L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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venerdì 23 gennaio 2026

L’ACCORDO DI PARTENARIATO UE-MERCOSUR (Parte I)

di Andrea Vento


Dopo un’interminabile fase negoziale protrattasi per un venticinquennio, l’Accordo di Partenariato Ue-Mercosur (UE-Mercosur Partnership Agreement), a seguito dell’approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio europeo di venerdì 9 gennaio, ha intrapreso il rettilineo finale. Dopo l’ultimo rinvio di un mese della votazione del Consiglio, infatti, il via libera alla prosecuzione dell’iter è arrivato dopo il cambio di posizione dell’Italia indotto dalla dichiarazione della Commissione di anticipare il finanziamento di 45 miliardi di euro dei fondi della Pac, la Politica agricola comunitaria e all’abbassamento della soglia per l’entrata in vigore delle clausole di salvaguardia su alcuni prodotti agricoli sensibili dall’8% al 5%. Non fondi aggiuntivi ma solamente messi a disposizione degli agricoltori, principali oppositori dell’accordo, prima dei termini previsti. Tanto è bastato al governo Meloni per convertire il diniego in voto favorevole nell’arco di un mese, mentre hanno mantenuto la loro opposizione Francia, Irlanda, Austria, Ungheria e Polonia, e la sua astensione il Belgio. 

La firma ufficiale dell’Accordo è arrivata sabato 17 ad Asuncion in Paraguay alla presenza dei presidenti della Commissione, Ursula von der Leyen, e del Consiglio dell’Unione europea, Mario Costa e dei capi di stato di Argentina, Xavier Milei, del Paraguay, Santiago Peña e dell’Uruguay, Yamandù Orsi, tutti esponenti di destra, mentre non ha partecipato Luis Inacio “Lula” da Silvia, uno dei principali sostenitori dell’Accordo. 

Meno scontata, tuttavia, potrebbe rivelarsi la successiva ratifica da parte del parlamento europeo, prevista nei prossimi mesi, viste le dichiarazioni avverse del presidente francese Macron che sembra essersi posto alla guida il drappello dei paesi oppositori. Sull’Accordo, oltre alla mobilitazione dei trattori che annunciano battaglia, incombe anche il voto del Parlamento europeo previsto per mercoledì 21 sull’ammissibilità del ricorso alla Corte di Giustizia europea contro l’Accordo che in caso di ammissione ne allungherà sensibilmente i tempi. 

Ad ogni buon conto l’iter prevede che una volta ottenuta l’approvazione del Parlamento europeo, l’accordo potrà entrare in vigore in forma provvisoria, il cosiddetto interim Trade Agreement, previa approvazione della Commissione e del Consiglio a maggioranza qualificata. La piena ratifica e la successiva entrata in vigore definitiva dell’UE-Mercosur Partnership Agreement avverrà tuttavia solo dopo il via libera da parte dei parlamenti nazionali degli stati membri.

Il Mercosur

Il Mercosur, Mercato Comune del Sud o del Cono Sud, è una organizzazione economica sudamericana, nello specifico un’Area di Libero Scambio istituita nel 1991 col Trattato di Asuncion ed entrata in vigore nel 1995, composta da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, con il Venezuela che dopo aver acquisito lo status di paese membro nel 2012 è stato successivamente sospeso nel 2017. La Bolivia ha sottoscritto nel 2012 un protocollo di adesione che è sempre in corso di approvazione da parte dei parlamenti degli stati membri.

Secondo il Consiglio Europeo “nel loro complesso le 4 economie, con un Pil di 2.700 miliardi di euro, costituiscono la sesta economia più grande del mondo, al di fuori dell’Ue” con una popolazione, secondo il sito del Mercosur, di 295 milioni di persone. 

Nettamente preminente è il ruolo del Brasile che annovera circa 220 milioni di abitanti e una economia che, secondo Ocse, rappresenta 1/3 del totale dei 33 stati dell’America Latina e Caraibica e si attesta in undicesima posizione a livello mondiale con un Pil stimato per il 2025 di 2.260 miliardi di $ e di quello pro capite di 10.578 $, secondo i dati del Fmi.

L’interscambio Ue-Mercosur

Dall’inizio del millennio la Cina ha incrementato esponenzialmente la penetrazione economica e le relazioni commerciali con l’America Latina, nel suo complesso, superando l’Unione Europea. Nello specifico delle relazioni col Mercosur, secondo i dati della Commissione, nel 2000 l’Ue copriva una quota di import del Mercosur di circa 6 volte superiore di quella della Cina, nel 2024 la quota di Pechino superava del 40% quella dell’Ue. Grazie anche all’accelerazione dell’ultimo decennio allorché, a fronte di un aumento del valore dell’interscambio dell’Ue al solo 4%, la Cina ha registrato un’impennata del 60%, anche grazie alle relazioni consolidatesi tramite la comune adesione al blocco dei Brics in qualità di soci fondatori che l’ha portata nel 2023 a coprire una quota del 26,7% del commercio totale del 26,7% (tab. 1).

Tabella 1: quote del commercio di beni e servizi del Mercosur dei primi 3 partner, anno 2023. Fonte


Partner

Quota di commercio del Mercosur

Cina

26,7%

Unione europea

16,8%

Stati Uniti

13,9%


Analizzando l’interscambio di beni fra Ue e Mercosur del 2024 rileviamo come l’entità dei flussi risulti alquanto equilibrata con un valore dell’import europeo di 56 miliardi di euro a fronte di un export di 55,2 miliardi, mentre per quanto riguarda i servizi forniti risulta netta la preminenza Ue con 29,2 miliardi di euro, contro i soli 13,4 miliardi del blocco sudamericano (grafico 1). 

Nel complesso nel 2024 il controvalore dell’interscambio totale di beni e servizi fra le due aree geoeconomiche si è attestato a 153,8 miliardi di euro.

Grafico 1: il valore dell’interscambio di beni e servizi fra Ue e Mercosur nel 2024 in miliardi di euro.


