L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

giovedì 8 marzo 2018

POLITICHE 2018: SCOMPARSA DELLA SINISTRA, di Michele Nobile

© Altan
Innanzitutto, i numeri giusti per la giusta finalità
Cosa ci interessa sapere dei risultati delle elezioni politiche? Ovviamente, la distribuzione dei seggi delle Camere fra i diversi partiti, fatto determinante - si presume - della composizione del governo. Il «si presume» consegue dalla possibilità che infine, constatata l’impossibilità o inopportunità di un governo politico, si formi una maggioranza favorevole a un governo «tecnico» o, meglio, tecnocratico, o qualche genere di pasticcio trasformistico. Eventualità da non scartare, visti i risultati di queste elezioni politiche.
Quindi, per il fine istituzionale della composizione delle Camere, della maggioranza e del governo, i numeri da considerare sono quelli forniti dal Ministero dell’Interno e dai mass media, di pronta disponibilità per chiunque. Le percentuali dei partiti sono calcolate sui voti validi.
Se, invece, si considerano le elezioni come una sorta di gigantesco sondaggio sulle opinioni politiche dei cittadini, allora quel che non si deve fare è ragionare a partire dalle percentuali calcolate sui voti validi. Occorre avere la pazienza di ricalcolare le percentuali in rapporto all’elettorato totale, di tutti i cittadini che hanno diritto di voto, astenuti compresi, qui indicati come adv: solo in questo modo ci si potrà fare un’idea corretta della «presa» dei diversi partiti sull’elettorato. Se si compie questa operazione, i risultati possono essere sorprendenti e importanti le implicazioni politiche. Ad esempio, facendo i calcoli sull’elettorato totale, in un passato non remoto sarebbe stato difficile parlare di «regime» berlusconiano, tesi mirante a giustificare la partecipazione di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi ai governi nazionali e locali di centro-sinistra (i valori assoluti e le percentuali del 2018 si basano sui risultati elettorali per la Camera della quasi totalità delle sezioni: nel computo ne mancano meno di cento).

Continua a crescere l’astensione
Occorre tener conto che, a causa del carattere truffaldino delle leggi elettorali che si sono succedute in Italia nell’ultimo quarto di secolo, la rappresentanza parlamentare non riflette il voto popolare: le diverse espressioni del sacrosanto diritto di voto del Paese «reale» elettorale, nel Paese «legale» delle istituzioni non sono rappresentate correttamente, ovvero in modo proporzionale.
La distanza fra il voto popolare e la rappresentanza istituzionale cresce al crescere dell’astensionismo e dei voti non validi (schede bianche e nulle), fenomeno che aumenta ad ogni tornata elettorale. Nel 2013, ad esempio, si astennero dal voto 11,6 milioni di elettori, il 25% dell’elettorato, e 1,6 milioni furono le schede bianche e nulle; nel 2018 gli astenuti sono saliti a circa 14 milioni, quasi il 27% dell’elettorato globale, a cui si devono aggiungere le schede bianche e nulle. Sicché il primo «partito» italiano è in realtà quello dell’astensione. L’astensionismo non è riducibile all’obsoleta figura del qualunquismo.
Chi scrive ha trattato la questione numerose volte, per cui, a questo punto, non posso che ripetermi:
«L’equazione fra astensione e “qualunquismo”, ammesso che nella sua genericità sia mai stata valida - e non lo è stata - risulta obsoleta e inutile quando i partiti diventano organi dello Stato e il Parlamento cessa di essere cassa di risonanza, per quanto imperfetta, del conflitto sociale. Per motivi strutturali l’organo legislativo ora non è altro che la cassa di registrazione di decisioni prese al vertice dei partiti e del governo.
Al contrario, a fronte dell’oligarchia bipartitica, del trasformismo dilagante, dell’ipocrita e ignobile ricatto del “votare il meno peggio”, l’astensionismo è oggi un’elementare misura di difesa della propria autonomia di giudizio etico e politico. È una sana e progressiva reazione alla reale antipolitica, questa sì “qualunquistica”, della politica parlamentare e istituzionale» («I risultati elettorali confermano e accelerano il disfacimento del sistema parlamentare italiano», 26 febbraio 2013).

