L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

domenica 14 gennaio 2018

POSTDEMOCRAZIA, PSEUDOPOPULISMO E LA TRAPPOLA DELL’ANTIPOPULISMO, di Michele Nobile

Il saggio qui pubblicato segue i precedenti intorno alla questione del populismo già apparsi su questo blog a firma dello stesso Michele Nobile: «Donald Trump: vedette pseudopopulista della società dello spettacolo» e «Pseudopopulismo e stile paranoide in politica». Se ne consiglia caldamente la lettura. [la Redazione]

INDICE: 1. Un radicale cambiamento nell’approccio ai fenomeni detti populisti - 2. L’iperinflazione del termine populismo - 3. Il significato antipopolare della polemica antipopulistica - 4. Populismo e pseudopopulismo: due fenomeni qualitativamente diversi - 5. Un confronto fra il populismo latinoamericano e lo pseudopopulismo contemporaneo - 6. Lo pseudopopulismo come tratto della postdemocrazia

Vignetta della rivista satirica statunitense Judge, 1896
1. Un radicale cambiamento nell’approccio ai fenomeni detti populisti
Populista! è ingiuria assai frequente, direi quanto il prezzemolo in cucina, tanto che fra le battute del teatro politico ha preso il posto di un’altra, che pare obsoleta: comunista!
Tuttavia, gli epiteti populismo e populista sono straordinariamente versatili.
Populisti sarebbero Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders, Beppe Grillo e Matteo Salvini, il turco Recep Tayyip Erdoğan e i britannici Nigel Farage e Boris Johnson; ma alla lista possono aggiungersi anche Alexīs Tsipras e Syriza prima maniera, Jeremy Corbyn e Bernie Sanders. Se poi lasciamo vagare l’etichetta del populismo nel tempo e nello spazio, vedremo che essa si appiccica a Gandhi e Nasser, a Frantz Fanon, Julius Nyerere e Thomas Sankara e, ovviamente, ai tanti populisti latinoamericani: Víctor Raúl Haya de la Torre, Lázaro Cárdenas, Juan Domingo Perón e sua moglie Evita, Víctor Paz Estenssoro e Fidel Castro, fino ai più recenti neopopulismi: il subcomandante Marcos, Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa. Sul lato destro abbiamo invece Alberto Fujimori, presidente del Perù dal 1990 al 2000, e Abdalá Bucaram, presidente dell’Ecuador per sei mesi fino alla destituzione - nel febbraio 1996 - per motivi che si possono intuire dal soprannome: el loco. Non sarebbe giusto trascurare come populisti la coppia genitoriale del neoliberismo, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, oppure i padrini della «terza via» social-liberista, Bill Clinton e Tony Blair. E che dire di Barack Obama, il messia nero della redenzione, sicuramente la vedette (pseudo)populista di maggior successo da diversi anni a questa parte?
Dimenticavo: proprio l’Italia ha avuto due grandi esempi di partiti popolari e diversamente populisti, il Partito comunista e la Democrazia cristiana - l’uno all’opposizione l’altro al potere - il cui breve e ultimo abbraccio fu il «compromesso storico» moroteo e berlingueriano.
Dal combattente contro il colonialismo al Presidente della prima potenza imperialista, da una parte o dall’altra tutti i personaggi elencati sono stati tacciati di populismo. La lista può allungarsi ancora, secondo il gusto personale.

E allora, cosa vuol dire populismo? Il concetto è sempre stato oggetto di discussione, ma nell’ultimo quarto di secolo il suo uso si è dilatato in modo da risultare incomprensibile. Dal punto di vista teorico, il motivo di questo fenomeno è uno stravolgimento radicale del metodo prevalente con cui si definisce il populismo. Tuttavia, ciò è la conseguenza del prevalente uso politico strumentale dell’etichetta.
