L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

domenica 2 ottobre 2011

EDUCARE ALLA LIBERTA’ (IV E ULTIMA PARTE), di Alessandro Gigli


La scuola

Le scuole democratico-libertarie basano la loro esistenza su 3 concetti base:
1)      le lezioni come scelta
2)      la costruzione di regole condivise
3)      l’assenza dei voti

1) le scuole democratico-libertarie accolgono abitualmente bambini e ragazzi, di entrambi i sessi, dai 3 ai 18 anni. L’idea centrale attorno alla quale tali scuole prendono forma è di offrire ai ragazzi la possibilità di scegliere se frequentare le lezioni o no.  Alla base vi è il presupposto secondo cui le attività scolastiche sono un’offerta e non un obbligo. Questa scelta, in forte contrasto con tutto ciò che abitualmente associamo alla scuola, si basa sulla profonda convinzione che ogni bambino sia competente. Non si parla quindi solo di disciplina, ma soprattutto di autodisciplina, mentre il percorso di apprendimento diventa una scelta e non la risposta alle aspettative di qualcun altro (il genitore, la società, gli insegnanti e così via). Le scuole democratiche, quindi, propongono e sostengono l’importanza della libertà di scelta nell’apprendimento perché è un passaggio fondamentale per la costruzione dell’autostima. L’assenza di imposizioni porta a scoprire una motivazione intrinseca nei ragazzi, talmente forte da spingere ad imparare con gioia e a non dimenticare più ciò che si è appreso, consentendo di collegare teoria e pratica anche nel quotidiano. In una scuola democratico-libertaria, gioco libero, lettura libera e conversazioni libere costituiscono alternative alle lezioni e vanno considerate di pari valore educativo. Si ritiene infatti che esse stimolino i diversi aspetti dell’intelligenza o ,meglio, le intelligenze multiple. L’assenza di obblighi per quanto riguarda l’apprendimento e l’organizzazione del tempo trascorso a scuola non significa mancanza di regole e disciplina, tutt’altro.
2) Nelle scuole democratico-libertarie il numero di regole da rispettare è molto alto e l’autodisciplina di ogni ragazzo sorprendente. Le regole vengono proposte, discusse e votate da studenti e insegnanti nel corso di una riunione comune. Si tratta di un’assemblea a cui partecipano tutti i soggetti della scuola, inclusi i genitori, che per motivi lavorativi tendono invece a non essere presenti. Ciò che viene votato ha valore per tutti e ogni persona presente ha diritto ad un voto e ogni voto, sia esso espresso dagli insegnanti o dagli alunni, pesa in eguale misura. Ogni assemblea è gestita da un moderatore scelto tra gli studenti a rotazione tra coloro che si sono resi disponibili. Il moderatore presenta un ordine del giorno elaborato tenendo conto delle mozioni raccolte durante la settimana tramite apposite schede di cui tutti possono usufruire. I regolamenti possono essere cambiati o rivisti se, con il passar del tempo, risultano inadeguati o insoddisfacenti. La scelta di attribuire eguale valore al voto degli insegnanti e degli alunni, si basa sulla convinzione che tutti fanno parte della stessa comunità e lavorano per raggiungere i medesimi obbiettivi: fare esperienze, imparare e crescere. E’ molto interessante osservare come i bambini imparino a presentare delle proposte che nascono dai loro bisogni e non dal desiderio di compiacere un insegnante o di farsi belli di fronte alla classe. Che cosa accade se qualcuno non si attiene alle regole ratificate dall’assemblea? In questo caso entra in gioco il secondo strumento democratico, ovvero il comitato di giustizia, che può intervenire come parte dell’assemblea oppure come organo indipendente. E’ un organismo composto dai ragazzi stessi che, a rotazione , rivestono questo ruolo. Si tratta di un gruppo di alunni che, con la supervisione di un insegnante nelle vesti di uditore, ascoltano con serietà e pazienza le parti interessate, cercando di farle riflettere e di far capire le motivazioni reciproche. Solo nei casi più complessi o in presenza di recidivi, si attivano delle punizioni. Le punizioni possono consistere nell’obbligo di pulire i vetri di alcune aule della scuola oppure di fare un turno di due ore in cucina per la preparazione del pranzo o, ancora, nel divieto di giocare al computer per una settimana. La centralità dell’assemblea e del comitato di giustizia si riflette nel nome stesso di scuole democratiche. In questi laboratori di apprendimento la democrazia non si studia e non si frammenta all’interno della routine scolastica, ma la si vive e la si mette in pratica nella strutturazione complessiva dell’esperienza.
3) Un altro elemento che accomuna le diverse scuole democratico-libertarie è l’assenza dei voti. Questa scelta è condivisa da numerosi metodi pedagogici alternativi a quello istituito dal curriculum statale. Scrive a questo proposito don Milani : “dopo un mese della vostra scuola (quella statale) l’infezione aveva preso anche me. A scuola durante le interrogazioni sentivo il cuore fermarsi. Auguravo agli altri quello che per me non volevo. Durante la lezione non ascoltavo più. Pensavo già all’interrogazione dell’ora seguente (…). A casa non mi accorgevo se la mamma stava male. Non domandavo notizie dei vicini. Non leggevo il giornale. La notte non dormivo.”
I voti generano spesso ansia e confusione perché inducono a misurare il proprio valore di persona. In famiglia, nel gruppo di amici, nella società si è instaurata una sorta di identificazione più o meno evidente tra voto e riconoscimento. Nelle scuole democratiche , invece che sul voto, si pone l’accento sul percorso d’apprendimento che ogni ragazzo ha intenzione di svolgere. Ogni scuola adotta proprie modalità per rappresentare l’osservazione, le trasformazioni e lo sviluppo costante dell’apprendimento. In alcune realtà i ragazzi si incontrano ogni settimana con un insegnante-tutor che li aiuta ad analizzare e valutare i progressi ottenuti a scuola. A fine anno le famiglie ricevono una lettera dello stesso tutor in cui viene raccontato il processo di crescita relazionale, sociale e di apprendimento del figlio. Questo metodo previene l’instaurarsi di una competizione distruttiva tra i ragazzi perché ognuno è consapevole di seguire un proprio percorso che non è valutato né migliore né peggiore di quello di un altro, ma viene cucito addosso ad ognuno. Alle lezioni, quindi, partecipano bambini e ragazzi in base al loro livello di preparazione e non all’età. In tal modo scompare il concetto di un determinato programma da svolgere in uno specifico momento evolutivo dell’alunno. Questo approccio determina che, oltre agli insegnamenti tradizionali come italiano, scienze, matematica, geografia, storia ecc. facciano parte della scuola anche altre proposte: educazione ambientale, cura di un orto, espressione corporea attraverso il gioco, la danza e il teatro, laboratori artistici-artigianali che utilizzano l’argilla, il feltro, il legno.