La crisi del centro-destra
La coalizione di centro-destra arresta la parabola discendente, aumentando i propri voti di 2,2 milioni relativamente alle politiche del 2013 e ottenendone 12,1 milioni - pari al 26% degli adv (37% sui voti validi) - ma nel 2008 ne aveva messi assieme 17 (il 36% degli adv).
Tuttavia il successo - molto relativo - della coalizione di centro-destra è anche un frutto avvelenato: da una parte appare come l’agonia politica terminale di Silvio Berlusconi, che ne è stato il capo e il collante per un quarto di secolo; dall’altra, e al di là del dato di queste elezioni, è improbabile che Matteo Salvini e la Lega possano svolgere il ruolo nazionale che furono di Berlusconi e FI.
Forza Italia ottenne il suo massimo successo nelle politiche del 2001: 10,9 milioni di voti, pari al 22% degli adv (risultato inferiore a quello della Dc in fase terminale, nel 1992: lo ricordo per chi blaterava di «egemonia» o «regime» berlusconiano); nel 2008 il Pdl, fusione di FI e An, ottenne 13,6 milioni di voti (il 29% degli adv), in realtà poco meno della somma dei voti per i due partiti nelle precedenti elezioni politiche.
Con 4,6 milioni di voti, nel 2018 la rinata o mai morta FI perde 2,7 milioni di voti sul risultato del 2013 e ottiene solo il 10% dei consensi sull’elettorato totale.
La Lega, invece, ottiene lo spettacolare risultato di triplicare il risultato del 2013 - ottenendo 4,8 milioni di voti in più - diventando il più forte partito del centro-destra col 12% sugli adv (17% sui voti validi). E sono consistenti i risultati conseguiti dalla Lega nel Mezzogiorno, strani per un partito nato contro i terroni: circa il 10% dei consensi per la Lega vengono da Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, segno che la linea sciovinista anti-immigrati paga, come pure quella del voto di protesta contro i partiti maggiori. Il precedente miglior risultato della Lega - allora Lega Nord - fu nel 1996, quando ottenne 3,7 milioni di voti (il 7,7% sugli adv).
Aspettando analisi più precise dei flussi di voto, ritengo che la crescita della Lega possa attribuirsi in gran parte a un rimescolamento interno all’area centrista, ovvero essenzialmente a flussi in provenienza da FI e dalla lista di Mario Monti che nel 2013 totalizzò 3,5 milioni di voti. Se questo è vero, siamo in presenza di uno spostamento verso destra all’interno dell’area centrista e di centro-destra, ma non di tutte le aree dell’elettorato.
Infine, malgrado il buon risultato nel Mezzogiorno e a meno che non stravolga completamente la propria ragion d’essere, la Lega resta un partito nordista e del Nord. Questo pone limiti obiettivi alla sua espansione elettorale, che - a parte contributi minori nel Centro e nel Sud - può avvenire soltanto nel Nord e principalmente a danno di Forza Italia e dell’area centrista.
Inoltre, seppur politicamente moribondo, è assai arduo immaginare che Silvio Berlusconi ceda le redini del centro-destra; ed è anche difficile immaginare Matteo Salvini come presidente del Consiglio dei ministri. Insomma, è possibile che queste elezioni portino a una lotta fratricida all’interno del centro-destra, il cui risultato finale non è detto sia la conferma o la crescita dei consensi registrati nel 2018.