Pur non trascurandone l’ideologia e la psicologia, le migliori analisi del populismo tra gli anni ‘50 e ‘70 del secolo scorso vertevano sulle condizioni strutturali del fenomeno e sulla dinamica del conflitto politico, sia interno che internazionale. Si trattava, allora, del grado più o meno avanzato di modernizzazione del paese, degli effetti delle migrazioni interne, dell’urbanizzazione, della stratificazione sociale e del mercato del lavoro, di sostituzione delle importazioni, di scambio ineguale, della collocazione del paese nell’economia mondiale. Di qui poi l’analisi della forza relativa e della dinamica del conflitto tra le classi sociali, della crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali e di legittimità delle istituzioni, del rapporto dei partiti o dei governi populisti con le organizzazioni sindacali e i movimenti contadini, del come le vicende nazionali incidevano sulla scena politica internazionale e di quale fosse la linea delle grandi potenze a questo proposito. Si consideravano gli obiettivi e i metodi della trasformazione istituzionale, della riforma sociale e della politica economica, industriale e monetaria dei partiti populisti.
Vero è che l’epoca d’oro del populismo e dei regimi nazional-popolari si sovrapponeva grosso modo a quella della teoria della modernizzazione attraverso successivi stadi di sviluppo. Viceversa, l’epoca del declino dei regimi populisti iniziò all’incirca con il trionfo della Rivoluzione cubana e continuò con lo sviluppo delle guerriglie di liberazione sociale e nazionale - non solo in America latina - la critica della teoria della modernizzazione e dei partiti comunisti legati all’Unione Sovietica, la discussione intorno alla dialettica di sviluppo e sottosviluppo o dello sviluppo ineguale e combinato nell’economia mondiale capitalistica1.
Nei primi decenni del XXI secolo la precedente problematica pare del tutto evaporata dall’uso del termine e dalla discussione intorno al populismo, forse perché al tempo della società dello spettacolo e del postmoderno tutto ciò appare irrimediabilmente «moderno» e sorpassato, se non deprecabile. Sicché il populismo è diventato uno stile politico, una mentalità, un atteggiamento, una «categoria dello Spirito», una strategia discorsiva, un «significante vuoto» aperto a qualsiasi contenuto, un epiteto. Il populismo è diventato molte cose, tranne che un concetto operativo risultante da un’analisi che possa dirsi fondata sulla determinazione storica e sociale del fenomeno considerato. Nella polemica politica, nei commenti giornalistici e nell’attuale letteratura più o meno accademica, il denominatore comune peculiare dei fenomeni populisti è per lo più individuato nello stile comunicativo di un leader carismatico centrato sulla costruzione discorsiva della contrapposizione tra un noi virtuoso - il popolo - e un loro corrotto - l’élite. La definizione di cosa sia popolo per il populismo può così coprire un amplissimo spettro politico e di società perché, col medesimo stile o con la medesima logica discorsiva, da una parte si possono porre gli oppressi, i lavoratori, i produttori, i poveri, gli uomini e le donne semplici, gli sfruttati, i nazionali, la razza; dall’altra i potenti e l’élite, le «banche» e/o la finanza, i ricchi, gli intellettuali, «i burocrati di Bruxelles» e i fautori dell’euro, i capitalisti, gli imperialisti, gli stranieri e i migranti invasori, gli ebrei. Che il lettore disponga pure i termini in coppie di opposti noi-loro secondo le sue preferenze.
Il concetto di populismo è sempre stato controverso, ma l’approccio alla questione ora prevalente appare assai povero e formalistico, un regresso intellettuale e un’arma per la polemica politica spicciola invece che uno strumento d’analisi di una situazione determinata su cui, eventualmente, fondare una strategia politica.
L’uso corrente dell’attributo populista non solo violenta la realtà storica - non differenziando movimenti sociali e regimi politici, confondendo in una notte buia situazioni di grande complessità, ambiguità, contraddizioni e potenzialità, in effetti diseducando alla riflessione storica e politica - ma blocca e distorce la riflessione sulle più significative trasformazioni e contraddizioni dei sistemi politici contemporanei.
Eppure, la posta in gioco intorno al concetto di populismo è grande.

