L’associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l’unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente – con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica – persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

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lunedì 22 luglio 2019

Camilleri, De Crescenzo: perché tanto rumore?

di Dino Erba


Spero che questo testo abbia ampia circolazione nella nostra intossicata società spettacolare di massa. Personalmente lo sottoscrivo parola per parola. Nel leggerlo mi ha impressionato anche la coincidenza di reazione alla lettura di Camilleri: anch’io una volta presi in mano un suo libro, così, solo per sapere di cosa si trattasse. Lo gettai via quasi subito. Per me era una storia banale, avvolta in una scrittura banale e trovavo ignobile la «sicilianizzazione» della lingua italiana: perché o si scrive in siciliano o si scrive in italiano o si intreccia (si alterna) il dialetto con la lingua: ma la fusione, cioè la creazione di una terza lingua bastarda, proprio no. Ripugnante in termini letterari.
Non mi sfuggiva poi che tutta la serie televisiva di Montalbano, Piovre ecc. riabilitava sfacciatamente le «nostre» forze dell’ordine che con i poteri mafiosi hanno imparato a convivere, salvo «incidenti» minori di tanto in tanto.
Per De Crescenzo - un esempio di scadimento nella volgarità culturale da parte di un membro tra i più «spettacolosi» dell’élite intellettuale italiana - si dovrebbe anche aggiungere la versione poco dignitosa da lui propagata dello spirito partenopeo. Ma questo non spetta dirlo a un romano come me, ma spetterebbe a chi, tra il popolo napoletano più autentico, si sia sentito umiliato dalla ridicolizzazione decrescenzana, trita e ritrita, del presunto napoletanismo. (r.m.).



