L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

venerdì 14 ottobre 2011

Adesione di Alex Pausides (Cuba) a Utopia rossa

Estimado Roberto:

Pienso que mi labor promocional de la poesía y de los poetas en América, buscando nuevos espacios para la acción ciudadana de los poetas y su participación al lado de los pueblos, tiene puntos de contacto con el trabajo que hacen en Utopía roja.
Por tanto considéreme parte de los que quieren realizar la utopía desde la izquierda libertaria.
El mundo debe ser transformado. Yo quiero estar con mi palabra en algún lugar de esa trinchera.
Un abrazo

Alex Pausides

(Bolsena, 14 de Octubre de 2011)

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com/2011/10/estimado-roberto-pienso-que-mi-labor.html

mercoledì 5 ottobre 2011

USCIRE DALL'EURO O ENTRARE ALLA NEURO?, di Michele Nobile


(In relazione all’articolo di Moreno Pasquinelli, «La madre dei dottrinari è sempre gravida»*, con premessa fatta di considerazioni generali su come nella sinistra italiana non si faccia seria polemica politica). 

La polemica è il pepe della discussione politica, non fosse altro perché costringe a chiarire le proprie posizioni, ad approfondirle, oppure a rivederle, quando si è onesti. Per quanto mi riguarda è sempre bene accetta, anche perché è un bene rarissimo e stimolante.

Purtroppo, però, la sinistra post-Pci è da decenni disabituata a condurre polemiche in modo serio. Anzi, si può tranquillamente dire che se si tratta di manovre interne e di dichiarazioni estemporanee di basso cabotaggio, senza respiro strategico, fioccano editoriali e articoli; mentre, a fronte di una critica esterna radicale e argomentata, l’atteggiamento è semplicemente il silenzio. Un omertoso silenzio.
Uno spettacolare esempio della capacità di costruire e mantenere negli anni il silenzio è il modo nel quale Verdi, Pdci, Prc e gruppetti contigui - con il Manifesto e Liberazione - finsero (e ancora fingono) d’ignorare l’esistenza del libro I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale» (a cura di Roberto Massari, Massari editore, Bolsena 2007). Il libro fu recensito dal Corriere della sera, dal Giornale (sorvolo qui su recensioni minori, radio e televisioni locali), e si vendette in qualche migliaio di copie: ma neppure una parola, assolutamente nulla, apparve sul Manifesto e Liberazione, neanche una drastica stroncatura, magari solo per rispondere alle recensioni di due grandi organi della stampa borghese, tra cui il più importante quotidiano italiano (recensioni politicamente «interessate», forse, ma corrette). Giunse solo un gentilissimo ringraziamento autografo, per l’invio del libro, da parte dell’allora Presidente della Camera e principale indiziato del libro (Fausto Bertinotti).
Durissimo nel giudizio a partire dal titolo, nel merito delle questioni il libro fu però scritto con metodo scientifico. Tutto è documentato, l’argomentazione rigorosa e pacata: la ricostruzione delle giravolte politiche, della manipolazione linguistica, del peso del finanziamento pubblico e delle carriere dei forchettoni rossi, le tensioni interne, le responsabilità al femminile. Obiettivamente ciò ne fa un volume indispensabile, non solo per il militante politico, ma anche per lo studioso di scienze politiche che sia interessato alla cosiddetta «sinistra radicale» del tempo.

Per chi dispone di una seppur piccola nicchia nel mercato editoriale e politico l’arma migliore, ancorché la più disonesta, è senz’altro il silenzio. Nella società dello spettacolo il silenzio equivale a una condanna a morte virtuale. Per fortuna, però, il silenzio non impedisce alla realtà di fare il suo corso o per lo meno non sempre. Nelle elezioni del 2008 l’elettorato, disgustato dall’opportunismo politico e dalla palese degenerazione di questa sottocasta della Casta politica, punì duramente la sedicente «sinistra radicale», cacciandola dal Parlamento. Le valutazioni dei circa due milioni di elettori che si astennero giustamente dal votare per Prc, Pdci e Verdi erano le stesse anticipate ne I Forchettoni rossi. E a me piace pensare che a qualche migliaio di quegli elettori il nostro libro può aver fornito argomenti razionali e documentati, superiori alla legittima reazione istintiva e disperata. Oggigiorno può ancora fornire argomenti per non ricadere nella medesima trappola.