I prodotti esportati dall’Ue verso il blocco sudamericano, secondo i dati forniti dal Consiglio europeo,  sono per il 94% manufatturieri in primis macchinari e apparecchi industriali, prodotti chimici e farmaceutici e mezzi di trasporto, mentre dal Mercosur importiamo soprattutto prodotti agricoli (soia, caffè ecc.) e legname, prodotti minerari e petrolio, carta e pasta di cellulosa.

Secondo i fati del Consiglio, l’Ue, rappresenta “il più grande investitore nei paesi del Mercosur, con uno stock di investimenti (Ide) di circa 390 miliardi di euro nel 2023”.

L’Accordo non riguarda solo gli scambi commerciali

mercoledì 21 gennaio 2026

EBRAISMO E INIZI DELLA PSICANALISI

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


(Sul libro di David Meghnagi: S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica», Bollati Boringhieri, Torino 2025)


Sono molti gli argomenti toccati da David Meghnagi (psicanalista nato a Tripoli e ivi sfuggito a un pogrom del 1967), ma il tessuto connettivo del libro è la «questione ebraica» riferita a Freud, Jung e alle origini della psicanalisi. Un grande lavoro di ricerca meticolosamente documentata (83 pagine di note a fronte di 155 di testo) che si potrebbe suddividere in sezioni relativamente autonome: il ruolo di Freud, la formazione a Vienna del primo nucleo di psicanalisti, Jung, il rapporto Freud-Jung, Mosè (quello di Michelangelo, ma anche quello di Freud), Sabina Spielrein, Erich Neumann, il rapporto Neumann-Jung, questioni di teoria psicanalitica e di teoria analitica, spezzoni di storia dell’ebraismo otto-novecentesco.

Il tutto sullo sfondo di quella che viene definita in apertura come «la più immane tragedia del nostro tempo» - la Shoah, ovviamente - preceduta e seguìta dalle varie espressioni di antisemitismo (che io preferisco chiamare antiebraismo), penetrate fin dentro le file del mondo scientifico e dello stesso movimento psicanalitico. Ed è in questa luce che sono affrontate dettagliatamente le posizioni a dir poco ambigue che Jung, il padre della psicologia analitica, manifestò nei confronti del nazismo, con il relativo substrato antiebraico ricavabile dalle sue concezioni di «razza», di «germanità», di «inconscio ebraico» distinto dall’«inconscio ariano» ecc.

Di fronte a una tale varietà di approcci è veramente difficile stabilire quale vada privilegiato. Una plausibile introduzione alla più pervasiva tematica del libro si potrebbe, però, ricavare da una constatazione (confermata da varia altra letteratura), che Meghnagi racchiude in una semplice nota e che ha invece un’importanza fondamentale per lo sviluppo del suo discorso:

«Durante il XX secolo, il 35% dei premi Nobel fu assegnato a scienziati ebrei, mentre questi rappresentavano solo lo 0,23% della popolazione mondiale» (p. 185).

Un dato a cui potrei aggiungere che gran parte di questi riconoscimenti riguardò la cosiddetta «regina delle scienze» e cioè la fisica. Tra i più celebri, spiccano nomi come Einstein, Fermi, Born, Segré, Oppenheimer. E se accettiamo la stima di 15,7 milioni di ebrei nel mondo (per il 2024), è come dire - in termini puramente paradossali, ovviamente - che gli abitanti della Repubblica di Guinea o del Benin potrebbero aver fornito un terzo degli scienziati premi Nobel del Novecento, o lo stesso si sarebbe potuto ricavare dalla somma delle popolazioni di Lombardia e Lazio.

Un discorso analogo potrei farlo per il campo musicale dall’Ottocento in poi (dove il dato è ugualmente impressionante) o per altre discipline.


Nascita della psicanalisi in un ambiente ebraico

Ebbene, in questo dato macroscopico - che solo una forma di razzismo «al rovescio» potrebbe far derivare da una presunta intelligenza superiore nella media degli ebrei sparsi nel mondo - va inserita anche la nascita della psicanalisi. Concepita essenzialmente da un ebreo ateo - un atto teorico altamente creativo reso possibile forse proprio dal fatto che Freud fosse ebreo e ateo allo stesso tempo, come rileva Meghnagi - essa raccolse nelle «riunioni del mercoledì sera» a Vienna (il primo circolo freudiano) medici o futuri psicanalisti quasi solo di provenienza ebraica. Meghnagi fornisce una lista succinta di ebrei partecipanti al circolo viennese o primi allievi di Freud o divenuti ben presto suoi seguaci. Ma per dare un’idea più esaustiva del fenomeno, quella lista merita di essere ampliata con molti altri nomi di provenienza ebraica. Li indico qui di seguito (salvo omissioni involontarie):

Tra i primi: Max Kahane, Alfred Adler, Wilhelm Stekel, Paul Federn, Viktor Tausk, Hanns Sachs. Ai quali si aggiunsero altri di analoga provenienza ebraica come Otto Rank, Eduard Hitschmann, Karl Abraham, Ludwig Binswanger, Sándor Ferenczi, Abraham Arden Brill, Oskar Otto Rie, Alfred Bass, Helene Deutsch, Isidor Isaak Sadger (che morirà nel lager di Theresienstadt), Fritz Wittels (primo biografo di Freud), Guido Brecher (che morirà nel lager di Zamość), il critico musicale Max Graf, Hugo Heller (secondo editore viennese di Freud, convertito dall’ebraismo al protestantesimo), Edoardo Weiss (il triestino che aderirà nel 1913 e introdurrà la psicoanalisi in Italia) - senza dimenticare tra i pochi non-ebrei i cattolici Rudolf R. Urbantschitsch e Rudolf Reitler, l’evangelico Edwin Hollerung, nonché il gallese e futuro grande biografo di Freud, Ernest Jones.

Ebrea sarà anche la paziente russa di Jung, divenuta a sua volta una pioniera della psicanalisi nel tentativo fallito d’introdurla nella Russia di Stalin: Sabina Spielrein. A lei si è cominciato ad attribuire (in vari libri e in due film) il merito che le spetta, dopo il ritrovamento nel 1977 delle sue lettere a Jung e a Freud, oltre che del suo Diario. Nel libro di Meghnagi molto su di lei viene ripreso dal fondamentale lavoro di Aldo Carotenuto, ampiamente citato: Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud (1980/1999). Ma l’introduzione del suo personaggio sulla scena psicanalitica dominata da Freud e Jung è fondamentale anche in termini simbolici, in quanto futura vittima dei nazisti: Sabina sarà uccisa dalle SS a Rostov (luglio 1942), insieme alle due sue figlie e a circa altre 27.000 persone, per lo più ebree.