Il crollo del centro-sinistra e in particolare del Partito democratico, non compensato da Liberi e Uguali
Il Partito democratico nacque come una sorta di realizzazione - pervertita, ma non troppo - del sogno togliattiano: l’unità fra i due grandi partiti popolari italiani, il Pci e la Dc. Nelle sue precedenti incarnazioni degli anni ‘90 del secolo scorso, quando il centro-sinistra governò l’Italia per un tempo pari a dieci volte quello del primo governo Berlusconi, esso fu responsabile di tutte le controriforme di taglio liberistico, godendo per la maggior parte del tempo anche dell’appoggio di partiti a denominazione «comunista». Infine, la grande unità si è risolta nella «democristianizzazione» del Pd, culminata nella figura di Matteo Renzi.
In Italia non abbiamo mai avuto un «regime» berlusconiano, ma una postdemocrazia di cui il centro-sinistra è stato volenteroso costruttore e pilastro.
Si può ben dire che il regime postdemocratico italiano funzioni attraverso la selezione del peggio, a destra e a manca, su tutto lo spettro partitico. È dunque «naturale» che il Pd abbia prodotto la meteorica ascesa di un personaggio come Renzi, che ha effettivamente finito per rottamare il proprio partito. Con 6,1 milioni di voti, il Pd ne perde 2,5 sul 2013 (circa un terzo dei consensi) e dimezza il risultato sul 2008. Calcolato sull’intero elettorato, il consenso per il Pd è ora giustamente sceso al 13% (il 17% sui voti validi), la metà del 25,7% del 2008 (il 33% sui voti validi). La coalizione di centro-sinistra è al 16% degli adv grazie al contributo della sua ala destra, +Europa.
Per quanto in concorrenza elettorale col Pd, chi scrive ritiene politicamente Liberi e Uguali una costola del centro-sinistra dal futuro assai incerto: ottiene il consenso del 2,4% degli adv.

Il successo del Movimento 5 Stelle
Il M5S si conferma il primo partito votato dagli italiani e con 10,7 milioni di voti aumenta il suo consenso di 1,5 milioni sul 2013; sul totale degli adv passa dal 18,5% al 23% (dal 25,6% al 32,7% sui voti validi). Rimane un contenitore dove passa di tutto e ormai anche la via più breve per fare una carriera politica. Ma è chiaro che ha guadagnato voti togliendoli principalmente al Pd, mentre a destra ne ha presi alla Lega (si veda la prima analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo). Il partito di Grillo rimane un fenomeno assai particolare, una rivolta elettoralistica e pseudopopulistica contro la postdemocrazia costruita da centro-sinistra e centro-destra che continua a scombinare le manovre dei partiti di governo, pur avendo scarse possibilità di accedervi.
Intanto è pure un argine al voto di protesta verso i partiti di estrema destra. Ed è ovviamente uno strumento fondamentale per impedire che l’astensionismo diventi la maggioranza assoluta degli adv.

L’estrema destra fascista
Tra Forza Nuova, CasaPound e Fiamma Tricolore, nel 2013 i neofascisti ottennero complessivamente 182.566 voti, pari allo 0,4% degli adv. Nel 2018 la somma dei voti di CasaPound e Italia agli Italiani (Forza Nuova e Fiamma Tricolore) è di circa 437 mila. Si è verificato un raddoppio, che comunque porta il risultato dei gruppi neofascisti solo allo 0,9% dell’elettorato totale. Si tratta di ben poca cosa rispetto agli oltre due milioni di voti che il Msi otteneva normalmente negli anni ‘70-‘80, quasi tre nel 1972. Non è il caso di gridare al lupo. I neofascisti odierni possono essere pericolosi localmente, ma sono irrilevanti per le vicende politiche nazionali. Quel che veramente dovrebbe allarmare gli antifascisti non sono i risultati elettorali dei fascisti, ma i propri.

