L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

martedì 24 agosto 2010

SULLA PROPOSTA DELL'ENNESIMA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA, di Stefano Santarelli e Marco Ferrando (quello di Genova)

Una volta all'anno, come il Carnevale di Rio
di Stefano Santarelli

Miei cari,
sicuramente è a voi già noto che il 29 ottobre vi è la proposta dell'ennesima manifestazione antirazzista di cui si discuterà a settembre.
Vi esprimo sinteticamente alcune mie perplessità.
Ottobre è il mese che ormai viene dedicato alle manifestazioni antirazziste e come il carnevale di Rio che si svolge una volta all'anno così anche in Italia una volta all'anno esiste l'usanza di svolgere una grande manifestazione antirazzista tanto per tacitare le nostre coscienze.
Intendiamoci i problemi ci sono: da quelli puramente elementari come la questione della cittadinanza, che vede una legislazione italiana completamente arretrata rispetto agli altri paesi occidentali, fino all'integrazione - ma preferisco il termine rispetto - di altre culture come quella islamica.
Problemi che però non possono però essere risolti con un corteo per quanto questo possa essere significativo.
Infatti in questi anni non è mai stato risolto un solo problema inerente all'immigrazione.
La questione della cittadinanza di suolo per esempio è una battaglia che può essere vinta, ma con una mobilitazione che vada al di là del solito corteo. Con raccolte di firme, tavoli, adesioni pubbliche insomma con una mobilitazione veramente attiva.
Anche perché questa battaglia se non verrà fatta dalla "sinistra" verrà risolta dalla stessa borghesia poiché non vi è niente di rivoluzionario nel dare la cittadinanza di suolo ai bambini che nascono in Italia e oltretutto in fondo gli conviene concederla.
Ora dopo il flop del cosiddetto sciopero generale degli immigrati, fallimento facilmente prevedibile, si vuole proporre uno sciopero generale - questa volta dei lavoratori italiani - in difesa dei diritti degli immigrati.
Ovviamente i lavoratori italiani devono battersi anche per la difesa dei lavoratori immigrati i quali è giusto ricordarlo non sono rappresentati dai sindacati.
Ma in questo momento con un sindacato diviso al suo interno, con una grave crisi politica che investe anche la "sinistra" e con una combattività dei lavoratori italiani molto ridotta per usare un eufemismo mi sembra veramente utopistico chiedere uno sciopero generale in difesa degli immigrati.
Oltretutto bisogna tenere contro che il 16 ottobre c'è anche la manifestazione nazionale indetta dalla FIOM per non parlare della manifestazione del 2 ottobre organizzata dal popolo viola.
Certamente il 29 ottobre ci sarà questa manifestazione probabilmente con una buona partecipazione che verrà spacciata come sciopero generale. Ma ritengo che non sia questa la strada per difendere efficacemente i diritti degli immigrati.
Ciao
Stefano

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"Uomini che lavorano"  vs. "Interessi del capitale che li sfrutta"
di Marco Ferrando

Cari utopisti rossi,
concordo pienamente con l'analisi di Stefano, ma vorrei spingerla ancora un po in là. Sento oramai la divisione in "categorie" una interpretazione anacronistica rispetto alla forza ed alle energie espresse dal capitale per difendere i propri interessi.
Se anche gli oppressi, gli sfruttati, i venditori di forza lavoro utilizzano le stesse categorie della classe dominante per rivendicare propri o altrui diritti, beh credo che la lotta non modifichi i rapporti di forza, anzi li appiattisca verso una eliminazione del conflitto. Se siamo tutti d'accordo che non ci accontentiamo della "pace dei ricchi", credo che sia necessario ricominciare a ragionare in termini di "uomini che lavorano" e di "Interessi del capitale che li sfrutta".
In sintesi, mi chiedo se abbia senso a questo punto di parlare "immigrati", "lavoratori a progetto", "rom", "musulmani" ecc.… oppure se sia meglio porre poche questioni "trasversali" per le quali i rom, insieme agli immigrati, insieme ai precari, insieme agli operai di Melfi, insieme ai ricercatori universitari... insomma "noi, popolo oppresso" si possano sentire uniti nella lotta.
Ecco: se una manifestazione ha senso (su questo strumento concordo con Stefano) deve poter unire questi soggetti in una unica categoria "umana" di sfruttati e oppressi. La troverei veramente "rivoluzionaria".
Un forte abbraccio a tutti
Marco Ferrando [da Genova]

