di Roberto Massari
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(Sul libro di David Meghnagi: S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica», Bollati Boringhieri, Torino 2025)
Sono molti gli argomenti toccati da David Meghnagi (psicanalista nato a Tripoli e ivi sfuggito a un pogrom del 1967), ma il tessuto connettivo del libro è la «questione ebraica» riferita a Freud, Jung e alle origini della psicanalisi. Un grande lavoro di ricerca meticolosamente documentata (83 pagine di note a fronte di 155 di testo) che si potrebbe suddividere in sezioni relativamente autonome: il ruolo di Freud, la formazione a Vienna del primo nucleo di psicanalisti, Jung, il rapporto Freud-Jung, Mosè (quello di Michelangelo, ma anche quello di Freud), Sabina Spielrein, Erich Neumann, il rapporto Neumann-Jung, questioni di teoria psicanalitica e di teoria analitica, spezzoni di storia dell’ebraismo otto-novecentesco.
Il tutto sullo sfondo di quella che viene definita in apertura come «la più immane tragedia del nostro tempo» - la Shoah, ovviamente - preceduta e seguìta dalle varie espressioni di antisemitismo (che io preferisco chiamare antiebraismo), penetrate fin dentro le file del mondo scientifico e dello stesso movimento psicanalitico. Ed è in questa luce che sono affrontate dettagliatamente le posizioni a dir poco ambigue che Jung, il padre della psicologia analitica, manifestò nei confronti del nazismo, con il relativo substrato antiebraico ricavabile dalle sue concezioni di «razza», di «germanità», di «inconscio ebraico» distinto dall’«inconscio ariano» ecc.
Di fronte a una tale varietà di approcci è veramente difficile stabilire quale vada privilegiato. Una plausibile introduzione alla più pervasiva tematica del libro si potrebbe, però, ricavare da una constatazione (confermata da varia altra letteratura), che Meghnagi racchiude in una semplice nota e che ha invece un’importanza fondamentale per lo sviluppo del suo discorso:
«Durante il XX secolo, il 35% dei premi Nobel fu assegnato a scienziati ebrei, mentre questi rappresentavano solo lo 0,23% della popolazione mondiale» (p. 185).
Un dato a cui potrei aggiungere che gran parte di questi riconoscimenti riguardò la cosiddetta «regina delle scienze» e cioè la fisica. Tra i più celebri, spiccano nomi come Einstein, Fermi, Born, Segré, Oppenheimer. E se accettiamo la stima di 15,7 milioni di ebrei nel mondo (per il 2024), è come dire - in termini puramente paradossali, ovviamente - che gli abitanti della Repubblica di Guinea o del Benin potrebbero aver fornito un terzo degli scienziati premi Nobel del Novecento, o lo stesso si sarebbe potuto ricavare dalla somma delle popolazioni di Lombardia e Lazio.
Un discorso analogo potrei farlo per il campo musicale dall’Ottocento in poi (dove il dato è ugualmente impressionante) o per altre discipline.
Nascita della psicanalisi in un ambiente ebraico
Ebbene, in questo dato macroscopico - che solo una forma di razzismo «al rovescio» potrebbe far derivare da una presunta intelligenza superiore nella media degli ebrei sparsi nel mondo - va inserita anche la nascita della psicanalisi. Concepita essenzialmente da un ebreo ateo - un atto teorico altamente creativo reso possibile forse proprio dal fatto che Freud fosse ebreo e ateo allo stesso tempo, come rileva Meghnagi - essa raccolse nelle «riunioni del mercoledì sera» a Vienna (il primo circolo freudiano) medici o futuri psicanalisti quasi solo di provenienza ebraica. Meghnagi fornisce una lista succinta di ebrei partecipanti al circolo viennese o primi allievi di Freud o divenuti ben presto suoi seguaci. Ma per dare un’idea più esaustiva del fenomeno, quella lista merita di essere ampliata con molti altri nomi di provenienza ebraica. Li indico qui di seguito (salvo omissioni involontarie):
Tra i primi: Max Kahane, Alfred Adler, Wilhelm Stekel, Paul Federn, Viktor Tausk, Hanns Sachs. Ai quali si aggiunsero altri di analoga provenienza ebraica come Otto Rank, Eduard Hitschmann, Karl Abraham, Ludwig Binswanger, Sándor Ferenczi, Abraham Arden Brill, Oskar Otto Rie, Alfred Bass, Helene Deutsch, Isidor Isaak Sadger (che morirà nel lager di Theresienstadt), Fritz Wittels (primo biografo di Freud), Guido Brecher (che morirà nel lager di Zamość), il critico musicale Max Graf, Hugo Heller (secondo editore viennese di Freud, convertito dall’ebraismo al protestantesimo), Edoardo Weiss (il triestino che aderirà nel 1913 e introdurrà la psicoanalisi in Italia) - senza dimenticare tra i pochi non-ebrei i cattolici Rudolf R. Urbantschitsch e Rudolf Reitler, l’evangelico Edwin Hollerung, nonché il gallese e futuro grande biografo di Freud, Ernest Jones.
