L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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martedì 29 maggio 2018

UBU RE IN NICARAGUA, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Alfred Jarry
Chi è il re Ubu? È un tipo che uccide il tiranno per trasformarsi in tiranno e poi fa fuori i nobili e tutti coloro che lo hanno appoggiato; spreca ricchezze e ne accumula altre; distribuisce ai poveri e toglie ai ricchi; ma segnatamente elimina tutti, poveri compresi, per diventare più ricco. Manda i suoi soldati alla carica, ma è il primo a nascondersi. Con lui tutti possono cadere nella botola - nel pozzo - o sprofondare nella sua tasca, inghiottiti da una spirale senza fondo.
Ubu Re è una commedia scritta dal francese Alfred Jarry e rappresentata per la prima volta il 10 dicembre 1896 al Théâtre de l’Œuvre di Parigi. A quest’opera ne seguono altre, e l’ultima è Ubu incatenato (1900), in cui il protagonista è condannato al carcere a vita.
Il re Ubu dichiara che la libertà non è che un semplice gioco in cui io cammino sopra il fuoco e tu non puoi perché chiedi l’elemosina. La libertà è la caratteristica massima dell’alienazione di una piuma su una pietra. Non c’è libertà se non c’è potere di schiacciare, in caso contrario il suo significato diviene nullo. Non c’è libertà senza oppressione.
Nel frattempo gli uomini liberi cantano: «Viva la libertà, la libertà, la libertà! Noi siamo liberi. […] Disubbidiamo di concerto […] Inventiamo ciascuno un tempo diverso, benché sia faticoso. Disubbidiamo individualmente» (Ubu incatenato, Atto I, Scena II).
Naturalmente si tratta di una pura fantasia che non potrà mai verificarsi nella realtà, immaginazione di un creatore forse già pronto per il chilometro cinque [al km 5 della Carretera Sur di Managua c’è l’Ospedale psichiatrico (n.d.r.)]. A pochi passi da dove si riunisce il Diálogo Nacional - con i rappresentanti del Governo e della società civile - con l’obiettivo di uscire dalla difficile crisi che il Nicaragua sta vivendo da oltre un mese, quando è iniziata la cosiddetta «rivoluzione etica» degli studenti universitari, autentica ribellione contro l’ordine costituito. Un processo politico che si concretizza con la partecipazione loro e di altre forze sociali.
Dalla sessione inaugurale del 16 maggio, il re Ubu-Daniel non si è più visto e non ha parlato. Sua moglie, la regina Ubu-Rosario, che ogni giorno recita la sua Messa quotidiana mescolando misticismo e cristianesimo pentecostale nel programma «Multinoticias» di Canal 4, dal 17 maggio è rimasta in silenzio per quattro giorni. Né sono apparsi a Niquinohomo il 18 maggio, data di nascita di Sandino. E neppure il giorno successivo, durante la manifestazione che ha avuto luogo nell’Avenida Bolívar per celebrare il compleanno del «Generale degli uomini liberi».
Scomparsi? Inghiottiti dalla terra di laghi e vulcani?
No, per il momento. La coppia-Ubu ha ancora il potere, seppur non più completo come prima. La forte mobilitazione della società civile le impedisce di ristabilire il controllo totale. Inoltre, ciò che non ha più è la legittimità, fortemente contestata nell’agenda che l’Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia ha posto sul tavolo del dialogo il 23 maggio. Un’agenda globale per una reale democratizzazione delle istituzioni politiche e giudiziarie a tutti i livelli. Vengono proposte riforme parziali della Costituzione - con il divieto di rielezione in qualsiasi carica elettiva - e della legge elettorale, così da anticipare le elezioni all’anno prossimo. La delegazione governativa ha dichiarato che questo programma è «la via per un colpo di Stato». Naturale che sia così, perché se messo in pratica distruggerà completamente il castello di carte costruito in questi dieci anni, con il partito al Governo che controlla tutti i poteri dello Stato. Un golpe senz’armi che realizzerà un cambiamento profondo e radicale nella gestione delle istituzioni dello Stato, completamente libere da qualsiasi influenza partitica. Indipendenti e libere da qualunque limitazione.
La richiesta di rinuncia della coppia-Ubu non figura con chiarezza all’ordine del giorno. Ciò appare contraddittorio, essendo ovviamente la prima tappa per realizzare gli altri punti. In realtà si richiede anche l’approvazione di una legge quadro per la transizione e la governabilità democratica, la formazione di un nuovo Consejo Supremo Electoral (Cse) composto da magistrati onesti e di riconosciuta esperienza, e la riduzione del numero di deputati dell’Asamblea Nacional. Queste profonde riforme, che tracciano la via della democratizzazione in modo pacifico e costituzionale, avrebbero come risultato inevitabile l’uscita di scena dalla coppia-Ubu. E dei suoi cortigiani.