2. L’iperinflazione del termine populismo
Nel miglior saggio che mi sia capitato di leggere sul significato dell’antipopulismo odierno, Marco D’Eramo riporta una statistica che mostra la crescita esponenziale dell’uso del termine populismo nella saggistica fra il 1920 e il 2013 (comprendendovi articoli in riviste): su 6.370 titoli (con duplicati), ben 5.183 (l’85%) sono stati pubblicati a partire dagli anni ‘90 del XX secolo, di cui 2.801 nel primo decennio del nuovo secolo; dal database risultano invece solo 53 titoli pubblicati fra il 1920 e il 1940 e 1.134 nei quattro decenni successivi2. Significativa perché nuova è anche l’associazione fra populismo e fascismo: 4 titoli (in effetti due duplicati) fra il 1920 e il 1950; 29 fra anni ‘60 e ‘80; 177 (l’84%) fra l’ultimo decennio del XX secolo e il 2013. È palese lo slittamento della connotazione del termine, presumibilmente perché impiegato con diversa metodologia e applicato a fenomeni diversi dai precedenti. Questa statistica non è che la conferma di una tendenza che avevo già percepito nel corso del tempo. Ho fatto anch’io una piccola ricerca, sul catalogo del Servizio bibliotecario nazionale italiano. Ho rintracciato 301 titoli contenenti la parola populismo, compresi articoli su riviste. Escludendo volumi in lingue diverse dall’italiano e diverse edizioni della stessa opera, i risultati sono questi: 4 titoli fra il 1938 e gli anni ‘50; 8 negli anni ‘60; 17 negli anni ‘70; 21 negli anni ‘80; 17 negli anni ‘90; 121 dal 2000 in avanti. È evidente il balzo quantitativo nell’impiego del termine, ma anche la qualità degli argomenti è interessante. Fino all’ultimo decennio del secolo scorso predominavano i titoli sul populismo russo, statunitense e latinoamericano: la grande opera di Franco Venturi sul populismo russo, e titoli come «Classe, generazione e popolo nel pensiero di José Carlos Mariátegui» (Antonio Melis, 1967); Diderot: un letterato dall'assolutismo illuminato al populismo democratico (Paolo Alatri, 1972); Momenti dell’esperienza politica latino-americana. Tre saggi su populismo e militari in America latina (a cura di Ludovico Garruccio, 1974); Rivoluzione permanente e populismo. Ipotesi su Trockij (Marisa Forcina, 1976); Il populismo americano. Movimenti radicali di protesta agraria nella seconda metà dell’800 (Valeria Gennaro Lerda, 1980); Marxismo e populismo, 1861-1921. Attualità del più importante dibattito teorico-politico del secolo scorso (Franco Battistrada, 1982); Vasilij Pavlovič Voroncov e la cultura economica del populismo russo, 1868-1918 (Alberto Masoero, 1988). Dagli anni ‘90 in avanti la grande maggioranza dei titoli riguarda invece l’Italia e l’Europa, con un taglio prevalentemente politologico e di preoccupazione per il pericolo costituito dal populismo per la democrazia. Nessuna pretesa di esaustività e scientificità in questa mia ricerca, ma la tendenza è chiara.
Evidentemente la fortuna del termine populismo è radicalmente cambiata. Non solo l’uso del termine è proliferato esponenzialmente, uscendo dalla discussione in circoli politici abbastanza ristretti e dagli studi accademici, ma ha mutato natura. Da strumento d’analisi di movimenti, partiti e regimi specifici - certo, per nulla univoco - esso è diventato essenzialmente un’arma di polemica e, direi, di esorcismo politico. A nulla valgono le recenti escursioni per i rami della storia: quel che domina è l’approssimazione. Non mi riferisco tanto al contenuto dei testi, che va valutato nel merito, ma proprio al concetto a cui fanno riferimento: il populismo, che è diventato uno spettro.

venerdì 12 gennaio 2018

HAY QUE REGULAR EL TURISMO ANTES QUE SEA DEMASIADO TARDE, por Roberto Savio

Turistas en la Capilla Sixtina del Vaticano en 2004
Este año tendremos a más de 3 millones de turistas por día dando vueltas en el mundo. Este fenómeno masivo no tiene precedente en la humanidad y como de costumbre, está sucediendo con una sola visión: el dinero.
Deberíamos hacer una pausa y analizar su impacto social, cultural y ambiental, y remediar esta situación, que se está tornando seriamente negativa si dejamos las cosas como están.
Sameer Khapoor confeccionó para Triphobo Trip Planner una lista de 20 lugares que han sido devastados por el exceso de turismo.