A sinistra della sinistra forchettonica non è che la situazione del dibattito sia migliore. Siamo molto al di sotto di quanto sarebbe necessario per costruire un’area anticapitalistica. Ha dell’incredibile vedere come possano ancora sussistere residui togliattiani, nostalgici di Berlinguer e dell’Unione Sovietica o addirittura dello stalinismo. Per altri versi, il dato essenziale è la frammentazione e una sostanziale autoreferenzialità, negata ma praticata nei fatti, e la persistente inclinazione alla presentazione elettorale, con quel che ne consegue in termini di ambiguità politica o di settarismo partitico.

Capita, anche, che la polemica degeneri irrimediabilmente già dal secondo passo. È quanto accaduto in seguito al mio articolo «Tornare alla lira e cancellare il debito? Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo», nel quale ho preso posizione, in seguito a una discussione nella redazione di Utopia rossa, nei confronti delle assemblee di Roma (svolta il primo ottobre) e di Chianciano (22 e 23 ottobre, all’insegna delle indicazioni «Fuori dal debito! Fuori dall'euro!»).
Come è evidente, si è trattato di un articolo di polemica politica immediata, seria ma dura. Il taglio dell’articolo era molto diverso da quello prevalente nelle decine di articoli e saggi, e qualche libro, che nell’ultimo quarto di secolo sono andato scrivendo sull’economia mondiale del passato e del presente, inclusi alcuni «pesanti» articoli presenti nel blog di Utopia rossa sulla crisi in corso. Nella maggior parte dei casi di questi scritti l’intento politico è nei presupposti e nelle conclusioni, ma non struttura il contenuto né la forma.

Dal lato dei promotori dell’assemblea di Roma non ho avuto risposte dirette, cosa comprensibile dati anche i tempi ristretti. Posso sbagliarmi, ma mi pare che nell’assemblea sia emersa un’evoluzione nel senso che auspicavo e in qualche modo, a quel che mi si dice, i  contenuti del mio articolo sono riusciti a entrare nella discussione  (se tutto ciò è vero, e in che misura, ce lo diranno i fatti). Attenersi rigorosamente alla parola d’ordine «noi il loro debito non lo paghiamo» è cosa diversa dalla rivendicazione che «lo Stato italiano non paghi i suoi creditori»: nel primo caso ci si contrappone al padronato e allo Stato, nel secondo si difende lo Stato (imperialistico) dai suoi creditori.

Una replica al mio articolo è invece venuta dal compagno Moreno Pasquinelli, uno dei principali promotori dell’assemblea di Chianciano. Se non fosse andata persa, sarebbe stata un’ottima occasione di discussione, polemica quanto si vuole ma pertinente nel merito. E invece così non è andata e l’articolo di Pasquinelli può ben essere citato come un esempio da manuale di come non si debba condurre una polemica, o, più precisamente, di quel che è l’opposto di una polemica razionale, che si confronti con le reali posizioni dell’avversario. Si tratta di un bell’esempio di come l’esigenza garantire il proprio orticello a fronte delle critiche e di autoassolversi ricorrendo alla demonizzazione e al deliberato travisamento degli argomenti dell’avversario possano prevalere sull’uso della ragione.

Il mio articolo definiva nazionalsciovinista la rivendicazione dell’uscita dall’eurozona. Indubbiamente è un duro giudizio politico, ma non un attacco personale; mira a colpire il significato oggettivo della parola d’ordine, non la soggettività di chi la formula né la bontà delle intenzioni dei suoi sostenitori; il giudizio politico è accompagnato da argomenti, che si possono condividere o respingere totalmente, ma che per sostanza e forma rientrano nel quadro della discussione razionale. Lo stesso dicasi per il giudizio di quella soluzione come «retrograda» e «reazionaria». Sulle capacità politiche e intellettuali soggettive mi sono limitato a un garbato «ingenui», che può comunque essere ancora interpretato in termini politici e non necessariamente psicologici o personalistici.