Miseria della sinistra
Per Potere al Popolo! mi sarei aspettato un risultato migliore: non buono, non da superare lo sbarramento, ma non proprio disastroso. Evidentemente ho sopravvalutato l’immagine dell’attivismo dal basso, perché questo risultato elettorale è una catastrofe senza appello. Ragione vorrebbe che si intraprendesse una riflessione lunga e profonda sulle ragioni del fallimento storico della sinistra post-Pci, ma dubito assai che ciò avvenga. Per farlo bisognerebbe liberarsi anche dello sciovinismo antieuropeista e del nazionalmonetarismo, nonché della simpatia per il paleoconservatorismo di Putin e per il capitalismo cinese.
PaP! ottiene 370 mila voti, pari allo 0,8% dell’elettorato totale. Questo significa un dimezzamento dei consensi sulla lista Ingroia del 2013, la riduzione a un terzo sulla lista Arcobaleno del 2008 e un crollo pari all’87% dei voti ottenuti dalla sola Rifondazione comunista nel 2006 (2,2 milioni di voti, il 4,7% degli adv; ovviamente il crollo del consenso sarebbe più ampio includendo Verdi e Comunisti italiani).
Sull’intero elettorato il sedicente Partito comunista ottiene lo 0,2%, un insulto alla memoria del vecchio Pci; Per una sinistra rivoluzionaria (somma di due gruppi di area trotskoide) ha lo 0,06%. Sono numeri così irrilevanti che la motivazione dell’uso delle elezioni al fine della propaganda rivoluzionaria appare francamente ancor più ridicolo di quanto non lo sia stato in passato.
Ebbene, dopo quarantun’anni o un’intera generazione post-Pci, dopo decenni di elettoralismo, di accordi e collaborazione col centro-sinistra nazionale, regionale e locale, il risultato è questo. Nel remoto 1976 Democrazia proletaria ottenne 557.052 voti, l’1,37% sull’elettorato totale (1,5% sui voti validi), 641.901 nel 1987 - 1,4% sull’elettorato (1,6% sui voti validi) - ultima sua partecipazione prima della confluenza con i rimasugli togliattiani e ingraiani del Pci. Benché ciò possa essere formalmente negato, sappiamo bene che per la sottocasta politica dei forchettoni rossi il termine di paragone del successo è sempre stato, in definitiva, il risultato elettorale; che la partecipazione alle elezioni è per la sinistra un dogma di forza superiore a quello della verginità di Maria per il Santo Padre; e che in nome del meno peggio tutto ciò ha portato a collaborare con il pilastro «di sinistra» della postdemocrazia. Ebbene, valutato col metro che più gli è caro, bisogna necessariamente concludere che la sinistra in tutte le sue componenti è il peggior disastro dell’intero sistema politico italiano. Si è verificata una regressione epocale non solo in termini elettorali, ma prima e più di tutto in termini di soggettività politica.