Ebrea sarà anche la paziente russa di Jung, divenuta a sua volta una pioniera della psicanalisi nel tentativo fallito d’introdurla nella Russia di Stalin: Sabina Spielrein. A lei si è cominciato ad attribuire (in vari libri e in due film) il merito che le spetta, dopo il ritrovamento nel 1977 delle sue lettere a Jung e a Freud, oltre che del suo Diario. Nel libro di Meghnagi molto su di lei viene ripreso dal fondamentale lavoro di Aldo Carotenuto, ampiamente citato: Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud (1980/1999). Ma l’introduzione del suo personaggio sulla scena psicanalitica dominata da Freud e Jung è fondamentale anche in termini simbolici, in quanto futura vittima dei nazisti: Sabina sarà uccisa dalle SS a Rostov (luglio 1942), insieme alle due sue figlie e a circa altre 27.000 persone, per lo più ebree.
Nel libro si ricostruisce la preoccupazione, molto presente nel Freud di quei primi anni, riguardo alla forte limitazione rappresentata, per lo sviluppo della nuova disciplina, dal fatto che i suoi principali esponenti fossero quasi tutti di provenienza ebraica. Al di là della diffidenza con cui una società intrisa di antisemitismo, quale quella austriaca di inizio secolo, poteva accogliere le intrusioni nel campo della sessualità e le teorie «rivoluzionarie» di una disciplina così caratterizzata in termini ebraici, esisteva effettivamente il rischio di «etnicizzare» la disciplina, se la si fosse relegata in un «ghetto» medico-terapeutico facilmente sospettabile di pseudoscientificità.
L’arrivo di Carl Gustav Jung (1875-1961)
Per fortuna così non andarono le cose - lo sappiamo da posteri - ma agli inizi il pericolo era ben reale. Fu questa, quindi, una motivazione forte da parte di Freud per accogliere a braccia spalancate il giovane e intraprendente medico svizzero, un «gentile» a tutti gli effetti e per giunta germanizzato, laureatosi nel 1900 (l’anno dell’Interpretazione dei sogni) e che da allora aveva lavorato nel Burghölzli, l’istituto psichiatrico di Zurigo, sotto la guida del celebre Eugen Bleuler (1857-1939).
Freud vide in lui il suo probabile successore, anche se nel loro comune viaggio negli Usa (1909) - nel corso di quella che rappresentò di fatto una vera e propria reciproca analisi - il potenziale conflitto padre-figlio cominciò ad affiorare. Nel 1910 Jung divenne presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale e direttore della relativa rivista (Jahrbuch). Ma già la pubblicazione nel 1912 del suo Wandlungen und Symbole der Libido [Trasformazioni e simboli della libido] doveva segnare l’inizio di una rottura sempre più radicale. Il disaccordo di fondo poteva sembrare - e certamente lo era - tra una concezione pulsionale concepita in termini essenzialmente di sessualità (Freud non era ancora arrivato alla sua concezione più matura del conflitto tra il principio del piacere e l’istinto di morte) e una teoria delle pulsioni concepita in forma via via crescente anche in termini di «energia psichica».
