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venerdì 7 settembre 2012

DEL CALCIO, GIOCO DEGLI DEI, di Stefano Sbolgi («Birillo»)

Dedicato a mio figlio calciatore

Calcio precolombino (Maya)
Questo testo propone una riflessione su come il calcio sia l’unico vero fenomeno universale di questo tempo. Riflessione che, per quanto contenga tesi ardite e un po’ strampalate, affronta la questione da un punto di vista piuttosto originale che esula dagli stantii luoghi comuni e dai tradizionali clichè con i quali generalmente si affronta l’argomento calcio sotto tutte le sue molteplici e possibili angolature.

Introduzione
Fin dall’antichità più remota si ha notizie di giochi di squadra in cui si utilizzava un attrezzo sferico e come tale attrezzo fosse spinto o colpito anche con i piedi. Ciò dimostra che l’utilizzo del piede fa parte di una normale tendenza al coinvolgimento dell’intero corpo umano nell’attività sportiva o ludica.

Tutte le parti del nostro straordinario organismo compresi i piedi, in naturale correlazione concorrono a determinarne i più diversi movimenti del corpo nello spazio. Provate ad osservare un bambino che entra in contatto con una palla, anche se non ha mai visto giocare al calcio o non ne ha mai sentito parlare, immediatamente ne sarà incuriosito. La manipolerà, ci appoggerà la bocca, la raccoglierà e la lancerà con le mani ma, prima o poi, certamente gli darà anche dei calci.
Cercherà di impossessarsi della sua forma, ne valuterà le sue proprietà fisico-meccaniche, sarà divertito dalla caratteristica del rotolamento che il volume sferico possiede per natura.
La palla diventerà fonte di gioco e di sorprendenti scoperte. Osservando con attenzione il comportamento dei bambini ci accorgeremo che essi prendono possesso del mondo con l’intero corpo allertando tutti i loro sensi. In relazione paritetica e senza un preciso ordine gerarchico mani, bocca e piedi sono i suoi sensibilissimi ricettori e trasmettitori, gli strumenti con i quali acquisisce la consapevolezza del sé e del circostante fin dall’inizio della straordinaria camminata che ognuno di noi compie nella vita.

Il piede e il gioco
Siccome abbiamo visto che il piede entra inizialmente nella storia della civiltà umana in maniera assolutamente paritetica rispetto alle altre parti del corpo, non sorprende che esso compaia fin dagli albori della civiltà nelle attività ludiche o sportive.
Infatti, di antenati abbastanza simili al calcio attuale si hanno tracce fin dal II secolo. Uno di questi lo si riscontra nel cinese tsu' chu o cùjú, letteralmente "palla spinta con il piede", nel quale si doveva calciare una palla, riempita con piume e capelli, tra due canne di bambù. La porta non superava i 30/40 cm di larghezza. Circa 500 o 600 anni dopo, in Giappone si giocava il kemari (tuttora praticato), nel quale l'obiettivo dei giocatori, disposti in cerchio, era di non far toccare la palla in terra colpendola con i piedi.
Nella Grecia del IV secolo a.C. si giocava l'episciro (dal greco episkyros); nella successiva epoca Romana prese il nome di harpastum, nel quale due fazioni dovevano portare una palla oltre la linea di fondo avversaria e nel quale prevaleva l'aspetto antagonistico e fisico rispetto a quello puramente agonistico.
I riferimenti successivi si trovano 700 anni dopo nel Medioevo, in Italia, dove venne probabilmente abbozzata una forma di gioco in cui la palla veniva trattata con tutte le parti del corpo compresi i piedi (anche se con caratteristiche più simili al rugby) e chiamato Calcio in costume o Fiorentino.
Nelle isole britanniche questi sport impropriamente considerati antenati del calcio portati dai conquistatori romani, incontrarono diverse opposizioni: nel 1314 il podestà di Londra li dichiarò fuorilegge, durante la Guerra dei cent'anni furono vietati a favore del tiro con l'arco.
Vennero successivamente osteggiati da parte dei Puritani nel XVI secolo che li consideravano "frivoli".

Lo sport rimase comunque praticato e non fu mai soppresso del tutto, finché non venne depenalizzato nel 1835 con il cosiddetto Highway Act, che vietò il gioco nelle strade pubbliche ma lo rese possibile negli spazi chiusi.
Si tratta in ogni caso di giochi e sport che vengono praticati in alcuni periodi storici ed in determinati territori. Essi nascono e muoiono seguendo l’ascesa o il declino delle civiltà che li hanno introdotti, seguendo il destino di molti altri sport e giochi nati nell’antichità e poi successivamente dimenticati.

Calcio, la genesi
Sino alla fine del XX secolo nessuno poteva immaginare che proprio il calcio che, nella sua forma moderna nasce relativamente tardi, avrebbe raggiunto la diffusione planetaria e la dimensione universale che gli viene riconosciuta.
D’altro canto, se oggi è possibile immaginare la nostra civiltà senza il baseball o l’hockey, non sarebbe possibile immaginarla senza il calcio.
La storiografia tradizionale ed universalmente accettata considera l’Inghilterra e in particolare i college britannici come la patria del calcio moderno. Il calcio nasce quindi nelle isole britanniche e si diffonde come sport d'élite. Il football fu inizialmente praticato dai giovani delle scuole più ricche e delle università.
Le classi erano sempre composte da dieci alunni e a questi si aggiungeva il maestro che giocava sempre insieme a loro. Nacque così la consuetudine di giocare in undici.
Il capitano di una squadra di calcio è quindi una sorta di discendente del maestro che, in quanto tale, dirigeva la sua classe di alunni.
Le diverse scuole britanniche giocavano ognuna secondo le proprie regole, spesso basilarmente diverse.
Ma è proprio in questa fase che il calcio si differenzia radicalmente dal rugby con l’introduzione di una regola semplice ma che, a mio avviso, costituisce una sorta di spartiacque, vera e propria genesi di uno sport che, da questo punto di vista, non discende direttamente da nessun altro gioco e che lo rende pertanto qualcosa di inedito e del tutto diverso da qualsiasi altro sport: si vieta l’uso delle mani e i piedi diventano i veri artefici di del quel prodigio umano che diventerà il calcio moderno.

1848, all'Università di Cambridge, H. de Winton e J.C. Thring proposero e ottennero di fare una riunione con altri undici rappresentanti delle varie scuole e club inglesi (tra cui Eton, Harrow, Rugby, Winchester e Shrewsbury) per trovare un punto d'incontro. La riunione durò otto ore e produsse un importante risultato: vennero infatti stilate le prime basilari regole del calcio, dette anche Regole di Cambridge, nelle quali si sancisce ufficialmente che nel calcio la palla si calcia con i piedi e che il “tocco di mano” è vietato e sanzionato.
Il 24 ottobre 1857 a Sheffield, Nathaniel Creswick fondò la prima squadra di calcio della storia: lo Sheffield FC. Ma il contributo di Creswick al gioco del calcio non si fermò qui: insieme a William Prest scrisse nel 1858 le Sheffield Rules che si aggiungevano a quelle precedenti ed introducevano nel gioco regole importanti come la durata della partita e la divisione della stessa in due tempi.

La città di Sheffield può essere considerata a tutti gli effetti la madre del calcio moderno dato che, dopo la fondazione del primo club, nella cittadina inglese si giocò la prima competizione di calcio della storia: la Youdan Cup, vinta dall'Hallam FC, il secondo club di calcio della storia. Pochi anni dopo, il 26 ottobre 1863, a Londra venne fondata la Football Association, prima federazione calcistica nazionale che unificò definitivamente il regolamento.
Queste scelte posero definitivamente fine al dubbio che riguardava la parte del corpo con la quale colpire la palla: il nuovo regolamento indicò chiaramente il gioco con i piedi e permise l’utilizzo delle mani solo nel momento in cui era necessario catturare un pallone sicuramente indirizzato in porta, come su un calcio di punizione diretto. Queste regole furono adottate da tutti eccetto che dalla scuola di Rugby che seguirà la sua strada differenziandosi definitivamente e radicalmente dal calcio.

