L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

martedì 27 gennaio 2026

PROMEMORIA NEL GIORNO DELLA MEMORIA A USO DELLE NUOVE GENERAZIONI

(26° Giorno della Memoria in Italia e 21° nel mondo)


di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Dedicato alle vittime del pogrom genocidario del 7 ottobre 2023 e agli ostaggi fatti morire disumanamente da Hamas nell’indifferenza di gran parte del mondo

Lettera ai giovani militanti proPal che non vorrebbero essere i nuovi antisemiti/antiebrei


Ignoti e giovani proPal, vi scrivo questa lettera senza sapere se mai arriverà a voi o a qualcuno della vostra generazione.

So bene che il principio di condotta dominante tra voi nativi digitali è che «l’importante non è aver ragione, ma non farsi convincere». So però altrettanto bene che siete privi di difese intellettuali, disarmati di fronte alle mode indotte dai social e quindi pronti a farvi convincere dalle tante fake-news in circolazione, purché abbiano un carattere di massa, sia pure solo virtuale. Eppure, se anche un solo giovane o una sola giovane nel mondo troverà in questo mio Promemoria lo stimolo a rivedere le proprie posizioni antiebraiche e a orientare quindi diversamente la propria vita futura, morale e intellettuale, sarà valsa per me la pena di avervi dedicato una parte del mio tempo. Ciò non sarà sufficiente a includermi nel numero dei Giusti fra le nazioni, ma rafforzerà la mia fiducia nel fatto che con argomenti razionali e i dovuti riferimenti storici è ancora possibile convincere dei giovani sinceri.

Ho deciso di scrivervi perché - dopo la passione con cui, in Italia e in altre parti del mondo occidentale, siete scesi nelle strade a manifestare contro Israele, in preda alla commozione per le stragi del popolo gazawi - non ho visto niente di simile per le recenti stragi dei cittadini iraniani. Eppure si è trattato di uno dei più grandi crimini contro l’umanità dell’èra moderna, del quale vi siete trovati ad essere contemporanei: un governo teocratico e animato da fanatismo religioso che ha sparato a mitraglia, uccidendo migliaia e migliaia di manifestanti, per lo più giovani, disposti a morire per la democrazia e il progresso.

Forse ha pesato anche il fatto che chi vi aveva mobilitato contro Israele si è ben guardato dal dirvi che molte di queste giovani vittime appartenevano a formazioni di sinistra come i Mujaheddin del Popolo, i Fedai (Fedayin) del Popolo, il Partito Tudeh (comunisti, clandestini dal 1988, ma non dal 1979), altre associazioni laiche e democratiche. Insomma: progresso contro  barbarie. E anche per questo Trump non è intervenuto in aiuto.

Nessuna commozione da parte vostra, nemmeno un senso di solidarietà generazionale, visto che di comune amore per la democrazia sarebbe difficile parlare, dopo il sostegno morale che avete dato alle aggressioni antiebraiche di altri fanatismi religiosi come Hamas, Hezbollah, Houthi e lo stesso Iran.

Per motivi religiosi, questa mia lettera difficilmente sarà utile a quelli tra voi che sono musulmani, giovani, ma pur sempre cresciuti nel rispetto della teologia coranica. Col tempo questa è divenuta unilateralmente antiebraica, a differenza del Corano che in parte elogiava esageratamente gli ebrei e in parte li condannava, prevedendo una loro punizione nel fuoco della Geenna: ma non nel secolo XXI, bensì alla Fine dei tempi.

E invece tu, giovane musulmano, in teoria sei cresciuto recitando quotidianamente o ritualmente il versetto conclusivo (7°) della prima Sura coranica (al-Fātiḥa, l’Aprente). Si tratta di un’imprecazione rivolta ad Allah contro «quelli che sono nella [Tua] collera, quelli che si sviano». Per te, giovane musulmano, il versetto è quasi incomprensibile, ma per l’interpretazione islamica tradizionale i primi sarebbero gli ebrei e i secondi i cristiani. E il guaio è che non può essere altrimenti, viste le spiegazioni fornite nella 2ª Sura (al-Baqara), prima e dopo il versetto 142.

Per motivi molto più complicati da spiegare (ma qualcuno di voi potrà anche frugare in miei precedenti libri per trovare i riferimenti necessari), questa lettera non è rivolta a chi l’antisemitismo (che io preferisco chiamare antiebraismo) lo pratica da prima della guerra di Gaza: cristiani e cattolici da quasi duemila anni, integralisti islamici da vari secoli, nazifascisti vari da circa un secolo (inclusi ex ustascia croati, croci frecciate ungheresi, guardie hlinka slovacche ecc.), negazionisti, stalinisti, correnti slavofile e fondamentalisti di vario genere. 