(Questo brano è tratto dal libro Liberi di imparare, di Francesco Codello e Irene Stella, aam terranuova edizioni)

Conclusioni personali

All’inizio della mia “carriera” d’insegnante avevo già in mente un tipo di scuola e di rapporto con i ragazzi molto differente: non mettevo mai i voti, decidevo con loro il lavoro, tenevo conto dei loro desideri, non punivo e cercavo di non esercitare mai alcun tipo di autorità. Era la fine degli anni ‘80 e non m’interessavo di politica né tantomeno conoscevo la pedagogia libertaria: era tutto spontaneo. Da qualche anno sono venuto a conoscenza di tali tipi di scuola e ne sono rimasto stupefatto… Avevo trovato le basi etiche, pedagogiche e ideologiche che giustificavano il mio modo d’insegnare facendomi sentire più forte e sicuro. Ma io lavoro nella scuola statale e qui cominciano i dolori, i tentennamenti, i dubbi, i turbamenti e anche le sconfitte e i problemi (tanti) soprattutto con i dirigenti scolastici ma anche con i colleghi, i genitori e gli alunni, questi ultimi abituati ormai ad agire solo sotto la pressione di comandi e imposizioni dall’alto. Adottando metodi libertari spesso, ma fortunatamente non sempre, mi trovo a non essere capito dagli alunni che confondono libertà con licenza e così facendo credono che nelle mie ore tutto sia lecito. E’ capitato così che mentre con alcune classi (soprattutto le Prime della scuola media) tutto filava liscio, con altre (specialmente le Terze della scuola media) la vita scolastica era disordinata e caotica costringendomi purtroppo a metodi più tradizionali e quindi più autoritari. Perché con le prime classi era possibile mentre con le terze spesso no? Credo che, secondo la mia esperienza, quando ancora sono poco scolarizzati, con meno anni alle spalle, i ragazzi e le ragazze conservino una mente più libera, una maggiore voglia di sperimentare e un desiderio di riuscire a tirar fuori il meglio di sé sotto la guida responsabile di un insegnante- facilitatore, non padrone, mentre, arrivati in terza media l’abitudine a ubbidire a comandi e regole decise da altri prende il sopravvento, spegnendo quella vivacità intellettuale e quella disponibilità a sperimentare che invece rimane viva i primi anni della scuola secondaria. Ho vissuto esperienze bellissime lo scorso anno in un piccolo paesino di provincia con classi poco numerose e colleghi disponibili, mentre, quest’anno in una città più grande e problematica con classi molto affollate e un clima da caserma mi trovo molto peggio e sto rischiando di non essere né capito né accettato, soprattutto dai più grandi abituati da troppo tempo ormai ad ubbidire solo agli ordini degli adulti. Anche il rapporto con i colleghi e soprattutto con il dirigente scolastico ha un peso molto forte nel riuscire a mettere in atto metodi educativi sperimentali e soprattutto alcuni dirigenti non ne vogliono sapere né di educazione democratica né di metodi non autoritari.
Il problema più grande non solo nella scuola ma nella società è la paura: paura di tutto ciò che è diverso, innovativo, che infrange tabù, regole e status quo e tale paura si trasforma in chiusura degli occhi e delle orecchie anche se si capisce che la strada vecchia è dissestata e non porta in una giusta direzione, cioè, quella di far uscire dal percorso scolastico veri cittadini attivi a capire prima e trasformare poi un mondo completamente sballato, ingiusto, non libero e assolutamente non democratico. Comunque lotterò per far conoscere le mie idee e le modalità di educazione libertaria perché credo con tutte le mie forze che se non si cambia alla radice sia l’educazione in famiglia sia a scuola, cresceranno solo ragazzi e ragazze pronti a sottostare alle regole sociali loro imposte senza nessuno slancio di cambiamento e miglioramento. Non dobbiamo educare dei sudditi ma dei cittadini autonomi, responsabili, liberi e felici.


domenica 25 settembre 2011

TORNARE ALLA LIRA E CANCELLARE IL DEBITO?, di Michele Nobile


Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo

di Michele Nobile
(in base a discussioni e riflessioni svoltesi nella redazione di Utopia rossa) 