Calcio, fenomeno globale
Il calcio si espanse a macchia d'olio: in Inghilterra ben presto divenne lo sport per eccellenza della classe lavoratrice e non solo di quella benestante. Comincia l’ascesa travolgente che porta il calcio ad uscire immediatamente dal confine elitario circoscritto alle classi agiate per assumere fin da subito una dimensione universalistica. Dall'Inghilterra, il calcio moderno venne esportato prima nelle vicine Scozia (1873), Galles (1876) e Irlanda del Nord (1880) e successivamente in tutta Europa o per opera degli emigrati di ritorno dall'Inghilterra stessa (che furono tra i primi a conoscere il football) o su iniziativa degli stessi inglesi che si trovavano all'estero. Furono così fondate le federazioni in Europa e ovunque arrivava il commercio inglese (come Nuova Zelanda e Sud America).
Il fenomeno ormai era di dimensioni intercontinentali e fu necessario adattare le istituzioni calcistiche e chiarire in maniera più dettagliata le regole. Regolamento che subisce una evoluzione continua ma che salvaguarda comunque la caratteristica costitutiva, ossia, a parte pochissime eccezioni rigidamente definite dal regolamento, la palla si colpisce con i piedi.

L’universalità
Secondo lo studio Big Count 2006, svolto dalla FIFA nel corso del 2006 e pubblicato nel maggio 2007, in tutto il mondo ci sono 265 milioni di persone che praticano il calcio di cui 38 milioni tesserati per le varie società. Includendo anche gli arbitri e i funzionari il totale delle persone direttamente coinvolte nel calcio raggiunge i 270 milioni, ovvero circa il 4% della popolazione mondiale. Il continente con più giocatori in termini assoluti è l'Asia (85 milioni di calciatori), seguita da Europa (62), Africa (46), America del Nord (43), America del Sud (27) e Oceania (0,5) mentre in percentuale la maggior diffusione si ha in Europa, Nord e Sud America, dove le persone coinvolte rappresentano il 7% della rispettiva popolazione totale. Questi dati, anche se non recentissimi, sarebbero già sufficienti a dare un’idea della notevole diffusione di questo sport su scala mondiale, ma è pur vero che tali statistiche non sono del tutto attendibili a causa dell’estrema difficoltà a individuare metodologie esaustive per la raccolta dei dati. Ciò per più di un motivo, a partire dalla disorganizzazione e dal dilettantismo di numerose federazioni calcistiche, in particolare del cosiddetto terzo mondo, passando per una sorta di refrattarietà di alcune federazioni nel diffondere i dati reali sul numero dei propri tesserati, finendo con l’oggettiva difficoltà sintetizzare dati statistici estremamente eterogenei sull’argomento.

Se per misurare l’effettiva diffusione di questo sport si dovessero considerare esclusivamente le statistiche elaborate sulla base del numero dei tesserati scopriremmo che in Italia il calcio è lo sport di gran lunga con il maggior numero di praticanti: 1.129.440 come emerge da una ricerca pubblicata su Sport Week, il magazine settimanale de La Gazzetta dello Sport, che ha raccolto, in occasione del 15esimo Censimento Generale della Popolazione e delle Abitazioni, i dati di Coni e Istat per capire come sono cambiate le abitudini degli italiani in tema di sport. Il calcio è seguito dalla palla a volo con 327.031, dal basket con 322.556, dal tennis con 240.999 e giù a scalare: la pesca sportiva, l’atletica, il motociclismo, gli sport equestri, le bocce e il badminton al decimo posto che conta 113.039 tesserati.

Dalle rare statistiche internazionali risulta invece che nel mondo il calcio per numero di tesserati è solo quarto con 265 milioni di praticanti, preceduto dal tennis tavolo con 300 milioni, dal basket con quattrocento milioni e dal volley a grande distanza con 998 milioni. È ovvio che questo tipo di statistiche basate esclusivamente sul numero dei tesserati e praticanti ufficiali fornito dalle federazioni, non danno la misura di quale sia la reale diffusione delle discipline sportive.

E’ altrettanto ovvio che per misurare in modo attendibile il fenomeno calcio bisognerebbe tenere in considerazione molti altri indicatori a partire dai numeri sul pubblico che segue questo sport, sia negli stadi che attraverso i media, dalla rilevanza economica dei diritti televisivi, il numero di società iscritte alle federazioni, la capitalizzazione delle società stesse, il richiamo mediatico internazionale che esercitano le più importanti competizioni sia a livello di squadre nazionali che di club, alla quantità di pubblicazioni giornalistiche o a quanto il mercato editoriale insista sull’argomento ecc.
Sarebbe persino banale, anche se non confortati da un preciso riscontro statistico, affermare che il calcio ha raggiunto una rilevanza enorme a qualsiasi livello nella cosiddetta modernità. Per sostenere che il calcio non ha rivali nell’ambito dello sport e che è difficile individuare validi competitori in qualsiasi altro campo la ricerca statistica potrebbe risultare addirittura superflua.

Perché proprio il calcio
Dato quindi per scontato che il calcio sia lo spettacolo globale più importante del mondo e che debordi ampiamente dalla semplice forma spettacolo per diventare fenomeno universale estremamente più cogente, nasce una domanda assai banale ma alla quale le risposte che una moltitudine di pensatori, giornalisti e uomini di cultura hanno cercato di dare non sono, a mio modesto avviso, del esaustive e del tutto sufficienti per spiegare come uno sport o gioco, di per sé apparentemente simile a molti altri, abbia conseguito una universalità tale da vincere la gara, sul piano della diffusione planetaria e della radicatio vitae con le grandi ideologie e le grandi religioni affermatesi nella storia sia antica che contemporanea. O meglio, molte sono le spiegazioni, molte le teorie di indubbia efficacia e di solide basi teoriche ed analitiche che hanno messo sotto il microscopio il fenomeno calcio per gran parte degli aspetti divenuti prepotentemente osmotici con la struttura sociale, culturale, politica, economica, antropologica, filosofica e persino biochimica che domina il nostro spazio e il nostro tempo.
Le risposte sono molteplici ed articolate, ognuna delle quali mira a rintracciare il motivo o i motivi per il quale il football appare sempre più saldamente radicato nell’uomo. C’è chi ne ha sottolineato l’intrinseco legame con la società moderna industrializzata, evidenziando ad esempio come esso incarni alla perfezione lo spirito di competizione, d’impresa, d’efficienza. Miti che hanno dominato l’ultima fase della modernità e che oggi, contrariamente alla popolarità del calcio, sono fortemente in crisi davanti all’evidente fallimento del modello di sviluppo del quale hanno costituito i pilastri socioculturali di riferimento.
Qualcuno ha intravisto in questa caratteristica la tendenza del calcio a soppiantare i giochi tradizionali espressione di identità etniche e regionali. Oppure, al contrario, chi ne ha voluto fare l’emblema del sentimento patrio, o di ritrovati legami nazionalistici che vanno ben oltre il naturale sentimento di appartenenza comunitaria e molto altro ancora.
Valutazioni che però non colgono fino in fondo le poche quanto banali caratteristiche di questa attività umana che la rendano, pertanto, unica ed irresistibile.
Esiste una letteratura ormai sconfinata che si occupa della questione ma, per quanto vasta, gli elementi che vengono presi in esame non sono riconducibili esclusivamente al calcio.
Molte questioni affrontate, per quanto di indubbio interesse, rientrano in un ambito più generalista, comune ad altri giochi e sport di squadra, riconducibili alla misteriosa relazione tra uomo e gioco, al rapporto tra l’estetica della singolarità e l’organizzazione etica della pluralità, od ancora alla relazione, anch’essa misteriosa, tra gli individui e quel primordiale volume che è la sfera, così carico di significati simbolici, religiosi, metafisici e matematici, che da Parmenide in poi, ma forse da sempre, ne hanno fatto l’emblema della perfezione.
Palla, altrimenti detta  “giocattolo degli dei”, ma attrezzo che, come è noto, compare in tanti altri sport e giochi molto umani e del tutto terreni.
Altri, ma peraltro molto pochi, hanno colto nel calcio la peculiarità dell’utilizzo prevalente e quasi esclusivo dei piedi ma limitandosi ad intravedere in ciò una specie di semplice rivalsa del piede plebeo nei confronti dell’aristocrazia della mano.
Credo che in realtà questa relazione vada indagata molto più in profondità perché, proprio in essa, potrebbe nascondersi una delle possibili spiegazioni dell’universalità fenomenologica del calcio.