I rappresentanti della delegazione governativa, come condizione preliminare alla discussione, hanno chiesto in maniera intransigente la rimozione delle barricate stradali che sono state installate in tutto il Paese, una misura di pressione che rimane in vigore contro il Governo. Unico argomento che ribadiscono: «Non possiamo occuparci di altre questioni». Tutti capiscono che è una scusa per non parlare di nessun altro argomento; il ministro degli Esteri Moncada, capo della delegazione, l’ha affermato categoricamente: «Non accettiamo l’ordine del giorno».
Sono due idee di dialogo che assai difficilmente possono trovare un punto di accordo, due intransigenze che dipendono da due visioni diverse e opposte di ciò che è una società democratica. Non è da tutti fischiare e bere pinol [bevanda di mais bianco tostato e macinato (n.d.r.)], diciamo noi nicaraguensi. Pertanto i vescovi, che fungono da mediatori, hanno sospeso il dialogo a tempo indeterminato, proponendo la formazione di una commissione mista per cercare consenso sulle proposte che sono state presentate, in modo che i negoziati possano essere riattivati. Questa commissione dovrebbe essere composta da sei persone: tre delegati del Governo e tre rappresentanti di studenti universitari, società civile e imprenditori.
Nel frattempo, gli oppositori hanno dichiarato il fallimento del dialogo e nel pomeriggio del 23 maggio sono scesi in strada in tutto il Paese. Allo stesso tempo hanno rinforzato i blocchi stradali, principalmente nelle zone produttive del nord e del sud. D’altra parte la Juventud Sandinista (JS), gestita direttamente dalla sacerdotessa Ubu-Chayo, ha dato l’assalto in misura massiccia ad alcune barricate. All’ingresso di León, lungo la strada che la collega a Managua, uno studente è stato ucciso da un proiettile di AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS ha preso in ostaggio 17 ragazzi e li ha tenuti prigionieri per alcune ore nella sede regionale del Frente Sandinista a León. Qualcuno afferma che all’interno c’erano pure tre poliziotti antisommossa. Fino a che sono intervenuti dei sacerdoti e hanno ottenuto la loro liberazione. Un’azione del genere dev’essere non solo ben pianificata, ma devono essere state perlomeno una cinquantina le persone del gruppo che ha sequestrato i ragazzi. In pratica si sono autodenunciati come mandanti delle forze paramilitari che non vogliono dialogare.
Gli stessi fatti accadono più o meno in tutto il Paese, con uomini incappucciati armati di mortai artigianali e di pistole che viaggiano in Suv a doppia cabina e in moto, soprattutto di notte. La stessa Uca (Universidad Centroamericana) è stata oggetto di un attacco di mortaio contro il suo edificio principale, a Managua, all’alba del 27 maggio. Una totale e assoluta idiozia, che dimostra pienamente l’atteggiamento della coppia-Ubu, l’uso e l’abuso di queste forze paramilitari (o parapoliziesche) che sostituiscono la Polizia a causa del pesante discredito che ha colpito quest’ultima durante le proteste, in seguito alla violenza irrazionale con cui ha agito e di fronte al rifiuto ufficiale dell’Esercito di scendere in strada. Fino ad oggi, nessuna di queste persone è stata indagata o arrestata (alcuni dicono che molti di loro sono poliziotti in borghese).
Chiaramente, sebbene sia iniziata come protesta civica nonviolenta e l’idea della maggioranza continui ad essere tale, ci sono anche gruppi di oppositori che perseguono l’obiettivo del caos per il caos, con l’incendio di pick-up e autobus della JS, ferendo gravemente alcuni militanti sandinisti. Che siano fannulloni pagati con pochi dollari dalla destra o dall’Ambasciata statunitense, oppure provocatori, il risultato non cambia: rendono il gioco facile alla coppia-Ubu nel criminalizzare l’intero movimento.
In tal modo, la possibilità di una soluzione pacifica alla crisi che questo Paese soffre da circa quaranta giorni si allontana. Nonostante questa contingenza, pare che la gente svolga le proprie attività quotidiane come se nulla fosse, lamentandosi soltanto per l’aumento dei prezzi del cibo e dei servizi di base.
E mentre la coppia-Ubu tenta di rimanere al potere inviando un messaggio di forza per zittire la pressione popolare - che continua con pacifiche marce nella capitale e in altre città, Ubu-Daniel rimane in silenzio e Ubu-Chayo continua con le sue omelie di pace a cui nessuno può ormai credere: «La nostra Fede è la nostra Forza! Sappiamo di essere un Popolo credente, devoto, un Popolo semplice, un Popolo laborioso, che ha rafforzato i Percorsi della Fede, i Valori della Famiglia e della Comunità, i Valori cristiani» (24 maggio).