L’articolo di Pasquinelli invece non è altro che un lungo attacco ad personam - la mia nella fattispecie - infarcito di improperi che non aiutano il lettore a comprendere i termini del dissenso. Ne è stato fatto un elenco, forse incompleto, ma certamente rappresentativo: velenoso, primitivismo politico, prolisso saggetto, corbellerie teoriche, da bocciatura secca, ultrasinistrismo teorico, indecente, la più classica delle fuffe (?), massimalismo parolaio, cazzate, puerili, pacchiano, sporco delle unghie, grossolano, volgare, capzioso, puerile (di nuovo), libello, carte false, asinerie economiche, castronerie.

Gli insulti personali che Pasquinelli mi rivolge sorprendono per varietà e numero, ma non per questo possono sconvolgermi: il callo agli insulti cominciai a farlo decenni orsono quando mi accadeva di riceverne da esponenti della Fgci o dai «marxisti-leninisti»; ma non era la norma e anche i secondi non scendevano tanto in basso, nonostante il loro riferimento ideologico allo stalinismo.
Lo stile, però, è vettore di un contenuto, la forma è essa stessa sostanza. Va quindi detto, innanzitutto, che questo stile e questa forma non sono congeniali a una polemica che abbia come fine la ricerca del vero e del giusto, per avvicinarvisi il più possibile.

Ma questo è solo l’inizio. Fatto ancor più grave, molto più grave degli insulti, è la sistematica deformazione di quanto da me scritto. Deformazione, anzi, non rende l’effettiva gravità del procedimento.
In realtà Pasquinelli mi attribuisce, direttamente o indirettamente, concetti che non solo poco o nulla hanno a che fare con l’oggetto del contendere, che non solo non ho mai pronunciato o scritto in quell’articolo, ma che sono in radicale antitesi con quanto da me detto, scritto e fatto in quasi quarant’anni di cosciente vita politica trascorsi sempre dalla parte della rivoluzione e senza grandi svolte o pentimenti ideologici. La cosa è senza giustificazioni perché Pasquinelli può anche non conoscere né la mia persona né i miei scritti, ma conosce più che bene Utopia rossa: e poiché si tratta di una corrente politica internazionale di cui faccio parte da quando essa mosse i primi passi meno di una quarantina d’anni fa, avrebbe avuto a disposizione qualche strumento teorico in più per evitare di attribuirmi in modo così spregiudicato e frettoloso concetti e posizioni che non appartengono né a me né a questa associazione politica.

Ho rilevato ben tredici passi puntuali nei quali Pasquinelli letteralmente inventa le mie posizioni o, per il contesto, fa in modo che il lettore possa ritenerle mie:
1) per me «ogni difesa della sovranità nazionale (...) sarebbe passatismo, far girare indietro la ruota della storia»;
2) per me «ogni suo atto [della borghesia], per quanto indesiderato, sarebbe non solo irreversibile, ma avrebbe, suo malgrado, una destinazione funzionale progressista»;
3) avrei un «atteggiamento indifferentista o disfattista rispetto a tutte le vicende politiche che esulino dai "puri" rapporti tra capitale e lavoro»;
4) per me «il movimento rivoluzionario non deve impicciarsi delle grandi questioni politiche ed economiche che sconvolgono le società borghesi»;
5) per me «i rivoluzionari debbono farsi i cazzi loro»;
6) per me «occorre infischiarsene se il sistema secerne un qualche fascismo»;
7) sono assimilato  a «certi ultrasinistri» che rifiutano «di difendere le lotte di liberazione nazionale» (menzogna colossale smentita, tra l’altro, dal secondo punto della Dichiarazione di principi di Utopia Rossa e, in tempi recentissimi, da un mio articolo del 17 settembre 2011, giusto dodici giorni prima dell’articolo di Pasquinelli: «Rosa Luxemburg e la questione nazionale (sulla Polonia, 2)», utopiarossa.blogspot.it;
8) esprimerei il «rifiuto della lotta politica tout court, osannando di converso la lotta sindacale»;
9) ragionerei «Come se ogni proletariato, dal momento che in potenza è portatore del socialismo, fosse non solo unilinearmente condannato a questa missione, come fosse socialismo in atto»;
10) sarei soggetto al «feticismo della lotta sindacale»;
11) per me «gli operai dovrebbero limitarsi a farsi fantomatici fatti loro, aggrappandosi ai loro specifici interessi corporativi»;
12) con la conseguenza di «giammai» opporre «un programma politico per un'uscita rivoluzionaria dalla crisi»;
13) respingerei riforme migliorative nell’ambito del capitalismo.