In pochi hanno colto la vera quanto banale particolarità del calcio, ossia che è l’unico sport nel quale si usano e si esaltano solo i piedi.
Nelle principali lingue europee questa semplice verità viene attestata proprio dal nome stesso del gioco che tiene insieme i termini piede (foot) e palla (ball): football per l’appunto.
L’unico sport, per contro, in cui l’uso della mano non solo è vietato ma anche duramente sanzionato, eccetto per il ruolo del portiere che comunque ha competenza solo all’interno di un limitato settore del terreno di gioco (aria di rigore) e, con le recenti modifiche apportate al regolamento, solo se il pallone è calciato da un avversario, altrimenti scattano le sanzioni anche per lui.

Inghilterra, nasce il calcio moderno. Fu un caso?
In precedenza abbiamo ricordato che per la storiografia ufficiale universalmente accettata è l’Inghilterra la patria del calcio moderno. Ma proprio a partire dalle riflessioni precedenti potrebbe non essere un caso che il calcio moderno nasca proprio nell’Inghilterra vittoriana, nel cuore della rivoluzione industriale, patria e banco di prova dell’ideologia positivista del “fare”, simulacro della cieca fiducia nel progresso.
Nonostante l’impressionante rivoluzione tecnologica della macchina, l’utilizzo anche simbolico della mano conserva la sua centralità, come archetipo dell’evoluzione positiva dell’uomo che si fa largo nel mondo sensibile, nella natura imponendo se stesso, la sua superiorità rispetto al resto dei viventi in larga misura in virtù della ragione, la cui protesi tecnica è proprio la mano.

Calcio e luddismo, esiste una relazione?
Come non fu assolutamente un caso che fossero proprio gli operai inglesi, i famigerati luddisti, nel 1811-13 a prendere d'assalto i telai meccanici per la lavorazione della lana, al tempo della prima grande Rivoluzione Industriale.
I libri di storia e specialmente quelli scolastici, ce li hanno sempre dipinti come degli ottusi nemici  del progresso; degli ignoranti retrogradi incapaci di comprendere che l'economia capitalista, ad ogni rivoluzione delle tecniche produttive, dei trasporti e delle comunicazioni, dopo un’inevitabile crisi di assestamento, possiede in sé la virtù prodigiosa di riassorbire la manodopera in eccesso e di assicurare benessere e prosperità per tutti. Ma i luddisti furono soltanto questo?
In un documentato saggio storico, Ribelli al futuro, il noto pensatore ecologista statunitense Kirkpatrick Sale ricostruisce la genesi, lo sviluppo e la fine del movimento luddista nelle quattro contee dell'Inghilterra centro-settentrionale (Lancashire, Cheshire, Derbyshire e Nottinghamshire) che già avevano visto, secoli prima, le leggendarie gesta di Robin Hood, in nome di un ideale di giustizia sociale e di libertà.
(E’ interessante notare che Sheffield, la città inglese dove nasce la prima società di calcio la Sheffield F.C, si trovi proprio nella contea dello Yorkshire dove i luddisti furono particolarmente radicati ed attivi).
I luddisti combatterono un tipo di macchine che esprimevano un modo di produzione ingiusto non solo verso di loro, ma verso tutti gli altri popoli e la natura. In questo senso furono l'unico movimento popolare che avesse colto il problema morale del processo industriale fin dai suoi albori.
In realtà i luddisti non combatterono il Progresso, ma una certa tecnologia al servizio della logica spietata del massimo profitto con il minimo dei costi di produzione e, quindi, della mano-dopera.
Essi insorsero non solo contro i telai meccanici e la logica immorale dell'egoismo padronale, ma anche a favore della restaurazione della civiltà artigiana e rurale, basata su un sistema produttivo che inseriva il singolo lavoratore in una rete di solidarietà sociali, e che le recinzioni delle terre comunitarie dei villaggi, alla fine del 1700, aveva già messo drammaticamente in crisi.
I luddisti  ebbero il merito di porre la domanda se è giusto che la vita umana sia subordinata a fredde leggi economiche. Se è giusto che l'essere umano sia considerato una semplice appendice del capitale.
È accettabile una tecnologia che non si cura dei costi umani del cosiddetto progresso, ma solo e unicamente dei profitti  di una ristretta classe sociale? Fino a che punto dobbiamo subire il ricatto di un siffatto, malinteso "progresso"?
La vicenda dei luddisti ci ricorda che ogni rivoluzione tecnologica del capitalismo ha prodotto crisi drammatiche di disoccupazione, miseria e sfruttamento. Alla seconda rivoluzione industriale di fine '800, ad esempio, l'Europa rispose cacciando sui bastimenti degli emigranti milioni e milioni di lavoratori disoccupati: fu quello il suo modo di disinnescare le tensioni sociali conseguenti alla dilagante caduta della domanda di lavoro.
La verità è che da quando il mitico Ned Ludd distrusse il suo telaio a martellate verso la fine del Settecento, l’umanità non ha ancora fatto chiarezza su cosa sia il progresso, come lo si possa definire. Si può considerare progredita una società tutta protesa alla conquista del benessere materiale, oltretutto per una ristretta minoranza d'individui, e sorda e cieca alle più autentiche istanze di benessere spirituale, intellettuale e morale?
Forse, l'industrialismo fondato su macchine finalizzate allo sfruttamento e alla produzione ad esclusivo vantaggio dell'uomo, è in rotta di collisione non solo con la biosfera ma anche con la natura umana.
Le società industrializzate, benché in grado di creare l'abbondanza materiale anche se non per tutti, sono tuttavia, afflitte dalla disuguaglianza, dall'ingiustizia, dall'instabilità e dall'inciviltà. Deficienze che tendono ad aumentare più che a ridursi con il progresso tecnologico.
E pur profetizzando il crollo del sistema politico-economico attuale, vuoi per un collasso ecologico, vuoi per l'esplosione delle sue insanabili contraddizioni interne, il compito dei neo-luddisti, forti dell'esperienza passata, potrebbe essere quello di preparare e preservare quel complesso di conoscenze che vanno ben oltre la tecnologia industrialista, inglobando e preservando i saperi collettivi che riguardano la valorizzazione del in perfetta armonia col Comune. Non è detto che sia proprio necessario attendere il collasso del capitale, per rifondare un diverso modello di società e di cultura; ma che si possa, fin d’ora, adoperarsi attivamente per affrettare la scomparsa di un tipo di economia e di mentalità che non meritano di sopravvivere.

E tutto ciò come si connette con la nascita del calcio moderno? A nostro avviso i due fenomeni sono in qualche modo legati. Oltre ad essere più o meno contemporanei, collocati nel medesimo territorio e nella stessa fase storica, rappresentano entrambi una sorta di resistenza ad una certa idea di progresso che proprio in Inghilterra prendeva forma sulla scorta del processo di industrializzazione.