Forse la coppia-Ubu pensa che in questa maniera possano reintegrarsi nuovamente i militanti sandinisti che nelle settimane precedenti si sono allontanati, fino a partecipare alle marce della società civile che il 27 maggio si sono tenute in una decina di città. Ecco perché stanno utilizzando tattiche dilatorie per stancare il popolo e cercare di ricomporre le proprie forze, contro la massiccia lotta civica che chiamano «piaga criminale». Ma questa tattica sta portando nella direzione opposta: il rifiuto del partito che l’ha portata al potere. Il Paese è diviso in due. Poco a poco, la gente si rende conto che questo non è l’Fsln che ha combattuto contro la dittatura somozista, ma è un’altra cosa, del tutto differente.
Un altro rischio dev’essere tenuto presente ed è molto reale: la tentazione di isolare gli studenti dalle altre forze della cosiddetta «società civile», dato che continuano a dichiarare che nel loro movimento (Movimiento 19 de Abril) non ci saranno ingerenze da parte di nessuna forza politica. Innanzitutto gli imprenditori riuniti in varie associazioni non possono tollerare una forza che vuole un profondo cambiamento nella società - incluse le questioni economiche, in un Paese che è il secondo più povero del continente. Inoltre il movimento campesino, nato in opposizione alla costruzione del Gran Canal Interocéanico che avrebbe trasformato l’ecosistema del Paese, mantiene senza dubbio legami con i partiti di destra che aspirano a una rivincita. Infine la stessa Chiesa cattolica - che agisce da mediatrice - non può accettare seriamente uno Stato laico e democratico.
E finora, a partire dalla sessione inaugurale del dialogo, pur non avendo una leadership gerarchica (e forse, per fortuna), solo gli studenti hanno affrontato con parole aspre e chiare l’onnipotente potere politico della coppia-Ubu: «Questo non è un tavolo di dialogo, piuttosto un tavolo per negoziare la sua uscita di scena, perché questo è il sentimento del popolo». Lasciando nuda la coppia-Ubu, come nel famoso racconto di Andersen.

UBÚ REY EN NICARAGUA, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

© Alfred Jarry
¿Quién es el rey Ubú? Es un maje [una persona (n.d.r.)] que mata al tirano para ser un tirano y luego mata a los nobles y a todos los que lo apoyaron; desperdicia riquezas y acumula otras; distribuye a los pobres y quita a los ricos; pero quita especialmente a todos, pobres incluidos, para hacerse más rico. Él envía a sus soldados a la carga, pero es el primero en esconderse. Con él todo el mundo puede caer en la trampilla –en el agujero– o hundirse en su bolsillo, tragado por una espiral sin fondo.
Ubú Rey es una pieza de teatro escrita por el francés Alfred Jarry y estrenada el 10 de diciembre de 1896 al Théâtre de l’Œuvre de París. A esta obra van a seguir otras, y la última es Ubú encadenado (1900), donde el protagonista es puesto en la bartolina [cárcel (n.d.r.)] con cadena perpetua.
El rey Ubú declara que la libertad no es sino un simple juego del yo camino sobre el fuego y del tú no puedes porque pedirás limosna. La libertad es la característica máxima de la alienación de una pluma a una piedra. No hay libertad si no hay poder que aplaste, de lo contrario su significado se anula. No hay libertad sin opresión.
Mientras tanto los hombres libres corean: “¡Viva la libertad, la libertad, la libertad! ¡Libres, somos libres! (…) ¡Desobedezcamos a la vez! (…) Cada uno se inventa una manera y, aunque resulte más fatigante, desobedece individualmente” (Ubú encadenado, Acto I, Escena II).
Claro está que es una pura fantasía que nunca puede ocurrir en la realidad, imaginación de un creador tal vez ya listo para el kilómetro cinco [en el km 5 de la Carretera Sur de Managua está el Hospital Psiquiátrico (n.d.r.)]. A unas pocas varas [unidad de medida inferior al metro (n.d.r.)] de donde se reúne el Diálogo Nacional –con los representantes del Gobierno y la sociedad civil–, con el fin de salir de la difícil crisis que vive Nicaragua ya desde más de un mes, cuando comenzó la llamada “revolución ética” de los estudiantes universitarios, verdadera rebelión en contra del orden constituido. Un proceso político que se da con la participación de ellos y otras fuerzas sociales.
Desde la sesión inaugural del 16 de mayo, el rey Ubú-Daniel no se vió ni habló. Su esposa, la reyna Ubú-Rosario, que todos los días reza a su Misa cotidiana mezclando misticismo y cristianismo pentecostal en el programa “Multinoticias” de Canal 4, desde el 17 de mayo se calló por cuatro días. Ni aparecieron en Niquinohomo el 18 de mayo, fecha de nacimiento de Sandino. Y ni al día siguiente, en el acto que se dio en la Avenida Bolívar para festejar el cumpleaños del “General de Hombres Libres”.