Ma vi era certamente dell’altro. E poiché il carteggio tra Freud e Jung è rimasto intatto, Meghnagi può procedere a «rileggerlo alla luce del Diario di Sabina Spielrein e delle sue accorate lettere a Jung e a Freud: un viaggio unico nei meandri di una pagina fondamentale della storia del movimento psicanalitico» (p. 69).
L’antiebraismo di Jung
Se il cap. 4 è dedicato a questa proposta di lettura dei materiali di Sabina Spielrein, il cap. 5 è dedicato a ricostruire la rottura tra Freud e Jung. I termini del conflitto - teoria psicanalitica versus teoria analitica - sono noti, ma non sempre si dà la dovuta importanza alla questione del soggiacente antiebrasimo di Jung. Benché percepibile solo attraverso un profondo scavo alla ricerca del significato di alcune formulazioni teoriche, nonché di atteggiamenti, l’antiebraismo junghiano apparirà apertamente in brani come il seguente, scritto nel 1934, in Situazione attuale della psicoterapia, e concepito in un periodo di illusioni nei confronti della recente ascesa dei nazisti al potere:
«Gli ebrei hanno in comune con le donne questa caratteristica: essendo fisicamente più deboli, mirano a scoprire le falle nella corazza dell’avversario e, grazie a questa tecnica indotta in loro da secoli di storia, gli ebrei stessi sono meglio protetti là dove gli altri sono più vulnerabili [...]. L’ebreo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà da circa di tremila anni, possiede, come il cinese cólto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi [si noti il “noi” con cui s’intende la “razza” germanico-tedesca (r.m.)]. [...] L’inconscio “ariano”, invece, contiene tensioni e germi creativi di un futuro ancora da compiere [...]. Gli ancor giovani popoli germanici sono pienamente in grado di creare nuove forme culturali e questo futuro si trova ancora sepolto nelle oscurità di ogni individuo come nucleo carico di energia, capace di dar vita a una fiamma possente» (p. 235n, corsivi miei).
Ci sono, tuttavia, dichiarazioni ancor più gravi, come nell’intervista a Robert Hillyer (1936) in cui Jung dirà che «il nuovo ordine di Hitler... sembra rappresentare l’unica speranza per l’Europa» (p. 139).
Mosè e la religione
Possibli tracce di un’interpretazione freudiana, riguardo all’influenza dell’ebraismo sulle origini della psicanalisi, vengono indicate da Meghnagi tramite un’attenta rilettura delle tre parti che compongono L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-1938). Un testo che potrebbe fare da sfondo per il tema che si diceva all’inizio; potrebbe cioè rappresentare l’avvio di una qualche spiegazione per la forte incidenza quantitativa e qualitativa di menti scientifiche, musicali ecc. in individui di provenienza ebraica (religiosi o atei che essi fossero). Ciò non significa, però, che venga data una spiegazione esauriente di tale fenomeno, né da parte di Freud né da parte di Meghnagi. Del resto, non sarebbe stata impresa facile...
Il confronto Jung-Neumann
La parte conclusiva è dedicata al carteggio tra Erich Neumann (1905-1960) - ebreo trasferitosi a Tel Aviv nel 1934, junghiano ed esponente di spicco dell’Associazione internazionale per la psicologia analitica - e Jung. Molto importante perché le critiche all’antiebraismo soggiacente di Jung vengono ora rivolte da un seguace della sua teoria analitica e quindi acquistano una valenza particolare.
Dalle risposte di Jung alle critiche del suo affezionato interlocutore si coglie il tentativo di attenuare o addirittura negare gli atteggiamenti filonazisti e antiebraici manifestati nel periodo prebellico. Di questo tentativo fu un esempio anche l’incontro «chiarificatore» con Leo Baeck, il celebre rabbino e teologo tedesco (morto a Londra nel 1956), espressamente citato da Meghnagi (p. 147). Del resto, la stessa elaborazione da parte di Jung del «concetto psicologico di colpa collettiva» poteva prestarsi a tale operazione (e nel caso si sarebbe trattato di un’evidente rimozione, se applicata alla «questione ebraica»), ma l’onestà intellettuale di Neumann non prestò il fianco a tardive giustificazioni. E ciò pur condividendo egli con Jung «una visione degli archetipi ancorata a un’idea di “razza”» che Meghnagi non esita a definire giustamente non scientifica.