Certo, il luddismo fu rivolta vera, repressa nel sangue perché incideva direttamente sui processi materiali e sugli assetti sociali dello sviluppo capitalistico, ponendo con forza e chiarezza una questione di classe.
Il calcio, identificandosi come attività che escludeva la mano dalle sue dinamiche, interpretava alla perfezione una sorta di resistenza contro l’introduzione della macchina che non depotenziò l’uso della mano ma che, al contrario, la rese funzionale e complice di quella rivoluzione illuministica di cui Kant fu uno dei grandi ispiratori. Kant che, nel descrivere la volontà di dominio dell’uomo tecno-intelligente sulla natura aneurale, non a caso elevò proprio la mano a protesi celebrale attraverso la quale compiere la “conquista”. Da questo punto di vista, si può azzardare l’ipotesi che la proletarizzazione del calcio, che da attività elitaria praticata nei college si è immediatamente diffusa tra le classi meno abbienti, non sia determinata solo dal fatto che si può teoricamente praticare senza costi: uno spazio piano, una palla e quattro pali sono sufficienti, (questo vale per tanti altri sport che però non hanno seguito la medesima parabola) ma che sia una delle facce della stessa, forse troppo romantica medaglia: il luddismo come rivolta e resistenza sul piano materiale e sociale, il calcio come fenomeno più sotterraneo, esistenziale e che ha agito nelle profondità della sfera dell’inconscio collettivo.
Questa ipotesi non cela la volontà di attribuire al calcio chissà quale proprietà rivoluzionaria, è solo un modestissimo tentativo di trovare una chiave di volta, fuori dai luoghi comuni, sul perché proprio il calcio abbia affascinato e continui ad essere una potente e durevole attrattiva per masse incalcolabili di esseri umani andando ben oltre l’idea di sport o gioco.

Con la massiccia introduzione della macchina nei processi produttivi e più in generale meccanizzando le attività umane, lo sviluppo tecnologico depotenzia l’attività manuale in sé, defraudata del processo creativo completo che traduce l’idea in manufatto, in prodotto finito (produzione artigianale, operaio di mestiere). La mano, pur declassata, resta l’arto imprescindibile attraverso il quale il cervello trasmette il comando per le operazioni che gestiscono la macchina.

Questo processo è ancor più evidente nell’arte in cui la manifattura dell’opera è un mix quasi paritetico tra la tecnica realizzativa delegata alla mano e la creatività della mente; un artista non poteva essere tale senza grande intelletto ed intuizione, ma nel contempo senza possedere una buona mano”.
La produzione artistica e in genere la maggior parte delle manifestazioni creative umane non sono forse una perfetta sintesi tra la produzione della mente e il virtuosismo della mano?
Non sono forse la massima nobilitazione di questo rapporto?
E quando questa relazione si compie attraverso l’arto povero non si tratta di una potente rottura?
Di un ribaltamento dello schema antropologico che regola la società normata?
E per estensione, insieme all’arto povero, non rappresenta una riabilitazione della povertà in genere compresa quella sociale, vituperata da secoli di esaltazione filosofica e biopolitica della ricchezza come fine ultimo e razionalistico dell’esistenza umana? (Ricchezza intesa in senso lato, ma nel senso di abbondanza).
La diffusione massiccia della macchina per la realizzazione delle attività umane, non solo nei processi produttivi, nonostante l’enorme evoluzione tecnologica non modifica sostanzialmente questo rapporto. L’introduzione della tecnologia informatica e digitale richiede delle macchine la cui operatività è ancora dipendente dall’utilizzo della mano. Le macchine, anche quelle più sofisticate prevedono, in caso di intervento umano nella loro gestione operativa, ancora l’uso massiccio della mano.

Tastiere e pulsantiere dominano oggi più di ieri il nostro universo quotidiano. Anzi, certe tecnologie come il touch riconsegnano alla mano una maggiore centralità richiedendo una sorta di accresciuto virtuosismo del movimento e della coordinazione.
La modernità, pertanto, ha costituito solo un parziale declassamento dell’arto superiore che conserva anche simbolicamente quel ruolo kantiano già intravisto dal pensatore tedesco nel Settecento che non esitò a definire questo arto come il “cervello esteriore dell’uomo.

Calcio Fiorentino, 1688
Questa prerogativa è alla base dell’evoluzione fisica della mano legata allo sviluppo tecnologico.
E’ assai noto che le mani dell'uomo debbono il loro straordinario successo allo sviluppo del pollice opponente. Fra tutte le parti del corpo le mani sono, forse, le più attive; eppure ben di rado ci lamentiamo di avere le mani stanche. E' stato calcolato che, in una vita media, le dita si piegano almeno 25 milioni di volte. Il maschio adulto medio può esercitare una presa di circa 20 kg, presa che può giungere a valori di 50 in particolari condizioni di allenamento. Ma il successo di questa dinamica appendice è dovuto solo per la metà alla potenza; per l'altra metà si deve alla sua estrema precisione. Utilizzo di strumenti sempre più sofisticati e tecnologici ha prodotto un’evoluzione della mano verso un’accresciuta leggerezza e una muscolatura più agile. Ma tale maggiore precisione non dipende solo da una maggiore leggerezza. Le articolazioni delle dita sono diventate nel processo evolutivo dal punto di vista fisico sempre più flessibili.

E' stato sostenuto (D'Agelou dell'Università di Los Angeles) che questa maggiore “flessibilità” e destrezza è il risultato di uno speciale adattamento evolutivo determinato dalla specializzazione delle mani nell’utilizzo di strumenti sempre più piccoli e complessi. La mano umana è divenuta una straordinaria opera di ingegneria, così complessa che nessuna sua imitazione da parte della robotica è mai riuscita a riprodurne tutte le molteplici azioni.
Kant ha definito la mano anche come “la parte visibile del cervello” e Bronowski usò un'immagine simile dicendo "la mano e' la lama della mente".

E il piede?
Il piede, al contrario è sostanzialmente escluso dalla modernità da un maggior coinvolgimento nei processi di riordino economico, sociale e culturale. Questa parte del corpo rimane del tutto marginale nel compimento delle azioni fondamentali finalizzate allo sviluppo del progresso.
Mentre la mano evolve in parallelo all’evoluzione dei processi tecnologici ed affina e specializza le sue funzioni il piede, al contrario, involve anche dal punto di vista morfologico; assieme al pollice opponente caratteristico dei primati, scompare la capacità prensile; la sua struttura progressivamente si modifica atrofizzandosi, le dita si accorciano mentre cresce la parte per così dire statica del piede. Mentre vestire la mano è considerato utile da un punto di vista protettivo ma inibente per quanto riguarda le sue funzioni, vestire il piede e nasconderlo nelle più diverse calzature diventa essenziale per adattare l’arto alle esigenze delle mutevoli condizioni della deambulazione.
Senza un’adeguata calzatura il piede non sarebbe più in grado neanche di assolvere le sue naturali se pur modeste funzioni.

Nell’industria tessile, sorta di motore anche simbolico della prima rivoluzione industriale, già alla fine del IXX secolo i telai industriali nella parte di mondo più sviluppato avevano sostituito quasi interamente quelli tradizionali semimanuali. Tuttavia, nelle vecchie filande, in alcune macchine divenute obsolete, resistevamo dei comandi azionati con il piede.

Nella modernizzazione dei processi produttivi l’utilizzo dell’arto inferiore, già marginale, scompare del tutto.
In agricoltura, anche la pigiatura dell'uva che si faceva con i piedi viene sostituita da quella meccanizzata.
Se si esclude qualche strumento musicale come il pianoforte, l’organo, la spinetta e simili o la batteria, in cui il piede compie un’azione comunque coadiuvante e non certo centrale, il piede si conferma all’estrema periferia del dispiegamento delle attività umane comprese quelle sportive, creative o ludiche.