Nel libro si ricostruisce la preoccupazione, molto presente nel Freud di quei primi anni, riguardo alla forte limitazione rappresentata, per lo sviluppo della nuova disciplina, dal fatto che i suoi principali esponenti fossero quasi tutti di provenienza ebraica. Al di là della diffidenza con cui una società intrisa di antisemitismo, quale quella austriaca di inizio secolo, poteva accogliere le intrusioni nel campo della sessualità e le teorie «rivoluzionarie» di una disciplina così caratterizzata in termini ebraici, esisteva effettivamente il rischio di «etnicizzare» la disciplina, se la si fosse relegata in un «ghetto» medico-terapeutico facilmente sospettabile di pseudoscientificità.


L’arrivo di Carl Gustav Jung (1875-1961)

Per fortuna così non andarono le cose - lo sappiamo da posteri - ma agli inizi il pericolo era ben reale. Fu questa, quindi, una motivazione forte da parte di Freud per accogliere a braccia spalancate il giovane e intraprendente medico svizzero,  un «gentile» a tutti gli effetti e per giunta germanizzato, laureatosi nel 1900 (l’anno dell’Interpretazione dei sogni) e che da allora aveva lavorato nel Burghölzli, l’istituto psichiatrico di Zurigo, sotto la guida del celebre Eugen Bleuler (1857-1939).

Freud vide in lui il suo probabile successore, anche se nel loro comune viaggio negli Usa (1909) - nel corso di quella che rappresentò di fatto una vera e propria reciproca analisi - il potenziale conflitto padre-figlio cominciò ad affiorare. Nel 1910 Jung divenne presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale e direttore della relativa rivista (Jahrbuch). Ma già la pubblicazione nel 1912 del suo Wandlungen und Symbole der Libido [Trasformazioni e simboli della libido] doveva segnare l’inizio di una rottura sempre più radicale. Il disaccordo di fondo poteva sembrare - e certamente lo era - tra una concezione pulsionale concepita in termini essenzialmente di sessualità (Freud non era ancora arrivato alla sua concezione più matura del conflitto tra il principio del piacere e l’istinto di morte) e una teoria delle pulsioni concepita in forma via via crescente anche in termini di «energia psichica».

Ma vi era certamente dell’altro. E poiché il carteggio tra Freud e Jung è rimasto intatto, Meghnagi può procedere a «rileggerlo alla luce del Diario di Sabina Spielrein e delle sue accorate lettere a Jung e a Freud: un viaggio unico nei meandri di una pagina fondamentale della storia del movimento psicanalitico» (p. 69).


L’antiebraismo di Jung

Se il cap. 4 è dedicato a questa proposta di lettura dei materiali di Sabina Spielrein, il cap. 5 è dedicato a ricostruire la rottura tra Freud e Jung. I termini del conflitto - teoria psicanalitica versus teoria analitica - sono noti, ma non sempre si dà la dovuta importanza alla questione del soggiacente antiebrasimo di Jung. Benché percepibile solo attraverso un profondo scavo alla ricerca del significato di alcune formulazioni teoriche, nonché di atteggiamenti, l’antiebraismo junghiano apparirà apertamente in brani come il seguente, scritto nel 1934, in Situazione attuale della psicoterapia, e concepito in un periodo di illusioni nei confronti della recente ascesa dei nazisti al potere:

«Gli ebrei hanno in comune con le donne questa caratteristica: essendo fisicamente più deboli, mirano a scoprire le falle nella corazza dell’avversario e, grazie a questa tecnica indotta in loro da secoli di storia, gli ebrei stessi sono meglio protetti là dove gli altri sono più vulnerabili [...]. L’ebreo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà da circa di tremila anni, possiede, come il cinese cólto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi [si noti il “noi” con cui s’intende la “razza” germanico-tedesca (r.m.)]. [...] L’inconscio ariano, invece, contiene tensioni e germi creativi di un futuro ancora da compiere [...]. Gli ancor giovani popoli germanici sono pienamente in grado di creare nuove forme culturali e questo futuro si trova ancora sepolto nelle oscurità di ogni individuo come nucleo carico di energia, capace di dar vita a una fiamma possente» (p. 235n, corsivi miei).

Ci sono, tuttavia, dichiarazioni ancor più gravi, come nell’intervista a Robert Hillyer (1936) in cui Jung dirà che «il nuovo ordine di Hitler... sembra rappresentare l’unica speranza per l’Europa» (p. 139).


Mosè e la religione

Possibli tracce di un’interpretazione freudiana, riguardo all’influenza dell’ebraismo sulle origini della psicanalisi, vengono indicate da Meghnagi tramite un’attenta rilettura delle tre parti che compongono L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-1938). Un testo che potrebbe fare da sfondo per il tema che si diceva all’inizio; potrebbe cioè rappresentare l’avvio di una qualche spiegazione per la forte incidenza quantitativa e qualitativa di menti scientifiche, musicali ecc. in individui di provenienza ebraica (religiosi o atei che essi fossero). Ciò non significa, però, che venga data una spiegazione esauriente di tale fenomeno, né da parte di Freud né da parte di Meghnagi. Del resto, non sarebbe stata impresa facile...


Il confronto Jung-Neumann

La parte conclusiva è dedicata al carteggio tra Erich Neumann (1905-1960) - ebreo trasferitosi a Tel Aviv nel 1934, junghiano ed esponente di spicco dell’Associazione internazionale per la psicologia analitica - e Jung. Molto importante perché le critiche all’antiebraismo soggiacente di Jung vengono ora rivolte da un seguace della sua teoria analitica e quindi acquistano una valenza particolare.