Ho rilevato questi passi perché ciascuno di essi può agevolmente essere smentito con articoli, documenti e addirittura interi capitoli di miei libri. Ma forse è più utile accennare all’effetto d’insieme, all’architettura complessiva del testo di Pasquinelli.

Pasquinelli mi associa a «Giuliano Ferrara, a Nichi Vendola, a Prodi o a Trichet»: la cosa è talmente comica che può solo far ridere (anche perché quei quattro, a loro volta, non sono associabili tra loro se non a costo di violente forzature della storia, della teoria e dell’attualità politica). Se si volesse restare sulla stessa lunghezza d’onda, si potrebbe allora associare Pasquinelli e chi sostiene l’uscita dall’eurosistema a Roberto Fiore e a Forza nuova, a Marine Le Pen e al Front National, insomma alla destra fascista o fascistoide, razzista e xenofoba. Ma forzando un altro po’ anche ai fautori di un nuovo zecchino aureo padano.  
Stando al metodo impiegato, a posizioni invertite Pasquinelli certamente mi assimilirebbe ai fascistoidi; ma io non mi sogno neanche di seguirlo su questa strada, preferendo mantenere l’attenzione sull’oggetto in discussione e sulle posizioni da lui realmente sostenute. Ciò non toglie che in sede di analisi, potrei anche fornire delle spiegazioni del perché la feccia della reazione europea sia antieuro e sia nazionalista anche in campo monetario, riconducendo il tutto alla tradizionale difesa della sovranità di uno Stato imperialistico.

Devo dire che in quasi quaranta anni di discussioni politiche non ero mai stato sottoposto a un così lungo elenco d’insulti e a una così articolata arbitraria invenzione delle mie posizioni: il tutto fatto freddamente, stilato nero su bianco, quindi con tutto il tempo per riflettere, piuttosto che nell’animazione del confronto faccia a faccia. La reazione di Pasquinelli appare eccessivamente scomposta, furibonda e motivata da pulsioni aggressive da far pensare con qualche fondamento che il mio articolo deve aver toccato qualche nervo scoperto o qualche zona dell’inconscio, al di là del contenuto politico in quanto tale.
Giustifico così il titolo scherzoso di questo pezzo, sperando di non sembrare offensivo a mia volta o perlomeno di non essere sceso al livello di Pasquinelli.
Purtroppo, però, è talmente forte la carica politico-psicopatologica da rendere impossibile lo sviluppo di una discussione seria e l’elaborazione di una mia controreplica nel merito. Prima di discutere del debito e dell’uscita dall’eurosistema sarei costretto a correggere punto per punto le falsità e le arbitrarie deformazioni del mio pensiero, entrando in controversie astratte o pseudofilosofiche, che ci porterebbero lontani dall’oggetto del contendere. Ma forse proprio per questo Pasquinelli vi ha fatto ricorso: perché l’attenzione fosse deviata dalla sostanza dei problemi, dall’evidente matrice nazionalista delle sue posizioni e dall’incongruenza se non infondatezza delle sue indicazioni da «economista»… al posto della borghesia finanziaria.