¿Desaparecidos? ¿Tragados por la tierra de lagos y volcanes?
No, por cierto, hasta el momento. Todavía la Ubú-pareja tiene el poder, aunque ya no por completo como antes. La fuerte movilización de la sociedad civil le impide restablecer el control completo. Además, lo que ya no tiene es la legitimidad, cuestionada con fuerza en la agenda que la Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia puso en la mesa del diálogo el 23 de mayo. Una agenda completa para una verdadera democratización de las instituciones políticas y judiciales a todos los niveles. Se plantean reformas parciales a la Constitución –con la prohibición de la reelección en cualquier cargo electivo– y de la ley electoral, para adelantar las elecciones al próximo año. La delegación gubernamental afirmó que ese programa es “la ruta para un golpe de Estado”. Por supuesto que sí, porque si se cumple va a desbaratar por completo el castillo de naipes construido en esos diez años, con el partido de Gobierno que controla todos los poderes del Estado. Un golpe sin armas que va a dar un cambio profundo y radical en el manejo de las instituciones del Estado, alejadas por completo de cualquier influencia partidaria. Independientes y libres de cualquier sujeción.
En la agenda no aparece con claridad el pedido de la salida de la Ubú-pareja. Eso parece contradictorio, siendo por supuesto la primera etapa para realizar los demás puntos. En realidad se piden también la aprobación de una Ley Marco para la transición y gobernabilidad democrática, la formación de un nuevo Consejo Supremo Electoral (CSE) integrado por magistrados honestos y de reconocida experiencia, y la reducción del número de diputados de la Asamblea Nacional. Esas profundas reformas, que trazan la ruta de la democratización de manera pacífica y constitucional, inevitablemente terminarían en una salida de la Ubú-pareja. Y de sus cortesanos.
Los representantes de la delegación gubernamental, como condición preliminar a la discusión, de manera intransigente pidieron el levantamiento de los tranques [bloques de carreteras (n.d.r.)] que se instalaron en todo el país, medida de presión que queda en vigencia ante el Gobierno. Único tema que reiteran: “No podemos entrar en otras materias”. Todo el mundo entiende que es una excusa para no hablar de cualquier otro argumento; el Canciller Moncada, jefe de la delegación, lo afirmó rotundamente: “Nosotros no aceptamos la agenda”.
Son dos ideas de diálogo que es muy raro puedan encontrarse, dos intransigencias que dependen de dos visiones distintas y opuestas de lo que es una sociedad democrática. No es para todos chiflar y tomar pinol [bebida de maíz blanco tostado y molido (n.d.r.)], decimos los nicas. De tal manera, los obispos, que actúan como mediadores, suspendieron de forma indefinida el diálogo, orientando la formación de una comisión mixta para buscar consenso a las propuestas que han sido presentadas, para que luego se reactiven las negociaciones. Esta comisión debería ser conformada por seis personas: tres delegados por el Gobierno y tres en representación de estudiantes universitarios, sociedad civil y empresarios.
Mientras tanto, los opositores dieron por fracasado el diálogo y en la tarde del 23 de mayo salieron a las calles en todo el país. Al mismo tiempo, reforzaron los bloqueos callejeros, principalmente en las zonas productivas del norte y el sur. Por otro lado, la Juventud Sandinista (JS), manejada directamente por la sacerdotisa Ubú-Chayo, asaltó masivamente unos tranques. En la entrada a León, en la vía que la conecta con Managua, un estudiante murió por una bala de AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS se llevó a 17 muchachos como rehenes y los mantuvo prisioneros unas horas en el departamental del Frente Sandinista de León. Alguien dice que adentro estaban también tres antimotines. Hasta que intervinieron unos curas y lograron su liberación. No sólo tiene que estar bien planificado un semejante hecho, sino que deben haber sido por lo menos unas cincuenta personas los integrantes del grupo que secuestró a los muchachos. En la práctica es una autodenuncia de ser los mandatarios de las fuerzas paramilitares que no quieren dialogar.
Iguales cosas ocurren más o menos en todo el país, con hombres encapuchados y armados con morteros caseros y pistolas que viajan en SUV de doble cabina y motocicletas, principalmente en las noches. La misma UCA (Universidad Centroamericana) padeció de un ataque con morteros en contra de su edificio principal, en Managua, la madrugada del 27 de mayo. Una rotunda y completa idiotez, demostrando a todas luces la actitud de la Ubú-pareja, el uso y abuso de estas fuerzas paramilitares (o parapoliciales) que sustituyan a la Policía debido a su fuerte descrédito ante las protestas, después de la violencia irracional con la cual actuó y ante la negativa oficial del Ejército de salir a las calles. Hasta hoy en día, ni una de esas personas fue investigada o detenida (unos dicen que muchos de ellos son policías en traje civil).