martedì 6 marzo 2018

¡OH FEMINISMO, CUÁNTO REVUELTO HAY EN TU NOMBRE…!, por Nechi Dorado

Muchas cuestiones giran en torno al Paro Internacional de Mujeres convocado para el 8 de marzo, al que adhiero por considerarlo importantísimo aunque con algunas diferencias, porque percibo que está todo demasiado embrollado.
Un estandarte que debería mantenerse firme –porque la situación así lo exige– desde algunos sectores se desvirtúa, y demasiado para mi gusto; convengamos que son varios los movimientos feministas que se despliegan y, aunque parezca mentira, diferentes son las concepciones.
Hace unos días escuché a una mujer por televisión, invitando al paro y diciendo con una seguridad absoluta, casi como si fuera una verdad revelada: “Que ese día los padres queden al cuidado de los niños y las que no tienen marido que los dejen con la abuela”.
Yo no podía creer ese argumento y pregunto, para algún sector que sea en lucha por los derechos de la mujer –que realmente están tan demorados–, ¿las abuelas no somos mujeres, ese día nosotras sí tenemos que seguir criando?
Y me quedé pensando, además, ¿por qué las mamás no deberían atender a los niños ese día: acaso nos sentimos explotadas por ellos?
O, ¿por qué las mamás no pueden marchar con sus hijos, si sería eso uno de los mejores ejemplos para inculcarles, desde pequeños, que los derechos cuando son avasallados se exigen en las calles? No se ruegan ni se espera que caigan del cielo. Madres en lucha son maestras de la vida, nada nuevo en lo que digo.
No son los hijos los que nos ningunean: es el sistema, muchachas –a ver si lo tenemos claro de una buena vez–. Tampoco todos los hombres son explotadores, femicidas y acosadores, así como no todas las mujeres son abusadoras ni se basan en conceptos como escuché varias veces por ahí de algunas mamás, diciéndoles a sus hijas: “buscate un boludo que te mantenga”, cosa que así hizo la niña cuando creció… Y el 8M algunas aseguraron asistencia.
Los poderes dominantes tiene la propiedad del desvirtúe, generando divisiones y echando por tierra un concepto que es maravilloso además de imprescindible: la lucha por la igualdad de género. Y la igualdad es eso: igualdad, no dar vuelta la historia según nos convenga para pasar a tener el dominio absoluto que tanto decimos repudiar.
Quiénes se encolumnan detrás de las “propuestas del sistema” –como algunas ONG de las cuales ya sabemos cuál es el origen de sus financiamientos– no son sino mujeres confundidas que al final terminan siendo utilizadas por ese mismo sistema que las impulsa a deslegitimar luchas heroicas, que costaron tantas vidas a lo largo de la historia del mundo.
Creo que nos urge un debate más profundo que apunte al ojo del callo que enquistó un sistema nocivo, genocida y que sigue con su proyecto, desarticulando hasta los fines más nobles que pueda exigir el ser humano, y lo hace con una seguridad que espanta.
Por eso este “8M Paro Internacional de Mujeres” me parece perfecto que haya compañeros que quieran sumarse a la masa de mujeres movilizadas contra una sociedad patriarcal, cuya columna vertebral se encuentra en las iglesias que siguen considerando que somos el resultado de una costilla del hombre.
Iglesias que jamás tuvieron en cuenta que ese hombre se alimentó de nuestras tetas, mucho menos consideraron que gracias a su sentencia “parimos los hijos con dolor”, tal vez porque el hombre ya no podía perder más costillas…
Iglesias que jamás se manifiestan contra los femicidios y que muchas veces, a través de representantes, justificaron violaciones de niñas no quedando exentos de actos aberrantes muchos niños.
Muchas veces dije –y hoy sostengo en vísperas del 8M– que no me autodefino como feminista por considerarlo una redundancia: soy mujer comunista. Y no me vengan a decir, como escuché por ahí en medio de una maraña en un ovillo de incoherencias, que hay comunistas machistas.
No, compañeras: ser comunista es defender desde las vísceras la igualdad en todas sus formas y expresiones, tratando de aniquilar la supremacía aunque a veces, demasiadas, venga de otra mujer. Ejemplos sobran.
Marchemos juntas y juntos este 8M –madres, abuelas (cómo que no), compañeras, compañeros, hijos, hijas–, porque este sistema nos está pasando por arriba a todos y a todas.
Uno de los íconos mundiales del feminismo, Alexandra Kollontái (1872-1952), expresó:
“¿Cuál es el objetivo de las feministas burguesas? Conseguir las mismas ventajas, el mismo poder, los mismos derechos en la sociedad capitalista que poseen ahora sus maridos, padres y hermanos.
¿Cuál es el objetivo de las obreras socialistas? Abolir todo tipo de privilegios que deriven del nacimiento o de la riqueza. A la mujer obrera le es indiferente si su patrón es hombre o mujer”.
El 8M todas y todos autoconvocados contra:

• los femicidios (en 2017 se registraron 292 asesinatos de mujeres en la Argentina. Es decir que una mujer fue asesinada cada 30 horas en el país durante el año pasado);
• la brecha salarial;
• el aborto bajo la consigna: “Educación sexual para decidir, anticonceptivos para no abortar, aborto legal para no morir”.

Pero sobre todo no permitamos que este sistema excluyente siga planteándonos diferencias con el solo fin de quebrar todo principio de organización. No tengamos dudas de que si hay algo que preocupa a los tiranos es la unidad en idea y pensamiento, en actos y acciones.