Il mito della velocità che accompagna il progresso rende il piede, o meglio la sua quota parte nella meccanica della deambulazione, fortemente inadeguata. Infatti, grossa parte della ricerca industriale a cui si lega lo sviluppo tecnologico, risiede nella necessità di fornire protesi velocizzanti per la deambulazione umana.
Se prima dell’applicazione dell’energia del motore alla macchina, per velocizzare lo spostamento e cercare di dominare meglio lo spazio furono usati il cavallo o altri animali, nella modernità si fa largo una tecnologia specifica per costruire dispositivi capaci di movimentare in tempi molto più rapidi sia gli uomini che i suoi prodotti.
Questa è un’altra detrazione che subisce il piede e per estensione tutto l’arto inferiore che perde parzialmente anche la funzione prevista dalla naturale attitudine umana al movimento del corpo nello spazio orizzontale schiacciato a terra dalla gravità.
Il nomadismo, la tendenza dei gruppi umani alla conquista dello spazio orizzontale nella forma perpendicolare alla terra, è avvenuta per centinaia di migliaia di anni a piedi.
La sopravvivenza umana per intere ere si è legata più al piede che alla mano, in una relazione pressoché paritetica tra arti inferiori e superiori

Anche nel linguaggio e negli idiomi parlati dalla maggioranza dei gruppi etnici è riscontrabile questa profonda contrapposizione dicotomica tra arti superiori e inferiori.
Sono una quantità praticamente infinita i modi di dire che sottolineano il ruolo positivo assegnato alla mano che generalmente si contrappone a quello negativo assegnato ai piedi, ad esempio “ragionare coi piedi”, “trattare come una pezza da piedi”, “lavori fatti coi piedi”, “farsi mettere i piedi in testa”. Si parla inoltre di “leccapiedi”, alludendo al fatto che i piedi occupano nel corpo umano la posizione più bassa in assoluto (sotto i piedi c’è il suolo).

Ed ancora, “un lavoro fatto coi piedi” è caratterizzato da una qualità di livello minimo, i piedi sono molto lontani dal cervello, quindi i “ragionamenti” da loro prodotti sono di livello terra terra; la pezza da piedi viene strapazzata e coperta dallo sporco del terreno accumulato nelle scarpe o sulle piante dei piedi; per poter leccare i piedi ci si deve abbassare ed anzi prostrare al livello del terreno, e lo stesso avviene se ci si fanno mettere i piedi in testa o sulla faccia. Nel rito Cristiano, uno degli atti più carichi di simbologia è proprio il lavaggio dei piedi all’indigente, azione estrema di auto umiliante sottomissione.
Persino al momento della nascita il parto podalico, quanto si verifica, è tutt’ora difficoltoso e considerato di cattivo auspicio.
D’altro canto, nella nostra lingua compaiono metafore più indulgenti verso il piede che riacquista un po’ di dignità, ma è pur vero che si tratta di modi di dire in cui il piede conserva un ruolo marginale, se non meramente meccanico, oppure come semplice intralcio al movimento per la persona “avere qualcosa o qualcuno tra i piedi” o di rettitudine “vi sono persone coi piedi per terra”, ma mai un ruolo “pensante”.
Un’espressione come il “gigante coi piedi d’argilla” dimostra per contro di non farsene nulla della sua mole, avendo una base molto fragile, piedi intesi quindi come semplice base di sostegno.
Un ragionamento simile è possibile se si prende in esame il linguaggio del corpo che negli esseri umani parla soprattutto con le mani.
 È praticamente infinita la gestualità delle mani con la quale si comunicano segni, stati d’animo, appartenenza politica, sociale; con le mani si offende oppure si dimostra apprezzamento, affetto e così via. Da quanto ci risulta è estremamente raro rintracciare forme di comunicazione di questo tipo scambiate dagli esseri umani con i piedi. Quando questo avviene, ci appare come un fatto curioso o addirittura immorale come il coinvolgimento del piede nelle pratiche sessuali.

Per capire come si allarghi nel corso dell’evoluzione antropologica questa sorta di dicotomia tra piede e mano si può tentare un’interpretazione del pensiero kantiano. Quando Kant s’interroga su quali siano gli elementi che hanno contribuito al “successo umano”, ne individua sostanzialmente due: uno è il possesso dell'intelligenza, intesa come capacità di sfruttare la facoltà astrattiva, in quanto dall'osservazione dei fenomeni della natura è l'unico essere in grado di stabilire la legge che regola i fenomeni stessi e di comportarsi di conseguenza. Questa è integrata e completata dalla facoltà immaginativa, per cui l'uomo riesce non solo a formare immagini, frutto unico del suo pensiero senza l'equivalente in natura, ma è anche in condizione di realizzarle dando loro corpo, coi mezzi fisici di cui dispone. Così questi è riuscito a costruire le sue macchine, dalla più semplice alla più complicata. Dallo sfruttamento prevalente della facoltà astrattiva è nato perciò il progresso scientifico nella sua forma speculativa, mentre dall'uso appropriato di quella immaginativa il progresso della tecnica.
Secondo Kant, non si deve invece parlare di facoltà creativa, perché questa è prerogativa divina.
L'altro fattore è morfologico: un corpo adatto ad albergare e servire l'intelligenza è dotato della mano, talvolta vera e propria arma offensiva e difensiva, talvolta utensile di esattezza e delicatezza veramente prodigiose, la cui azione è inoltre perfezionata dall'uso degli strumenti che ne integrano l'azione, fedele esecutrice degli ordini che vengono direttamente dal cervello.
Quando poi, continuando ad indagare sulla morfologia umana, Kant si occupa del piede lo definisce come l’organo più tipico, più caratteristico e forse più perfetto che l’uomo possieda. Ma quando poi esalta la sua triplice funzione di organo di appoggio, propulsione e mantenimento dell'equilibrio”, gli attribuisce funzioni sì utili, ma solo coadiuvanti e comunque passive.
Piedi perfetti, ma in realtà meri utensili a utilizzo esclusivo di “un essere eretto ed intelligente”, posseduti da un’entità superiore capace cioè di potersene servire.
È quindi chiaro come lo stesso Kant collochi il piede in una posizione del tutto subordinata, anche se utile, rispetto alla mano “strumento perfettissimo”, arto fabbricatore per eccellenza alle dirette dipendenze dell’arto ragionante. Per questo motivo, come dal punto di vista strettamente naturalistico, il problema del piede è sostanzialmente il problema dell'uomo, eternamente diviso tra istinto e ragione, tra razio e sentimento.

Così, dal punto di vista antropologico più lato, la morfologia e la funzione del piede nelle sue piccole ma non per questo trascurabili varianti ci danno la misura del suo progressivo differenziarsi, dal punto di vista del grado dell’evoluzione morfologica e pertanto anche sociale e civile.