Non è rivolta nemmeno a chi vi ha accompagnato fisicamente o moralmente nelle vostre manifestazioni antisraeliane (spesso addirittura convocandole e dirigendole), appartenendo a gruppi settari e fortemente ideologizzati, di provenienza  hitlero-comunistoide, trotskoide, anarcoide, ecologista apocalittica, wokista, antieuropeista e antioccidentalista in genere.

A differenza di voi, che vi siete mobilitati spinti dalla commozione per i civili di Gaza, i membri di queste sètte - in grado a volte di arrivare alle dimensioni di gruppo politico - non sono recuperabili a un discorso razionale e civile. Le loro presunte certezze ideologiche mascherano la profonda insicurezza caratteriale dei loro membri, che li spinge a cercare figure paterne protettive e possibilità di autoesaltare il proprio narcisistico Ego nei ristretti circoli di appartenenza. Nelle manifestazioni antisraeliane, la loro instabilità psicologica ha trovato l’occasione preziosa per sfogare il sottofondo sadomasochistico che sta alla base del razzismo in genere, ma dell’antiebraismo in modo particolare.

Spero che non sia il vostro caso o almeno non lo sia in forma cronica, inguaribile. Vi invito quindi a superare lo stato di giovanile inconscienza, finché siete in tempo, sperando anche che abbiate occasione di leggere questa mia lettera.

Non mi metto qui a ricostruire tutto il discorso sulla nascita dello Stato d’Israele, delle aggressioni continue ed extrapalestinesi dal 1948 in poi, l’inconsistenza della teoria dei Due Stati, l’invenzione sovietica del nazionalismo palestinese, lo spudorato antiebraismo di chi si è inventato e poi ha propagandato la nuova «accusa di sangue», cioè il «genocidio, e tutto il resto.

Volendo approfondire, troverete tutto ciò esteso e documentato in un mio recente libro (Deliri del nuovo antiebraismo. Accuse di sangue, mode e disinformazione) oltre che in più recenti articoli in Utopia rossa. Qui richiamerò schematicamente solo alcuni punti significativi, ipotizzando che voi li ignoriate. Ciò non sarà vero per tutti voi e non sarà vero per tutti i punti del Promemoria; ma forse, anche chi già li conosce trarrà giovamento dal richiamarli alla mente nel giorno della Memoria.


PROMEMORIA


1. Il Terzo Reich prese ufficialmente il potere il 30 gennaio 1933. Il primo Stato estero a riconoscerlo fu il Vaticano e, nonostante il suo programma esplicitamente antiebraico, il 20 luglio 1933, il segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) si precipitò a redigere e firmare, per conto di Pio XI, il Reichskonkordat - il Concordato, col nazismo - sul modello di quello elaborato col fascismo italiano da Francesco Pacelli (fratello di Eugenio). Si ignora in genere che quel Konkordat è ancora in vigore.

venerdì 23 gennaio 2026

L’ACCORDO DI PARTENARIATO UE-MERCOSUR (Parte I)

di Andrea Vento


Dopo un’interminabile fase negoziale protrattasi per un venticinquennio, l’Accordo di Partenariato Ue-Mercosur (UE-Mercosur Partnership Agreement), a seguito dell’approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio europeo di venerdì 9 gennaio, ha intrapreso il rettilineo finale. Dopo l’ultimo rinvio di un mese della votazione del Consiglio, infatti, il via libera alla prosecuzione dell’iter è arrivato dopo il cambio di posizione dell’Italia indotto dalla dichiarazione della Commissione di anticipare il finanziamento di 45 miliardi di euro dei fondi della Pac, la Politica agricola comunitaria e all’abbassamento della soglia per l’entrata in vigore delle clausole di salvaguardia su alcuni prodotti agricoli sensibili dall’8% al 5%. Non fondi aggiuntivi ma solamente messi a disposizione degli agricoltori, principali oppositori dell’accordo, prima dei termini previsti. Tanto è bastato al governo Meloni per convertire il diniego in voto favorevole nell’arco di un mese, mentre hanno mantenuto la loro opposizione Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, e la sua astensione il Belgio. 