mercoledì 28 febbraio 2018

ERDOĞAN’S NEO-OTTOMANISM AT A DANGEROUS TURNING POINT, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

© TIME Magazine/Marco Grob
It is not being dealt with by major media, but there appear to be new and dangerous winds of war about to blow in the eastern Mediterranean.
On October 15, 2016, in a speech at the university that (modestly) bears his name, the Turkish president outlined some lines of his new foreign policy, announcing the intention to regain territories lost by the Ottoman Empire following defeat in the First World War, with specific reference to Western Thrace and the Dodecanese, all areas belonging to Greece, in theory an ally of Turkey in NATO.
In December 2017 he was echoed by the head of the secular neo-Kemalist opposition, Kemal Kılıçdaroğlu, leader of the Republican People’s Party (CHP), who announced that Turkey would invade eighteen Greek islands in 2019 – as then Prime Minister Bülent Ecevit had done with Cyprus in 1974 – stating that “there is no document” demonstrating that these islands belong to Greece. This was to happen – and here lies the gravity of the situation – if his party (apparently Social Democratic) were to win the next elections.
Another sign came in Erdoğan’s speech on February 17 at a congress of his party (AKP) held in Eskişehir. Speaking of the military action against Syrian Kurds, he proclaimed:
“Those who think that we have erased from our hearts the lands from which we withdrew in tears a hundred years ago are wrong. We say at every opportunity we have that Syria, Iraq and other places in the geography [map] in our hearts are no different from our own homeland. Wherever the call to prayer is understood, we fight so that we do not brandish a foreign flag. What has been done so far is nothing compared with the even more imposing attacks that we expect for the coming days: God wills it!”.
Then, on his recent visit to Athens, Erdoğan had addressed – albeit only at the diplomatic level – the problem constituted by those Aegean Islands situated near Anatolia that the Treaty of Lausanne of 1923 had assigned to Greece, expressing the need for a review of that agreement.
In the meantime, it is worth noting, the final touches were being put to the sale to Turkey of the ultramodern Russian S-400 anti-missile system, an initiative highly criticised by NATO also because it is not compatible with other weapon systems used by the Atlantic Alliance.
It should be recalled that the Treaty of Lausanne – replacing the previous Treaty of Sèvres, which had been degrading for what remained of the Ottoman Empire – recognised the reconquest of the whole of Anatolia by Kemalist forces, and that in view of this the attribution to Greece of the now contested Thracian islands and territories was acceptable.
It was also a sort of sop to Athens, ruinously defeated by Atatürk after being installed with British support in the area of Smyrna, in the crazy dream of partly rebuilding the Byzantine Empire (it was the so-called Megali Idea).
The worrying episodes that form part of this pre-war climate are not lacking, and the recent confrontation in the Aegean between the Greek offshore patrol vessel 090 Gavdos and the Turkish patrol boat Umut was only one element of the series. On July 28, 2017, for example, a Turkish CN-235 spy plane was intercepted by the Greeks, and shortly afterwards, on August 12, eleven Turkish F-16 planes trespassed in Greek air space over a twelve-hour period, resulting in thirteen occasions on which as many Greek planes engaged in interception. The trespassing took place in the skies of Limnos, Lesvos, Samos and Chios.
That belligerent revanchist intentions also rub off on the Turkish opposition is serious both in and of itself, and because the neo-Kemalists would be expected to have it clear why Atatürk had warned several times not to make enemies on the borders: the good and security of Turkey.
Today, Ankara’s troops (and as many enemies) are outside the borders of the Turkish Republic in the occupied part of Cyprus, northern Syria and Iraq.
In the Iraqi area of Mosul, Turkish troops are present once again without the permission of the Baghdad government, which in fact speaks of invasion. In the Mosul region, according to former Greek Chief of Staff General Fragkos Fragkoulis, Turkey intends to secure access to Iraqi oil. Would it be a surprise if, sooner or later, Erdoğan were to claim (perhaps resorting also to military action) the entire territory of the former vilayet of Mosul, to which Kemalist Turkey effectively aspired but which was assigned to Iraq by British will?
At this point the current operation in Syria presents disturbing connotations, which could lead to international complications and bloodshed. The problem is to understand against whom the “imperial” intentions of Erdoğan are really directed.
It is now so evident that the doors of Europe are closed for Turkey that the majority of Turks themselves have stopped taking it into account, and perhaps – with the Islamist wind that is blowing – they no longer want to enter.
Another example of how political myopia strikes “indirectly”: if instead of closing up (hypocritically, without saying so) into racist xenophobia and paranoid anti-Islamism – yet having a higher, clearly deficient cultural level – European leaders had taken the opportunity to allow that country in when the assertively “moderate” Muslims still did not have power, today we would perhaps have a different situation and different problems.