La Antártida está alcanzando un nivel alarmante de contaminación. El famoso Taj Mahal, un monumento de amor del emperador mogol Sha Jannat en memoria de su esposa, de su brillante mármol blanco lechoso original ha cambiado a un tono amarillo. El Monte Everest está lleno de basura dejada por la invasión de visitantes.
La Gran Muralla de China ha sido tan maltratada por la invasión masiva de turistas que ha comenzado a desmoronarse. Las famosas playas de Bali están repletas de basura, el tráfico está atascado y las carreteras y senderos están en un peligroso estado de deterioro.
Machu Picchu tiene un número tan grande de visitantes que los arqueólogos están preocupados por su preservación. Una vez existía un tren a un pueblo pequeño, Aguas Calientes, para de allí continuar a pie o en mulas. Ahora se llega al enigmático bastión sagrado Inca en autobús con aire acondicionado. Aguas Calientes es ahora un núcleo urbano de 4,000 personas, con hoteles de cinco estrellas.
La famosa barrera australiana de arrecifes ya ha perdido la tercera parte de su coral. Las islas Galápagos, donde Charles Darwin concibió su famosa teoría de la selección natural, tiene demasiados visitantes que inciden en su frágil equilibrio ecológico, por lo que en 2007 la UNESCO la colocó en la lista de sitios de patrimonio mundial en peligro de extinción. En vano.
El Partenón tiene tantos visitantes que sacan pedazos de roca y ruinas y dibujan en pilares antiguos, que tuvieron que ser destacados algunos policías especializados. La maravilla de Angkor Wat, en Camboya, está sufriendo la misma suerte, junto con el Coliseo en Roma, donde todas las semanas alguien es atrapado por quitar trozos de columnas o hacer pintadas en los pilares. Pero el mejor ejemplo del impacto negativo del turismo puede ser Venecia.
Oficialmente, la ciudad ahora tiene 54,000 residentes. Eran 100,000 en 1970. Cada año, mil residentes se van a la parte continental, porque los alquileres y el costo de la vida siguen subiendo y las hordas de turistas les hacen la vida imposible. La cantidad de barrenderos y limpiadores empleados por la municipalidad debe subir continuamente. Los barcos gigantes continúan recorriendo el delicado microsistema de la laguna, pero la presión de sus lobbies es muy fuerte. Insisten en que sin sus trasatlánticos fondeando en el centro de la ciudad, 5,000 puestos de trabajo estarían en peligro.
Existe actualmente un claro conflicto entre los que viven del turismo y los que tienen otros trabajos. Como por ejemplo en Barcelona, donde muchos residentes ahora se manifiestan contra el turismo masivo. Venecia se convertirá en un pueblo fantasma, como el pueblo de Monte Saint-Michel, la urbe medieval de Normandía, repleta de miles de visitantes que van a ver la famosa marea de alta velocidad. Por la noche, 42 personas duermen allí…
Lo extraordinario es la velocidad del fenómeno desde 1950, cuando el número total de turistas era de 25 millones, dos tercios en Europa con el 29.76% de los turistas, África un mero 1.98% y Medio Oriente 0.79%, como Asia y el Pacífico. 66 años después, el número de turistas alcanzó 1,200 millones, Europa bajó al 50%, las Américas al 16.55%, África está en 4.52%, mientras que Medio Oriente está en 4.7%. Y Asia Pacífico ahora llega al 24.2%.
Lo que más impresiona es ver lo que sucederá en 2030, para cual ya tenemos los datos de la Organización Mundial del Turismo (OMT) de las Naciones Unidas. En poco tiempo ascenderemos a 1.8 mil millones: 5 millones de turistas cada día. Europa vuelve a bajar al 41%, las Américas bajan al 14%, Asia sube al 30%, África al 7% y Medio Oriente al 8%. Un mundo totalmente invertido con respecto a 1950…
El turismo ya es hoy el mayor empleador del mundo: una persona de cada 11. China ha superado a los Estados Unidos como la mayor nacionalidad. En 2016, los chinos han gastado 261 mil millones de dólares, y gastarán 429 mil millones en 2020. La OMT subraya que en 2025 China tendrá 92,6 millones de familias con un ingreso entre 20,000 y 30,000 dólares por año; 63 millones con un ingreso entre 35,000 y 70,000 dólares por año; y 21.3 millones con un ingreso entre 70,000 y 130,000 dólares. Se espera que una gran parte de ellos viaje y gaste dinero… ¿Cuántas personas hablan chino y saben algo sobre su idiosincrasia?
