L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

domenica 20 gennaio 2013

ROSA LUXEMBURG: RIVOLUZIONARIA, DONNA, FEMMINISTA, di Antonella Marazzi

Ricordando l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht il 15 gennaio 1919, pubblichiamo la relazione di Antonella Marazzi al Convegno su Rosa Luxemburg - a 90 anni dalla morte - organizzato da Utopia Rossa a Roma nel settembre 2009. Testo inedito. [la Redazione]

Rosa Luxemburg nel 1893
Il mio primo incontro con Rosa risale ai primissimi anni ‘70, quando giovane militante cercavo con studi, tanto appassionati quanto caotici, di darmi una formazione teorica di base. Ricordo che ne ricevetti l’impressione di una donna decisa, dalla forte personalità politica e dalle brillanti doti teoriche, che aveva attraversato come una meteora l’orizzonte politico della Seconda internazionale per finire assassinata dalla controrivoluzione tedesca, dopo aver polemizzato con alcune delle più acute intelligenze rivoluzionarie della sua epoca. Nel corso degli anni avevo poi ripreso in mano alcune sue opere, ultima in ordine di tempo, La Rivoluzione russa. Il convegno organizzato a Roma da Utopia Rossa nel settembre del 2009 a novant’anni dalla sua morte mi ha fornito l’opportunità di incontrarla di nuovo. E così ho trascorso con lei l’ultimo scorcio di una caldissima estate, leggendola sulle sponde di un lago, a immediato contatto con quella natura da lei così profondamente amata in tutti i suoi molteplici aspetti e nella quale cercava di immergersi non appena poteva.
A mio avviso, Rosa ha rappresentato, insuperata, l’unico esempio di donna, rivoluzionaria a tempo pieno, che sia riuscita a praticare concretamente la fusione tra la militanza attiva nei movimenti di lotta della sua epoca - come agitatrice e dirigente - e l’impegno teorico. Un impegno speso sul campo della polemica con alcuni tra i più famosi e prestigiosi intellettuali del suo tempo, come Bernstein, Kautsky e lo stesso Lenin (oltre a Trotsky con cui fu spesso d’accordo). Una produzione teorica finalizzata alla denuncia di posizioni che ai suoi occhi rappresentavano concreti pericoli sulla strada della rivoluzione socialista: contro il revisionismo di Bernstein (Riforma sociale o rivoluzione?); contro la teoria leninista del partito (Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa) e contro la concezione burocratica del rapporto tra movimenti di massa, partito e sindacato (Sciopero di massa, partito, sindacati); contro il nazionalsciovinismo di Kautsky e della maggioranza del Spd (La crisi della socialdemocrazia); contro i pericoli di degenerazione della Rivoluzione russa del ‘17 (La Rivoluzione russa).
Da non trascurare sono anche i suoi testi di economia politica come l’Introduzione all’economia politica e L’accumulazione del capitale - in cui si misura direttamente con il Marx de Il Capitale - elaborati nel periodo in cui insegnò alla scuola quadri del Spd a partire dal 1907. Per non parlare poi della prodigiosa mole di articoli pubblicati sugli organi di stampa dei partiti in cui militò e/o che contribuì a fondare: Partito socialdemocratico tedesco (Spd), Partito socialdemocratico di Polonia e Lituania (Sdkpil), Spartakusbund, Kpd.
Tutto ciò la pone, unica donna di tutta la storia del movimento operaio internazionale dalla Prima alla Terza internazionale, sullo stesso piano di personalità politico-rivoluzionarie a tutto tondo come Lenin e Trotsky, che seppero unire la propria militanza attiva alla testa delle masse nel pieno delle rivoluzioni sociali della loro epoca ad una produzione teorica di alto livello, intimamente collegata alle tematiche che i compiti della rivoluzione mondiale ponevano all’ordine del giorno.
Ma chi era questa donna che seppe conquistare un posto così autorevole nella socialdemocrazia tedesca e nella Seconda internazionale?

venerdì 18 gennaio 2013

ISLAM POLITICO E RADICALISMO ISLAMICO, di Pier Francesco Zarcone


Considerazioni preliminari
La guerra civile in Mali ha riportato alla ribalta della cronaca il peggior radicalismo islamico, oltre tutto in una zona strategicamente fondamentale per le possibilità di irradiazione che offre verso l’Africa del Nord e quella subsahariana. A dire il vero anche gli avvenimenti siriani dovrebbero essere visti nella stessa ottica, stante il fatto che il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è in realtà ormai controllato e soverchiato da estremisti provenienti da altri paesi.
Inoltre l’ascesa elettorale di partiti islamisti al governo di Tunisia, Egitto e Marocco - a prescindere dalla benevolenza loro dimostrata da Washington - non cessa di suscitare varie perplessità. È probabile che tutto questo ridia voce ai teorici dello scontro di civiltà, termine ormai diventato una specie di luogo comune, nonostante che i veri specialisti l’abbiano messo in discussione da vari punti di vista.

