ‘Abd al-Bari Atwan, li ha di recente definiti “forti, ben armati e implacabilmente ostili alla Nato”. Potrebbe non sensibilizzare più di tanto l’aver deciso giorni fa il Consiglio di Transizione che la sharía sarà fonte d’ispirazione per le leggi dello Stato. Per quanto ciò possa dispiacere a laici e neokemalisti, non si tratta però di una novità nel mondo arabo, atteso che lo stesso accade per esempio in Egitto. Ma tutto sommato un po’ più preoccupante è la figura del nuovo comandante militare di Tripoli ‘Abdelhakim Belhaj (o anche Abu Abdallāh al Sadik), sospettato di rapporti con la galassia di al-Qaida.
Sarà vero oppure no? Indipendentemente da questo particolare, asserito ma non provato, il suo curriculum non è tale da rassicurare, e questo si riverbera sulle sue esibizioni verbali di moderatismo. Ex combattente in Afghanistan insieme ai Mujahiddin negli anni ‘80, nel 1995 fondò in patria il Gruppo Islamico di Combattimento Libico (Lifg), a cui si deve l’anno successivo un tentativo di uccidere Gheddafi (in quel periodo la politica del dittatore era contraria al radicalismo islamico sia perché da lui non controllato, sia per esigenze di make-up verso l’Occidente al fine di poter concludere proficui affari economico/finanziari). Nel 2004 era stato preso dalla Cia e poi consegnato a Gheddafi, dalle cui carceri era uscito nel 2008 a seguito di un’amnistia. Vuoi per il suo attuale incarico, vuoi per essere a capo di un gruppo di insorti duri e puri, oltre che ben arnati, di lui risentiremo parlare.

I “salvatori” europei: fonte di complicazioni
A questo punto appare problematico il ruolo delle maggiori potenze della Nato nel prossimo futuro. Questo ruolo, a seconda di come si metteranno le cose e di come dette potenze riusciranno a esercitare il loro potere, potrà essere destabilizzante o autoritativamente stabilizzatore.
Non si dimentichi mai che il regime di Gheddafi non è stato abbattuto dalla rivolta popolare: senza l’intervento militare esterno (essenzialmente di Francia e Gran Bretagna), effettuato in violazione sia del diritto internazionale sia di un ambiguo deliberato dell’Onu, già da tempo Gheddafi avrebbe massacrato i ribelli (Bengasi si salvò in corner, grazie all’intervento dell’aviazione francese che attaccò non appena il Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 19 marzo scorso autorizzò l’intervento “ a difesa dei civili”). L’intervento straniero ha del tutto rovesciato i rapporti di forza sul campo.
In buona sostanza la Nato, che ha abbattuto il regime libico, riuscirà a sostituirlo con un altro capace di prendere in pugno la situazione? Una buona parte del problema sta qui. Dalla stampa si apprende che sono in corso colloqui europei per la spartizione del petrolio libico, che a essi partecipa anche l’Italia. La Francia vorrebbe una quota del 35% per la Total, e l’Italia una forte presenza dell’Eni. Anche per il grande business della ricostruzione del paese ci sarà un’analoga quotizzazione e la Repubblica Popolare Cinese si è già affacciata con la sua candidatura.
Soffermarsi sugli aspetti etici è del tutto fuori luogo perché in assenza di quell’intervento ci sarebbero state ondate di proteste contro l’indifferenza del consesso degli Stati di fronte al massacro libico; e poiché c’è stato, implicando spese enormi, è ovvio che i “salvati” dovranno pagare il conto. Qui diciamo solo che ben difficilmente un condominio straniero di compari non dotati di pari forza (e determinazione) riuscirà a egemonizzare gli sviluppi futuri senza suscitare opposizioni: sia tra gli stessi partners, sia da parte della società libica. Quest’ultima troverà di fronte a sè aspiranti padroni europei, famelici e in lotta fra loro, con i governanti locali (che a costoro tutto devono) non certo in condizioni di fare resistenza e suscettibili di dividersi clientelarmente in rapporto ai singoli “salvatori” europei. Non è quindi esagerato prevedere una risposta dura da parte di quei settori che resteranno esclusi da un potere neocolonizzato. Il grande “ballo” deve ancora iniziare, e non si tratterà solo di “transizione”.

Un commiato?
Con un numero consistente di corrispondenze si è cercato di seguire i maggiori eventi attuali del mondo arabo commentandoli in modo da offrirne (si spera di averlo fatto) una visione diversa da quella presentata dai grandi (e vincolati) mezzi di comunicazione.
A questo punto possiamo prenderci una pausa, salvo eventi di straordinario o particolare rilievo. Infatti, chi fin qui ha avuto la pazienza di seguire i ben 23 interventi ospitati da “Utopia Rossa” ha a disposizione adeguate chiavi di lettura per continuare a commentare da sé i successivi sviluppi. Soprattutto libici, tunisini ed egiziani. E la situazione siriana? Anche per essa vale quanto detto, non solo per la sua stasi attuale. Se all’autore di questi scritti si dà licenza di indossare gli aleatori panni dell’indovino, se ne presenta la previsione: al-Assad non sarà rovesciato dalla piazza; e se le Forze Armate siriane continueranno a operare come hanno fatto finora, allora egli resterà al potere.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.