1. Due diverse prospettive politiche nella lotta contro l’«austerità».

Per necessità di sopravvivenza e senso di giustizia i lavoratori avvertono di non essere responsabili della crisi economica e di non doverne pagare i costi. È per questo motivo, dettato da un sano istinto di classe, che essi lottano contro le inique misure d’«austerità» del governo e rifiutano di pagare i costi del debito dello Stato, ora in gran parte conseguente dal salvataggio delle banche private.
Battersi contro l’«austerità» è però cosa molto diversa dal rivendicare che lo Stato capitalistico azzeri o «cancelli» i propri debiti con terzi, quali banche private, governi esteri, agenzie internazionali.
Quando lottano contro l’«austerità», i lavoratori affermano la propria autonomia come classe a fronte dello Stato capitalistico e dei padroni, nazionali ed esteri. Così facendo, infatti, essi si oppongono a un ulteriore tributo effettuato dallo Stato e destinato a finire nelle borse dei capitalisti e al circuito finanziario internazionale.
Se invece si rivendica che lo Stato «cancelli» i propri debiti, allora non si fa altro che attuare una versione «in grande» della logica per cui i lavoratori avrebbero interesse a difendere la «loro» impresa contro la concorrenza di altre imprese capitalistiche e dai creditori della stessa. Quel che un onesto sindacalista e l’istinto di classe trovano inaccettabile sul piano microeconomico aziendale, sembra invece essere diventato improvvisamente accettabile sul piano macroeconomico del debito statale: si crede di difendere gli interessi dei lavoratori, ma in realtà si «difende» lo Stato capitalistico dai suoi creditori. Il fatto è che la crisi economica è la crisi dei capitalisti privati e dello Stato capitalistico, entità socio-politiche del tutto separate dal mondo del lavoro fisico e mentale. Ragion per cui come i salariati non hanno alcun interesse a sacrificare la propria autonomia sindacale e politica per mettere il naso nella competizione intrapadronale, allo stesso modo essi non hanno alcun interesse a intrufolarsi nelle beghe tra governi, banche internazionali, istituzioni europee, Fondo monetario ecc. Rivendicare la «cancellazione» del debito, però, è proprio questo, con l’aggiunta di un pericoloso sentimento sciovinistico e nazionalistico.
L’autonomia di classe a fronte del «proprio» Stato e della propria borghesia è condizione per la solidarietà internazionale tra lavoratori. Inversamente, dalla difesa del «proprio» Stato capitalistico dai creditori esteri consegue che i creditori esteri dovranno «rifarsi» con i «loro» lavoratori, ovviamente con l’aiuto dei loro rispettivi Stati capitalistici: alla faccia dell’internazionalismo proletario di antica memoria…
Non dubito delle buone intenzioni di chi propone di cancellare il debito; ma, obiettivamente, abbiamo sul campo due opposte logiche politiche: una punta a determinare e rafforzare l’autonomia di classe contro lo Stato capitalistico, l’altra tende a identificare l’interesse di classe con quello dello Stato; l’una è orientata in senso internazionalistico, l’altra è implicitamente nazionalistica, e lo è per giunta all’interno di uno Stato imperialistico (italiano, nella fattispecie).

2. Gli appelli per «cancellare il debito» e «uscire dall’euro», tra nazionalismo e confusionismo.

Nel caso dell’appello per l’assemblea di Chianciano, i cui obiettivi sono «fuori dal debito! fuori dall’euro!», il nazionalismo è tanto chiaro quanto confuse sono le prospettive politiche. 
Vi si legge infatti che cancellare il debito è necessario per «la rinascita dell’Italia, per rilanciare l’economia produttiva, pubblica e privata»: dove, ovviamente, la «rinascita» di cui si parla non può che essere quella dell’economia capitalistica italiana (l’unica al momento esistente in Italia). Che se ne sia consapevoli o meno, ci si atteggia in tal modo a consiglieri della borghesia, le cui capacità di comprendonio si devono presumere, nonostante la sua plurisecolare esperienza e la conquista del mondo, gravemente limitate (chiaro erroe di prospettiva, che porta a sottovalutare la capacità di analisi e di azione dell’avversario). Ma, forse per placare un rimorso di coscienza, s’aggiunge: «per gettare le fondamenta di un nuovo ordine sociale».
In questo appello si chiede anche di «tornare alla lira», come se la lira fosse un qualche feticcio meno capitalistico dell’euro. O forse si pensa che in una società integralmente monetaria come quella capitalistica «l’economia produttiva» possa essere separata dal finanziamento dell’investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale?
In una società capitalistica la moneta è sempre un rapporto sociale, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato, non un «oggetto» neutro. Scambiando l’euro con la lira si avanza verso il socialismo quanto giocando alle tre carte in una pubblica piazza.
L’appello per Chianciano ha un merito, anche se assai discutibile: è più esplicito e più coerente di quello dell’assemblea romana del Primo ottobre, indetta da Cremaschi e da fette della ex estrema sinistra (da tempo inserite nella logica del sistema parlamentare capitalistico) sotto lo slogan generico «Dobbiamo fermarli». Leggendo attentamente, si vede che il nocciolo di questo secondo appello è «non pagare il debito», ma esso si trova annegato in una lista di obiettivi, molti dei quali - in astratto e presi singolarmente - sono giusti e condivisibili. Forse si pensa che pretendere di non far pagare il debito allo Stato e a determinati settori di borghesia italiana possa conferire unità all’insieme degli obiettivi e costituirne un’efficace sintesi politica? Questa pia illusione è invece una vera disgrazia in campo ideologico. Per fortuna, grazie alla sua irrealizzabilità, essa non può avere però conseguenze pratiche (allo stato attuale delle cose e dati gli attuali rapporti di forze).
Occorre decidere tra lottare contro l’offensiva padronale e governativa lasciando alla Casta politica italiana il compito di regolare i suoi (propri) conti con l’oligarchia internazionale; oppure finire col fungere da involontari e indesiderati «sindacalisti» dello Stato italiano presso i suoi creditori. Mi auguro che tale contraddizione venga risolta positivamente, perché l’obiettivo della «cancellazione» del debito distoglie da altri compiti di lotta sociale, più necessari e fecondi, introducendo anche una distorsione politica. Anticapitalismo e antistatalismo devono marciare insieme.