La firma ufficiale dell’Accordo è arrivata sabato 17 ad Asuncion in Paraguay alla presenza dei presidenti della Commissione, Ursula von der Leyen, e del Consiglio dell’Unione europea, Mario Costa e dei capi di stato di Argentina, Xavier Milei, del Paraguay, Santiago Peña e dell’Uruguay, Yamandù Orsi, tutti esponenti di destra, mentre non ha partecipato Luis Inacio “Lula” da Silvia, uno dei principali sostenitori dell’Accordo. 

Meno scontata, tuttavia, potrebbe rivelarsi la successiva ratifica da parte del parlamento europeo, prevista nei prossimi mesi, viste le dichiarazioni avverse del presidente francese Macron che sembra essersi posto alla guida il drappello dei paesi oppositori. Sull’Accordo, oltre alla mobilitazione dei trattori che annunciano battaglia, incombe anche il voto del Parlamento europeo previsto per mercoledì 21 sull’ammissibilità del ricorso alla Corte di Giustizia europea contro l’Accordo che in caso di ammissione ne allungherà sensibilmente i tempi. 

Ad ogni buon conto l’iter prevede che una volta ottenuta l’approvazione del Parlamento europeo, l’accordo potrà entrare in vigore in forma provvisoria, il cosiddetto interim Trade Agreement, previa approvazione della Commissione e del Consiglio a maggioranza qualificata. La piena ratifica e la successiva entrata in vigore definitiva dell’UE-Mercosur Partnership Agreement avverrà tuttavia solo dopo il via libera da parte dei parlamenti nazionali degli stati membri.

Il Mercosur

Il Mercosur, Mercato Comune del Sud o del Cono Sud, è una organizzazione economica sudamericana, nello specifico un’Area di Libero Scambio istituita nel 1991 col Trattato di Asuncion ed entrata in vigore nel 1995, composta da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, con il Venezuela che dopo aver acquisito lo status di paese membro nel 2012 è stato successivamente sospeso nel 2017. La Bolivia ha sottoscritto nel 2012 un protocollo di adesione che è sempre in corso di approvazione da parte dei parlamenti degli stati membri.

Secondo il Consiglio Europeo “nel loro complesso le 4 economie, con un Pil di 2.700 miliardi di euro, costituiscono la sesta economia più grande del mondo, al di fuori dell’Ue” con una popolazione, secondo il sito del Mercosur, di 295 milioni di persone. 

Nettamente preminente è il ruolo del Brasile che annovera circa 220 milioni di abitanti e una economia che, secondo Ocse, rappresenta 1/3 del totale dei 33 stati dell’America Latina e Caraibica e si attesta in undicesima posizione a livello mondiale con un Pil stimato per il 2025 di 2.260 miliardi di $ e di quello pro capite di 10.578 $, secondo i dati del Fmi.

L’interscambio Ue-Mercosur

Dall’inizio del millennio la Cina ha incrementato esponenzialmente la penetrazione economica e le relazioni commerciali con l’America Latina, nel suo complesso, superando l’Unione Europea. Nello specifico delle relazioni col Mercosur, secondo i dati della Commissione, nel 2000 l’Ue copriva una quota di import del Mercosur di circa 6 volte superiore di quella della Cina, nel 2024 la quota di Pechino superava del 40% quella dell’Ue. Grazie anche all’accelerazione dell’ultimo decennio allorché, a fronte di un aumento del valore dell’interscambio dell’Ue al solo 4%, la Cina ha registrato un’impennata del 60%, anche grazie alle relazioni consolidatesi tramite la comune adesione al blocco dei Brics in qualità di soci fondatori che l’ha portata nel 2023 a coprire una quota del 26,7% del commercio totale del 26,7% (tab. 1).

Tabella 1: quote del commercio di beni e servizi del Mercosur dei primi 3 partner, anno 2023. Fonte


Partner

Quota di commercio del Mercosur

Cina

26,7%

Unione europea

16,8%

Stati Uniti

13,9%


Analizzando l’interscambio di beni fra Ue e Mercosur del 2024 rileviamo come l’entità dei flussi risulti alquanto equilibrata con un valore dell’import europeo di 56 miliardi di euro a fronte di un export di 55,2 miliardi, mentre per quanto riguarda i servizi forniti risulta netta la preminenza Ue con 29,2 miliardi di euro, contro i soli 13,4 miliardi del blocco sudamericano (grafico 1). 