Por supuesto, a pesar de que comenzó siendo una protesta cívica no violenta y en la idea de la mayoría sigue siéndola, también hay unos grupos de opositores persiguiendo el objetivo del caos por el caos, con quema de camionetas [pick-up (n.d.r.)] y buses de la JS, heriendo de gravedad a militantes sandinistas. Sean unos vagos pagados con unos pocos dólares por la derecha o la Embajada gringa, o sean provocadores, el resultado no cambia: le dan juego fácil a la Ubú-pareja para criminalizar a todo el movimiento.
De tal manera, la posibilidad de una salida pacífica a la crisis que sufre este país desde unos cuarenta días se aleja. Muy a pesar de esa contingencia, parece que las personas realicen sus tareas cotidianas como si nada fuera, sólo quejándose por el alza de los precios de la comida y los servicios básicos.
Y mientras la Ubú-pareja intenta mantenerse en el poder enviando un mensaje de fuerza para acallar la presión popular –que sigue con marchas pacíficas en la capital y en otras ciudades–, Ubú-Daniel se mantiene callado y Ubú-Chayo sigue con sus homilías pacificadoras en las que nadie ya puede creer: “¡Nuestra Fe es nuestra Fortaleza! Nosotr@s sabemos que somos un Pueblo creyente, devoto, un Pueblo sencillo, un Pueblo laborioso, que ha venido fortaleciendo las Rutas de Fe, Familia y Comunidad, los Valores de Familia y de Comunidad, los Valores Cristianos” (24 de mayo).
Tal vez la Ubú-pareja va pensando que de esta forma puedan reintegrarse de nuevo los militantes sandinistas que en las semanas anteriores se alejaron, hasta participar en las marchas de la sociedad civil que el 27 de mayo se realizaron en una decena de ciudades. Por eso van utilizando tácticas dilatorias para cansar al pueblo y tratando de recomponer sus fuerzas, en contra de la lucha cívica masiva que ellos llaman “plaga delincuencial”. Pero esta táctica está conduciendo por el rumbo opuesto: el rechazo del partido que la llevó al poder. El país está dividido en dos. Poco a poco, la gente se da cuenta que este no es el FSLN que combatió en contra de la dictadura somocista, sino es otra cosa, por completo diferente.
Un riesgo más hay que haber bien presente y es muy real: la tentación de aislar a los estudiantes por parte de las otras fuerzas de la llamada “sociedad civil”, puesto que siguen declarando que en su movimiento (Movimiento 19 de Abril) no va a haber injerencias de ninguna fuerza política. En primer lugar, los empresarios reunidos en varios gremios no pueden tolerar a una fuerza que quiere un cambio en lo más hondo de la sociedad –incluyendo a las cuestiones económicas, en un país que es el segundo más pobre del continente–. En segundo lugar, el movimiento campesino, nacido en oposición a la construcción del Gran Canal Interocéanico que iba a transformar el ecosistema del país, por cierto tiene lazos con los partidos de la derecha que aspiran a una revancha. Al final, la misma Iglesia católica –que está actuando como mediadora– no puede aceptar de veras un Estado laico y democrático.
Y hasta el momento, comenzando por la sesión inaugural del diálogo, a pesar de no tener un liderazgo jerárquico (y quizás, por suerte), solamente los estudiantes se enfrentaron con palabras duras y claras al poder político todopoderoso de la Ubú-pareja: “Esta no es una mesa de diálogo, sino una mesa para negociar su salida, porque este es el sentir del pueblo”. Dejando desnuda a la Ubú-pareja, como en el conocido cuento de Andersen.

giovedì 17 maggio 2018

POPULISMO E PSEUDOPOPULISMO IN ITALIA, di Michele Nobile

INDICE: Premessa - 1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana - 2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci - 3. Le innovazioni di Silvio Berlusconi, i rapporti di forza tra le classi e la questione del bonapartismo - 4. La trasformazione delle subculture del Pci e della Dc e il nazionalismo della Lega Nord - 5. Regime berlusconiano o postdemocrazia bipolare? - 6. Lo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo italiano e la postdemocrazia nazionale - 7. Sintesi parziale: senza «un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose», quel che rimane è uno pseudopopulismo impotente

Karl Dietz Verlag Berlin, 2018
Premessa
Fra 2011 e 2013 il sistema italiano dei partiti è entrato in una nuova fase. Non si tratta di una Terza Repubblica perché i guasti prodotti da centro-sinistra e centro-destra rimangono intatti, ma la fulminea ascesa del Movimento 5 Stelle ha cambiato la scena politica istituzionale.