Il manifesto per l’assemblea romana tace sull’uscita dall’eurozona. Ma se si rivendica la cancellazione del debito dello Stato non se ne possono ignorare le conseguenze, e questa è la maggiore, perché (sempre in astratto) se non si pagano i debiti si viene espulsi certamente dall’area dell’euro e dalla Ue (ma probabilmente non dalla Nato, dove si potrebbe continuare ad avere un ruolo “costruttivo”).
È mia convinzione che rivendicare l’uscita dall’eurosistema (in pratica il ritorno alla lira, che piaccia o no) e la cancellazione del debito sia errato e controproducente: il velleitario surrogato di una controffensiva popolare che non c’è e che se prendesse corpo andrebbe indirizzata verso altre mete, più realistiche, concrete, meno ambigue e contrapposte agli interessi “nazionalistici” dello Stato e della borghesia italiana.
Chi rivendica la fuoriuscita dall’euro e la «cancellazione» si pone di fatto come consigliere della classe dominante circa il modo migliore, ovviamente più «sociale» o di «compromesso», per uscire dalla sua crisi. Ma questa classe sa benissimo e da moltissimo tempo come fare i propri affari e risolvere le proprie crisi. È certamente un modo doloroso e contraddittorio, perché la borghesia è rigorosamente e duramente classista: non per nulla è la classe dominante, la classe egemone.

3. Ma chi e come dovrebbe «cancellare» il debito e rompere con l’euro?

Rivendicare la «cancellazione» del debito implica quasi certamente l’espulsione o l’uscita dall’eurosistema. Di questa possibilità e delle sue conseguenze occorre essere ben consapevoli, se si vuole mantenere i piedi ben piantati sulla Terra.
Osservo innanzitutto che nessun governo può semplicemente tirare un frego rosso sul debito e allegramente «cancellarlo» in toto (questo è il motivo per cui impiego le virgolette). Anche un governo socialista dovrebbe specificare i termini della «cancellazione»: ciò sia per giustizia nei confronti dei lavoratori-risparmiatori, nazionali ed esteri, sia perché, a meno che non ci si metta nella prospettiva dell’autarchia alla Enver Hoxha e del «socialismo in un solo paese», occorre pure contrattare con governi e capitale estero. Ovviamente, il governo di un’economia socializzata, tanto più se avanzata, contratterebbe da una posizione enormemente più forte di quello di un’economia capitalistica, e ben diversi sarebbero gli scopi.
Uscire dall’eurosistema o «cancellare» il debito sono misure che, a loro volta, concorrono a creare nuove condizioni nelle quali condurre un qualche tipo di politica economica.
La mia vaghezza è qui deliberata, perché per uno Stato ci sono diversi modi di dichiararsi insolvente (di fare default) e di uscire dall’euro, alcuni dei quali decisamente sgradevoli per i lavoratori, per essere eufemistici, e invece relativamente convenienti, almeno come male minore, per la classe dominante, settori della quale potrebbero vedersi sgravati da una sorta di ipoteca. Proprio per questo motivo, e se non si vuole finire dalla padella nella brace, chi punta sulla «cancellazione» del debito e/o sull’uscita dall’eurozona deve porsi come immediata la questione del potere o, più prosaicamente, del governo che sia alternativo a un fantomatico «governo unico delle banche» (appello per Roma) o che sia espressione di un ipotetico «blocco popolare» (appello per Chianciano).

Sorge allora una domanda: nell’Italia del 2012 o del 2013, da quali partiti o entità politiche sarebbe costituito questo governo?