Nel complesso nel 2024 il controvalore dell’interscambio totale di beni e servizi fra le due aree geoeconomiche si è attestato a 153,8 miliardi di euro.

Grafico 1: il valore dell’interscambio di beni e servizi fra Ue e Mercosur nel 2024 in miliardi di euro.


I prodotti esportati dall’Ue verso il blocco sudamericano, secondo i dati forniti dal Consiglio europeo,  sono per il 94% manufatturieri in primis macchinari e apparecchi industriali, prodotti chimici e farmaceutici e mezzi di trasporto, mentre dal Mercosur importiamo soprattutto prodotti agricoli (soia, caffè ecc.) e legname, prodotti minerari e petrolio, carta e pasta di cellulosa.

Secondo i fati del Consiglio, l’Ue, rappresenta “il più grande investitore nei paesi del Mercosur, con uno stock di investimenti (Ide) di circa 390 miliardi di euro nel 2023”.

L’Accordo non riguarda solo gli scambi commerciali

mercoledì 21 gennaio 2026

EBRAISMO E INIZI DELLA PSICANALISI

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


(Sul libro di David Meghnagi: S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica», Bollati Boringhieri, Torino 2025)


Sono molti gli argomenti toccati da David Meghnagi (psicanalista nato a Tripoli e ivi sfuggito a un pogrom del 1967), ma il tessuto connettivo del libro è la «questione ebraica» riferita a Freud, Jung e alle origini della psicanalisi. Un grande lavoro di ricerca meticolosamente documentata (83 pagine di note a fronte di 155 di testo) che si potrebbe suddividere in sezioni relativamente autonome: il ruolo di Freud, la formazione a Vienna del primo nucleo di psicanalisti, Jung, il rapporto Freud-Jung, Mosè (quello di Michelangelo, ma anche quello di Freud), Sabina Spielrein, Erich Neumann, il rapporto Neumann-Jung, questioni di teoria psicanalitica e di teoria analitica, spezzoni di storia dell’ebraismo otto-novecentesco.

Il tutto sullo sfondo di quella che viene definita in apertura come «la più immane tragedia del nostro tempo» - la Shoah, ovviamente - preceduta e seguìta dalle varie espressioni di antisemitismo (che io preferisco chiamare antiebraismo), penetrate fin dentro le file del mondo scientifico e dello stesso movimento psicanalitico. Ed è in questa luce che sono affrontate dettagliatamente le posizioni a dir poco ambigue che Jung, il padre della psicologia analitica, manifestò nei confronti del nazismo, con il relativo substrato antiebraico ricavabile dalle sue concezioni di «razza», di «germanità», di «inconscio ebraico» distinto dall’«inconscio ariano» ecc.

Di fronte a una tale varietà di approcci è veramente difficile stabilire quale vada privilegiato. Una plausibile introduzione alla più pervasiva tematica del libro si potrebbe, però, ricavare da una constatazione (confermata da varia altra letteratura), che Meghnagi racchiude in una semplice nota e che ha invece un’importanza fondamentale per lo sviluppo del suo discorso:

«Durante il XX secolo, il 35% dei premi Nobel fu assegnato a scienziati ebrei, mentre questi rappresentavano solo lo 0,23% della popolazione mondiale» (p. 185).

Un dato a cui potrei aggiungere che gran parte di questi riconoscimenti riguardò la cosiddetta «regina delle scienze» e cioè la fisica. Tra i più celebri, spiccano nomi come Einstein, Fermi, Born, Segré, Oppenheimer. E se accettiamo la stima di 15,7 milioni di ebrei nel mondo (per il 2024), è come dire - in termini puramente paradossali, ovviamente - che gli abitanti della Repubblica di Guinea o del Benin potrebbero aver fornito un terzo degli scienziati premi Nobel del Novecento, o lo stesso si sarebbe potuto ricavare dalla somma delle popolazioni di Lombardia e Lazio.

Un discorso analogo potrei farlo per il campo musicale dall’Ottocento in poi (dove il dato è ugualmente impressionante) o per altre discipline.