La morte degli illustri vegliardi ha destato sperticati encomi, a destra e a manca. A bocce ferme, tali encomi potrebbero apparire eccessivi (se non servi…).
Personalmente, di Camilleri tentai di leggere un romanzo, lo trovai tedioso, stilisticamente manieristico (un Gadda siculo?). Della sua illustre creatura, il macchiettistico Commissario, vidi qualche vicenda televisiva, sull’onda della galoppante infatuazione. Un tipico prodotto dell’industria dello spettacolo, secondo la classica trama del giallo poliziesco, che conobbe tempi migliori. Ogni paragone sarebbe irriverente.
Di De Crescenzo vidi qualche divertente filmetto, piacevolmente condito dalla verve partenopea che, anche in questo caso, conobbe tempi migliori. I suoi libri, neppure gli sfogliai…
Fatte le debite differenze, entrambi furono due abili, se vogliamo intelligenti (e furbi), eredi di nobili tradizioni drammaturgiche. Nulla di più, nulla di meno.
E allora, perché tanti encomi?
Da qualche commemorazione, il motivo trapela.
È la cultura di massa, bellezza!
Ripeto, fatte le debite differenze – i differenti percorsi cultural-professionali –, entrambi ebbero il loro brodo di coltura negli anni Cinquanta, quando l’Italia conobbe il boom economico. Milioni di persone lasciavano le campagne ed entravano in fabbrica … e a scuola. La cultura, fino ad allora d’élite, si confrontava con nuove esigenze, in cui la quantità esprimeva una nuova qualità, esigendo nuove forme di diffusione dell’ideologia dominante. Non reggeva più il compromesso Stato-Chiesa (trono e altare) gestito dal Fascismo.
Emblematiche del mutato clima socio-economico, furono le pubblicazioni divulgative dei Fratelli Fabbri, erano dispense periodiche con una veste accattivante e diffuse in edicola, il popolo non aveva ancora dimestichezza con le librerie… A ben vedere, i Fratelli Fabbri industrializzarono prodotti culturali che, in precedenza, venivano gestiti artigianalmente da piccole case editrici, vicine ad associazioni progressiste e operaie che provvedevano alla loro diffusione. Di conseguenza, quelle pubblicazioni proponevano una più o meno accentuata critica sociale, assente, invece, nelle dispense della Fabbri, rivolte all’omologazione culturale degli italiani, in una società detta «neocapitalista».
Di converso, all’esigenza di omologazione culturale, la neonata, e ben più coinvolgente televisione di Stato, dava risposte del tutto inadeguate all’Italia del boom, proponendo uno stile che, in sostanza, era disprezzate dagli intellettuali e sopportato dal popolo, come il sussiegoso sermone di un prevosto di campagna.
Apocalittici o integrati?
Di fronte a questo gap comunicativo, una pattuglia di giovani intellettuali, per lo più di «sinistra», come Camilleri, scorse le opportunità e le prospettive che la televisione apriva, vedendo in essa il nuovo Mecenate. E scese in campo. La battaglia fu aspra. C’era da mettere in discussione il compromesso catto-comunista che connotava il Bel Paese: alla Dc la cultura di massa, con l’oratorio, al Pci la cultura d’élite, con la Casa della cultura. Se qualche dubbio ci fosse riguardo a tale divisione dei compiti, basta rammentare la comune diffidenza, se non avversione, di Pci Dc verso le avanguardie letterarie e artistiche, con deleterie ricadute nel campo della «morale», sessuale in generale, e del divorzio, in particolare, che sarebbero perdurate almeno fino alla gestione di Enrico Berlinguer (1975).
Seppur cautamente, la sfida di quella lungimirante pattuglia di intellettuali si affermò, anche grazie alla santificazione di Umberto Eco che, con Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961) e Apocalittici e integrati (1964), sdoganava la televisione, schiudendo così la via a brillanti (e lucrose) prospettive professionali.
In quello stesso clima culturale, maturò la vicenda di Luciano De Crescenzo. Formalmente diversa, ma sostanzialmente analoga. De Crescenzo svolse dapprima i mille mestieri che la creatività napoletana gli ispirava, poi, per vent’anni, fu all’Ibm di Milano dove, benché fosse laureato in ingegneria, si occupò di pubbliche relazioni. Allora sulla cresta dell’onda nella gestione delle cosiddette «relazioni industriali», ovvero per intortare lavoratori & consumatori.
Frutto di questo mix partenopeo-meneghino, fu il suo successivo approccio alla letteratura e allo spettacolo. Un approccio che, con ironia, nobilitò il filone divulgativo aperto dai Fratelli Fabbri. La sostanza, però, era la medesima: l’omologazione culturale degli italiani cui, via via, provvidero molti intellettuali organici al sistema, declinando i diversi umori social-politici delle pance italiche. Per esempio, a destra, un altro maître à penser, Indro Montanelli, con le sueStorie, proponeva il passato con le lenti del presente, un eterno presente, privo di sfumature. Medesima logica è ammannita dalla «filosofia» di De Crescenzo. Così fu, così è, così sarà.
La miseria cultural-mediatica dell’integrazione
Volendo trarre una breve conclusione dalle mie considerazioni, possiamo vedere che la stagione culturale dei Camilleri, De Crescenzo ecc. ecc. fu, tutto sommato, abbastanza breve. Già negli anni Ottanta, venne emarginata dalla ben più ruspante omologazione imposta dalle TV commerciali, e cavalcata dal Berlusca, che crearono un mondo dove la televisione e, in generale, i new media ci condannano a un’ossessionante coazione a ripetere, favorendo una generale decadenza intellettuale. A scapito delle più elementari abilità cognitive. A vantaggio di un disperato, e impotente, individualismo solipsistico, in uno scenario sociale di dilagante disgregazione.
Forse, di fronte all’attuale miseria cultural-mediatica (e sociale), una buona dose di falsa coscienza ha ispirato le commemorazioni di molti intellettuali, artisti, politicanti ecc. ecc., in cui aleggia la nostalgia per una stagione che, al confronto, appare culturalmente vivace e pregna di lusinghiere promesse. Ma, domando, siamo proprio sicuri che l’attuale miseria cultural-mediatica non sia l’inevitabile esito di quella rimpianta stagione?
Dino Erba, Milano, 21 luglio 2019



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.