L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

martedì 5 aprile 2022

Ucraina 11: LA SINISTRA REAZIONARIA E L’AGGRESSIONE ALL’UCRAINA

di Michele Nobile

 

1. Soldati russi, tornate a casa! Pacifismo umanitario e pacifismo rivoluzionario

            Nelle piazze del mondo si chiede che terminino immediatamente le ostilità in Ucraina, che si porti soccorso alla popolazione civile bombardata e costretta - a milioni - a rifugiarsi all’estero, che si assicuri al popolo ucraino di vivere in pace e di fare liberamente le sue scelte, quali che siano. E poiché oggi l’Ucraina è invasa dalle forze russe e i civili sono bombardati da missili russi, la parola d’ordine elementare non è yankee go home! ma: soldati russi, tornate a casa! 

            Lo slogan è insolito ma ha dei precedenti: valeva per l’invasione dell’Ungheria nel 1956, per quella della Cecoslovacchia nel 1968, per l’Afghanistan negli anni Ottanta - e del XXI secolo - e per la Cecenia nel decennio seguente. Esso ci dice che non esiste un solo imperialismo. Ed è ovvio per il pacifismo coerente, rivolto contro tutte le guerre, che vuole che si sciolgano le alleanze militari, che si ponga fine allo sperpero di denaro per accumulare armi; che rivendica il disarmo unilaterale degli Stati e, innanzitutto, la distruzione degli arsenali nucleari e degli strumenti di distruzione di massa. Il pacifismo umanitario rifiuta la violenza ma promuove l’azione diretta e la partecipazione di massa alla lotta per la pace. 

La posizione pacifista e umanitaria è dalla parte giusta del progresso dell’umana civiltà. È una posizione moralmente sana, perché rivolta in modo universale contro ogni guerra e contro qualsiasi forma di militarismo. È sana perché persegue la coerenza tra i mezzi e il fine. È sana perché non riconosce come giusti accordi «di pace» sottoscritti sotto la costrizione di un esercito invasore. 

Tuttavia, non è questa l’unica forma di lotta per la pace. Da un secolo a questa parte i movimenti contro la guerra che hanno avuto maggiore impatto sulla storia mondiale sono stati quelli scaturiti dalle lotte contro il conflitto tra gli imperialismi della Prima guerra mondiale e dall’aggressione statunitense al Vietnam. Dal primo sorsero il biennio rosso delle rivoluzioni in Russia, in Germania, in Austria, in Ungheria e la formazione dell’internazionalismo rivoluzionario organizzato nell’Internazionale dei partiti comunisti. Il movimento contro la guerra in Vietnam fu l’incubatore e l’anima di quell’insieme di processi e movimenti che culminarono nel «1968», incarnato dall’esempio di Ernesto Che Guevara e dal momento di crisi più acuta degli imperialismi «occidentali». E ricordo anche le proteste contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. 


Ovvia la differenza tra questi movimenti rivoluzionari e il pacifismo umanitario. Che sia laico o cristiano, per quest’ultimo non deve esserci differenza tra morale e politica. Quindi i mezzi di lotta devono essere integralmente coerenti con la finalità: esso respinge l’utilizzo della violenza da parte di chiunque. Invece, la lotta per por fine alla Prima guerra mondiale si radicalizzò fino a rovesciare l’autocrazia zarista e, sull’esempio della Russia, presentò il conto del massacro alle classi dominanti e ai governi di altri Stati. Mezzo secolo dopo, il contrasto tra la pretesa di difendere il «mondo libero» e il massacro in Vietnam spinse milioni di giovani a rivendicare per le strade del mondo non la conferma della spartizione del Vietnam (dopo la sconfitta del colonialismo francese, imposta da Unione Sovietica, Cina e Stati Uniti) ma la cacciata delle forze statunitensi e l’unificazione del Paese.

Dunque, per questi movimenti il rapporto tra morale e politica era ben più complesso che nel caso del pacifismo integrale e non-violento, e anche foriero di dilemmi e contraddizioni. 