Nascita della psicanalisi in un ambiente ebraico

Ebbene, in questo dato macroscopico - che solo una forma di razzismo «al rovescio» potrebbe far derivare da una presunta intelligenza superiore nella media degli ebrei sparsi nel mondo - va inserita anche la nascita della psicanalisi. Concepita essenzialmente da un ebreo ateo - un atto teorico altamente creativo reso possibile forse proprio dal fatto che Freud fosse ebreo e ateo allo stesso tempo, come rileva Meghnagi - essa raccolse nelle «riunioni del mercoledì sera» a Vienna (il primo circolo freudiano) medici o futuri psicanalisti quasi solo di provenienza ebraica. Meghnagi fornisce una lista succinta di ebrei partecipanti al circolo viennese o primi allievi di Freud o divenuti ben presto suoi seguaci. Ma per dare un’idea più esaustiva del fenomeno, quella lista merita di essere ampliata con molti altri nomi di provenienza ebraica. Li indico qui di seguito (salvo omissioni involontarie):

Tra i primi: Max Kahane, Alfred Adler, Wilhelm Stekel, Paul Federn, Viktor Tausk, Hanns Sachs. Ai quali si aggiunsero altri di analoga provenienza ebraica come Otto Rank, Eduard Hitschmann, Karl Abraham, Ludwig Binswanger, Sándor Ferenczi, Abraham Arden Brill, Oskar Otto Rie, Alfred Bass, Helene Deutsch, Isidor Isaak Sadger (che morirà nel lager di Theresienstadt), Fritz Wittels (primo biografo di Freud), Guido Brecher (che morirà nel lager di Zamość), il critico musicale Max Graf, Hugo Heller (secondo editore viennese di Freud, convertito dall’ebraismo al protestantesimo), Edoardo Weiss (il triestino che aderirà nel 1913 e introdurrà la psicoanalisi in Italia) - senza dimenticare tra i pochi non-ebrei i cattolici Rudolf R. Urbantschitsch e Rudolf Reitler, l’evangelico Edwin Hollerung, nonché il gallese e futuro grande biografo di Freud, Ernest Jones.

Ebrea sarà anche la paziente russa di Jung, divenuta a sua volta una pioniera della psicanalisi nel tentativo fallito d’introdurla nella Russia di Stalin: Sabina Spielrein. A lei si è cominciato ad attribuire (in vari libri e in due film) il merito che le spetta, dopo il ritrovamento nel 1977 delle sue lettere a Jung e a Freud, oltre che del suo Diario. Nel libro di Meghnagi molto su di lei viene ripreso dal fondamentale lavoro di Aldo Carotenuto, ampiamente citato: Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud (1980/1999). Ma l’introduzione del suo personaggio sulla scena psicanalitica dominata da Freud e Jung è fondamentale anche in termini simbolici, in quanto futura vittima dei nazisti: Sabina sarà uccisa dalle SS a Rostov (luglio 1942), insieme alle due sue figlie e a circa altre 27.000 persone, per lo più ebree.

Nel libro si ricostruisce la preoccupazione, molto presente nel Freud di quei primi anni, riguardo alla forte limitazione rappresentata, per lo sviluppo della nuova disciplina, dal fatto che i suoi principali esponenti fossero quasi tutti di provenienza ebraica. Al di là della diffidenza con cui una società intrisa di antisemitismo, quale quella austriaca di inizio secolo, poteva accogliere le intrusioni nel campo della sessualità e le teorie «rivoluzionarie» di una disciplina così caratterizzata in termini ebraici, esisteva effettivamente il rischio di «etnicizzare» la disciplina, se la si fosse relegata in un «ghetto» medico-terapeutico facilmente sospettabile di pseudoscientificità.


L’arrivo di Carl Gustav Jung (1875-1961)

Per fortuna così non andarono le cose - lo sappiamo da posteri - ma agli inizi il pericolo era ben reale. Fu questa, quindi, una motivazione forte da parte di Freud per accogliere a braccia spalancate il giovane e intraprendente medico svizzero,  un «gentile» a tutti gli effetti e per giunta germanizzato, laureatosi nel 1900 (l’anno dell’Interpretazione dei sogni) e che da allora aveva lavorato nel Burghölzli, l’istituto psichiatrico di Zurigo, sotto la guida del celebre Eugen Bleuler (1857-1939).

Freud vide in lui il suo probabile successore, anche se nel loro comune viaggio negli Usa (1909) - nel corso di quella che rappresentò di fatto una vera e propria reciproca analisi - il potenziale conflitto padre-figlio cominciò ad affiorare. Nel 1910 Jung divenne presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale e direttore della relativa rivista (Jahrbuch). Ma già la pubblicazione nel 1912 del suo Wandlungen und Symbole der Libido [Trasformazioni e simboli della libido] doveva segnare l’inizio di una rottura sempre più radicale. Il disaccordo di fondo poteva sembrare - e certamente lo era - tra una concezione pulsionale concepita in termini essenzialmente di sessualità (Freud non era ancora arrivato alla sua concezione più matura del conflitto tra il principio del piacere e l’istinto di morte) e una teoria delle pulsioni concepita in forma via via crescente anche in termini di «energia psichica».