Dalle risposte di Jung alle critiche del suo affezionato interlocutore si coglie il tentativo di attenuare o addirittura negare gli atteggiamenti filonazisti e antiebraici manifestati nel periodo prebellico. Di questo tentativo fu un esempio anche l’incontro «chiarificatore» con Leo Baeck, il celebre rabbino e teologo tedesco (morto a Londra nel 1956), espressamente citato da Meghnagi (p. 147). Del resto, la stessa elaborazione da parte di Jung del «concetto psicologico di colpa collettiva» poteva prestarsi a tale operazione (e nel caso si sarebbe trattato di un’evidente rimozione, se applicata alla «questione ebraica»), ma l’onestà intellettuale di Neumann non prestò il fianco a tardive giustificazioni. E ciò pur condividendo egli con Jung «una visione degli archetipi ancorata a un’idea di “razza”» che Meghnagi non esita a definire giustamente non scientifica.

Forse la parte finale dedicata a Neumann avrebbe dovuto meritare l’inserzione del suo nome nel titolo. Ma contenendo questo già tre nomi - due molto pesanti e uno new entry - si sarebbe rischiato l’affollamento. Resta il fatto che la presentazione della personalità di Neumann - ebreo, «israeliano» sino alla fine, seguace di una concezione analitica nettamente differenziata dalla psicanalisi, legato indissolubilmente al suo mentore, ma non disposto ad assolverlo per il suo più o meno latente antiebraismo - fornisce un’adeguata via di conclusione al tema proposto nell’intero libro.

Riportando parole di Neumann (tratte dalla lettera a Jung del 26 luglio 1950), scrive Meghnagi:

«Dal “piccolo paese isolato” [Israele] - scrive Neumann in un gioco di rimandi simbolici - per “molti aspetti ottuso e barbaro” e “per altri produttivo e promettente”, l’opera di Jung si sarebbe potuta liberare dall’Ombra che l’aveva resa unilaterale e cieca. [Ma] la questione dell’Ombra nel pensiero junghiano andava in realtà ben oltre il rapporto fra ebrei e non ebrei europei» (p. 152).


«Ben oltre», «Qualcosa di più»...

Quel «ben oltre», riferito all’ebraismo, ha una lunga tradizione teorica che però, a mio personale avviso, non è mai arrivata all’individuazione di contenuti convincenti o condivisi. Difficilmente sarebbe potuto riuscirci lo stesso Meghnagi. Il quale conclude, comunque, facendo sue le parole dello scrittore e filosofo francese Maurice Blanchot (1907-2003), riassumibili nella constatazione che l’ebraismo è qualcosa di più che una cultura e una religione: è un fondamento di relazioni con l’altro, un sentimento creato o rafforzato dalle persecuzioni.

Personalmente posso condividere solo una definizione dell’ebraismo che non prescinda dal fatto storico delle persecuzioni, la cui continuità quasi bimillenaria è sopravvissuta a profonde differenze linguistiche, geopolitiche, etniche e culturali (compreso il fatto non irrilevante di poter essere ebrei religiosi o ebrei agnostici, atei ecc.).

Tale continuità, del resto, è sopravvissuta all’alternarsi dei soggetti autori delle principali persecuzioni, caratterizzati a loro volta da discontinuità temporali, disomonogeità geopolitiche, apparizioni sulla scena storica (a volte secolari) e relative scomparse. In primo luogo i cristiani con l’invenzione del «deicidio» e il loro «antiebraismo teologico» (Poliakov), di cui sopravvive ancora in ordine sparso l’«antiebraismo biblistico» (di cui parlo nel mio recente Deliri del nuovo antiebraismo, pp. 16-17). A seguire l’antiebraismo bizantino, dell’Islam, delle comunità slave o di movimenti slavofili, di teorie razziali europee e postmedievali, di fascisti e di nazisti. Per arrivare a tempi molto recenti, con il pogrom del 7 ottobre 2023, l’aggressione gazawi-iraniana a Israele e l’ondata di manifestazioni antiebraiche che essa ha suscitato nel mondo occidentale.

Solo il tempo e, si spera, una crescita di civiltà della specie umana, dimostrerà se l’ebraismo continuerà ad essere caratterizzato in primo luogo dall’essere oggetto di vari tipi di persecuzione - quindi ancora e sempre dalla necessità di definirsi in rapporto all’antiebraismo - o da tutti gli altri meriti ai quali qui si è solo accennato: tra questi, fondamentale, l’essere stato culla della nascente psicanalisi.


ENGLISH

domenica 18 gennaio 2026

SOGNO DI UNA MATTINA DI MEZZO INVERNO

di Roberto Sinigaglia


ITALIANO - ESPANOL


(ovvero: Se il Buon Senso fosse contagioso)

Flash d’Agenzia: Cronaca ironica di un Risveglio Improvviso



ULTIM’ORA L’Italia è in stato di fibrillazione totale. Mobilitazione generale permanente. Le immagini delle piazze iraniane invadono i monitor: la violenza della polizia, l’esercito nelle strade, ma soprattutto quelle corde che penzolano nelle piazze di Teheran. Lo sgomento è unanime, ma la reazione è fulminea. I giovani che con estremo tempismo avevano occupato per Gaza, ora, con lo stesso identico coraggio, si sono riversati nelle piazze per l'Iran. È un accorrere di masse da ogni dove.

NAPOLI: l’Università è una polveriera di libertà. Molte aule occupate. Il Rettore in persona si palesa tra i corridoi, non per intimare lo sgombero, ma per invitare i portavoce nel suo ufficio: l'obiettivo è redigere una dichiarazione di fuoco contro il regime degli Ayatollah.

MILANO non attende. Liceali e universitari fusi in un unico blocco. Il Rettore della Statale delibera all’unanimità la rescissione immediata di ogni accordo con gli atenei di Teheran: nessuna collaborazione con i censori del velo.

ROMA, Palazzo Montecitorio. Giuseppe Conte, a nome della sinistra tutta, lancia rampogne feroci contro il nostro Governo troppo timido nella condanna. Invoca l’intervento dei Marines contro la cricca assassina. Poi, sulla scia di Macron, il colpo di teatro: propone l'invio immediato di "volenterosi europei" sul fronte iraniano per abbattere la teocrazia.