Le api di Mandeville
Dunque, il piede ha progressivamente perduto le sue prerogative, esso è divenuto nel tempo simbolo di una parte del corpo improduttiva, sostanzialmente lenta, poco necessaria al processo produttivo un po’ come le vespe che si accoppiano con le orchidee che Deleuze e Guattari contrappongono alle api della celebre favola dell’economista olandese del Settecento Mandeville. 
Le api appartengono alla simbologia della produzione industriale, del fare razionalistico, dell’accumulazione previdenziale, dell’emancipazione illuministica dell’uomo che attraverso la sua industriosità accresciuta dalle sue capacità tecniche afferma se stesso dentro ad un contesto naturale nel quale finalmente prevale esercitando un presunto dominio. Nello stesso tempo le api industriose che si uniscono con i fiori in un istante virtuoso cementato dal mutuo soccorso diventeranno le corifee anche dell’utopia socialista che pur immaginando un’organizzazione sociale non più fondata sulla proprietà individuale non sovverte il rapporto tra l’uomo e il razionalismo deterministico che lo vede come produttore industrioso e tecnologico che domina e plasma a sua immagine con il progresso un mondo rimasto oscuro ed involuto.
Al contrario, come fanno le vespe a costituire un modello produttivo dato che non producono nulla a confronto delle api e dei fiori che producono il miele e i frutti?
Le vespe e le orchidee sono solo delle edoniste, si comportano da esteti perdigiorno che producono solo piacere e bellezza. Anche se è vero che l’incontro tra la vespa e l’orchidea non produce nulla di materiale, non bisogna sottovalutare la natura della loro produzione immateriale.
L’incontro tra le singolarità del loro amore crea un nuovo concatenamento segnato dalla continua metamorfosi di ciascuna singolarità nel comune. In altre parole, l’amore tra la vespa e l’orchidea è un modello di produzione di soggettività in atto in quella che si può definire economia biopolitica.
E il piede, che nel calcio si sublima nella bellezza del gesto estetico, non è anch’esso agente di quella produzione immateriale di emozione e bellezza. L’amore del piede con la palla, il virtuosismo estetico che si sviluppa sull’orizzontalità del terreno attraverso l’incontro con l’evocativa sfera, non è una magnifica forma di resistenza alla prepotenza e all’aridità della tecnica finalistica?
Nel Football il piede spodesta la mano, è l’arto plebeo che finisce per assumere la dimensione kantiana di cervello esteriore dell’uomo. Nel Calcio, è il piede l’appendice che compie il pensiero, ma un pensiero estetico libero dall’obbligo razionalistico del “fare”, dalla materialità della produzione, per farsi principe della produzione immateriale; produzione di estetica pura che affranca il piede dalla sua storica umile condizione.
Ma è proprio nell’esasperazione del virtuosismo estetico, anche se fine a stesso, nel calcio quasi mai utile al raggiungimento del risultato sportivo, che il piede diventa officina di emozioni.
Il pubblico lo apprezza e si esalta nell’azione di gioco a prescindere dal fatto che il virtuosismo podalico si traduca in un vantaggio sportivo. E’ l’esaltazione del gesto in sé che produce la vertigine di godimento, il piede cessa di essere un semplice attrezzo (il mezzo) per raggiungere il risultato sportivo (il fine).
Proprio nel ribaltamento di questa relazione, ovvero nell’affermazione dei fini sui mezzi, il piede conosce la sua definitiva emancipazione fino ad elevarsi a pibe de oro o a taco de Dios.
 Alla fine, può darsi che nel calcio, Platone batta Cartesio e pure Einstein. Che l’estetica che scaturisce dall’incontro tra piede e palla strapazzi l’etica. Che il talento dell’arto povero e rozzo si faccia beffe della soprafina tattica partorita dalle menti.

Inganno
In qualche modo legato al primo, a mio parere esiste un altro aspetto, del resto anch’esso evidente, se pur trascurato nella sua fenomenologia, che rende il calcio un’attività regolata da leggi in gran parte estranee al “senso comune”, transitato in profondità nella composizione organica delle masse dopo una trentina di secoli di pregnante dispiegarsi delle scienze umane.
Non c’è sport come nel calcio dove gli stessi giocatori, senza parlare del pubblico, contestino le regole, le decisioni arbitrali e relative sanzioni (ribellione contro le leggi). Sport in cui l’applicazione delle tecnologie finalizzate a determinare giudizi inappellabili trova ancora ancestrali resistenze. L’ingresso di tali tecnologie viene di continuo rimandato con motivazioni che paiono razionali ma che non reggono, se non con un’inconscia resistenza allo snaturamento di uno sport che altrimenti perderebbe molte delle prerogative e delle originalità in cui risiedono parte delle spiegazioni dell’irresistibile ascesa verso l’universalità.

Il "Maracanazo" (finale dei Mondiali 1950: Brasile 1 - Uruguay 2)
La legge pretende di essere razionale e manichea, divide il mondo in colpevoli ed innocenti, lo racchiude in una inappellabilità di giudizio che distingue gli umani tra buoni e cattivi e separa, senza speranza, i giudicanti dai giudicati.
Solo nel calcio, molto di più che in qualsiasi altro sport, gli arbitri vengono così aspramente contestati. Raramente in un’azione calcistica ci sono “i del tutto colpevoli” o viceversa, come del resto avviene comunemente nella vita sociale degli esseri umani, condizionata da giudici e giudizi. È lo sport in cui la figura del giudice arbitro è la meno autorevole del circuito sportivo.
E’ l’unico sport in cui è consuetudine che l’interpretazione e il giudizio arbitrale siano sempre discussi e mai accettati dalla parte soccombente, dai giocatori in campo e tanto meno sugli spalti.
È l’unico ambito dell’espressione umana dove il mito della “legge uguale per tutti” che sta alla base della razionalità del Kosmos, ovvero quel sistema gerarchico di corpi in equilibrato movimento nello spazio che simboleggia l’ordine dei codici morali, presunta base della civiltà occidentale, viene derubricato a falso valore e quindi inapplicabile; calcio dove, al contrario, il Kaos dell’arbitrio assurge a dogma sconvolgendo consolidati assunti morali.
Se esiste, la deontologia calcistica è assai debole. Nel calcio, a differenza di qualsiasi altro sport e per estensione a qualsiasi altra attività umana, è racchiuso un elemento assolutamente “antisportivo” ma vivo ed estremamente affascinate, ed è l’inganno. L’inganno, nel gioco del calcio si eleva a valore antietico e antimorale.
In questo senso il calcio si fa rivolta, è la diversità che piace. Si spezzano le catene della falsa coscienza, catene di acciaio forgiate dalla ragione morale e realizzate dall’arto superiore e nobile in laboriose officine, “manifatture” per l’appunto. Santuari del lavoro come archetipo della trasformazione della materia inanimata, altrimenti inutile, in rigida gerarchia sociale.
Templi fuligginosi in cui la natura si inchina all’intelletto finalistico di cui Dio ha dotato la specie eletta. Dalle officine escono le merci che riproducano quell’ossessione che si traduce nell’accumulazione proprietaria che non è esclusiva solo capitalistica. Infatti, in quelle officine si forgiano anche la morale, le catene e le manette.
Nel momento dell’arresto, all’individuo in condizione coattiva si fanno indossare le manette.
Più che una misura finalizzata ad evitare la fuga (le tecniche di inibizione potrebbero essere altre ed anche più efficaci) le manette assumono un valore simbolico perché privano della libertà ma anche dalla capacità al lavoro. I “ferri” legano i polsi a sancire un’umiliante esclusione dai consorzi umani, compresi quelli socialisti. Uno strumento di riconoscimento che pone il soggetto al di fuori del “giusto”.
Ma all’idea di negazione della libertà si associa il lavoro come strumento di redenzione, la funzione del lavoro come riabilitazione.
Quindi il soggetto viene liberato dai ferri ai polsi e le catene scendono fino ai piedi (palla al piede), i quali diventano l’archetipo della fuga, non solo dalla prigionia materiale ma anche da quella esistenziale, una fuga libertaria e liberatoria.

La riabilitazione non passa dai piedi. Il rientro nella società attraverso la condanna all’esclusione non c’entra mai nulla con i piedi. Con i piedi si fugge, i piedi non riabilitano, non hanno intelligenza, non capiscono valori morali, ma sono utili a guadagnare la libertà, non solo quella materiale ma anche quella spirituale.
A sancire questa verità ci soccorre un modo di dire ovviamente mutuato dalla particolare situazione in cui un individuo è ricercato dalla Legge o in attesa di giudizio ma non detenuto, “a piede libero” per l’appunto.
E là dove il piede si esalata e riguadagna una centralità incontrastata come nel calcio, diventa strumento inconscio di fuga e di libertà.