Tuttavia, tra il pacifismo integrale e umanitario e il pacifismo rivoluzionario esistevano ed esistono importanti convergenze che spiegano perché, in determinate circostanze, fosse e sia possibile trapassare da uno all’altro: 

- entrambi rigettano la ragion di Stato, secondo cui le esigenze della «sicurezza nazionale» giustificano guerre aperte e coperte; 

- conseguentemente, entrambi rifiutano come false e ipocrite le giustificazioni «difensiviste» delle guerre, sempre portate da ciascuno degli Stati belligeranti per giustificare le reciproche aggressioni; 

- condividono l’obiettivo dell’uscita unilaterale dai blocchi militari, si tratti della NATO o, un tempo, dal Patto di Varsavia o ora dall’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan). 

- entrambi esigono la distruzione unilaterale degli arsenali nucleari, che sono minaccia diretta alla civiltà e alla vita, strumenti la cui produzione e possesso deve essere considerata come un crimine contro l’umanità; 

- entrambi si basano sull’azione diretta e la mobilitazione di massa; 

- entrambi diffidano dei poteri esistenti e si oppongono a soluzioni diplomatiche tra le potenze che non soddisfano o non garantiscono la libertà e l’indipendenza reale dei popoli; 

- entrambi si oppongono al militarismo, alla spesa militare e alla militarizzazione della politica. 

venerdì 25 marzo 2022

UCRAINA 10: GLI OBIETTIVI DI PUTIN

CONSOLIDARE LA SFERA D’INFLUENZA ESTERA E IL REGIME INTERNO


di Michele Nobile


1. L’aggressione all’Ucraina: quali sono i veri obiettivi di guerra di Putin? 

2. Il nesso tra politica estera e interna: Putin dalla collaborazione con Bush alla Russia come «alternativa di civiltà» all’Occidente

3. La nuova Guerra fredda come strumento di controllo interno alle sfere d’influenza

 

 

1. L’aggressione all’Ucraina: quali sono i veri obiettivi di guerra di Putin? 

Putin come Aleksandr Nevskij? Passerà alla storia per aver fermato i crociati alle porte della Santa Russia? Oppure i russi giungeranno alla conclusione che l’«operazione speciale» è una banditesca aggressione ai fratelli ucraini? 

Con un passo orwelliano, a proposito dell’Ucraina in Russia ora è vietato usare termini come invasione e guerra. Il 4 marzo una nuova legge ha emendato il Codice penale, punendo con la reclusione fino a tre anni chi discredita le forze armate o ne richiede il richiamo da altro Stato, pena che può salire anche a 15 anni in caso di non meglio specificate «gravi conseguenze». Sui mezzi d’informazione e sui social network è caduto l’ennesimo colpo di mannaia.

Aleksej Naval’nyi, il più noto oppositore di Putin, subì nell’agosto 2020 un tentativo di avvelenamento che ricorda il precedente di Viktor Juščenko, candidato a Presidente dell’Ucraina nel 2004 contro il rappresentante dell’oligarchia industrial-finanziaria del Donbas e di Putin, Viktor Janukovič. Appena tornato dalle cure in Germania, nel gennaio 2021 Naval’nyi fu arrestato e condannato per direttissima a quasi tre anni di detenzione; il 22 marzo 2022 ha subito un’altra condanna a nove anni per peculato. L’arresto del politico russo fu uno scandalo internazionale ma è solo la punta dell’iceberg di una raffica di leggi che tra il 2020 e il 2021 hanno ulteriormente ristretto i margini di libertà politica per l’opposizione. Ad esempio, nel giugno 2021 non solo è stato vietato alle organizzazioni arbitrariamente classificate «estremiste» di partecipare alle elezioni d’ogni tipo, così impedendo al partito di Naval’nyi di concorrere alle elezioni di settembre per la Duma, ma dirigenti e semplici membri o simpatizzanti di tali organizzazioni «estremiste» sono stati privati del diritto di voto, rispettivamente per cinque e tre anni, sulla base delle loro posizioni politiche negli anni precedenti; ai cittadini russi è stato proibito di partecipare a organizzazioni «indesiderabili», sia in Russia che all’estero. Nel complesso le nuove norme hanno ampliato a dismisura la possibilità di etichettare in modo discrezionale individui e organizzazioni come «agenti stranieri», «estremisti» e «indesiderabili», aggravando le sanzioni pecuniarie e detentive, sottoponendo organizzazioni d’ogni tipo a più severi controlli amministrativi e costringendo all’autocensura quel che rimane di organi d’informazione indipendenti. Tra i numerosi individui e organizzazioni vittime di queste normative c’è anche Memorial, storica fondazione nata nel 1989 per documentare i crimini dello stalinismo e per difendere i diritti umani in Russia. Un esempio da cui s’intende bene cosa oggi s’intenda in Russia per «estremismo». 