CATANIA. Gli studenti, ancora caldi dalle manifestazioni proPal, urlano nelle piazze lo slogan "Dal fiume al mare". Alcuni docenti li redarguiscono dolcemente per l'inesattezza geografica, ma chiudono un occhio: l’ignoranza è ripagata da cotanta generosità d’animo.

BOLOGNA, L'ALMA MATER chiama. Il Rettore Magnifico ha appena conferito un’altissima onorificenza a António Guterres, Segretario Generale dell’ONU. Il motivo? La sua feroce, inequivocabile e fulminea condanna delle atroci esecuzioni ordinate da Rahbar-e Mo'azzam (Guida Suprema).

GENOVA. Non si poteva restare a guardare. Una Seconda Flottilla è già ai blocchi di partenza. I gruppi proPal hanno messo mano al portafoglio, pronti a finanziare la seconda impresa visto che Hamas, poverina, si era già dissanguata per la prima. Al comando? Il duo delle meraviglie: Gretina e Francesca Albanese. Qualche malalingua osserva che, sbarcando ad Antiochia, mancano ancora 2.000 chilometri di strade impervie, tra Gaziantep e Şanlıurfa, per arrivare a Teheran. Ma che importa? La solidarietà non conosce né la bussola né i chilometri. 

LE REAZIONI DEL PAESE. Dichiarazioni e Sussulti È qui che il risveglio delle coscienze si fa dottrina.

Il TRASFORMISMO raggiunge vette inesplorate: i noti opinionisti che fino a ieri spiegavano le "ragioni storiche" di Hamas, oggi si presentano in studio col turbante al contrario, sostenendo di aver sempre saputo che il cuore della democrazia batteva a Isfahan.

Anche l'INTELLETTUALE IMPEGNATO non manca all'appello. Un noto fumettista di periferia ha già annunciato un reportage di 600 tavole per spiegare che l'egemonia degli Ayatollah è colpa del neoliberismo e della mancanza di piste ciclabili a Rebibbia, ma farà un'eccezione per le ragazze di Shiraz perché il font dei cartelli è graficamente irresistibile.

Il SINDACALISMO ESTREMO batte un colpo: a Roma si proclama lo sciopero generale contro il caro-carburante... in Iran. Maurizio Landini chiede il blocco delle raffinerie di Abadan e invita i metalmeccanici di Mirafiori a produrre telai per tappeti eco-sostenibili. La sua voce, un tempo smarrita nei labirinti dei "distinguo" su Hamas, è tornata tonante e cristallina, ora che il bersaglio è politicamente più comodo.

Infine, l'ECOLOGISMO SELETTIVO: Ultima Generazione annuncia che andrà a imbrattare di vernice verde bio le facciate del Ministero della Guida Spirituale a Teheran, certa che la polizia morale iraniana apprezzerà il valore artistico della performance.

Il MONDO STA CAMBIANDO, finalmente la coerenza trionfa, la storia ha preso la rincorsa... Poi, d’improvviso, uno squillo sgraziato. La sveglia delle 07:30. Apro gli occhi, la stanza è in penombra e la realtà bussa alla porta sotto forma di guaito. Mi alzo, cerco il guinzaglio e porto la mia cagnetta a fare la pipì mattutina. È stato solo un bellissimo, ironico, impossibile sogno. 


ESPANOL

martedì 13 gennaio 2026

Il massacro del popolo insorto dell’Iran è un chiaro esempio di crimine contro l’umanità


ITALIANO - ENGLISH


Dichiarazione della Co-Presidenza del PJAK: 

L’insurrezione dei popoli dell’Iran contro la dittatura della Repubblica Islamica continua in tutto il Paese con una determinazione e una risolutezza esemplari. Le strade delle città del nord, sud, est e ovest dell’Iran si sono trasformate in arene di confronto diretto tra il popolo amante della libertà e le forze repressive del regime. La potente ondata di proteste popolari si espande di momento in momento, lasciando il regime disperato e disorientato. I leader della Repubblica Islamica sanno meglio di chiunque altro che ciò che stanno imponendo ai popoli di questa terra è una manifestazione totale di oppressione e dispotismo; tuttavia, non sono disposti a fare neppure un solo passo indietro da questo percorso distruttivo. Per questo motivo, i popoli dell’Iran, con rabbia crescente e una determinazione sempre più salda, continuano la loro insurrezione democratica e rivoluzionaria, spingendo il regime passo dopo passo verso la sua fine e il suo crollo. 

Le autorità al potere e Khamenei in persona, percependo che il loro regime si trova sull’orlo della distruzione, hanno fatto ricorso al massacro, attuando uccisioni di massa contro il popolo resistente dell’Iran. Cercano di farlo nel completo silenzio, senza che il mondo ne sia a conoscenza. Stanno inoltre tentando di interrompere i collegamenti tra le diverse città e regioni dell’Iran, affinché le forze repressive possano eseguire i loro ordini di uccidere senza alcun ostacolo. Per questo motivo hanno tagliato internet e le linee telefoniche, con l’obiettivo di ridurre a zero la possibilità di informare il mondo esterno. 

Nonostante il tentativo del regime di isolare l’Iran dal mondo, la voce dell’insurrezione e del popolo iraniano amante della libertà non può essere messa a tacere. Alcune notizie e informazioni giunte all’esterno indicano che le forze repressive del regime hanno compiuto massacri di persone in molte città e regioni dell’Iran, utilizzando ogni tipo di arma leggera e pesante per uccidere i cittadini che protestavano. Le poche immagini diffuse di questi massacri mostrano che gli agenti repressivi del regime hanno attaccato i manifestanti e le insurrezioni popolari con violenza estrema e in modo brutale. Il comportamento della Repubblica Islamica costituisce un chiaro esempio di crimine contro l’umanità, e la piena responsabilità ricade sui leader di questo regime. 