Allo stesso tempo, la base elettorale di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si è quasi estinta: Potere al Popolo! ha raccolto soltanto lo 0,8% dei voti dell’intero corpo elettorale - vale a dire circa 200 mila voti in meno di quanti ne ebbe Democrazia proletaria nel 1976, oppure circa mezzo milione in meno di quelli per il Manifesto e il Psiup nel 1972. Dal punto di vista elettorale si è dunque verificato un arretramento di oltre quarant’anni. Sottolineo questo fatto perché si tratta della tomba definitiva per le prospettive elettorali e di stabile partecipazione al gioco politico nazionale dei partiti della sinistra post-Pci; non ci si può neanche consolare con il risultato di quella costola del Partito democratico che è Liberi e Uguali.
Ci troviamo di fronte a una catastrofe che deve indurre a un ripensamento profondo. Essa non può essere scaricata sulle circostanze esterne o sui rapporti di forza tra le classi sociali. La sinistra italiana non è stata sconfitta nella lotta e non è stata travolta insieme a un movimento di massa. Non si tratta di una sconfitta che, nonostante tutto, si possa onorare nella memoria. Tutto il contrario. Il crollo del consenso elettorale non è altro che la manifestazione di un fallimento complessivo, politico e ancor più ideale. È il risultato di un processo iniziato già prima che il M5S si presentasse nelle elezioni politiche e che si deve innanzitutto al «ministerialismo», il cui culmine - certo non l’inizio - fu la partecipazione al governo Prodi II (2006-2008). Retrospettivamente, quel che nel 2006 poteva apparire come un trionfo - 110 parlamentari eletti tra le fila del centro-sinistra - può ormai considerarsi un punto di non ritorno.
E adesso? Si potrebbe dire che siamo al punto zero, ma non è così. È molto peggio, perché la storia è irreversibile e i guasti profondissimi.
Quando si è raschiato il fondo ci si deve attenere a questo principio, formulato dopo ben altra e terribile catastrofe:
«L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario» [Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia (Juniusbrochure), 1915].
Non è sufficiente un’autocritica superficiale, una condanna del «rinnegato» Bertinotti - che in realtà non ha rinnegato nulla, mentre bertinottismo ed ex bertinottiani vanno avanti, seppur azzoppati - né cavarsela semplicemente appellandosi all’attivismo e al «rimbocchiamoci le maniche». Non è affatto sufficiente atteggiarsi a populisti e «movimentisti» e presentare volti nuovi. I fatti lo dimostrano in modo inoppugnabile. In questo modo si può continuare a vivacchiare tra alterne fortune, ma come nicchia elettorale marginale, entità dedite a una sorta di sindacalismo, circolo di reduci, una delle tribù della società postmoderna.
E non serve nemmeno l’appello all’unità. Unità con chi, e specialmente perché e per cosa? Perché la generosità dello sforzo attivistico individuale e collettivo dia frutti occorre ripensare tutta la cultura politica della sinistra italiana, che a cavaliere dei due secoli ha subìto un’ulteriore, fenomenale regressione. Bisogna avere il coraggio mentale - psicologico e intellettuale - di un’autocritica radicale, totale e crudele. Solo in questo modo si può sperare che il punto zero sia una partenza e non una fine.
Esistono barriere psicologiche e culturali che è molto doloroso abbattere. Realisticamente, sono anche convinto che queste barriere non saranno abbattute fino a quando la protesta sociale rimarrà confinata alle elezioni e a lotte parziali e difensive, pur indispensabili; e sono pure convinto che buona parte dell’attuale militanza di sinistra sia irrecuperabile, perché troppo incrostata da miti e atteggiamenti obsoleti. È per questo che vedo un grande rischio per il futuro: che, se e quando esploderà la protesta della società, le incrostazioni che impediscono la critica e l’autocritica del passato blocchino anche la formazione di quella minima massa critica che possa svolgere un ruolo positivo nel consolidare una sinistra anticapitalistica, internazionalista e libertaria in questo Paese.
Una condizione minima ma necessaria è mettere a punto le categorie analitiche indispensabili alla valutazione della storia dei partiti della Seconda Repubblica: non sulla cronaca, ma sui suoi presupposti e sulla sua evoluzione strutturale, traendone poi tutte le conseguenze politiche. Il testo che segue muove in questa direzione. È utile affiancarlo alla lettura di altri pezzi pubblicati sul blog di Utopia Rossa, troppo numerosi per poterli citare.

1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo la politica italiana ha dimostrato una creatività veramente fuori dell’ordinario, realizzando nuovi primati nazionali ed europei: un processo trasformistico senza precedenti per estensione e qualità; l’invenzione di una pseudonazione - la «Padania» - ad opera della Lega Nord (LN); la creazione del modello esemplare del partito-azienda o partito personal-patrimoniale (Forza Italia - FI - poi Popolo della libertà - Pdl - poi di nuovo FI); la fusione tra un mutante del Partito comunista italiano (Pci) e un mutante della Democrazia cristiana (Dc), che ha generato il Partito democratico (Pd); la prima designazione in Europa del candidato premier mediante elezioni primarie (Prodi, nel 2005); l’utilizzo di elezioni primarie per la scelta del Segretario del partito (ancora il Pd); una serie di governi «tecnici» apartitici e liberisti, ma in effetti sostenuti stabilmente dal centro-sinistra e dovuti alla forte iniziativa del Presidente della Repubblica, tanto da far parlare di regime semipresidenziale di fatto.