martedì 10 agosto 2010

GERMANIA (ZONA-EURO) E CINA (ZONA YUAN), di Pier Francesco Zarcone

IN ITALIANO
Questa nostra epoca – in cui soffiano venti economici tumultuosi e spesso imprevedibili – potrebbe essere considerata dai posteri un’epoca di transizione rispetto agli “equilibri” (squlibrati) di oggi, che si basano su tre “zone” economico/geo/politiche definibili in base alle rispettive monete: zona-dollaro (il cui centro sono gli Usa), zona-euro (il cui vero centro è la Germania) e zona-yuan (di cui la Cina è il centro e il tutto). In ciascuna di queste zone il centro – portatore di interessi propri - ha le sue strategie, al momento con un duplice scopo: fare fronte all’attuale crisi economico/finanziaria dalle tre facce – mondiale, continentale, nazionale – e possibilmente uscirne; e poi espandere la rispettiva influenza economica e politica. Naturalmente lo scenario di queste strategie è planetario.
Almeno per le ultime due zone un ruolo strategicamente essenziale – in quanto funzionale a varie iniziative e combinazioni – va attribuito all’esistenza dell’euro; nonostante il caos politico/istituzionale dell’Unione Europea. Mettiamo da parte i disastri microeconomici, ma anche macroeconomici derivanti del modo di impiantazione di questa moneta, e guardiamo a certi suoi effetti a vasto raggio.
Tutti sappiamo che l’euro durerà fino a quando servirà all’economia tedesca; e poiché l’euro serve ancora alla Germania (nonostante le turbolenze provocate e provocande dalle economie dell’Europa meridionale) ebbene ce lo dobbiamo tenere. La Germania è il centro della zona-euro per il semplice fatto di avere l’economia più forte rispetto agli altri Stati-partners monetari. Diciamo subito che “più forte” implica un giudizio di relazione, e non una valutazione assoluta. Ne riparleremo.
L’interesse tedesco a permanere nella zona-euro non dipende solo dall’importanza degli inerenti mercati per le sue esportazioni, ma soprattutto dipende dalle opportunità che ciò offre per la realizzazione di progetti strategici il cui punto di arrivo è molto ambizioso ma non impossibile: ridisegnare la mappa degli equilibri economico/finanziari mondiali. E senza l’euro – cioè solo con il vecchio marco, o con un eventuale futuro nuovo marco – la Germania non disporrebbe della dimensione necessaria per muoversi negozialmente all’interno del predetto assetto monetario tripolare oggi vigente nel mondo.
Il progetto tedesco consiste nel crearsi un ruolo propulsore nella creazione di una via d’uscita - innanzi tutto a vantaggio della propria economia – dall’odierno predominio anglo-sassone sull’economia mondiale. Preliminare sul piano logico, e funzionale a ciò, sono l’egemonia tedesca sull’euro e il minor livello possibile di spesa per il sostegno alle disastrate economie ellenica, iberiche e – domani forse – italica. Tanto più che se i mercati del Sudeuropa hanno ancora la loro importanza per le esportazioni germaniche, tuttavia non sono più mercati fondamentali per l’economia tedesca. Si tenga però presente che le banche tedesche hanno effettuato massicci acquisti di titoli di Stati europei, anche di quelli a economia debole; di modo che un crollo di tali economie costituirebbe una perdita di notevole entità. Quando l’ex Ministro degli Esteri Joshka Fischer ha di recente lamentato che l’euro non sia per la Germania l’elemento di un progetto europeo, bensì uno strumento per l’economia tedesca, ha solo dimostrato di non avere appreso molto dagli anni del suo giovanile sinistrismo.
A chi si volge primariamente oggi lo sguardo strategico tedesco? Alla Cina come sbocco per l’esportazione e alla Russia per le forniture energetiche. Cosa importante è che questi due paesi non deteriorino più di tanto le loro relazioni con gli Usa: in tal modo, la Germania non dovrà effettuare scomode scelte fra essi e gli Stati Uniti.