Le forze repressive del regime hanno aperto il fuoco direttamente contro la popolazione in tutto l’Iran, inclusi Teheran, Karaj, Isfahan, Khorasan, Lorestan e varie parti del Kurdistan come Ilam, Kermanshah, Shahabad, Gilan-e Gharb, Kamyaran, Salmas, Khoy e altre aree, uccidendo un gran numero di civili. L’Iran è ora completamente avvolto da fuoco, insurrezione e sangue. Considerata la natura di questo regime e ciò che sappiamo di esso, è evidente che potrebbe ampliare ulteriormente la portata di questi massacri. Condanniamo fermamente queste azioni brutali e disumane del regime della Repubblica Islamica e dichiariamo che adempiremo alla nostra responsabilità di sostenere il nostro popolo amante della libertà in tutto l’Iran. 

Invitiamo le istituzioni internazionali a non rimanere in silenzio di fronte a questi massacri selvaggi e alle uccisioni di massa, e ad adottare immediatamente misure pratiche per sostenere il popolo dell’Iran. Invitiamo tutti gli iraniani all’estero, le persone amanti della libertà e le coscienze vigili a essere la voce del popolo iraniano in tutto il mondo in questi difficili momenti storici e a sostenere l’insurrezione rivoluzionaria del popolo oppresso dell’Iran. Crediamo che le proteste democratiche del popolo iraniano, con la grande determinazione, volontà e sacrificio dimostrati da giovani e donne di fronte al governo repressivo, avranno infine successo e che il sole della libertà sorgerà su questa terra. 


Co-Presidenza del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK)  

11 Gennaio 2026 

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ENGLISH

The massacre of the uprising people of Iran is a clear example of a crime against humanity

Statement by the Co-Presidency of PJAK:

venerdì 9 gennaio 2026

LEZIONI SCONVOLGENTI DELL'INTERVENTO NORDAMERICANO IN VENEZUELA

di Alina Bárbara López Hernández


ITALIANO - ESPAÑOL


Professoressa, saggista ed editrice. Laureata in Scienze Filosofiche e membro corrispondente dell'Accademia di Storia di Cuba


L'intervento lampo del governo degli Stati Uniti in Venezuela, avvenuto nelle prime ore del 3 gennaio 2026, consente di trarre diverse lezioni significative. La prima è che nessun governo che rovini il proprio paese, impoverisca il suo popolo, reprima i suoi cittadini, generi un esodo di massa, si erga a élite corrotta, ignori la volontà popolare e si mantenga al potere con la forza, potrà disporre di una base di appoggio sociale, per quanto se ne vanti. Al momento giusto, il popolo non lo difenderà. E questo permette di capire la gioia di tantissimi venezuelani per la fine del loro dittatore; anche se non della loro dittatura.


I giornalisti residenti a Caracas riferiscono che la gente si è preoccupata più di comprare generi alimentari nei supermercati che di organizzare proteste. Questo non mi sorprende. Durante la sua campagna elettorale, María Corina Machado aveva ricevuto il sostegno di persone umili che erano state chaviste, probabilmente molte di quelle che impedirono il golpe dell'11 aprile 2002 uscendo a difendere Chávez. Quelle persone, che scesero dai cerros di Caracas e da altri quartieri popolari in diversi stati del Venezuela, furono quelle che custodirono i seggi elettorali, denunciarono le irregolarità e scesero in piazza a protestare quando il CNE dichiarò Maduro vincitore nelle elezioni rubate del luglio 2024. Quelle persone, ora, non hanno nemmeno battuto ciglio.


Le forze militari nordamericane sono arrivate in Venezuela, hanno eluso i missili costieri, sono entrate «come Pedro a casa sua», hanno avanzato come se fossero nati a Caracas, si sono dirette direttamente al luogo dove si trovava Nicolás Maduro, lo hanno catturato e trasferito verso gli Stati Uniti. La resistenza di un gruppo di militari che lo custodiva non ha potuto impedirlo; tra di loro sono morti trentadue cubani di una truppa di cui ignoriamo il numero totale, poiché il governo dell'Isola aveva negato enfaticamente per anni la presenza delle sue truppe in quel paese.


Quelle morti fanno scattare altri allarmi e diversi dubbi. Secondo le dichiarazioni di Trump e del suo Segretario alla Guerra, solo due militari statunitensi hanno riportato lievi ferite alle gambe salendo sugli aerei. In quali circostanze sono morti allora i militari cubani? Secondo il governo cubano: «sono caduti dopo una ferrea resistenza in combattimento». Combattimento contro chi? Contro i Delta Force o contro militari venezuelani che hanno facilitato l'operazione contro Maduro? Perché è evidente che i nuovi arrivati conoscevano il labirintico forte Tiuna come il palmo della loro mano.


Mente Trump? Mente Caracas? Mente L'Avana? La certezza che ho è che i connazionali deceduti, provenienti alcuni dalle zone più impoverite di Cuba, sono, non c'è dubbio, altre vittime della politica interventista di un gruppo di potere che, in eterna posa da martire, rivive il sogno della Guerra Fredda ogni volta che può e gioca a dadi geopolitici alle nostre spalle invece di concentrarsi su quest'Isola rovinata da loro.


Detto successo indica più un'operazione coordinata dall'interno che il fattore sorpresa, poiché per mesi, e soprattutto nelle ultime settimane, Donald Trump aveva detto chiaramente che avrebbe usato la forza diretta; nel frattempo, Maduro assicurava che le milizie popolari e l'esercito bolivariano erano pronti al combattimento e disposti a tutto. Si ingannava o veniva ingannato? Anche se sembra che non gli sia dispiaciuto troppo; è arrivato a New York ammanettato, sorridente, e augurando «felice anno nuovo» nel suo migliore inglese.


Più atti di ripudio abbiamo visto all'Avana che a Caracas. Mentre il presidente Díaz-Canel, quasi afono, esigeva la restituzione immediata di Nicolás Maduro; la vicepresidente Delcy Rodríguez passava da una tiepida protesta iniziale a un messaggio conciliatore rivolto al presidente Trump, nel quale, tra l'altro, non menzionava nemmeno il rapito. Un amico venezuelano mi racconta che i canali televisivi trasmettono telenovelas e programmi di intrattenimento. Parafrasando l'Amleto di Shakespeare: «c'è del marcio in Venezuela». Se i professionisti della salute cubani iniziano a tornare, questo indicherebbe un livello di articolazione significativo tra coloro che stanno decidendo le cose in Venezuela e il governo di Trump.