C’è chi protesta contro la guerra scatenata da Putin, ma a metà marzo gli arresti erano stimati a quasi 15.000, un numero notevole che forse è più il risultato di più intensa e capillare repressione che delle dimensioni delle proteste, spesso deliberatamente organizzate in modo da esporre all’arresto solo poche persone. Mettendo insieme repressione poliziesca, censura, scioglimento di organizzazioni, fattispecie di reato vagamente definite, discrezionalità giudiziaria, frodi elettorali e rimozione del vincolo di non più di due mandati presidenziali, si può concludere che la Russia è oramai molto vicina al passo che separa un regime autoritario dalla dittatura aperta. 

L’ulteriore involuzione repressiva del regime e il controllo totale delle comunicazioni e della educazione sono in stretta relazione con la guerra in Ucraina. Non come conseguenza ma come causa della stessa. In altre parole: lo scopo primario di questa guerra e il momento in cui essa è stata messa in atto si spiegano con obiettivi diversi da quelli dichiarati da Putin. Che sono: 

 

«lo scopo di questa operazione è proteggere le persone che, ormai da otto anni, stanno affrontando l’umiliazione e il genocidio perpetrati dal regime di Kiev. A tal fine, cercheremo di smilitarizzare e denazificare l’Ucraina, oltre a portare a processo coloro che hanno perpetrato numerosi crimini sanguinosi contro i civili, compresi i cittadini della Federazione Russa»; 

«garantire la sicurezza della Russia», in quanto «una presenza militare nei territori confinanti con la Russia, se gli permettiamo di andare avanti, rimarrà per decenni a venire o forse per sempre, creando una minaccia sempre crescente totalmente inaccettabile per la Russia»1. 

 

         Sorvolo sull’ipocrisia del primo punto: basti ricordare il macello fatto dalle forze armate russe ai danni del popolo della Cecenia, con cui Putin riuscì a sottrarsi all’immagine di grigio «signor nessuno», la ragione per cui era stato nominato primo ministro dal presidente Yeltsin; e ricordo la strage di civili e le devastazioni della guerra in corso. Per ora sorvolo anche sul fatto che, in cambio della distruzione delle non poche testate nucleari tattiche e strategiche in possesso dell’Ucraina all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, la Russia si era impegnata a rispettare la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina2. Per scoprire quali siano i veri obiettivi di guerra di Putin occorre innanzitutto problematizzare il secondo argomento della narrazione con cui egli giustifica l’«operazione speciale»: quello per cui l’eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e/o nell’Unione Europea costituirebbe una minaccia alla «sicurezza nazionale» della Federazione Russa e che quindi occorra smilitarizzarla e «denazificarla» con la forza. 

L’argomento geopolitico rivolto contro il cosiddetto Occidente è strumentale. Le finalità della guerra e il momento in cui è stata scatenata si spiegano invece: 

a) con l’esigenza di Putin di ulteriormente sviluppare il nazionalismo imperiale grande-russo allo scopo di consolidare il regime interno alla Russia e il suo capitalismo oligarchico, che nell’ultimo decennio ha visto perdere consenso, come si è visto nei risultati delle elezioni e nelle proteste per i brogli elettorali. 

b) Con l’intento di consolidare la sfera d’influenza russa nell’Unione Eurasiatica. Questo è un progetto che comprende le Repubbliche nate dalla fine dell’Unione Sovietica ma che richiama i temi dell’Impero zarista e della centralità della nazionalità russa. 