Di particolare importanza è il mercato cinese, e importante per la Cina è l’euro (come dimostrano i suoi acquisti di titoli finanziari di Stati di questa zona), a motivo del ruolo di contrappeso rispetto al dollaro che esso svolge per l’economia cinese. Poichè i cinesi guardano alle cose concrete, e l’Ue è un guazzabuglio di 27 Stati ed economie male amalgamate, ecco che l’interesse cinese per l’euro non può che dare luogo all’individuazione di un partner europeo che sia serio, solido e affidabile: ed ecco che le reazioni privilegiate della Cina in Europa non possono che essere con la Germania. Si tratta di mero realismo.
Uno dei segni indicatori della convergenza di interessi fra la Germania e la Cina (seppure non solo di ciò) – magari poco considerato – è la presenza militare tedesca in Afghanistan. Qualcuno dirà: e che c’entra l’Afghanistan? La risposta è semplice: anche per l’economia cinese l’approvvigionamento energetico è vitale, e non si dimentichi che già la Cina – a seguito dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 - ha dovuto ingoiare lo stop al suo accesso autonomo al petrolio iraqeno. Per motivi di politica interna Pechino ha deciso di privilegiare l’approvvigionamento energetico dalla Russia e dall’Asia Centrale, regione per il cui controllo è fondamentale il controllo dell’Afghanistan.
D’altro canto, se Pechino dovesse optare in favore dell’approvvigionamento dalle risorse energetiche dei mari della Cina meridionale questo - aumentando enormemente l’importanza economica delle sue regioni costiere rispetto al resto delle regioni continentali (importanza che è già enorme) – sarebbe politicamente pericoloso in quanto suscettibile di innescare sul piano politico spinte separatiste in un’area che a tutt’oggi non ha bisogno del resto del continente cinese. Un altro pericolo verrebbe dalle implicazioni militari conseguenti alla scelta in parola; infatti si creerebbero le condizioni per realizzare il sogno per niente occulto dei responsabili della marina cinese: la creazione di una grande flotta militare. E in questo caso gli Stati Uniti – dove al Pentagono già si elaborano i piani di guerra con la Cina – starebbero a guardare?
Qui va fatto un inciso. Come ieri per la Gran Bretagna, oggi per gli Usa – da buona entità imperialista – l’assoluta egemonia sui mari è di vitale importanza per ragioni economiche. Il suo mantenimento è un tema sensibilissimo: una specie di nervo scoperto. Si ricordi che agli inizi del secolo scorso a rendere inevitabile – prima o poi - lo scontro fra Germania e Gran Bretagna fu l’inizio del piano tedesco per formare una flotta militare che fosse all’altezza di quella britannica. Già in quest’ambito l’orizzonte è pieno di nubi, per la recentissima notizia della messa a punto cinese di un nuovo missile terra-mare che, per la sua potenza e gittata, costringerà gli Stati Uniti a rivedere tutta la loro organizzazione militare in Estremo Oriente.
Nelle relazioni cino-statunitensi incombono due elementi non proprio positivi: la consistente posizione creditizia cinese a carico dell’economia Usa, e il fatto che la Cina – a differenza di quel che accadeva con l’Urss – è sempre più in grado (a parità di situazione) di fare concorrenza agli Stati Uniti in campo economico.
Ma torniamo alla Germania. In tutto questo complesso intreccio i progetti tedeschi devono fare i conti con vari fattori, fra cui quelli inerenti a certe debolezze della loro economia. Si tratta cioè di un’economia basata sulle esportazioni in modo precipuo e con scarsi profili di innovazione nell’ambito produttivo da almeno mezzo secolo. Infatti, se l’industria tedesca è in grado di fornire eccellenti prodotti automobilistici, chimici, meccanici etc. alle ecomnomie in fase di industrializzazione, poco e niente può offrire alle economie terziarizzate, essendo sostanzialmente assente nel campo dei servizi.
Il seguito alla prossima puntata; che ci sarà, poiché con tutta evidenza sono in atto eventi causali che (come al solito) saranno produttivi di diversi effetti, e taluni emergeranno determinando il corso delle cose. Tanto più che alla difesa dell’euro e alla riduzione dell’importanza del dollaro (di cui si teme il collasso) ci sono anche capitali arabi, per quanto ancora non sia visibile una loro precisa strategia, al di là dell’attuale acquisto di pacchetti azionari vari. Anche qui staremo a vedere.