Ma vi era certamente dell’altro. E poiché il carteggio tra Freud e Jung è rimasto intatto, Meghnagi può procedere a «rileggerlo alla luce del Diario di Sabina Spielrein e delle sue accorate lettere a Jung e a Freud: un viaggio unico nei meandri di una pagina fondamentale della storia del movimento psicanalitico» (p. 69).


L’antiebraismo di Jung

Se il cap. 4 è dedicato a questa proposta di lettura dei materiali di Sabina Spielrein, il cap. 5 è dedicato a ricostruire la rottura tra Freud e Jung. I termini del conflitto - teoria psicanalitica versus teoria analitica - sono noti, ma non sempre si dà la dovuta importanza alla questione del soggiacente antiebrasimo di Jung. Benché percepibile solo attraverso un profondo scavo alla ricerca del significato di alcune formulazioni teoriche, nonché di atteggiamenti, l’antiebraismo junghiano apparirà apertamente in brani come il seguente, scritto nel 1934, in Situazione attuale della psicoterapia, e concepito in un periodo di illusioni nei confronti della recente ascesa dei nazisti al potere:

«Gli ebrei hanno in comune con le donne questa caratteristica: essendo fisicamente più deboli, mirano a scoprire le falle nella corazza dell’avversario e, grazie a questa tecnica indotta in loro da secoli di storia, gli ebrei stessi sono meglio protetti là dove gli altri sono più vulnerabili [...]. L’ebreo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà da circa di tremila anni, possiede, come il cinese cólto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi [si noti il “noi” con cui s’intende la “razza” germanico-tedesca (r.m.)]. [...] L’inconscio ariano, invece, contiene tensioni e germi creativi di un futuro ancora da compiere [...]. Gli ancor giovani popoli germanici sono pienamente in grado di creare nuove forme culturali e questo futuro si trova ancora sepolto nelle oscurità di ogni individuo come nucleo carico di energia, capace di dar vita a una fiamma possente» (p. 235n, corsivi miei).

Ci sono, tuttavia, dichiarazioni ancor più gravi, come nell’intervista a Robert Hillyer (1936) in cui Jung dirà che «il nuovo ordine di Hitler... sembra rappresentare l’unica speranza per l’Europa» (p. 139).


Mosè e la religione

Possibli tracce di un’interpretazione freudiana, riguardo all’influenza dell’ebraismo sulle origini della psicanalisi, vengono indicate da Meghnagi tramite un’attenta rilettura delle tre parti che compongono L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-1938). Un testo che potrebbe fare da sfondo per il tema che si diceva all’inizio; potrebbe cioè rappresentare l’avvio di una qualche spiegazione per la forte incidenza quantitativa e qualitativa di menti scientifiche, musicali ecc. in individui di provenienza ebraica (religiosi o atei che essi fossero). Ciò non significa, però, che venga data una spiegazione esauriente di tale fenomeno, né da parte di Freud né da parte di Meghnagi. Del resto, non sarebbe stata impresa facile...


Il confronto Jung-Neumann

La parte conclusiva è dedicata al carteggio tra Erich Neumann (1905-1960) - ebreo trasferitosi a Tel Aviv nel 1934, junghiano ed esponente di spicco dell’Associazione internazionale per la psicologia analitica - e Jung. Molto importante perché le critiche all’antiebraismo soggiacente di Jung vengono ora rivolte da un seguace della sua teoria analitica e quindi acquistano una valenza particolare.

Dalle risposte di Jung alle critiche del suo affezionato interlocutore si coglie il tentativo di attenuare o addirittura negare gli atteggiamenti filonazisti e antiebraici manifestati nel periodo prebellico. Di questo tentativo fu un esempio anche l’incontro «chiarificatore» con Leo Baeck, il celebre rabbino e teologo tedesco (morto a Londra nel 1956), espressamente citato da Meghnagi (p. 147). Del resto, la stessa elaborazione da parte di Jung del «concetto psicologico di colpa collettiva» poteva prestarsi a tale operazione (e nel caso si sarebbe trattato di un’evidente rimozione, se applicata alla «questione ebraica»), ma l’onestà intellettuale di Neumann non prestò il fianco a tardive giustificazioni. E ciò pur condividendo egli con Jung «una visione degli archetipi ancorata a un’idea di “razza”» che Meghnagi non esita a definire giustamente non scientifica.