Il fair play e il calcio
Non è casuale che il fair play nel calcio non sia consuetudine, sono rarissimi gli episodi in cui i giocatori riconoscono un’azione intenzionalmente fallosa, situazioni in cui l’inganno venga apertamente dichiarato e condannato. Campi di gioco e spalti dove è pratica comune e sostanzialmente lecito, irridere e dileggiare l’avversario, a dimostrazione di massima manifestazione antisportiva. Il calcio è l’unico sport che non conosce un vero è proprio codice morale strutturato.
Ma perché proprio nel calcio avviene tutto questo?
Naturalmente la ricerca del risultato sportivo è determinante, ma non di più che in altri sport.
La verità è che il calcio, per sua natura, sfugge alle regole morali. Le rare volte che un giocatore confessa un inganno, l’apprezzamento per il gesto è particolarmente blando; la tifoseria, compresa quella avversaria, non si esalta particolarmente per questo comportamento.
Quando un giocatore rimane a terra infortunato e la squadra avversaria prosegue l’azione, sia i giocatori sia le tifoserie si abbandonano a sonore proteste, ma anche in questo caso il comportamento sembra più dettato dal reciproco sospetto che non da un codice di correttezza morale; tanto è vero che anche i tentativi di affidare all’arbitro la decisione di quando fermare il gioco in caso d’infortunio, dimostrano l’assenza o la mancanza di rispetto di un ipotetico codice morale.
Demandare la decisione all’arbitro non ha risolto la questione, finendo per aumentare il grado di arbitrio ma proprio questa, in fin dei conti, è la blasfemia morale che tanto attrae, che tanto intriga.
L’arbitrio è parte sotterranea quanto fondativa di uno sport che non conosce codici.
Quando i giocatori si fermano obbedendo a valutazioni istintive od individuali, il commento non è mai unanime, nemmeno da parte degli stessi commentatori di professione e ciò genera un endemico conflitto che non ha mai soluzione.
Il pubblico generalmente non approva la scelta di fermarsi quando un giocatore resta infortunato sul terreno di gioco, utilizzando l’argomento che deve essere l’arbitro a decidere.
Rimane sempre il dubbio che l’infortunio sia fasullo. Il fatto che le telecamere oggi colgano regolarmente l’inganno quando c’è, non induce alla condanna dei “furbi” più di quando il dubbio permaneva, in assenza di tecnologie televisive come la moviola.                                                                          
Nell’animo di ciascuno non si determina nessun rigurgito di coscienza, perché l’essenza del calcio è una sotterranea rivolta contro le regole.
Perché il calcio si gioca con i piedi, arto oscuro, punitivo punto di congiunzione con la terra, senza cervello, lontanissimo dalla menzogna, se pur celeste, della ragion morale.
Parafrasando il celebre aforisma di Descartes si potrebbe riassumere l’essenza del calcio in:
“ti frego quindi sono”.

Il dribbling, sublimazione dell’inganno
L’inganno nel gioco del calcio non regola soltanto la relazione tra giocatori e arbitro, ma anche quella tra giocatori avversari.
Una delle azioni di gioco più importanti del gioco del calcio è il dribbling, che si determina quando un giocatore cerca di mantenere il possesso della sfera superando un avversario o più avversari attraverso un improvviso scarto, un’accelerazione imprevedibile od altri virtuosismi, adottati proprio con l’intento di sbarazzarsi del proprio marcatore, cioè del giocatore della squadra avversaria che cerca di rallentare l’azione o di impossessarsi della palla per poi poter rilanciare il gioco a proprio favore.
Quando il dribbling riesce, ma per la verità anche quando non riesce, mette comunque in evidenza le capacità tecniche del giocatore, è una delle situazioni di gioco che più esalta il pubblico e gli stessi giocatori.
Questa è una delle fasi fondamentali del gioco del calcio ed è curioso il fatto che, benché il calcio sia un gioco di squadra anche se ampiamente sui generis, è un momento nel quale il confronto competitivo si consuma tra due singoli giocatori.
È interessante notare che si tratta di una relazione che si basa essenzialmente sull’inganno, sulla capacità di fregare l’avversario diretto attraverso una serie di astuzie,  finte e controfinte ed altro. Non si tratta di un competizione leale, frontale, basata sull’esercizio della forza, come avviene nella maggioranza degli sport, ma essenzialmente sull’astuzia.
Gli stessi modi di dire confermano quanto stiamo affermando, non di rado i commentatori descrivendo questa fase di gioco utilizzano espressioni tipo “ingannare l’avversario” o “rubare palla”.
Se questa osservazione ha un fondamento dimostrerebbe come l’inganno in questo sport non solo è consentito e tollerato in quanto liberatoria trasgressione dei comuni codici morali, ma sia ciò su cui si basa l’essenza stessa del gioco; ma non solo, non va dimenticato che l’artefice di tutto ciò è il piede verso il quale si nutre un’antica diffidenza. Un altro elemento sul quale, per ciascuno, è legittimo esprimere un giudizio positivo o negativo ma che sicuramente rende particolare questo sport per non dire magicamente unico.