Sin embargo, cualquier otra consideración aparte del dinero está totalmente ausente en este debate. Por ahora, una gran parte de los trabajos es solo temporario estacional y mal remunerado. La mayor parte del dinero no se queda en el lugar donde se gasta, sino que se reintegra a las grandes empresas y en alimentos importados para los hábitos del turista. Se calcula que en el Caribe, un 70% retorna a EE.UU. y Canadá.
La cultura y las tradiciones cambian a medida que llegan los forasteros. La cultura y las tradiciones locales se convierten en un espectáculo para los extranjeros y pierden sus raíces. Los hoteles están construidos solo para el turismo, en los lugares más bellos, con la naturaleza y hábitats degradados. Los precios aumentan en las tiendas locales, porque los turistas a menudo son más ricos que la población local.
Basta ir a una localidad que está fuera de los circuitos del turista para ver la diferencia. De hecho, ahora hay una creciente búsqueda de lugares “intactos”, diferentes de los “lugares turísticos”. Un restaurante turístico se ha convertido en sinónimo de mala comida y precios altos. Y un lugar turístico es aquel que ha perdido su identidad para adaptarse a las demandas del turista.
La proliferación de McDonald’s, Pizza Hut y otras fast food (comidas rápidas), a menudo en las partes más bellas de las ciudades, empujó a Carlo Petrini a Bra, un antiguo pueblo piamontés con tradición gastronómica, donde inició un movimiento llamado Slow Food (comida lenta), que defiende la frescura del producto, que debe ser local, preservar las cocinas originales y tradicionales y defender los artículos locales de la homogeneización en curso. Ahora cuenta con más de 100,000 miembros en 150 países, que defienden la identidad contra la globalización.
Florencia también puede ser un buen ejemplo de cómo el turismo arranca la identidad y la tradición local. Desde el Renacimiento fue un lugar de arte y cultura. Era una visita obligada para los turistas cultos y los antepasados de los turistas de hoy: alemanes, británicos y franceses, hasta la Segunda Guerra Mundial. Una ciudad elegante, de anticuarios, tiendas de arte, artesanías, con la muy reconocida cocina florentina.
Ahora está llena de tiendas de turistas, tiendas de jeans, de artesanías baratas y homogenizadas, una gran cantidad de pizzerías y restaurantes turísticos.
El conserje del clásico Hotel Baglioni, cuando le preguntaron sobre la decadencia de la ciudad, tuvo una respuesta simple: “Señor, somos una ciudad de mercaderes. Inventamos las letras de cambio, los bancos y el comercio internacional. Aquí venían personas que buscaban arte y antigüedades. Hoy estamos inundados de personas que quieren comprar blue jeans y cosas baratas. Proporcionamos lo que la gente quiere”.
También para los que viven en Roma, la célebre calle vía del Corso ha sufrido la misma transformación.
Da miedo pensar lo que sucederá en el no tan lejano 2020, cuando 100 millones de chinos viajarán por todo el mundo, con Europa como destino principal. Quien reciba un visitante chino, o de una cultura diferente, sabe lo difícil que es para él entender lo que ve. Entre los principales edificios artísticos europeos están las iglesias, las que para una religión totalmente diferente son lugares extraños. No tiene sentido para un chino distinguir lo que es románico o barroco, ya que no tiene ningún equivalente en casa. Actualmente el recorrido turístico clásico es de aproximadamente una semana, en el que ven al menos 5 ciudades.
Esto equivale a que un europeo visite los templos en el Tíbet sin haber estudiado el budismo tibetano, que es muy diferente de otras ramas del budismo. O bien que visite los templos egipcios sin ningún conocimiento al menos de la cosmología egipcia, los reinados de la muerte y el Panteón de los Dioses. Lo que recordará es el tamaño de las pirámides, el olor del incienso en los templos budistas y otra mera impresión estética. Eso no tiene nada que ver con la cultura y el arte.