Forse la parte finale dedicata a Neumann avrebbe dovuto meritare l’inserzione del suo nome nel titolo. Ma contenendo questo già tre nomi - due molto pesanti e uno new entry - si sarebbe rischiato l’affollamento. Resta il fatto che la presentazione della personalità di Neumann - ebreo, «israeliano» sino alla fine, seguace di una concezione analitica nettamente differenziata dalla psicanalisi, legato indissolubilmente al suo mentore, ma non disposto ad assolverlo per il suo più o meno latente antiebraismo - fornisce un’adeguata via di conclusione al tema proposto nell’intero libro.

Riportando parole di Neumann (tratte dalla lettera a Jung del 26 luglio 1950), scrive Meghnagi:

«Dal “piccolo paese isolato” [Israele] - scrive Neumann in un gioco di rimandi simbolici - per “molti aspetti ottuso e barbaro” e “per altri produttivo e promettente”, l’opera di Jung si sarebbe potuta liberare dall’Ombra che l’aveva resa unilaterale e cieca. [Ma] la questione dell’Ombra nel pensiero junghiano andava in realtà ben oltre il rapporto fra ebrei e non ebrei europei» (p. 152).


«Ben oltre», «Qualcosa di più»...

Quel «ben oltre», riferito all’ebraismo, ha una lunga tradizione teorica che però, a mio personale avviso, non è mai arrivata all’individuazione di contenuti convincenti o condivisi. Difficilmente sarebbe potuto riuscirci lo stesso Meghnagi. Il quale conclude, comunque, facendo sue le parole dello scrittore e filosofo francese Maurice Blanchot (1907-2003), riassumibili nella constatazione che l’ebraismo è qualcosa di più che una cultura e una religione: è un fondamento di relazioni con l’altro, un sentimento creato o rafforzato dalle persecuzioni.

Personalmente posso condividere solo una definizione dell’ebraismo che non prescinda dal fatto storico delle persecuzioni, la cui continuità quasi bimillenaria è sopravvissuta a profonde differenze linguistiche, geopolitiche, etniche e culturali (compreso il fatto non irrilevante di poter essere ebrei religiosi o ebrei agnostici, atei ecc.).

Tale continuità, del resto, è sopravvissuta all’alternarsi dei soggetti autori delle principali persecuzioni, caratterizzati a loro volta da discontinuità temporali, disomonogeità geopolitiche, apparizioni sulla scena storica (a volte secolari) e relative scomparse. In primo luogo i cristiani con l’invenzione del «deicidio» e il loro «antiebraismo teologico» (Poliakov), di cui sopravvive ancora in ordine sparso l’«antiebraismo biblistico» (di cui parlo nel mio recente Deliri del nuovo antiebraismo, pp. 16-17). A seguire l’antiebraismo bizantino, dell’Islam, delle comunità slave o di movimenti slavofili, di teorie razziali europee e postmedievali, di fascisti e di nazisti. Per arrivare a tempi molto recenti, con il pogrom del 7 ottobre 2023, l’aggressione gazawi-iraniana a Israele e l’ondata di manifestazioni antiebraiche che essa ha suscitato nel mondo occidentale.

Solo il tempo e, si spera, una crescita di civiltà della specie umana, dimostrerà se l’ebraismo continuerà ad essere caratterizzato in primo luogo dall’essere oggetto di vari tipi di persecuzione - quindi ancora e sempre dalla necessità di definirsi in rapporto all’antiebraismo - o da tutti gli altri meriti ai quali qui si è solo accennato: tra questi, fondamentale, l’essere stato culla della nascente psicanalisi.


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domenica 18 gennaio 2026

SOGNO DI UNA MATTINA DI MEZZO INVERNO

di Roberto Sinigaglia


ITALIANO - ESPANOL


(ovvero: Se il Buon Senso fosse contagioso)

Flash d’Agenzia: Cronaca ironica di un Risveglio Improvviso



ULTIM’ORA L’Italia è in stato di fibrillazione totale. Mobilitazione generale permanente. Le immagini delle piazze iraniane invadono i monitor: la violenza della polizia, l’esercito nelle strade, ma soprattutto quelle corde che penzolano nelle piazze di Teheran. Lo sgomento è unanime, ma la reazione è fulminea. I giovani che con estremo tempismo avevano occupato per Gaza, ora, con lo stesso identico coraggio, si sono riversati nelle piazze per l'Iran. È un accorrere di masse da ogni dove.