EN ESPAÑOL
ALEMANIA (ZONA EURO) Y CHINA (ZONA YUAN)
por Pier Francesco Zarcone

Nuestra época – en la cual soplan vientos económicos tumultuosos y a veces imprevisibles – podrá ser considerada por la posteridad como una era de transición respecto de los “equilibrios” (desequilibrados) de hoy, que se basan en tres “zonas” económico-geo-políticas definibles en base a sus respectivas monedas: la zona dólar (cuyo centro son los EEUU), la zona euro (cuyo centro es Alemania) y la zona yuan (de la cual China es el centro y el todo). En cada una de ellas el centro – portador de intereses propios – posee sus estrategias, actualmente con un doble objetivo: hacer frente a la actual crisis económico-financiera con sus tres aspectos – mundial, continental y nacional – y, si es posible, salir de la misma; y luego expandir la respectiva influencia económica y política. Obviamente el escenario de tales estrategias es planetario.
Al menos para las dos últimas zonas, un rol estratégicamente fundamental – en cuanto funcional a varias iniciativas y combinaciones – es atribuible a la existencia del euro, no obstante el caos político-institucional de la Unión Europea. Dejemos de lado los desastres micro y también macro económicos derivados del modo de instauración de esta moneda y observemos algunos de sus efectos a largo alcance.
Todos sabemos que el euro durará hasta que le sea útil a la economía alemana; y dado que el euro aún le hace falta a Alemania (a pesar de las turbulencias provocadas y por provocar por las economías de la Europa meridional), por ahora hay euro para rato. Alemania es el centro de la zona euro por el simple hecho de tener la economía más fuerte respecto de los demás Estados-socios monetarios. Aclaremos inmediatamente que “más fuerte” implica un juicio de relación, no una evaluación absoluta. Volveremos sobre el tema.
El interés alemán por permanecer en la zona euro no depende solamente de la importancia de los inherentes mercados por sus exportaciones, sino sobre todo de las oportunidades que brinda para la realización de proyectos estratégicos cuyo punto de arribo es muy ambicioso pero no imposible: rediseñar el mapa de los equilibrios económico-financieros mundiales. Y sin el euro – es decir solo con el viejo marco o con un eventual nuevo marco – Alemania no podría disponer de la dimensión necesaria para negociar dentro del mencionado status monetario tripular vigente actualmente en el mundo.
El proyecto alemán consiste en colocarse en un rol propulsor en la creación de una vía de salida – sobre todo obteniendo ventajas para su propia economía – del actual predominio anglosajón sobre la economía mundial. Es lógico que para ello, es necesaria la hegemonía alemana sobre el euro y el menor nivel posible de dispendio para sostener las maltrechas economías helénica e ibérica y – tal vez mañana – itálica. Sobre todo teniendo en cuenta que, si bien los mercados del sur de Europa tienen todavía cierta importancia para las exportaciones alemanas, no son más mercados fundamentales para su economía. Es necesario considerar, sin embargo, que los bancos alemanes han efectuado macizas adquisiciones de títulos de estados europeos, incluidos los de economías débiles; de manera que un derrumbe de esas economías constituiría una pérdida de notable entidad. Cuando el ex ministro del Exterior Joshka Fischer ha lamentado recientemente que el euro no sea para Alemania el elemento de un nuevo proyecto europeo, sino un instrumento para su economía, ha solamente demostrado no haber aprendido mucho de su juvenil pasado izquierdista.
¿Hacia donde se dirige principalmente hoy la mirada estratégica alemana? Hacia China como salida para sus exportaciones y hacia Rusia para sus provisiones energéticas. Es importante entonces que estos dos países no deterioren demasiado sus relaciones con EEUU: de tal manera Alemania no deberá realizar una incómoda elección entre esos dos países y EEUU.
De particular importancia es el mercado chino, e importante para China es el euro (como demuestran sus adquisiciones de títulos financieros de estados europeos), por el rol de contrapeso respecto al dólar que el euro ejerce para la economía china. Dado que los chinos apuntan a cosas concretas y la Unión Europea es un embrollo de 27 Estados y economías mal amalgamadas, he ahí que el interés chino por el euro debe necesariamente localizar un partenaire europeo serio, sólido y confiable, por lo tanto las relaciones privilegiadas de China en Europa no pueden ser con nadie más que con Alemania. Se trata de mero realismo.