Al hablar sobre los impactos negativos del turismo, se abre inevitablemente la cuestión del clasismo. Cuanto más culto se es, más se puede obtener de los viajes. ¿Significa eso que solo las personas cultas deberían viajar?
Hasta la Segunda Guerra Mundial, ser culto también significaba ser opulento. Hoy en día los dos conceptos se han dividido, puede ser que para siempre. El turismo no es una forma de enriquecer y educar, por lo que por el contrario, ¿debería ser una herramienta importante para los menos instruidos?
No creo que exista una respuesta fácil a este problema. Lo que sé es que sólo una pequeña minoría de aquellos que visitan la Capilla Sixtina en el Vaticano, el Palacio Potala en Lhasa o el Valle de los Reyes en Egipto llevan un libro en sus manos, que han comprado para prepararse.
Dependen de sus guías turísticos, que confiesan que ni siquiera intentan enseñarles, sino tan sólo exponer lo que los turistas pueden entender. Eso significa que al visitar la Capilla Sixtina es muy difícil moverse, mientras los vigilantes intentan desplazar a la gente para hacer avanzar la fila de turistas. Entre esa multitud, hay algunas personas que pueden distinguir la diferencia entre Michelangelo y Matisse, los que sin duda sacarían provecho de un poco más de tiempo, mientras que esto es irrelevante para los demás.
Está claro que no se debe permitir que 1,800 millones de personas deambulen en el mundo sin introducir algunas regulaciones globales sobre cómo limitar los aspectos negativos del turismo y relacionarlo no sólo con el dinero, sino con la educación, la cultura y el desarrollo personal.
Entrar en contacto con diferentes culturas, civilizaciones, alimentos, hábitos y realidades debe ser una ocasión que no debe limitarse sólo al dinero. Una paradoja es que estamos rechazando a los inmigrantes, debido a las diferencias culturales, pero aceptamos gustosamente a las mismas personas, si vienen como turistas y no como refugiados.
Y la otra paradoja son los dos mundos paralelos que coexisten: uno, el real, sobre la pobreza y la violencia que leemos en los periódicos, y el otro del mismo lugar, que existe sólo para turistas, sobre las hermosas playas, la maravillosa naturaleza y los fantásticos hoteles.

mercoledì 10 gennaio 2018

BLADE RUNNER 2049 (Denis Villeneuve, 2017), di Pino Bertelli

Non è facile distruggere un idolo: richiede lo stesso tempo che occorre
promuoverlo e adorarlo. Giacché non basta annientare il suo
simbolo materiale, il che è semplice: si devono anche
annientare le sue radici nell’anima.
(E.M. Cioran)

Merda! Porcaccia della madonna! Canaccio d’un dio infame!… mi facevano male gli stivali texani (però spagnoli) nuovi e così ho pensato di andare al cinema… visto che sono portato a ridere di tutto il cinema gravido di effetti speciali e per niente interessato al cinema d’istupidimento incensato dalla macchina/cinema hollywoodiana, celebrato da tutti i cortigiani del mercato televisivo planetario, che è nelle mani di banchieri, trafficanti d’armi e politici… mi sono seduto davanti allo schermo dove passava Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve (santificato da Ridley Scott come suo erede) e sono rimasto per 152 minuti fra lo sconcerto di tanta stupidità e la voglia di passare alla distruzione del film! Così, tanto per aiutare i ragazzi a non credere e rigettare la simbologia cretina (autoritaria o, se vogliamo, qualunquista, financo fascista) sulla quale si poggia l’ultimo Blade Runner. E poi gli occhialetti del 3D… una cosa da deficienti per vedere in visione stereoscopica l’insincerità dell’arte contrabbandata col ghigno della scienza e dell’assoluto.
Va detto. Quando nel 1982 sono andato a vedere Blade Runner di Ridley Scott, a fatica sono arrivato in fondo al film… dopo dieci minuti avevo già i coglioni pieni di noia del cacciatore di replicanti, delle colonie spaziali, dei modelli Nexus-6 e dell’amore come soluzione finale… mi sembrava di assistere a una sorta di assemblaggio pubblicitario - anche fatto bene - dove i volti avvizziti degli attori s’addossavano a un’evidente adulazione pubblica… naturalmente sempre sovvenzionata da pletore di velinari di professione… a Hollywood, come dappertutto, ciò che conta sono gli incassi dell’ultimo film, magari un qualche Oscar preconfezionato o la demenza meravigliata dei tappeti rossi di tutti i festival della terra… il cinema è un’altra storia.