NAPOLI: l’Università è una polveriera di libertà. Molte aule occupate. Il Rettore in persona si palesa tra i corridoi, non per intimare lo sgombero, ma per invitare i portavoce nel suo ufficio: l'obiettivo è redigere una dichiarazione di fuoco contro il regime degli Ayatollah.

MILANO non attende. Liceali e universitari fusi in un unico blocco. Il Rettore della Statale delibera all’unanimità la rescissione immediata di ogni accordo con gli atenei di Teheran: nessuna collaborazione con i censori del velo.

ROMA, Palazzo Montecitorio. Giuseppe Conte, a nome della sinistra tutta, lancia rampogne feroci contro il nostro Governo troppo timido nella condanna. Invoca l’intervento dei Marines contro la cricca assassina. Poi, sulla scia di Macron, il colpo di teatro: propone l'invio immediato di "volenterosi europei" sul fronte iraniano per abbattere la teocrazia.

CATANIA. Gli studenti, ancora caldi dalle manifestazioni proPal, urlano nelle piazze lo slogan "Dal fiume al mare". Alcuni docenti li redarguiscono dolcemente per l'inesattezza geografica, ma chiudono un occhio: l’ignoranza è ripagata da cotanta generosità d’animo.

BOLOGNA, L'ALMA MATER chiama. Il Rettore Magnifico ha appena conferito un’altissima onorificenza a António Guterres, Segretario Generale dell’ONU. Il motivo? La sua feroce, inequivocabile e fulminea condanna delle atroci esecuzioni ordinate da Rahbar-e Mo'azzam (Guida Suprema).

GENOVA. Non si poteva restare a guardare. Una Seconda Flottilla è già ai blocchi di partenza. I gruppi proPal hanno messo mano al portafoglio, pronti a finanziare la seconda impresa visto che Hamas, poverina, si era già dissanguata per la prima. Al comando? Il duo delle meraviglie: Gretina e Francesca Albanese. Qualche malalingua osserva che, sbarcando ad Antiochia, mancano ancora 2.000 chilometri di strade impervie, tra Gaziantep e Şanlıurfa, per arrivare a Teheran. Ma che importa? La solidarietà non conosce né la bussola né i chilometri. 

LE REAZIONI DEL PAESE. Dichiarazioni e Sussulti È qui che il risveglio delle coscienze si fa dottrina.

Il TRASFORMISMO raggiunge vette inesplorate: i noti opinionisti che fino a ieri spiegavano le "ragioni storiche" di Hamas, oggi si presentano in studio col turbante al contrario, sostenendo di aver sempre saputo che il cuore della democrazia batteva a Isfahan.

Anche l'INTELLETTUALE IMPEGNATO non manca all'appello. Un noto fumettista di periferia ha già annunciato un reportage di 600 tavole per spiegare che l'egemonia degli Ayatollah è colpa del neoliberismo e della mancanza di piste ciclabili a Rebibbia, ma farà un'eccezione per le ragazze di Shiraz perché il font dei cartelli è graficamente irresistibile.

Il SINDACALISMO ESTREMO batte un colpo: a Roma si proclama lo sciopero generale contro il caro-carburante... in Iran. Maurizio Landini chiede il blocco delle raffinerie di Abadan e invita i metalmeccanici di Mirafiori a produrre telai per tappeti eco-sostenibili. La sua voce, un tempo smarrita nei labirinti dei "distinguo" su Hamas, è tornata tonante e cristallina, ora che il bersaglio è politicamente più comodo.

Infine, l'ECOLOGISMO SELETTIVO: Ultima Generazione annuncia che andrà a imbrattare di vernice verde bio le facciate del Ministero della Guida Spirituale a Teheran, certa che la polizia morale iraniana apprezzerà il valore artistico della performance.

Il MONDO STA CAMBIANDO, finalmente la coerenza trionfa, la storia ha preso la rincorsa... Poi, d’improvviso, uno squillo sgraziato. La sveglia delle 07:30. Apro gli occhi, la stanza è in penombra e la realtà bussa alla porta sotto forma di guaito. Mi alzo, cerco il guinzaglio e porto la mia cagnetta a fare la pipì mattutina. È stato solo un bellissimo, ironico, impossibile sogno. 


ESPANOL

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.