Di certo non si pensa al centrodestra. Restando seri, allora non resta che il centrosinistra, che Paolo Ferrero ha già cominciato a chiamare «il nuovo Ulivo» (Cpn di Rifondazione del 24 settembre 2011). 
In tal caso saremmo di fronte a un allarmante caso di patologica smemoratezza.
Ricordo che dal gennaio 1995 al maggio 2001 il centrosinistra riuscì a realizzare il più grande successo del capitalismo italiano almeno da trent’anni a quella parte: la «convergenza» con i parametri di Maastricht e l’entrata dell’Italia nella zona dell’euro. In quei 2211 giorni, a fronte dei 226 del primo governo Berlusconi, il centrosinistra fece il grosso del lavoro sporco necessario al capitale nazionale e internazionale. In quel periodo la disoccupazione rimase per anni al livello medio del 10% (non inferiore a quello attuale, ma allora non mi pare che si parlasse di depressione o di crollo del sistema), la precarietà divenne norma, l’attacco ai diritti socioeconomici fu contrabbandato come necessaria «modernizzazione» per rilanciare la competitività dell’impresa-Italia, il rigore fiscale a danno dei servizi pubblici fu esaltato come virtù civile. Tutto questo e altro venne fatto in nome dell’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo. I bombardamenti e la guerra furono dichiarati «umanitari» e ammantati di retorica europeistica. In quegli stessi anni il Prc, il Pdci e i Verdi, sostennero il centrosinistra, fino all’ultimo e con ministri Pdci e Verdi, per tutta la fase cruciale anche il Prc. Si ricorderà che nel 2008 i postcomunisti e i Verdi furono di nuovo nella maggioranza e nel governo insieme a Prodi, il grande protagonista delle privatizzazioni, della «convergenza» e della convinta adesione ai vincoli esterni posti da Maastricht e dalla permanenza nell’eurosistema.
Si vuole forse scherzare sulla possibilità che questi partiti possano gestire una soluzione «popolare» della crisi? O non si è imparato nulla dalla pagliacciata della «sinistra radicale» circa il «ponte» tra «palazzo» e piazza, giustamente punita dall’elettorato quando mandò a casa i 110 Forchettoni rossi che si erano appena insediati in Parlamento?
Il fatto è che il centrosinistra è una frazione politica dell’imperialismo italiano; e per il capitalismo internazionale è anche la frazione politica più affidabile, innanzitutto per le maggiori capacità di prevenire e attutire il conflitto sociale. 
Ma se invece si vuole essere antagonisti a entrambe le frazioni politiche già esistenti dell’imperialismo italiano, sia di centrosinistra sia di centrodestra (e alla terza opzione che si va delineando al «centro» con Casini, Fini, Rutelli), allora chi si vuole che governi la «cancellazione» e la «fuoriuscita» e gestisca una nuova politica economica e sociale? Chi ha la presunzione di candidarsi al governo, non in un futuro indeterminato, ma nell’orizzonte temporale della crisi in corso, allo scopo di tornare alla lira e cancellare il debito?
Sembra incredibile che mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici italiane subisce i costi e i contraccolpi dellla crisi pressoché inerme (cioè non riuscendo a difendere nulla delle proprie conquiste passate, in salari, sanità, previdenza e occupazione), ci sia qualcuno così ingenuo da rivendicare una linea economica alternativa (ma al di là del ritorno alla lira, non si sa bene quale) e addirittura un qualche genere di governo «alternativo» (anche se poi sappiamo che tanto alternativo non è, visto che alla fine sempre al centrosinistra guardano le stesse correnti politiche che ora propongono il ritorno alla lira o la cancellazione del debito, e che domani accetteranno sicuramente il blocco elettorale col centrosinistra alla luce della tradizionale italianissima politica del «male minore», del «meno peggio). Se si usasse un minimo di fraseologia vetero-anticapitalistica, questo velleitarismo verrebbe a identificarsi con la rivendicazione della... rivoluzione.
Sarà simpatico, sarà gratificante, esprimerà un’identità antagonistica, ma si tratta di mero propagandismo che non sposta di un millimetro i rapporti di forza reali, una diversione di tempo, intelligenza ed energie. E il catastrofismo nell’analisi economica – che sottende tutta questa frenetica mobilitazione per il ritorno alla lira e il non-pagamento del debito - non accorcia di un metro la lunga strada verso la rivoluzione, anzi la ostacola teoricamente. Per costruire un grande movimento sociale anticapitalista occorrono tempi più lunghi di quelli della crisi del debito sovrano, passi più piccoli ma politicamente difficili e discriminanti. E ovviamente, una conoscenza precisa del rapporto tra Stato capitalistico e interessi economici dell’imperialismo italiano (a loro volta parte integrante dell’imperialismo internazionale, come si è confermato anche nella riunione del G20 a Washington).
Oppure, mentre il governo Berlusconi traballa e si affaccia l’eventualità di elezioni, questa della «cancellazione» del debito è una sorta di lancio pubblicitario per una nuova operazione elettorale? Ecco, che tutto ciò prefiguri una manovra per le prossime elezioni politiche, suona più realistico e concreto.

4. Scenari realistici circa l’insolvenza, il ritorno alla lira, il crollo dell’eurozona.

Uscire dal sistema monetario europeo e «cancellare» il debito non solo non costituiscono una soluzione socialista della crisi economica, ma possono perfino portare al peggioramento della situazione e ad ancor più gravi misure di «austerità» per i comuni cittadini. Per quanto non sia la soluzione preferita, per governanti, banche e istituzioni internazionali il default (o insolvenza) e la ristrutturazione del debito estero sono sicuramente un’opzione accettabile come male minore.
Esaminiamo ora in quali circostanze potrebbero verificarsi e con quali conseguenze per i lavoratori.
L’ulteriore aggravarsi della crisi potrebbe precipitare l’insolvenza e l’uscita dall’eurosistema di un singolo paese, poniamo la Grecia. Che il governo sia di centrosinistra oppure di centrodestra, la differenza sarebbe minima. Sicuri, invece, i risultati. Quel che accadrebbe non è la «cancellazione», ma la ristrutturazione dei termini del pagamento del debito con l’estero (di cui una parte sarebbe cancellata), con i creditori in posizione forte, tale da garantire i propri interessi in senso finanziario e politico. Quanto ai comuni cittadini, sarebbero comunque essi a pagare per la ristrutturazione del debito: verrebbero imposte misure di «austerità» draconiane, ancora più gravi di quelle ora in essere. Stiamo già provando un assaggio. Quel poco che i capitalisti potrebbero guadagnare (loro, non i lavoratori) grazie alle esportazioni favorite dalla svalutazione sarebbe perso dall’impennata dei costi delle importazioni. Il servizio del debito risulterebbe ancor più gravoso, il finanziamento dell’investimento si arresterebbe, la disoccupazione crescerebbe ulteriormente. I salari reali crollerebbero sia a causa della disoccupazione che dell’inflazione. Il quadro, in sintesi, sarebbe quello di una depressione grave, prolungata, senza evidenti vie d’uscita se non dopo anni di «lacrime, sudore e - speriamo di no - sangue». A questo proposito disponiamo già della lunga e triste esperienza della «crisi del debito estero» dei cosiddetti «paesi in via di sviluppo», o di un paese «socialista» come la Polonia, negli anni Ottanta del secolo scorso.
Uscire dall’eurosistema e tornare alla lira non significa affatto sottrarsi a condizionalità antipopolari gravosissime. 