Per quanto riguarda il vero e proprio radicalismo islamico (sunnita, per quel che ci interessa), che non sembra essere incarnato dai partiti al governo nei paesi citati, ancora ai più non è chiaro che esso in realtà è in conflitto con tutto il resto che lo circonda: non solo l’Occidente, ma anche lo stesso Islam non-radicale e l’Islam sciita - come è attestato dall’individuazione delle vittime del terrorismo radicale all’interno delle società musulmane; cosa che però i media omettono di evidenziare.
Se consideriamo che né Giudaismo né Cristianesimo sono stati e sono immuni da fenomeni di intollerante e dispotico radicalismo religioso, allora vedere nel radicalismo islamico la proiezione di un dato sostanziale e necessario dell’Islam - quindi una sorta di fatalità “fisiologica” - invece del risultato di una complessa serie di fattori storici, sarebbe un grosso errore di prospettiva, prima ancora espressione di un soggiacente razzismo eurocentrico. A chi abbia ben studiato il Corano e i detti del profeta Muhammad, nonché lo sviluppo del pensiero islamico e la storia delle società musulmane non sfuggono alcuni profili importanti.
Il primo è che se effettivamente la storia islamica fosse la copia passata del radicalismo odierno, allora tutti i libri che la riguardano dovrebbero essere buttati e riscritti, perché non si potrebbe parlare della grande civiltà espressa in passato se il radicalismo avesse avuto l’opportunità di dominare quel mondo in quei periodi. L’altro profilo è che dal Corano (come del resto dalla Bibbia) è possibile ricavare tutto e il contrario di tutto, talché se si abdica all’uso dell’intelligenza i guai storicamente ben noti sono inevitabili. Vi è poi un terzo profilo - il più importante ai nostri fini - da cui si percepisce la sostanziale natura antislamica proprio del radicalismo musulmano, cosa che del resto i recenti fatti nel Mali (come la distruzione di santuari e tombe di santi sufici islamici) presentano con tutta evidenza.
Lasciamo stare la nota questione del terrorismo kamikaze in rapporto al divieto di suicidio, e concentriamoci invece su qualcosa di più strutturale. Il radicalismo islamico pretende di modellare usi e costumi sociali secondo i propri criteri, di imporre le proprie interpretazioni del Corano, dei detti del Profeta e della cosiddetta “legge islamica”, nonché di stabilire chi sia o non sia musulmano. Ebbene, nell’Islam in quanto tale non esistono legittime autorità religiose centrali o locali, nessuno può imporre le proprie interpretazioni ad altri musulmani - cosa espressa da un detto di Muhammad per cui la sua comunità non sarà mai unita nell’errore (che nessuno può dichiarare tale in mancanza della debita autorità!) - e il Corano dice a tutte lettere che non ci può essere costrizione nella religione (Corano, 2, 256). Ciò non toglie che nella storia del mondo musulmano non sono mai mancate scuole e/o sette presentatesi arbitrariamente come portatrici del “vero” Islam, in opposizione agli avversari.
La questione dell’antislamicità di certe componenti autoaffermatesi portatrici della “vera” ortodossia, in teoria sarebbe un bell’arma propagandistica per gli avversari; in teoria, perché senza i necessari mezzi economici e senza un’adeguata rete di diffusione dei messaggi la cosa resta al massimo in circoli limitati. E di mezzi e reti (grazie ad Arabia Saudita, Qatar e banche islamiche) dispongono invece islamisti e radicali. 

Intransigenza religiosa e radicalismo islamico: non sono cose nuova, ma… Un po’ di storia per inquadrare
Anche nei periodi di maggior fulgore dall’interno del mondo islamico si sono formati movimenti radicali, anche estremi. Alcuni furono sconfitti a opera dello stesso potere politico musulmano (come i Carmati); altri - come gli Almoravidi e gli Almohadi del Marocco - arrivarono a costituire piccoli imperi e a dominare la parte non-cristiana della penisola iberica, ma finirono col cedere alle “tentazioni e mollezze” della ben diversa civiltà di al-Ándalus. Fino alla seconda metà del secolo scorso di superstite radicalismo islamico c’era solo, a dominare nell’Arabia Saudita, il wahhabismo, fondato nella prima metà del sec. XVIII da Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (1703-1792) come corrente militante avversa a tutto il resto del mondo islamico e stabilmente alleatasi con quella dinastia dei Sa’ud, signori di Dir’iyya, che dopo la Grande Guerra arrivò a dominare quasi tutta la penisola araba. Naturalmente, al di fuori da questi fenomeni le interpretazioni coraniche molto rigide e senza spazio per il libero pensiero hanno finito col prevalere, pur senza diventare il punto di partenza per la creazione di movimenti politici definiti.