Una de las señales indicadoras de la convergencia entre Alemania y China (aunque no solamente de eso) – tal vez poco considerada – es la presencia militar alemana en Afganistán. Alguien podría decir: ¿y qué tiene que ver Afganistán? Las respuesta es simple: también para la economía china el aprovisionamiento energético es vital, y no hay que olvidar que China – después de la invasión estadounidense a Irak en 2003 – tuvo que tragarse el alto a su acceso autónomo al petróleo iraquí . Por motivos de política interna Pequín ha decido priorizar el aprovisionamiento energético desde Rusia y Asia Central, regiones para cuyo control es fundamental el control de Afganistán.
Por otra parte, si Pekín tuviera que optar en favor del abastecimiento de recursos energéticos de los mares de China meridional, esto – aumentando enormemente la importancia económica de sus regiones costeras respecto del resto de las regiones continentales (importancia que es ya enorme) – sería políticamente peligroso en cuanto susceptible de desencadenar ambiciones separatistas en un área que hoy por hoy no tiene necesidad del resto de la China. Otro peligro podría llegar de las implicaciones militares de lo anterior; en efecto se crearían las condiciones para realizar el sueño no tan secreto de los responsables de la marina china: la creación de una gran flota militar. Y en este caso, EEUU – donde en el Pentágono ya se están elaborando planes de guerra con China – se quedaría mirando desde afuera?
Aquí es necesaria una apostilla. Como en el pasado para Gran Bretaña, hoy para EEUU – como buen país imperialista – la absoluta hegemonía sobre los mares es de vital importancia para las razones económicas. Mantenerla es un tema muy sensible: una especie de nervio expuesto. Es necesario recordar que, a principios del siglo pasado, lo que hizo inevitable el choque entre Alemania y Gran Bretaña fue el inicio del plan alemán para formar una flota militar que estuviera a la altura de la británica. Ya en este ámbito, el horizonte está lleno de nubes, por la reciente noticia de la puesta a punto china de un nuevo misil tierra-mar que, por su potencia y alcance, obligará a EEUU a revisar toda su organización militar en Extremo Oriente.
Sobre las relaciones chino-estadounidenses se ciernen dos elementos no muy positivos: la consistente posición crediticia china sobre la economía de EEUU y el hecho de que China – a diferencia de lo que ocurría con la URSS – está cada vez más en condiciones (a paridad de situaciones) de competir con EEUU en el terreno económico.
Pero volvamos a Alemania. En toda esta compleja trama, los proyectos alemanes tienen que tener en cuenta varios factores, entre otros los inherentes a aspectos débiles de su economía. Se trata de una economía basada principalmente en las exportaciones y con escasos perfiles innovadores en el ámbito productivo desde hace por lo menos medio siglo. En efecto, la industria alemana está en condiciones de ofrecer excelentes productos automotores, químicos, mecánicos, etc. a las economías en fase de industrialización, pero poco tiene para proponer a las economías terciarizadas, siendo prácticamente ausente en el terreno de los servicios.
Continuará en un próximo capítulo. Que llegará inevitablemente, ya que es evidente que se están verificando eventos causales que (como es normal) producirán diferentes efectos y algunos emergerán determinando el curso de las cosas. Más aún considerando que en defensa del euro y de la reducción de la importancia del dólar (del cual se teme el colapso) trabajan también capitales árabes, aunque por ahora no sea visible una precisa estrategia de los mismos más allá de la actual adquisición de paquetes accionarios varios. También aquí está por verse…

[Traducción: Enzo Valls]

giovedì 22 luglio 2010

Scambio di lettere tra Pietro Custodi e Roberto Massari


EN ESPAÑOL

Intercambio epistolar entre Pietro Custodi e Roberto Massari

[13 de julio de 2010]