Infine, è emerso come primo partito nazionale un «non-partito» originale cresciuto sul Web - e anche negli spettacoli in piazza - basato sul carisma di un bravissimo comico che ha destabilizzato l’assetto bipolare e postdemocratico cui ardentemente aspiravano entrambi i partiti maggiori: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (M5S). Il paradosso del M5S è che si tratta di una rivolta elettorale pseudopopulista contro lo pseudopopulismo dei partiti maggiori.
Tralasciando le varianti minori, il punto è che non c’è più alcun importante partito italiano che non possa dirsi fortemente personalistico e pseudopopulista.
Tuttavia, con queste constatazioni il discorso sul populismo italiano è solo abbozzato. Si pongono diversi problemi. Cosa presuppone e cosa implica quanto sopra per la struttura e la dinamica del sistema politico, e per i rapporti fra lo Stato e le classi sociali? Che rapporto esiste fra le innovazioni della Seconda Repubblica e le caratteristiche di lungo periodo della società? Come si inserisce il caso italiano in un quadro comparativo internazionale? A confronto con i populismi storici, quanto è appropriato l’uso della categoria «populismo» per i partiti italiani? Ovvero, come si pone la particolarità italiana nel processo di trasformazione dei sistemi politici europei nella direzione della «postdemocrazia» (Colin Crouch) o della «democrazia populista» (Peter Mair) intesa come fatto sistemico, in cui cambiano identità e funzioni dei partiti? E quali lezioni si possono trarre dalle vicende italiane?

2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci
Il trasformismo è un fenomeno secolare e ricorrente della storia politica italiana. Già nel 1883 Giosuè Carducci lo caratterizzava così, con parole che ben si addicono alla situazione contemporanea:
«Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo»1.
Nel 1994 Massimo L. Salvadori2 descrisse le due principali forme assunte dalla politica italiana a partire dall’Unità: la prima è la delegittimazione a priori dell’opposizione politica in un clima di «guerra ideologica» permanente, con la conseguente negazione della possibilità di un’alternativa di governo; la seconda consiste nella messa in campo di operazioni trasformistiche o di cooptazione di parti dell’opposizione, come il «compromesso storico» di Moro e Berlinguer negli anni ‘70. In entrambi i casi, il risultato è un sistema politico che rimane bloccato fino alla traumatica crisi organica del regime. Le due forme non si escludono totalmente: all’inizio degli anni ‘60 la Democrazia cristiana fece entrare il Partito socialista nell’area di governo per ribadire l’emarginazione del Partito comunista. Nella Seconda Repubblica, partiti della sinistra italiana hanno a lungo perseguito l’obiettivo della cooptazione.
È straordinaria la quantità di eletti nelle istituzioni che durante la Seconda Repubblica hanno cambiato partito e coalizione. Tuttavia, il fenomeno va ben al di là del trasformismo «molecolare» di singoli individui. Quel che è veramente straordinario - e forse senza precedenti per dimensioni e qualità – è il trasformismo di interi gruppi: «di estrema che passano al campo moderato», scriveva Gramsci3. Nel nostro tempo, il trasformismo fu l’effetto della fine traumatica del sistema dei partiti della Prima Repubblica in seguito alle inchieste giudiziarie di «Mani pulite» nel 1992-1993, il cui senso fu ben compreso da Perry Anderson: «non fu un partito, o una classe, ma un intero ordine a convertirsi esattamente in quello a cui avrebbe dovuto porre fine»4.
Il principe dei trasformisti fu senza dubbio Silvio Berlusconi. Tuttavia, il primo e importantissimo caso di trasformismo di gruppo fu la mutazione del Pci in Partito democratico della sinistra (Pds), fra 1989 e 1991. Il crollo del Muro di Berlino fornì l’occasione propizia, ma il cambiamento della denominazione del partito, la cui esistenza tanto aveva contribuito a fare dell’Italia un caso anomalo nel panorama dei Paesi a capitalismo avanzato, era il risultato della professionalizzazione della politica e dell’integrazione sociale dell’apparato centrale e periferico del Pci in atto da lungo tempo. L’operazione di distanziamento dalla tradizione promossa da Achille Occhetto era anche il tentativo di uscire dal vuoto di prospettive conseguente al fallimento della strategia togliattiana che il partito aveva perseguito per trent’anni, culminata nel breve periodo dei governi di «unità nazionale» ma crollata con la fine del «compromesso storico» con la Dc e la nuova marginalizzazione del partito. Uno dei paradossi della recente storia italiana è che quello che era il più grande e culturalmente agguerrito partito comunista dell’Occidente sia saltato subito a destra, ben oltre la socialdemocrazia classica.