E se invece si verificasse il crollo dell’unione monetaria europea, ciascun paese tornando alla vecchia moneta?
Per questo caso occorre innanzitutto che chi propone l’uscita dall’euro chiarisca a se stesso e al prossimo il rapporto tra la prognosi e la terapia. Il punto è questo: se si prevede come inevitabile il crollo dell’eurosistema, tanto più in tempi relativamente brevi, allora premere per l’uscita anticipata e unilaterale è peggio che inutile, è decisamente dannoso per i lavoratori. Non è che il paese all’avanguardia nell’inesorabile processo conducente all’inevitabile crollo, che presumibilmente sarebbe un paese mediterraneo già inguaiato e poco competitivo, godrebbe di un qualche vantaggio. Al contrario, lo sventurato in oggetto sarebbe semplicemente il primo a essere investito dalla tempesta. Allora, è di gran lunga preferibile lasciare l’intera responsabilità ai governanti, se non si vuol finire, oltre che «mazziati» anche «cornificati». La casta politica europea, e in specie quella italiana, sarebbe infatti più che felice di alleggerire il proprio fallimento prendendosela con gli «irresponsabili» che, tra tante nefandezze, hanno pure fatto pressione per uscire dall’euro.
In ogni caso, il crollo della moneta comune non sarebbe affatto in se stesso un passo avanti verso una soluzione «popolare» della crisi. Tutti i capitalismi europei ne sarebbero danneggiati, ma alcuni meno di altri. Si verificherebbe un ciclo di svalutazioni competitive in un contesto di marasma finanziario, con accresciute pressioni sul contenimento del costo del lavoro e della domanda interna. Il divario tra la Germania e i paesi meno competitivi e più indebitati (come espresso, ad esempio, dai differenziali o spreads sul rendimento dei titoli di stato) aumenterebbe: la posizione dominante del capitalismo tedesco sarebbe ancora più forte. Viceversa, più gravi diventerebbero i problemi di finanziamento, dell’investimento, della produttività, dell’ambiente dei capitalismi più deboli.

5. Un’ipotesi fantapolitica.

Facciamo ora un’ipotesi diversa, al momento decisamente fantapolitica. Immaginiamo pure che sui palazzi del potere di un qualche paese giunga a sventolare la bandiera rossa o, se si preferisce, una bella bandiera arcobaleno. Se l’ipotesi pare eccessiva, allora si può più modestamente immaginare un grande e potente movimento popolare, tale da fermare l’offensiva capitalistica e conseguire importanti vittorie parziali; e magari (?) che sussista un «governo amico» (nei cui confronti, dati i precedenti, dovrebbe però valere la massima «dagli amici mi guardi Iddio, che ai nemici ci penso io»). Ebbene, potrebbe un governo rosso-arcobaleno rimanere nell’eurosistema così come è ora? La risposta è no, non potrebbe rimanerci (per i fini di questo articolo non è necessario discutere la politica della Banca centrale europea e le contraddizioni congenite dell’Unione monetaria europea, ragion per cui sorvolo rimandando alla bibliografia). 
Ma tempi e modi della rottura non sono irrilevanti. In effetti la casta politica europea cercherebbe di espellere dall’eurozona alla massima velocità possibile il paese con tale governo, ciò al fine preciso di recargli il danno più grande. Per l’opposto motivo, il suddetto governo dovrebbe cercare di ritardare l’espulsione e di farsi cacciare in modo tale da chiarire in modo inequivocabile ai popoli d’Europa la natura integralmente capitalistica della Bce, espressione di Stati imperialistici, e la sua conseguente politica aggressiva nei confronti dei lavoratori. Dovrebbe compiere un’operazione propagandistica su scala continentale. Il ragionamento, ripeto, è fantapolitico, ma credo s’intenda la differenza tra farsi espellere e fare il favore di andarsene subito e tranquillamente di propria volontà.
Completo il punto notando che, nel caso dell’attuale costruzione europea, la critica teorica e pratica alla borghesia deve vertere sul fatto che essa è incapace di unificare realmente l’Europa, di costruire una comunità di popoli che non sia solo un’unione monetaria che riproduce gerarchie di potere nazionale e genera al suo interno ulteriori squilibri socioeconomici.  Una borghesia (un insieme di borghesie) che è perfino incapace di costruire un suo Stato europeo dotato di un bilancio e di poteri che gli permettano di affrontare crisi come quella in corso. L’europeismo borghese non è solo capitalistico, è anche fermo alla dimensione della sommatoria di Stati nazionali.  E tutti coloro che contrappongono al falso internazionalismo del capitale il ritorno al nazionalismo statuale (della propria borghesia), stanno proponendo soluzioni retrograde, più reazionarie di quelle giù in atto, anche se, per fortuna, sono ormai irrealizzabili concretamente.
Bisogna però riconoscere che non è una bella cosa vedere personalità di provenienza marxista o comunque «di sinistra» che propongono passi indietro di tipo autarchico e nazionalistico, facendosi così scavalcare sul piano ideologico dalla stessa borghesia che si dice di voler combattere. Sul carattere fallimentare di queste posizioni retrograde e antistoriche ci sono stati dei precedenti con lo stalinismo e ognuno ha potuto vedere come è andata a finire. Tornare a proporre soluzioni nazionalistiche nel 2011 mi sembra una prova di testardaggine molto poco politica e comunque da respingere con decisione.

La politica rivoluzionaria non può prendere posizione per una delle parti negli affari e nei regolamenti di conti tra padroni e tra Stati capitalistici, se non a prezzo di rinunciare al principio basilare dell’autonomia a fronte del nemico di classe: per questo non può rivendicare il non-pagamento del debito contratto proprio da quel «nemico». Ma non può neanche prescindere dall’utilizzare ogni occasione - dapprima in forma di propaganda e appena possibile come obiettivo immediato per cui lottare - per sostenere una prospettiva storica superiore a quella borghese. È per questo che l’idea del ritorno alla lira appare nettamente in contrasto anche con la prospettiva (al momento solo utopica o propagandistica) della costruzione di una comunità socialista continentale che abbia in comune la moneta e molto altro, superando lo statalismo nazionale.