Ciò che risulta innegabile è questa verità: i cicli storici sono implacabili. Nessun governo mantiene eternamente l'appoggio popolare se non se lo guadagna. Governare non è un assegno in bianco, sebbene alcuni governanti lo credano. Su questo dovrebbe prendere nota il governo cubano, e non perché pensi che i nordamericani faranno lo stesso qui, dove non c'è petrolio né zucchero né industria né nulla di attraente che stimoli un intervento imperialista; ma, vedendosi nello specchio di Maduro, dovrebbero imparare a essere meno prepotenti; né hanno più la base sociale che avevano decenni fa. Sono soli quanto la dittatura di Maduro.


-II-


Molte persone non si spiegano l'enorme gioia di gran parte dei venezuelani di fronte all'intervento ordinato da Donald Trump. Esigono patriottismo da un popolo braccato, che ha cercato come pochi di partecipare alla politica del suo paese e utilizzare i meccanismi legali. Che ha vinto in buona fede ed è stato spogliato da un governo che non ha accettato la sua sconfitta. È molto facile assumere posizioni di superiorità morale ora, quando avrebbero dovuto accompagnare in tempo le denunce di quello stesso popolo.


I popoli di Venezuela e Cuba, repressi in modo sistematico e palese dai loro governi, e violati nei loro diritti, sono state altresì abbandonati dagli organismi internazionali e regionali, da numerosi governi, da alcuni settori della sinistra e da un settore dell'intellettualità globale. Questo è il risultato. Fa molto male che si accolgano forze straniere in chiara azione interventista come salvatori; ma, mentre ora sì c'è una mobilitazione globale «mani fuori dal Venezuela», nel luglio 2024, quando gli rubarono la vittoria, marciarono soli. Così marciano le comunità di cubani nel mondo quando chiedono la libertà dei nostri prigionieri politici e denunciano il governo poliziesco di questo paese.


Succede che condannare l'imperialismo è di buon gusto politico e visto come sintomo di progresso; ma non lo è altrettanto condannare dittature che si fanno scudo dietro travestimenti di sinistra e slogan popolari per esercitare il terrore di stato contro i propri cittadini. Manca coerenza. A Cuba lo sappiamo molto bene. Cosa ci fa il governo cubano occupando un seggio nella Commissione per i Diritti Umani dell'ONU? In quale cassetto è finito il rapporto Gilmore? Quali elementi di giudizio sostengono le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza al Parlamento Europeo quando ha riconosciuto «progressi significativi» e ha alluso a «disposizioni progressiste nella Costituzione del 2019», ma senza menzionare il termine di prigionieri politici nonostante a Cuba ce ne siano a migliaia?


Le tensioni in Venezuela continuano a essere presentate erroneamente come un conflitto tra prospettive ideologiche: capitalismo vs socialismo del XXI secolo. Ma il socialismo del XXI, come il suo predecessore, è diventato dittatura, e in questo momento si manifesta come una lotta tra la volontà popolare e un potere che si crede impermeabile ad essa. Un potere che durante il quarto di secolo della sua esistenza ha generato una classe politica unita al governo da legami clientelari e legata soprattutto al petrolio e all'estrazione dell'oro. A Cuba è stato molto più di un quarto di secolo.


Valga la lezione. Non è giusta la selettività delle campagne globali che appoggiano questi governi e abbandonano i loro popoli; perché i popoli allora possono vedere come salvatrice l'artiglio che si estende avvolto in un guanto di velluto. La solitudine non è buona consigliera per nessuno. Premonitrice risulta questa frase, posta alla fine della grande opera letteraria che descrive il destino tragico di Macondo, e che può essere quello dei nostri paesi: «perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra».


-III-


Imperialismo non è sinonimo di capitalismo; come antimperialismo non è sinonimo di comunismo né un «invenzione della sinistra». L'imperialismo è la politica di certe nazioni diretta a controllare, mediante la coercizione o l'intervento diretto, i territori, le risorse e i mercati di ciò che considera il suo ambito di egemonia regionale. Gli Stati Uniti sono un paese imperialista; anche la Russia lo è. Sono due esempi, ce ne sono altri.


E qui opera la specie tanto comune degli «antimperialisti selettivi», quelli che definiscono «operazione militare speciale» l'intervento di Putin in Ucraina, ma deplorano l'imperialismo prepotente di Donald Trump; o viceversa, condannano l'aggressione al paese slavo, ma presentano il presidente nordamericano come salvatore del Venezuela. Manca coerenza, come già ho detto.


Da quando ascoltai il discorso di Donald Trump del 20 gennaio 2025, al suo insediamento, pubblicai un post in cui avvertivo dell'imperialismo aggressivo che, senza dissimulazione alcuna, pulsava nelle sue parole. Alcune persone mi accusarono di allarmismo, ma Trump fu chiaro:


«L'ambizione è l'anima di una grande nazione, e proprio ora la nostra nazione è più ambiziosa di qualsiasi altra. Come la nostra nazione, gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è inscritto nei nostri cuori. Il richiamo della prossima grande avventura risuona nelle nostre anime. I nostri antenati americani trasformarono un piccolo gruppo di colonie sul bordo di un vasto continente nella potente repubblica dei cittadini più straordinari. Nessuno si avvicina a loro».


E furono proprio quell'ambizione e lo spirito della frontiera ad arrivare in Venezuela a bordo di diversi aerei nelle prime ore del 3 gennaio. Per capirlo basta prendere nota di quanto detto da Trump e dal suo Segretario alla Guerra nella conferenza stampa. In essa non si rivolgevano tanto ai venezuelani quanto all'Europa, alla Cina, al mondo...


«Sotto la nostra nuova strategia di sicurezza nazionale il dominio degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione. Sotto il governo Trump, noi stiamo riaffermando il potere statunitense in modo molto potente nella nostra stessa regione. E la nostra regione è molto diversa da com'era poco tempo fa. E noi lo facemmo durante il nostro primo governo. Noi dominammo e ora dominiamo ancora di più. Tutti stanno tornando da noi. Il futuro sarà determinato dalla capacità di proteggere il commercio, il territorio e le risorse che sono essenziali per la nostra sicurezza nazionale. Ma queste sono le leggi incrollabili che hanno sempre sostenuto il potere globale e lo manterremo così».