La guerra serve dunque a Putin per delimitare due confini. Innanzitutto, all’interno della stessa Russia, tra i sostenitori del regime e gli oppositori di destra e di sinistra, che sono definiti «agenti stranieri», corpo estraneo alla cultura e alla società russa e quindi perseguibili a piacere. Sulla scena mondiale si tratta di affermare l’intangibilità politica d’una sfera d’influenza eurasiatica del capitalismo russo, da proteggere dall’influenza occidentale e dai suoi «agenti» interni. In futuro il problema potrebbe porsi però anche nei confronti del più dinamico capitalismo cinese, che in Asia centrale e in Siberia ha anch’esso interessi e forza d’attrazione.

lunedì 21 marzo 2022

Ucraina 9: L’INDIPENDENTISMO UCRAINO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

di M.J. Geller-A.M. Nekrič

 

 

È diffusa una grande disinformazione riguardo al movimento indipendentista ucraino, quale si formò durante la Seconda guerra mondiale, per proseguire negli anni successivi. Tale ignoranza accomuna sia i sostenitori dell’aggressione, sia i sostenitori della resistenza ucraina. Ed è grave perché porta a delle semplificazioni anacronistiche rispetto alla presenza – sminuita o gonfiata a seconda degli schieramenti – di organizzazioni filonaziste nella vicenda del 2014, e via via fino alla crisi attuale: ignorandone le origini nel periodo bellico (la filogenesi) non si capiscono la natura ideologica e le dimensioni effettive di un fenomeno così peculiare dell’Ucraina.

 Chi dedicherà un po’ di tempo a leggere le pagine che seguono, vedrà che la cosa è molto intricata, ma ha una sua logica ricostruibile in termini storico-politici. Ed è una logica che, per capirla, va fatta risalire indietro alle sue origini nel tempo, come minimo al 1920 (quando fu distrutto dai bolscevichi il movimento indipendentista di Machno), poi  al genocidio staliniano del 1931-33 - di entrambi i quali si è già parlato - e per finire alle deportazioni del 1939-41 alle quali si accenna ora.

Non è una vicenda in cui il «bene» e il «male» siano nettamente distinti (anche perché all’origine c’è sempre l’alleanza fra Hitler e Stalin che non poteva non produrre delle trasformazioni abnormi in seno all’indipendentismo ucraino); non tutto è chiaro ancor oggi e non c’è un accordo tra gli storici generalmente condiviso su come ricostruire tale vicenda. È quindi con il beneficio del dubbio che dobbiamo ascoltare come la raccontarono due grandi storici russi che, non essendo ucraini, non si possono sospettare di partigianeria verso questo sfortunato popolo. Ma poiché la loro ottima storia dell’Unione Sovietica brilla in generale per rigore, si può riconoscere un alto grado di attendibilità anche alle pagine che ho estrapolato (e ribattuto manualmente…) per dare un minimo d’informazione di base al lettore.

 

Dopo aver descritto la tragica impreparazione delle truppe sovietiche davanti all’aggressione nazista (giugno 1941), i due storici raccontarono le seguenti vicende belliche legate all’Ucraina. Come già detto, vale la pena di dedicare un po’ di tempo a leggerle o a rileggerle per capire meglio il dramma che si sta svolgendo in questi giorni [r.m.].

 

 

[Dopo l’ingresso travolgente delle truppe naziste in Urss] in Crimea il Comando sovietico fece vari tentativi di respingere i tedeschi, lanciando paracadutisti su Teodosia e Eupatoria. Ma si conclusero tutti in altrettanti fallimenti, con gravi perdite, nonostante che i sovietici avessero sui tedeschi una superiorità di due volte per quanto riguardava gli effettivi e di una volta e mezzo per la tecnologia bellica. Gli insuccessi erano dovuti all’incompetenza del Comando del fronte (il generale Kozlov) e del rappresentante del Quartier generale (Mechlis). Non si riuscì a individuare in tempo le forze e le intenzioni del nemico, cosicché l’offensiva su Kerč si risolse in un massacro. Iniziò una disordinata ritirata delle truppe sovietiche attraverso lo stretto di Kerč fino alla penisola di Taman. Secondo i dati sovietici, le perdite sarebbero state di 176.000 soldati. Kozlov e Mechlis se la cavarono con un abbassamento di grado. […]

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.