Con Blade Runner 2049, Scott ci riprova… del resto basta vedere la saga di Star Wars (e i suoi emuli) per comprendere che ogni culto è un tradimento dello spirito e l’entusiasmo è il sagrato repellente dell’imbecillità… tra la fabbrica delle illusioni e il cinema l’incompatibilità è totale! La gloria del mercato o il delirio del mito bastano a fare di un film il sublime da cialtroni e quelli che lo osannano i palafrenieri del ridicolo! A guisa di consolazione e al termine di film come Blade Runner 2049, non resta che rompere l’architettura dell’utilitario e il sospetto che tutto ciò che gronda dallo schermo non è che un grande spot televisivo (videogame dell’incuriosità o serie TV dell’idiozia raffinata) a favore delle forze di polizia che contrastano l’inatteso o la devianza. All’infuori della disobbedienza e del rovesciamento di prospettiva di un mondo rovesciato, tutte le iniziative (e forme di comunicazione) sono senza valore.
© Stephen Vaughan
La trama di Blade Runner 2049 (per non durare troppa inutile fatica, la riprendiamo da Wikipedia):
«Nell’anno 2049 i replicanti si sono integrati nella società, poiché le colture sintetiche si sono rivelate necessarie per la sopravvivenza del genere umano. L'agente K è un replicante di ultima generazione che dà la caccia ai vecchi replicanti Nexus ribelli. Uno di questi, Sapper Morton, vive da solo in una fattoria: K lo rintraccia e lo “ritira”, rinvenendo in seguito una scatola sepolta sotto un albero morto nei pressi dell’abitazione di Sapper. L’oggetto sepolto viene recuperato e aperto: contiene lo scheletro di un replicante Nexus femmina. Gli analisti del Los Angeles Police Department appurano che la replicante è morta a causa di complicazioni durante un taglio cesareo. Il tenente Joshi, capo di K, è sconvolta dal ritrovamento - in quanto non si pensava che i Nexus fossero capaci di riprodursi - e ordina quindi di eliminare qualsiasi prova della scoperta, dando istruzioni di trovare e “ritirare” il figlio replicante, poiché la notizia potrebbe creare un’instabilità nell’ordine tra umani e replicanti.
K, combattuto, si presenta alla sede dell’azienda che produce i replicanti moderni, la Wallace Industries: il personale identifica lo scheletro come quello di Rachael, creata dalla fu Tyrell Corporation e che ebbe una relazione con il cacciatore Rick Deckard, scomparso con lei nel 2019. Il fondatore della società, Niander Wallace, crede che i Nexus in grado di riprodursi possano essere il prossimo passo nella produzione e favorire l’espansione delle colonie extramondo, popolate da soli androidi; ordina quindi a Luv, la sua replicante tirapiedi, di rubare i resti di Rachael dalla stazione di polizia e pedinare K in modo da risalire al figlio replicante. K ritorna alla fattoria di Sapper e nota sull’albero morto un’incisione con la data 6/10/21, che coincide con quella su un cavallino di legno presente in un ricordo impiantato della sua infanzia. K risale alla fabbrica in cui si svolge questo ricordo, ritrovando il giocattolo nel posto dove lo aveva nascosto da bambino e credendo perciò che l’impianto potrebbe essere una vera reminiscenza del suo passato.
Nel controllare le nascite avvenute nel giugno del 2021, K scopre un’anomalia: Rachael ha apparentemente dato alla luce due gemelli che condividono lo stesso DNA - ma con sessi diversi - e solo il maschio è ancora vivo. Di conseguenza K si reca dalla dottoressa Ana Stelline, che lavora come creatrice di ricordi da innestare ai replicanti prodotti dalla Wallace Industries e che, dopo averlo informato che è illegale innestare ai replicanti memorie vere appartenute agli umani, gli conferma piangendo che si tratta di un ricordo reale, inducendolo così a credere di essere lui stesso il figlio della Nexus morta. Dopo aver fallito un test sulla sua natura replicante, K viene sospeso da Joshi, lasciandogli intendere che ha portato a termine la missione (cioè “ritirare” il bambino, vale a dire lui stesso). La stessa Joshi, per compassione, lo lascia andare.