Forse la parte finale dedicata a Neumann avrebbe dovuto meritare l’inserzione del suo nome nel titolo. Ma contenendo questo già tre nomi - due molto pesanti e uno new entry - si sarebbe rischiato l’affollamento. Resta il fatto che la presentazione della personalità di Neumann - ebreo, «israeliano» sino alla fine, seguace di una concezione analitica nettamente differenziata dalla psicanalisi, legato indissolubilmente al suo mentore, ma non disposto ad assolverlo per il suo più o meno latente antiebraismo - fornisce un’adeguata via di conclusione al tema proposto nell’intero libro.
Riportando parole di Neumann (tratte dalla lettera a Jung del 26 luglio 1950), scrive Meghnagi:
«Dal “piccolo paese isolato” [Israele] - scrive Neumann in un gioco di rimandi simbolici - per “molti aspetti ottuso e barbaro” e “per altri produttivo e promettente”, l’opera di Jung si sarebbe potuta liberare dall’Ombra che l’aveva resa unilaterale e cieca. [Ma] la questione dell’Ombra nel pensiero junghiano andava in realtà ben oltre il rapporto fra ebrei e non ebrei europei» (p. 152).
«Ben oltre», «Qualcosa di più»...
Quel «ben oltre», riferito all’ebraismo, ha una lunga tradizione teorica che però, a mio personale avviso, non è mai arrivata all’individuazione di contenuti convincenti o condivisi. Difficilmente sarebbe potuto riuscirci lo stesso Meghnagi. Il quale conclude, comunque, facendo sue le parole dello scrittore e filosofo francese Maurice Blanchot (1907-2003), riassumibili nella constatazione che l’ebraismo è qualcosa di più che una cultura e una religione: è un fondamento di relazioni con l’altro, un sentimento creato o rafforzato dalle persecuzioni.
Personalmente posso condividere solo una definizione dell’ebraismo che non prescinda dal fatto storico delle persecuzioni, la cui continuità quasi bimillenaria è sopravvissuta a profonde differenze linguistiche, geopolitiche, etniche e culturali (compreso il fatto non irrilevante di poter essere ebrei religiosi o ebrei agnostici, atei ecc.).
Tale continuità, del resto, è sopravvissuta all’alternarsi dei soggetti autori delle principali persecuzioni, caratterizzati a loro volta da discontinuità temporali, disomonogeità geopolitiche, apparizioni sulla scena storica (a volte secolari) e relative scomparse. In primo luogo i cristiani con l’invenzione del «deicidio» e il loro «antiebraismo teologico» (Poliakov), di cui sopravvive ancora in ordine sparso l’«antiebraismo biblistico» (di cui parlo nel mio recente Deliri del nuovo antiebraismo, pp. 16-17). A seguire l’antiebraismo bizantino, dell’Islam, delle comunità slave o di movimenti slavofili, di teorie razziali europee e postmedievali, di fascisti e di nazisti. Per arrivare a tempi molto recenti, con il pogrom del 7 ottobre 2023, l’aggressione gazawi-iraniana a Israele e l’ondata di manifestazioni antiebraiche che essa ha suscitato nel mondo occidentale.
Solo il tempo e, si spera, una crescita di civiltà della specie umana, dimostrerà se l’ebraismo continuerà ad essere caratterizzato in primo luogo dall’essere oggetto di vari tipi di persecuzione - quindi ancora e sempre dalla necessità di definirsi in rapporto all’antiebraismo - o da tutti gli altri meriti ai quali qui si è solo accennato: tra questi, fondamentale, l’essere stato culla della nascente psicanalisi.
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