Hola:

Discúlpame si te contesto recién ahora pero estuve trabajando ininterrumpidamente hasta ahora. He leído con atención el portal de Utopia Rossa que me enviaste. Debo decirte que ¡comparto totalmente los 6 puntos! Es más: los siento simplemente míos desde hace mucho tiempo. ¡Forman parte de mi “sentir”! La única perplejidad tiene que ver con el carácter sectario con el cual me parece que nace esta agrupación. Falta un vínculo popular, no es la expresión de quien está “abajo y a la izquierda” (para decirlo con un slogan zapatista, ¡perdóname!) y justamente por este motivo no sé si podrá expandirse y tener el éxito que debería y que yo quisiera. Me parece haber entendido que Guevara consideraba muy importante este aspecto: la guerra de guerrillas podía vencer solamente si era compartida y apoyada por el pueblo. ¡Muy buena también la sección dedicada a la sicopatología! Buena y original. Pero ¿no será también un espejo del blog de Utopia Rossa? Hago estas consideraciones en total sinceridad, como me esfuerzo en hacer siempre, pero con afecto y siempre sin tomarnos demasiado en serio. Te deseo una buena noche y como de costumbre… ¡HASTA SIEMPRE! Nos vemos pronto, el próximo 9 de octubre, ¡para recordar a “nuestro” Comandante!

Pietro

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[15 de julio de 2010]

Querido Pietro:

Me pone contento que compartas los 6 puntos. A ti tal vez te puede parecer obvio, pero si supieras cuánto cuesta encontrar a alguien que los comparta, que lo diga abiertamente y que trate de ponerlos en práctica coherentemente.
Por todo lo demás tenés mucha razón, aparte del término “sectario”, que probablemente lo has usado como sinónimo de “minoritario” y no con los contenidos ultra negativos que este adjetivo tiene para mí.
Minoritario uno nace y probablemente muere. Porque si yo o los compañeros de Utopia Rossa no fuéramos minoritarios, sino seguidos por movimientos de masas convencidos de lo justo de nuestras ideas, ¿tu crees que estaríamos aquí contándonos los dedos de los pies o haciendo campaña electoral cada año? Dirigiría o dirigiríamos el movimiento en un sentido revolucionario y finalmente la historia empezaría a girar en el sentido correcto.
Hace mucho que la historia no gira en el sentido correcto (lo digo en un sentido irónico, obviamente, ya que la historia va donde puede ir, donde los humanos la llevan). Y hay momentos cruciales en los que se ha producido una inversión de tendencia de manera vistosa (porque las corrientes subterráneas ya estaban operando). ¿Puedo mencionarte Kronstadt en 1921? ¿El Pacto Hitler-Stalin de 1939? ¿La muerte del Che en 1967? ¿La invasión de Checoslovaquia con el apoyo de Fidel en el verano de 1968? ¿La destrucción de Solidarnosc en la década del 80 y otros acontecimientos de los que somos contemporáneos?
A quienes me apuntan que en 45 años de honorable compromiso práctico y teórico no he logrado construir nada de grande y visible (en el terreno revolucionario) les pido siempre que me indiquen a alguien que lo haya conseguido, de manera que yo pueda adherirme inmediatamente y convencer a mis compañeros para que se adhieran también. Pero si esta alternativa concretamente no existe, entonces no queda más remedio que reconocer que Utopia Rossa es mejor que nada.
Si tu quisieras tomarte el trabajo de hacer junto conmigo una confrontación puntual sobre las alternativas Utopia Rossa o grupúsculos varios, UR o franjas varias de la centroizquierda, UR o los variados y efímeros movimientos localistas, te divertirías descubriendo cuántas variables de orden histórico, político, teórico, geográfico, ético y sico-político entran en juego en cada una de esas confrontaciones. Dominar todas las variables es prácticamente imposible, pero se puede intentar con una buena aproximación. Y bajo este perfil, Utopia Rossa es la “cosa” que hoy en el mundo se aproxima más, porque no es una suma de individuos egocéntricos sino un colectivo que intenta trabajar colectivamente. Que la distancia sea todavía medible en años luz es otro problema. Pero si me permites, esa distancia no la hemos creado nosotros sino los precursores de las organizaciones políticas que sacan ventaja, inclusive material, del atraso histórico de la revolución anticapitalista, libertaria y antiburocrática. Si te dijera que esos mismos individuos o grupos políticos siguen aumentando, quien más quien menos, tal distancia o por lo menos obstaculizando el trabajo de quien intenta abreviarlo, me tacharías de amargo pesimismo. Se trata en cambio solamente de sano realismo, que recibe confirmaciones diarias desde hace décadas y décadas.
Pero así como la rueda fue inventada varias veces en lugares y épocas diferentes de la humanidad, ¿quien te dice que no estén ya naciendo en otras partes del mundo otras agrupaciones políticas como Utopia Rossa, en las cuales dan sus primeros pasos los nuevos revolucionarios del futuro?
Por lo tanto, a costa de parecerte megalómano, quiero decirte que Utopia Rossa no es “nada” (y de todas maneras, “ es lo que hay”, como suele decirse): por lo menos bajo el perfil teórico, dado que agrupa sobre bases profundas éticas y racionales, algunas de las mejores cabezas pensantes y escribientes (desgraciadamente de un solo país), en un mundo en el cual los intelectuales no tienen ninguna voluntad de agruparse ya que cada uno tiene que pensar en su carrera, en publicar sus libros, en insertarse en la sociedad del espectáculo, etc. Yo, en cambio, soy tan tonto que me desangro para publicar también los libros de los demás, incluidos los que no están conmigo y hasta de los que me han hecho la guerra y a veces siguen haciéndomela (…). ¿Habrá una lógica en todo esto o lo hago solamente por espíritu misionero?
Lo cierto es que del misionero me gusta solamente la posición.
Gracias de todas maneras por la lectura y el comentario. (…)
Después de esta respuesta tuya –pequeña pero sincera – estoy seguro que nuestros caminos continuarán a cruzarse.
Saludos trotsko-libertario-guevariano-situacionistas.
Chau.