Da parte sua, le rotonde frasi dell'euforico Pete Hegseth non permettono fraintendimenti: «I guerrieri americani sono i migliori del mondo. Nessun altro paese sulla terra può eseguire questo tipo di operazione. Gli Stati Uniti possono esercitare la loro volontà in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento. Questo è l'America First. Questa è la pace attraverso la forza. Nel 2026 e attraverso il presidente Trump, gli Stati Uniti sono tornati».


Nessuno di loro ha menzionato termini come «democrazia», «giustizia» «diritti umani» o «prigionieri politici». Anche se non credo che difendere la democrazia sia qualcosa che interessi in particolare a Trump. Se nemmeno negli Stati Uniti gli preoccupa, cosa resterà per altri «angoli oscuri».


I termini più ripetuti nella conferenza furono: «petrolio», «dominio», «la nostra sicurezza nazionale» «interessi emisferici». Queste frasi non permettono dubbi: «Noi governeremo quel paese finché potremo fare una transizione sicura... Noi amministreremo quel paese... Le più grandi compagnie petrolifere degli Stati Uniti entreranno... L'industria petrolifera venezuelana è stata costruita con il talento americano e il regime socialista ce l'ha rubata... L'embargo sul petrolio venezuelano rimarrà in vigore. La nostra marina è pronta e disposta e noi siamo pronti a far sì che tutte le nostre esigenze siano soddisfatte... Venderemo tanto petrolio!!».


A coloro che confidano che il Venezuela si sia liberato della dittatura perché Trump ha rapito Maduro, e che stia appena iniziando un processo di transizione, ho cattive notizie. Non importa quello che dicono le analisi di Chat GPT che ho visto in giro, gli Stati Uniti non hanno mai fatto schifo a una dittatura che difenda i suoi interessi emisferici. Proprio sotto un'altra dittatura, quella di Juan Vicente Gómez, fu che le compagnie nordamericane arrivarono a controllare la produzione e la vendita dell'idrocarburo venezuelano.


Juan Vicente Gómez fu un dittatore criminale, che riformò la costituzione ogni volta che lo desiderò per perpetuarsi al potere; zittì l'opposizione; soppresse le libertà di espressione e di stampa, così come le garanzie giudiziarie, e rese illegali i partiti politici. Negli stessi USA risiedette una delle figure più importanti della resistenza venezuelana in esilio, l'intellettuale e giornalista Carlos López Bustamante, che editava da New York, dove oggi è prigioniero Maduro, la rivista Venezuela Futura, con la quale collaborarono articolisti che erano riusciti a fuggire dalle prigioni di Gómez e denunciavano i suoi orrori.


Ventisette anni rimase il caudillo sudamericano al potere, fino alla sua morte, avvenuta nel 1935. Nonostante un governo così lungo, non ci fu da parte delle amministrazioni nordamericane un'evidente ostilità verso di lui, cosa che si spiega con l'atteggiamento sempre benevolo del dittatore verso gli investimenti stranieri. Conoscendo il potenziale petrolifero del Venezuela, il regime gomecista definì un quadro legale mediante il quale consegnò gran parte del territorio nazionale in concessioni, in base agli interessi dei consorzi petroliferi nordamericani.


Coloro che siano tanto ingenui da dimenticare la storia del nostro continente, che credano allora nelle intenzioni di Trump verso il Venezuela. Ma nessuno che conosca e valorizzi il passato può appoggiare una politica di intervento che non farebbe altro che rafforzare l'egemonia del Nord e destabilizzare le nostre nazioni, viste da Trump come riserve di risorse verso cui rimanderà i migranti che vivevano su suolo nordamericano affinché servano da manodopera a basso costo per le sue future espansioni.


Il modo peggiorativo in cui Trump si è riferito a María Corina Machado («sarebbe molto difficile per lei essere leader, è una donna molto gentile, ma non ha rispetto all'interno del paese»), indica che preferiscono negoziare con strutture di potere autoritarie che garantiscano in modo immediato i loro interessi. Meglio il male conosciuto che il bene da conoscere. Non dimentichiamo neanche che, sebbene Trump affermi che «il regime socialista» sia stato a «rubare» loro l'industria petrolifera; in realtà la nazionalizzazione del petrolio venezuelano e la creazione di PDVSA avvennero nel 1976 durante il governo di Carlos Andrés Pérez. Sarebbe rischioso per la politica imperialista di Trump, che María Corina Machado ponga qualche limite nazionalista ai suoi interessi egemonici.


Una dittatura non è una persona; non è Maduro là né Díaz-Canel qua. Una dittatura è un insieme di istituzioni, leggi e pratiche che si devono smantellare con grande cura. È vero che questo richiede un periodo di tempo, ma dev'essere un processo interno, che compete alle società coinvolte. Dall'esterno non si può tutelare un processo di giustizia transizionale, ma sì dittature che convengano agli interessi dei tutori. Dall'esterno ciò che si deve fare è accompagnare quel processo di transizione interno: con pressioni negli organismi internazionali, con denunce, con risorse affinché, al momento giusto, le forze del cambiamento possano condurre un processo di transizione ordinato.


Si afferma che i popoli che non imparano dalla loro storia sono obbligati a ripeterla. Parafrasando una grande cubana che è appena scomparsa: dovremmo imparare da questo e assumere come prioritaria, una volta per tutte, la causa della democratizzazione di Cuba, invece di scavare trincee ideologiche che sarebbero appropriate in uno scenario diverso. Dovremmo, inoltre, capire che nessun attore straniero farà il lavoro per noi, questa causa è nostra. Vediamo la lezione del Venezuela.


ESPAÑOL


LECCIONES INCÓMODAS DE LA INTERVENCIÓN NORTEAMERICANA EN VENEZUELA

por Alina Bárbara López Hernández


Profesora, ensayista y editora. Doctora en Ciencias Filosóficas y miembro correspondiente de la Academia de la Historia de Cuba

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.