Ho definito fondamentale la mutazione del Pci perché con i nuovi partiti sorti dal suo tronco i salariati persero il tradizionale canale di rappresentazione - sia pur indiretta e distorta – dei loro interessi minimi in quanto classe sociale.
Inoltre, il Pds fu determinante per un fondamentale cambiamento della Costituzione materiale in senso postdemocratico che ha alimentato la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la promozione di capi e di partiti pseudopopulisti: il successo dei referendum di modifica della legge elettorale in senso maggioritario. E il paradosso finale è che attraverso diversi passaggi, dal Pds ai Democratici di sinistra (Ds) e dai Ds al Pd, sul tronco del vecchio Pci sono fioriti - fino a prevalere - personaggi provenienti dalla Dc come Matteo Renzi.
All’operazione trasformistica del Pci seguirono la trasformazione del neofascista Movimento sociale italiano nella moderata Alleanza nazionale; la confluenza di tanti politici e intellettuali dell’ex Pentapartito in Forza Italia ma anche nell’area di centro-sinistra, con la trasformazione in partiti indipendenti delle correnti o «anime» della Dc; la partecipazione ai governi o alle maggioranze locali e nazionali di centro-sinistra di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi.
In astratto, Rifondazione comunista avrebbe potuto essere un surrogato del Pci, ma a questo ruolo si opponevano due fatti. Il primo è semplicemente che il nuovo partito non nasceva in un quadro di conflitto politico e sociale che fosse in qualche misura paragonabile a quello della Resistenza. L’aspettativa maggiore di Rifondazione comunista era ereditare parte del consenso elettorale del Pci per condizionare da sinistra il quadro politico, non per contrapporre ad esso una coerente prospettiva anticapitalistica. E questa è appunto la «tara ereditaria» di Rifondazione comunista: essa nacque incorporando la frazione più tradizionalista e obsoleta della burocrazia del Pci e, con ciò, gli elementi fondamentali della cultura politica togliattiana e ingraiana che in definitiva avevano portato al fallimento storico del partito. Nello stesso tempo, entrando in Rifondazione comunista, quel che residuava dei gruppi della «nuova sinistra» si lasciava confinare entro i giochi d’apparato del partito o perdeva definitivamente quel che un tempo ne aveva fatto qualcosa di relativamente nuovo rispetto al Pci.
Che la presunta «sinistra radicale» italiana non abbia compreso subito la natura del Pds, che non ne abbia fatto un proprio nemico di classe al pari del centro-destra e che per tutta la sua storia abbia avuto il centro-sinistra come stella polare – in nome della lotta al berlusconismo e del «meno peggio» - è la ragione della distruzione delle possibilità di costruire un movimento anticapitalistico in Italia e addirittura, infine, della sua scomparsa come forza elettorale.
Il sistema italiano dei partiti si presenta molto polarizzato, ma la polarizzazione può solo in parte spiegarsi con la dicotomia destra/sinistra; altrettanto se non più rilevante sono state la «mobilitazione drammatizzante»5 pro o contro la persona di Berlusconi e, dal 2013, la polarizzazione fra tutti i partiti e il M5S. La «mobilitazione drammatizzante» è una conseguenza della personalizzazione e spettacolarizzazione della scena politica centrata sull’immagine delle vedettes. Essa tende a prevenire la valutazione razionale delle proposte politiche e dell’azione di governo, ma non è affatto imputabile al solo Berlusconi: considerando l’eterogeneità dei partiti della coalizione di centro-sinistra e la sostanziale convergenza degli obiettivi programmatici fra le due coalizioni, probabilmente la «mobilitazione drammatizzante» è stata più importante per le decisioni di voto a favore del centro-sinistra. In particolare, fino alle elezioni del 2008 ha avuto grande importanza per il bacino elettorale dei partiti a sinistra del Pds-Ds: una trappola psicologica e politica alimentata dalle opportunistiche oscillazioni delle direzioni politiche di questi partiti - che hanno strumentalizzato a fini elettorali l’appoggio ai «movimenti» - puntualmente giustificate dalla logica del «meno peggio» e dall’illusione di poter condizionare la frazione di centro-sinistra dell’imperialismo italiano.
D’altra parte, fra le due coalizioni si sono verificati momenti importanti di «consociativismo», soprattutto – ma non solo - in tema di riforme costituzionali e di legge elettorale, secondo la logica del rafforzamento del potere esecutivo, della concentrazione del potere nelle mani dei vertici dei partiti e di «protezione» dall’ingresso di nuovi concorrenti. E in nome dell’accordo sulle riforme istituzionali il centro-sinistra ha sacrificato la possibilità di legiferare sul «conflitto d’interessi» di Berlusconi.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.