Calcio e slealtà
Inganno che nel calcio si coniuga con la slealtà, un altro elemento fondativo di questo sport che esclude il calcio da ogni etica sana e da ogni funzione educativa che solitamente si assegna allo sport, inteso come potente diffusore di valori positivi. Infatti, il ricorso al fallo di gioco nel calcio non è una situazione eccezionale. Il fallo è una normale azione di gioco che in una partita si verifica decine e decine volte.
Il fallo non è determinato da uno scontro di gioco accidentale, ma è vera e propria strategia, è parte integrante del gioco.
Il ricorso al fallo è sleale nella misura in cui è intenzionale nella maggior parte dei casi, anzi è proprio l’intenzionalità che lo fa diventare parte della strategia del gioco.
Quindi la slealtà insita nel fallo intenzionale, è parte integrante del sistema di gioco, un altro valore che il senso comune considera negativo ma che nel football è essenza del gioco.
Qualcosa di parzialmente simile si verifica solo nella palla a canestro e nella palla a nuoto, il cosiddetto fallo tattico che si utilizza generalmente solo a conclusione della partita quando è conveniente ottenere la sospensione del gioco mandando gli avversari al tiro libero per poi poter tornare a gestire la palla. Nei restanti giochi sportivi, sia individuali che di squadra, il ricorso al fallo intenzionale è sconosciuto o è un’eventualità assai rara, comunque condannata e riconosciuta come una scorrettezza bandita dalla lealtà sportiva.
D’altro canto, se è pur vero che il regolamento di questo sport si è evoluto costantemente nell’ultimo secolo è vero anche che le modifiche sono state introdotte con l’intento di rendere più spettacolare l’evoluzione del gioco, in particolare per aumentare la media di goals che in ogni partita vengono messi a segno. Ciò dimostra che anche il calcio non sfugge alle regole del mercato che impongono una spettacolarità che risponde a logiche sempre più uniformate ai modelli imposti dalle culture dominanti. Più il calcio diventa evento globale e più è soggetto alle medesime logiche, certo non più o diversamente di quanto accade ad altri sport, facendo però salvi o addirittura irrigidendo quegli elementi regolamentari che fino ad ora hanno salvaguardato l’essenza stessa del gioco che, pertanto, continua a conservare la propria misteriosa attrattiva ed unicità.
Ma se come abbiamo visto la slealtà non è episodica o accidentale ma strategica, essa non si manifesta solo nel fallo. Sono molti gli espedienti a cui ricorrono i singoli giocatori, ma anche gli allenatori e addirittura i raccattapalle a bordo campo. Espedienti suggeriti dagli stessi allenatori che considerano la perdita di tempo una pratica assolutamente legittima nella dinamica della partita.
Tra i più evidenti sono i casi in cui si cerca di perdere tempo quando ad una delle due squadre conviene “congelare” il risultato fino a quel momento conseguito.
L’arbitro tiene conto solo parzialmente del tempo perso in vario modo per poi recuperarlo parzialmente prolungando di alcuni minuti la durata canonica della partita (90 minuti divisi in due tempi da 45 minuti l’uno intervallati da un riposo di 15 minuti). Il recupero non rispecchia mai il tempo effettivo in cui il gioco è stato fermo. Il regolamento non prevede che l’arbitro fermi il cronometro durante l’interruzione vanificando l’eventuale comportamento sleale, come invece accade in molti altri sport.
Anche questo aspetto rafforza l’ipotesi che la slealtà, che non si dispiega solo nelle modalità descritte, la fantasia è illimitata in questa particolare strategia di gioco, sia parte integrante ed insostituibile della filosofia di questo sport.
Il calcio rompe l’ipocrisia del sistema di valori della civiltà occidentale, capace di immaginare la democrazia, l’uguaglianza, la fratellanza, la giustizia. Capace d’immaginare numerose città della gioia, sia attraverso l’intervento sulle coscienze esercitato dalle fedi religiose, sia attraverso l’organizzazione ideologica di presunte società perfette. La storia è andata in altro modo, tra ciò che è stata capace di immaginare e la realtà storica, l’umanità si è orientata con la bussola machiavelliana, nella quale l’ago magnetico non è stato attratto dai valori ma dai fini, per raggiungere i quali qualsiasi mezzo è stato valido.
Possiamo anche dirci che non è così, che sono degenerazioni, che l’umanità è migliore, che gli uomini stanno facendo tesoro degli errori del passato, che l’utopia non solo è possibile ma necessaria. Nel frattempo la condizione del genere umano è disastrosa e non lascia spazio ad ottimismi.
Lo sport, nell’immaginario collettivo è generalmente inteso come un’isola felice in questo mare di merda; una zona franca, un luogo dove la relazione tra fini e mezzi si stempera, dove l’importante non è vincere ma partecipare. Il calcio non partecipa a questa fiera dell’ipocrisia, il calcio per natura è la rappresentazione estrema e complicata di quanto offrono nella realtà le relazioni umane.
La popolarità del calcio forse sta anche in questo, il calcio non ci chiede lo sforzo di adeguamento a valori solo immaginati, esso e del mondo reale, del mondo di sotto, dell’oscuro mondo sensibile.
Il calcio è umano, persino “troppo umano”. Umanissimo e quindi estremamente complesso e contradditorio: in molti casi il giocatore, ed è abbastanza libero di farlo, si abbandona al virtuosismo tecnico, spesso è espressione pura dell’estetica senza finalità alcuna se non l’esaltazione della bellezza del gesto; altre volte il calcio è brutto, sporco e cattivo. E’ dominato da un irriverente cinismo, dove l’unica cosa che conta e il risultato da ottenere con qualsiasi mezzo. Il calcio è dunque costante contraddizione: quindi, che piaccia o no, anche inganno e slealtà, è fatto di una gamma inesauribile di furbizie, in definitiva è più astuzia che intelligenza.
E’ l’incalcolabile che depotenzia la razionalità degli schemi mentali e di gioco.
Il calcio è del tutto imprevedibile, come imprevedibile ed illogico è ciò che viene dal basso.
Il calcio è disordine meccanico e morale, il calcio è l’esaltazione dell’entropia che si dissocia dalla simmetria, come potrebbe dire un fisico con l’idioma della scienza.
E’ un movimento tellurico che viene dal profondo, dalle visceralità fangose di madre terra dove i piedi affondano, contaminandosi con la parte più vitale ed impura della carne.
Il calcio è un cataclisma che scuote trenta secoli di discutibili quanto gracili scienze umane.

Calcio: il gioco degli Dei
Il calcio è qualcosa di primordiale, di premorale, di prefilosofico, che sfugge a qualsiasi positività umana, frutto del magico incontro tra i piedi umani e il mistero della sfera.
Sfera, volume a cui non si associa l’idea della caduta o del rovesciamento. Volume senza lati né angoli e perciò impossibilitato a cambiare visivamente posizione, ma eternamente pur sempre in equilibrio. Palla ancorata al suolo sempre e soltanto con uno solo degli infiniti punti della sua superficie, ma mai lo stesso punto, per effetto della varianza senza fine dovuta alla sua natura rotolante. II Volume più “leggero”, quello che concede meno di sé all’inevitabile relazione col suolo; l’oggetto, per ciò, più prossimo al volo.
Volo cosmico, che in definitiva, è l’unica prerogativa che più invidiamo agli dei e che veramente da loro ci differenzia. Palla, che più di qualsiasi altra cosa è prossima a sfuggire alla tirannia della gravità imposta dagli Dei agli uomini e alle loro cose.
Calcio, quindi, come incontro tra l’oggetto meno umano del mondo e il piede, archetipo dell’umanità, protesi che ci lega alla terra sulla quale precipitammo molte ere fa, scacciati senza appello dal condominio celeste. Prigionieri di uno spazio limitato a tre dimensioni reso angusto dalla gravità.
Cose ed uomini parimenti reclusi, ognuna ed ognuno con il suo peso, assegnato come si assegna un numero di matricola quando si varcano i cancelli di una prigione.
E allora, quanta e quale ancestrale soddisfazione nel prendere a calci una sfera, giocare con essa, assoggettarla ai virtuosismi dell’arto inferiore moralmente meno virtuoso. Quale godimento nel dominare una forma divina proprio con i piedi, la parte più umana del mondo. Quanta esaltazione nel domare con le suole rivolte verso il centro della terra quel divino giocattolo rotolante, precipitato accidentalmente dalle vette celesti dell’Olimpo nei prati dell’Attica.
Il fuoco fu sottratto agli Dei dal povero Prometeo, finito in catene e tormentato al fegato dal rapace per l’eternità. Forse, quella di Prometeo non fu una bella idea: con il fuoco abbiamo costruito la civiltà della tecnica, ma a giudicare dal presente non è detto che a ciò sia corrisposta la completa felicità degli uomini.
La palla, al contrario non l’abbiamo rubata, ci è giunta per caso, probabilmente un fuori campo di Zeus. L’abbiamo destinata principalmente al divertimento, ma è stata produttiva almeno quanto il fuoco, anche se non ha prodotto né acciaio né pietra ma estetica, bellezza, suggestioni ed emozioni. 
Poi, dopo qualche millennio di maldestri tentativi, abbiamo inventato il calcio, nel quale l’essenza divina si è meravigliosamente fusa con quella più terrena, simboleggiata dal piede, sublimando quel selciato sul quale i nostri piedi tracciano l’esistenza.
Nel profondo della nostra coscienza, pur con una bella dose di inconsapevolezza, abbiamo preso atto che il calcio è certamente una straordinaria invenzione degli uomini ma anche che gli uomini sono fatti morfologicamente e immoralmente per il calcio. 
Dopo l’abbaglio di secoli passati a guardare verso l’infinito cielo, nei novanta minuti di ogni partita il calcio ci riporta alla dimensione orizzontale, limitata a poco più di un ettaro di terragnolo rettangolo erboso, sul quale quarantaquattro piedi straordinari, saldamente ancorati alla terra, prendono a calci, come facemmo tutti da bambini, quel misterioso volume rotolante e senza spigoli che abitiamo morosi e con contratto di locazione scaduto.
Ma probabilmente è proprio questa la bellezza del calcio rintracciabile in pochi, banali ma assai trascurati elementi che, nonostante tutto, lo rendono, e lo renderanno per molto tempo ancora, lo spettacolo più bello del mondo.


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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.