venerdì 11 gennaio 2013

EL NARCOTRÁFICO: UN ARMA DEL IMPERIO, 3, Mesa redonda sobre el narcotráfico, por Marcelo Colussi


NARCOTRÁFICO: UN ARMA DEL IMPERIO, 1, por Marcelo Colussi
EL NARCOTRÁFICO COMO ESTRATEGIA POLÍTICA, 2, por Marcelo Colussi

Mesa redonda sobre el narcotráfico

Para ahondar en el análisis de esta problemática presentamos a continuación una serie de preguntas y respuestas producto de una mesa redonda entre distintos investigadores y conocedores del tema, y que nos permitimos sintetizar en forma de coloquio. Se tratan ahí las cuestiones básicas del por qué del narcotráfico contextualizadas en relación al caso colombiano.

Pregunta: Considerando el caso colombiano, ¿por qué un campesino llega a convertirse en productor de un cultivo prohibido por la ley?

Respuesta: Es un tema que tiene varias aristas. ¿Por qué un campesino llega a sustituir los cultivos tradicionales por la coca? ¿Por qué deja atrás el cultivo de maíz, de yuca, de papa, de plátano? Eso tiene que ver con el modelo de país en juego. En Colombia históricamente el campesinado ha estado relegado, en todo sentido. Su economía de autosubsistencia lo colocó en una situación de desventaja; lo que producía iba destinado mayoritariamente para su propio consumo, quedándole una pequeña cuota destinada a la comercialización. Pero siempre las condiciones con que comercializaba le fueron desventajosas. Eso es algo que se da en todo el campo latinoamericano, en Colombia y en cualquier país de la región. Los campesinos trabajan sólo para cubrir sus gastos, casi sin ninguna ganancia económica.
A su situación de precariedad histórica debe agregarse la inseguridad con que han vivido estas últimas décadas, dado que toda la región sur del país (los departamentos de Caquetá, Putumayo, etc.) ha sido zona de guerra y el ejército continuamente ha estado interviniendo en esa región. Como esa es el área clásica de la insurgencia, el movimiento campesino también fue reprimido en la estrategia contrainsurgente. Esa persecución política hizo que muchos campesinos prefirieran dejar sus tierras y marcharan a la ciudad. Los que se quedaron, ante la nueva oferta de producción de mata de coca que fue apareciendo hacia los años 70/80, fueron optando por este nuevo cultivo. Eso les traía una serie de beneficios: tenían ya asegurada la colocación de toda la producción, les pagaban un mejor precio que los cultivos tradicionales, pagaban en efectivo, incluso le retiraban el producto en su mismo lugar, dado que la cuestión del traslado fue un problema crónico para los pequeños productores agropecuarios que viviendo en zonas recónditas no tenían vías de desplazamiento para sacar su producción. Por el contrario, las mafias que llegaron a proponerles estos nuevos cultivos, llegaban hasta el sitio donde cada campesino sacaba su cosecha, y eso les facilitaba grandemente la situación. Incluso, como otro beneficio, la producción de la mata de coca es relativamente corta y fácil, dado que es una planta muy resistente, distinto a otros cultivos tradicionales que requieren mayor atención. Pueden tener hasta dos cosechas anuales. O sea que todo eso representaba una gran ganancia: mejor pago y menos trabajo. Obviamente esas condiciones hicieron que muchos campesinos se pasaran a ese cultivo sin pensarlo dos veces. Ante la necesidad crónica en que vivieron siempre, la posibilidad de encontrar un principio de salida a su precariedad los llevó a este cambio en los cultivos, por pura sobrevivencia. Eso fue lo que detuvo el éxodo hacia las ciudades, que no es otra cosa que llegar a engrosar los cinturones de miseria urbana. Podríamos decir que la amplia mayoría del campesinado aceptó este cambio. Aquí no había espacio para consideraciones de índole moral, era una pura cuestión de sobrevivencia. En las montañas no está presente el tema del narcotráfico o del consumo de droga como un problema. Eso ahí no es evidente, para nada.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.