Roberto

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IN ITALIANO

[13 luglio 2010]

Ciao,
scusa se ti rispondo solo adesso ma ho praticamente lavorato ininterrottamente fino a questa sera. Ho letto con attenzione il portale di utopia rossa che mi hai mandato. Devo dirti che condivido totalmente tutti i 6 punti! Anzi più che condividerli posso dirti che li sento semplicemente miei da molto tempo. Fanno parte da tempo del mio “sentire”! L’unica perplessità è circa il carattere settario con cui questa formazione mi sembra nasca. Manca un collegamento popolare, non è espressione di chi “sta in basso e a sinistra” (per dirla con uno slogan zapatista. Perdonami!) e forse per questo non so se potrà espandersi ed essere vincente come dovrebbe e vorrei. Guevara mi è parso di capire che ritenesse questo elemento molto importante, la guerra di guerriglia poteva essere vincente solo se condivisa ed appoggiata dal popolo! Molto bella anche la sezione dedicata alla psicopatologia! Bella e originale. Ma non sarà anche uno specchio del blog di utopia rossa? Ti faccio queste considerazioni in tutta sincerità, come mi sforzo sempre di fare, ma con affetto e sempre senza prendersi però troppo sul serio. Ti auguro una buona serata e come al solito…HASTA SIEMPRE!!! A rivederci a presto, al 9 ottobre prossimo per ricordare il “nostro” Comandante!

Pietro

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[15 luglio 2010]