K prosegue l’indagine per proprio conto, facendo analizzare il cavallino di legno: in esso vengono trovate tracce di radiazione che lo conducono alle rovine post-apocalittiche di Las Vegas. Qui K ritrova Deckard, che gli rivela di aver alterato le date di nascita per coprire le loro tracce, venendo poi costretto a lasciare Rachael, per la sua sicurezza, con un gruppo di replicanti rivoluzionari. Nel frattempo Luv uccide Joshi e rintraccia K. Nello scontro seguente Luv distrugge Joi, la compagna virtuale di K - lasciando quest’ultimo in fin di vita - e rapisce Deckard. K viene soccorso dal gruppo rivoluzionario e condotto da Freysa, che lo informa che il vero erede di Rachael e di Deckard è Stelline, in quanto solo lei poteva essere capace di impiantare i propri ricordi nella sua mente. Freysa ordina a K di uccidere Deckard affinché egli non fornisca a Wallace informazioni sul movimento.
© Stephen Vaughan
Deckard viene condotto dinanzi a Wallace, il quale ipotizza che l’amore tra lui e Rachael fosse stato unicamente un esperimento del dottor Tyrell e che i due fossero stati creati l’uno per l’altra allo scopo di verificare se i suoi Nexus fossero capaci di riprodursi. Deckard rifiuta di rispondere alle domande di Wallace o di aiutarlo - anche quando gli viene presentata una copia replicante di Rachael - e perciò Luv lo conduce in una zona extramondo per torturarlo al fine di estorcergli informazioni. K però li raggiunge e attacca il convoglio di Luv con il suo spinner, facendolo precipitare in mare vicino alla muraglia che protegge la città dalle inondazioni. Dopo un violento combattimento K riesce ad uccidere Luv, annegandola, e porta in salvo Deckard, rivelandogli che per proteggerlo lo darà per morto come vittima dello schianto. Deckard viene condotto da K al palazzo di Stelline, dove finalmente si ricongiunge con la figlia, mentre K, rimasto ferito gravemente nello scontro finale, muore sdraiato sulla scalinata della struttura con lo sguardo rivolto al cielo nevoso».
Per dire tutte queste sciocchezze edulcorate, la produzione di Scott allestisce una baracconata da 150 milioni di dollari… con il film si vendono magliette, giocattoli, saponi, modellini di auto, pistole e fucili in grado di solleticare nugoli d’imbecilli col vezzo dell’evento culturale… il marchio è Blade Runner… i fanatici sono lusingati dai fasti dell’ignoranza complice e danno lustro alla barbarie dentro e fuori lo schermo. Un popolo muore quando non ha più la forza d’abbattere gli dèi, i capi di Stato e i macellai che lo tengono a catena… il passaggio a nord-ovest dalla conoscenza alla coscienza è ancora tutto da inventare… ci sono mille rimedi alla miseria, non ce n’è nessuno per la stupidità.
In Blade Runner 2049, l’attorialità di Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Jared Leto e Robin Wright è davvero mortuaria… si ha l’impressione che nel bel mezzo dell’azione possa apparire lo sponsor di un profumo, l’abbacinazione di una macchina da corsa o abiti futuristi di una sfilata di moda… lo sbadiglio è universale e le rivelazioni, per niente demoniache, sono preghiere alla rovescia dove un dio e un millantatore coesistono sul calvario della farsa… l’educazione alla mediocrità continua. Gosling è davvero qualcosa di raro, non solo al cinema: lo si potrebbe vedere bene dietro il bancone di un bar a versare whisky a signore annoiate o, tutt’al più, ad infilare ghirlande di gelsomini nelle fiere di paese… non gli è di meno Ford… sembra capitato lì, in pigiama, sul set di un altro film, a sfoderare ricordi e tristezze in cumuli di convinzioni incenerite nei luoghi comuni… perfino nei primi piani si ha l’impressione di un naufragio impersonale e ciò che più conta è che sembra incarnare il rifugio della rassegnazione, senza un filo di credibilità.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.