6. Conclusione retrospettiva.

Al termine del mio libro del 2006, Imperialismo. Il volto reale della globalizzazione, e nella serie di articoli sulla crisi (pubblicati nel blog di Utopia rossa: www.utopiarossa.blogspot.com) ho sostenuto con forza che gli orientamenti di politica economica detti molto impropriamente «neoliberisti» sono radicati nella struttura contemporanea dell’economia mondiale. Da questo consegue, scrivevo, che i governanti e le borghesie non avrebbero né potuto né voluto modificare tali orientamenti anche in caso di grave crisi.
Inoltre, a differenza della maggior parte dei commentatori, giornalisti ed economisti di sinistra, non ho affatto visto, nell’esplodere della crisi nell’autunno 2008, né l’approssimarsi della catastrofe imminente né la fine delle politiche «neoliberali» e l’occasione per un nuovo new deal, quando molti ingenui cantavano liricamente l’avvento del messia Obama.
 Al contrario, sostenevo che gli Stati imperialistici sarebbero intervenuti pesantemente per «salvare» il sistema dalla caduta nella depressione, ma che questo avrebbe anche implicato l’utilizzo della crisi per sferrare un ancor più feroce attacco ai diritti socioeconomici dei lavoratori. Che è esattamente quanto accaduto e sta accadendo.
Scrivevo anche che, tanto più a lungo sarebbero durate le illusioni in una qualche positiva «evoluzione» dei partiti di «sinistra» e di centrosinistra, il voto nella logica del «male minore», il «sostegno critico» o la partecipazione al governo delle formazioni «comuniste» ed ecologiste, tanto più difficile sarebbe stata un’efficace mobilitazione difensiva dei lavoratori e della cittadinanza e, a maggior ragione, la costruzione di una grande movimento sociale anticapitalistico. 
Ora non paghiamo solo e principalmente il berlusconismo: dovrebbe ormai essere palese anche ai ciechi l’inesistenza di uno specifico «regime» statuale di Berlusconi. Mentre è in corso la più grave crisi economica del dopoguerra paghiamo in tutti i sensi troppi anni di illusioni e opportunismo, elettoralismo e degenerazione etico-politica. Non è una situazione dalla quale si esca con le impennate velleitarie e il confusionismo venato di sciovinismo; tantomeno lanciando appelli e campagne fondate sulla pia illusione che, urlando in piazza buoni consigli alla borghesia e alla Casta politica – in tanti, magari tantissimi - si possa ricavare il benché minimo vantaggio per il mondo del lavoro fisico e mentale. Come ho cercato di dimostrare, si rischia addirittura di fare peggio. Le più celebri campagne degli scorsi decenni  (per es. quella sul fanfascismo» o quella sul Referendum «a perdere» sull’art. 18) stanno lì a dimostrarlo. Lo dimostrerà anche questa, se non la si ferma in tempo

Appendice. Notarella storica.
Poiché i riferimenti alla depressione degli anni Trenta sono cosa comune, mi si scuserà una breve nota storica.

Nel 1933, nel pieno della Grande depressione o Great crash, gli Stati Uniti abbandonarono il gold exchange standard (il sistema monetario internazionale tra le due guerre, basato sull’oro e sulle valute più importanti). Non erano i primi e non furono gli ultimi. L’abbandono del vincolo aureo e la svalutazione erano misure diffuse e connesse: l’intenzione iniziale era quella di bloccare la spirale depressiva con misure eccezionali che violassero solo temporaneamente l’ortodossia finanziaria vigente. Rompere le catene dell’oro si rivelò come un passo necessario perché potesse svilupparsi la nuova frontiera della politica economica, allora eterodossa, della creazione di domanda da parte dello Stato. Ciò avvenne col massiccio piano di riarmo della Germania nazista, i lavori pubblici del new deal roosveltiano e, infine, l’esplodere della Guerra mondiale.
In tempi, combinazioni ed efficacia differenti a seconda degli Stati, si affermò la nuova ortodossia della gestione macroeconomica cosiddetta «keynesiana», crebbero il peso dei posti di lavoro statali nell’occupazione totale e del bilancio pubblico sul prodotto interno, si svilupparono strumenti e istituti che tendevano a contrastare automaticamente le crisi.
Il capitalismo rischiò di cadere nel baratro, ma sopravvisse alla depressione e avviò un processo di profonda trasformazione strutturale dei rapporti tra Stato ed economia, i cui profondi effetti sono tuttora operanti. Il 1929 può ripetersi, ma ora è meno probabile.

Ma i lavoratori statunitensi lottavano forse per la fuoriuscita dal sistema monetario internazionale e l’abbandono dell’odiata catena aurea? La risposta è un secco no. Quello era «affare» dei padroni. Nel popolo dei poveri, chi poteva si organizzava per sopravvivere in reti di  reciproco aiuto materiale. Gli operai scioperavano e a volte occupavano le fabbriche; si scontravano con la polizia, le guardie private e la milizia; si opponevano ai licenziamenti, rivendicavano aumenti salariali e chiedevano nuovi posti di lavoro, che durante il new deal vennero effettivamente creati direttamente dallo Stat. Mentre le amministrazioni roosveltiane cercavano a tentoni di stabilizzare l’economia capitalistica, i lavoratori nordamericani utilizzavano le normative come meglio potevano, forzandone l’applicazione, ma non si ponevano loro il compito di salvare il sistema o di riformare il sistema monetario internazionale. Quello era il compito di Franklin Delano Roosevelt e del suo staff. Salariati e disoccupati lottavano, invece, contro gli effetti sociali del sistema capitalistico, per i loro bisogni immediati, cercavano di darsi un’organizzazione autonoma di classe: e se alcune normative del new deal favorirono l’organizzazione sindacale in un quadro procedurale «neocorporativo», gli scioperi e le occupazioni di fabbriche maggiori avvennero senza o contro la volontà dei sindacati. Quanto più si radicalizzavano tanto meno i lavoratori si ponevano la questione di inventare loro una politica economica: con una coscienza di classe sviluppata comprendevano che per attuare una politica economica occorre avere in mano le leve del governo, del potere.
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Piccola bibliografia personale cui rinviare il lettore che voglia approfondire i temi qui accennati.