Caro Pietro,

sono contento della condivisione dei 6 punti. A te forse può sembrare ovvio, ma sapessi invece quanto si fatica per trovare qualcuno che li condivida, che lo dica apertamente e che tenti di metterli in pratica coerentemente.
Per il resto hai solo ragione, a parte l'utilizzo del termine "settario", che probabilmente lo hai usato come sinonimo di "minoritario" e non con i contenuti ultranegativi che questo aggettivo ha ai miei occhi.
Minoritari si nasce e probabilmente minoritari si muore. Perché se un tipo come me o come i compagni di Utopia rossa non fossimo minoritari, bensì seguiti da movimenti di massa convinti della giustezza delle nostre idee, credi che staremmo qui a contarci le dita dei piedi o a fare una campagna elettorale ogni anno? Indirizzerei o indirizzeremmo il movimento in un senso rivoluzionario e quindi finalmente la storia ricomincerebbe a girare nel verso giusto.
La storia da tempo non gira più nel verso giusto (lo dico in senso ironico, ovviamente, perché la storia va dove può andare, dove gli umani la portano). E ci sono delle date cruciali in cui si è operata l'inversione di tendenza in maniera vistosa (ché le correnti sotterranee eran tutte già al lavoro). Posso citarti Kronstadt nel 1921? Il Patto Hitler-Stalin nel 1939? La morte del Che nel 1967? L'invasione della Cecoslovacchia con l'appoggio datogli da Fidel nell'estate 1968? La distruzione di Solidarnosc negli anni '80 e via discorrendo verso avvenimenti di cui sei/siamo anche contemporanei.
A chi mi ricorda giustamente che non sono riuscito in 45 anni di onorato impegno pratico e teorico a costruire qualcosa di grosso e visibile (in campo rivoluzionario) chiedo sempre di indicarmi chi invece ci è riuscito, in modo che io possa subito aderire e convincere i miei compagni a farlo insieme a me. Ma se questa alternativa concretamente non esiste, allora è giocoforza riconoscere che Utopia rossa è meglio di niente.
Se tu volessi metterti a fare con me un confronto serrato sulle alternative UR o gruppetto tal de tali, Ur o questo e quello spezzone del centrosinistra, Ur o questo e quel movimento localistico che ieri non c'era, oggi c'è e domani non ci sarà più, ti divertiresti a vedere quante variabili d'ordine storico, politico, teorico, geografico, etico e psicopolitico entrano in ballo in ciascuno di tali confronti. Dominarle tutte tali variabili è praticamente impossibile, ma si può tentare di avvicinarsi con buona approssimazione. E sotto questo profilo UR è la "cosa" oggi al mondo che ci si approssima di più, perché non è una somma di individui egocentrici, ma un collettivo che tenta di lavorare collettivamente. Che poi la distanza sia ancora misurabile in anni-luce è un altro problema. Ma, se permetti, quella distanza non l'abbiamo creata noi, bensì gli antenati delle organizzazioni politiche che oggi traggono vantaggi anche materiali dal ritardo storico della rivoluzione anticapitalistica, libertaria e antiburocratica. Se ti dicessi che quegli stessi individui o gruppi politici continuano, chi più chi meno, ad aumentare tale distanza o perlomeno a intralciare il lavoro di chi tenta di abbreviarlo, mi accuseresti probabilmente di acre pessimismo. Si tratta invece solo di sano realismo che riceve conferme quasi quotidiane da decenni e decenni.
Ma come la ruota fu inventata più volte in zone ed epoche diverse dell'umanità, chi ci dice che non stiano nascendo in altre parti del mondo altre associazioni politiche come UR in cui muovono i primi passi i nuovi rivoluzionari del futuro?
E quindi, a costo di parerti megalomane, vorrei dirti che proprio niente niente UR non è (e comunque questo passa il convento... si diceva una volta): per lo meno sotto il profilo teorico, visto che raggruppa su basi profondamente etiche e razionali alcune delle migliori teste pensanti e scriventi (ahimé, di un solo paese), in un mondo in cui gli intellettuali non hanno alcuna voglia di raggrupparsi visto che ognuno di loro deve pensare alle proprie carriere, a pubblicare i propri libri, al proprio inserimento nella società dello spettacolo ecc. Io, invece, sono così scemo da starmi a svenare per pubblicare anche i libri degli altri, anche di quelli che non stanno con me, e anche di quelli che mi hanno fatto la guerra e a volte continuano a farmela (…). Ci sarà una logica in tutto questo oppure lo faccio per spirito missionario?
Il fatto è che a me del missionario piace solo la posizione...
Grazie comunque per la lettura e il commento. (…)
Dopo questa tua risposta - piccola ma sincera - sono sicuro che le nostre strade continueranno ad incrociarsi.
Quindi saluti trotsko-libertari-guevarian-situazionisti
insomma: ciao

Roberto

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.