And probably the AKP could have counted on one less card: dangerous wounded Turkish pride, which inevitably falls back on the old saying: “the Turk has no friend but the Turk”.
Today Erdoğan, whose popular consensus does not seem to have waned, is angry with so many: Germany, the European Union, NATO and the United States, partly because of the failed coup against him – most likely triggered by his Western “allies” – and with the addition that archenemy Fethullah Gülen continues to live peacefully in the United States. It cannot be ruled out that the hostile attitude towards Greece is part of a plan to create difficulties for NATO, of which both countries are part.
An article recently appeared in the Turkish newspaper Yeni Şafak (perfectly aligned with Erdoğan) which, while on the one hand it increased Greek concerns, on the other may provide elements of interpretation. Its author, İbrahim Karagül – an AKP “hardliner” considered the President’s unofficial spokesperson – writes that Erdoğan’s latest move follows the persistence of Western ambiguities and especially of the United States, false friend of Turkey and accomplice of the Kurdish enemy.
At this point, once the country had reunited around him, he would lead it to a new “war of independence” (after that of Atatürk), having all those who dared not to follow him classed as traitors of their country. In theory there could be neo-Kemalists among them, and perhaps (stressing perhaps) this would explain Kemal Kılıçdaroğlu’s “putting on a fierce face”. But this is not necessarily the case, because Turks are very sensitive to hyper-nationalist contagion.
On the fringes there are Erdoğan’s nods to Russia, being understood that in Moscow it is well known how unreliable the Turkish president is. But he is not behaving well even as far as Russia is concerned, as shown by the “Olive Branch” operation, which can also be seen as part of a broader strategy in which the neo-Ottoman dreams of Islamic “moderate” Erdoğan can turn into a nightmare for others.
Recent events on the battlefield of Afrin make the possibilities of an extensive confrontation between Turkish and Syrian troops anything but unrealistic.
Since it does not appear that the recent mass purges in the armed forces have reinforced its efficiency, if Syria reacts with the aid of Moscow, Erdoğan could end up calling on NATO for help, regardless of having previously pontificated that the obligations of the Atlantic Alliance do not extend to the Near East.
The Russians have so far maintained a cautious attitude, but as a successful ally of Assad they could not lose face by leaving the field open to Turkey. The fact is that it would not be Turkey that had been attacked – bearing in mind that the fighting is in Syrian and not Turkish territory –, but it would not be strange if, by turning the tables, Erdoğan were to argue (in the Israeli way) that his was a preventive action to prevent Kurdish aggression.
The Turkish President proves to be a good student of the US school of international politics – under which, when it is convenient, international law is waste paper – in the uninhibited violations of other countries’ borders, as shown by the case of armed intrusion in energy exploration in the sea around Cyprus, a sovereign country and member of the European Union, at whose door Erdoğan pretends to keep knocking.
For several days, Turkey has blockaded the drilling vessel Saipem, chartered by ENI and duly authorised by the Cypriot government, citing completely unfounded claims based on international treaties.
The 1982 Treaty of Montego Bay establishes that the sovereignty of a State extends up to 12 nautical miles from its coast; however for the specific case of the exclusive exploitation of minerals and hydrocarbons it is extended to the whole of its continental platform, to be understood as the natural extension of landmass until it is at a more or less constant depth before sinking. But arrogance always pays.
And the poor and crippled Greece, left high and dry by the European Union? It has asked the United States for protection! In fact, its right-wing Minister of Defence, Panos Kammenos, has offered the Americans new bases in the Aegean; this is a risky move given the high rate of Washington’s betrayal of its allies in their moment of need, and then because it was done precisely to infuriate the Turks.
At the worst, hope costs nothing, but in this case what the object of hope might be is not clear. Hope for Turkey getting bogged down in Syria? But even if that were the case, can we be sure that Erdoğan would not seek revenge on the very weak Greece?
Hope that, in the meantime, he will satisfy his imperial appetites in the Near East? Apart from the fact that it does not go without saying that this will happen, nevertheless, even if it were to happen, there is no guarantee that his imperial appetite would be satisfied, especially if he were really intent on reconquering former Ottoman territories lost in the Near East and Europe.
A seemingly insane design, but considering all the factors in the field – including the tried and tested unwarlike nature of the various players – it is not certain that it really is, even if the consequences would be insane.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.