Nobile, Michele, Merce-natura ed ecosocialismo. Per la critica del «capitalismo reale», Erre emme/Massari editore, Roma 1993.
Id.Imperialismo. Il volto reale della globalizzazione, (collana Utopia rossa), Massari editore, Bolsena 2006.
Id.,  «La crisi nel contesto storico e la neo-ortodossia di Obama. Nota 1 sulla crisi», 8 marzo 2009, pubblicata nei Quaderni del Craet n. 9, marzo 2009, in rete nel sito www.craet.it e nel blog di Utopia Rossa http://www.utopiarossa.org/Nobile%20note%sulla%20crisi%201.pdf.
Id.,  «Previsioni sui tassi di disoccupazione nei prossimi anni. Nota 2 sulla crisi. 10 aprile 2009», pubblicata nei Quaderni del Craet n. 10, giugno 2009, in rete nel sito www.craet.it e nel blog di Utopia Rossa
Id.,  «Una pia illusione: la crisi economica come catarsi politica. Nota 3 sulla crisi. Giugno 2009», pubblicata nei Quaderni del Craet n. 11, settembre 2009, in rete nel sito www.craet.it e nel blog di Utopia Rossa
Id.,  «La disoccupazione, durante e oltre la crisi. Previsioni per i prossimi anni. Nota 4 sulla crisi. 26 giugno 2009», in rete nel blog di Utopia Rossa,
Id., «Sulla crisi economica», 14 novembre 2010, [risposta di Michele Nobile all'invio dell'articolo di Antonio Peredo, "Descubren a Marx" da parte di Enzo Valls, dall'Argentina.] in rete nel blog di Utopia Rossa,
Id., «La crisi dell’Irlanda, un esempio delle contraddizioni dell’Unione Europea. Nota 5 sulla crisi», aprile 2011, in rete nel blog di Utopia Rossa,


sabato 24 settembre 2011

FOR THE FIFTH INTERNATIONAL - POR LA QUINTA INTERNACIONAL - PER LA QUINTA INTERNAZIONALE

IN ENGLISH



The political association Red Utopia believes that for the construction of the Fifth International it would be beneficial to make use of the cultural patrimony it has acquired during years of formulating theoretical ideas and accumulating practical experience. In light of this heritage, the Fifth should be unitarian, totally open to all the workers of the world - intellectual and physical workers - and without discriminating ideologies (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).
We also propose that the Fifth International be organized on the foundation of the principles expressed succinctly in the following very simple sentences (with indications in brackets of the Internationals that are the historical references for the particular points):
a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end. [Priority of ethics (Guevara) and the scientific truth above every other consideration]
b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships. [Beginning of the Third International]
c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism. [The Left of Zimmerwald from the Second International]
d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism). [First International]
e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy. [Anti-authoritarian International of Saint-Imier and the Fourth International]
f) Save all life on the Planet, save humanity. [Real new historical task of the Fifth].
(January 2010)

EN ESPAÑOL

La asociación política Utopía Roja considera que para la construcción de la Quinta Internacional pueda ser útil valorizar también el patrimonio de Utopía Roja, acumulado en estos años de elaboraciones teóricas y experiencia práctica. A la luz de tal patrimonio, considera que la Quinta Internacional deba ser unitaria, totalmente abierta al mundo del trabajo intelectual y físico, y sin discriminaciones ideológicas (a excepción de las bases anticapitalistas, antiimperialistas y por el socialismo).
Propone además que la Quinta se organice sobre bases de principio expresadas sintéticamente en las siguientes frases (con indicación, entre corchetes, de las referencias históricas de los diferentes puntos):
a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin. [Prioridad de la ética (Guevara) y de la verdad científica sobre cualquier otra consideración.]
b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas. [Inicios de la Tercera internacional]
c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo. [Izquierda de Zimmerwald en la Segunda internacional]
d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”. [Primera internacional]
e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista. [Internacional de Saint-Imier y Cuarta internacional]
f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad. [verdadera novedad histórica de la Quinta].
(Enero de 2010)

IN ITALIANO

L'associazione politica Utopia Rossa ritiene che per la costruzione della Quinta internazionale possa essere utile valorizzare anche il proprio patrimonio, accumulato in questi anni di elaborazione teorica ed esperienza pratica. Alla luce di tale patrimonio ritiene che la Quinta debba essere unitaria, totalmente aperta al mondo del lavoro mentale e materiale, e senza discriminanti ideologiche (a parte le basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo).
Propone inoltre che la Quinta internazionale si organizzi su basi di principio espresse sinteticamente nelle frasi seguenti (con indicazione nelle parentesi quadre delle Internazionali alle quali fanno riferimento storico i singoli punti):
a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine. [Priorità dell’etica (Guevara) e della verità scientifica su ogni altra considerazione]
b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche. [Inizi della Terza internazionale]
c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo. [Sinistra di Zimmerwald nella Seconda internazionale]
d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo»). [Prima internazionale]
e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare. [Internazionale antiautoritaria di Saint-Imier e Quarta internazionale]
f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità. [vera novità storica della Quinta].
(Gennaio 2010)

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.