Non scenderò quindi su tale terreno: non m’interessa rispondere agli insulti, non m’interessa discettare dei massimi sistemi (con riferimenti storici fasulli o infondati da parte del mio interlocutore), non m’interessa riempire pagine di scrittura che invece di avvicinarci alla soluzione dei problemi reali ce ne allontanino per semplice gusto della polemica oppure per nascondere la propria impreparazione teorica. Tutto ciò sarebbe inutile e io non sono minimamente interessato a condurre una polemica sterile nel peggior stile della gruppettistica. (Una gruppettistica, sia detto en passant, della quale Moreno è certamente uno degli interpreti italilani più variegati e camaleontici, ma anche più settari e autoreferenziali.)

Solo una cosa mi sento in dovere di rilevare. Il testo di Pasquinelli trasuda disprezzo verso ciò che io ho definito il sano «istinto» di classe: l’istinto che fa sì che i lavoratori possano lottare con i sindacalisti «onesti» in difesa dei loro interessi immediati che, proprio per essere tali, si contrappongono congiunturalmente agli interessi del padronato e dello Stato capitalistico, e che comportano il rifiuto di schierarsi a favore della propria impresa contro la concorrenza, di appoggiare un settore del padronato contro un altro. Notavo che, su scala più ampia, ciò implica che i lavoratori possano e debbano giustamente rifiutarsi di prendere parte per questa o l’altra opzione politica borghese o per il proprio Stato imperialistico (come è quello italiano) nelle sue beghe con altri Stati imperialistici o con le banche internazionali. A tutto ciò Pasquinelli oppone una sorta di ultraleninismo che, ripeto, trasuda disprezzo nei confronti di quelle lotte reali, che oggi mancano o sono purtroppo del tutto insufficienti, che costituirebbero la condizione elementare perché si possa resistere al feroce attacco padronale e statale. Lenin avrebbe come minimo cacciato a pedate nel sedere dalla frazione bolscevica chi avesse inteso «difendere» la «sovranità» del proprio Stato imperialistico, in questo caso proponendo l’uscita dall’eurosistema e il ritorno all’italianissima lira. Ma è il disprezzo per quelle che sono dette lotte «corporative», limitate e parziali ma pur sempre condotte da donne e uomini reali fuori degli schemi politici di compromesso di classe, che disturba. E non solo sul piano politico, bensì anche sul piano teorico e soprattutto umano.

Nell’impossibilità e inutilità di una controreplica, concludo consigliando al lettore di leggere il mio articolo incriminato ed eventualmente gli altri già presenti in questo blog, poi – rompendo un’inveterata tradizione per la quale si cerca sempre di non far leggere i testi dell’avversario – invito invece a leggere o rileggere quello di Pasquinelli e, quindi, di trarre le debite conclusioni.

5 ottobre 2011
La riproduzione di questo articolo è libera. Si prega gentilmente di citare la fonte:

*[leggere l'articolo citato]

domenica 2 ottobre 2011

INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA DEL 1º OTTOBRE «NOI IL DEBITO NON LO PAGHIAMO» (Roma, teatro Ambra Jovinelli), di Andrea Furlan

(per ragioni di tempo – troppi iscritti a parlare – non ho potuto fare il mio intervento. Questa è la sintesi scritta)

Come sarebbe "non remo più"? Insomma, siamo o non siamo sulla stessa barca?
Considero importante l'aver promosso questa giornata politica di discussione tra soggetti diversi in seno a ciò che resta della ex estrema sinistra italiana per verificare la possibilità della costruzione di un movimento anticapitalistico nel nostro paese che si dimostri capace di fronteggiare l'attacco ai diritti e alle condizioni materiali dei lavoratori, scatenato dalla Confindustria e dal Governo italiano.
Questa possibilità è il solo motivo che mi indusse a firmare l'appello promotore della giornata odierna. Sostengo questo perché nutro seri dubbi su varie questioni contenute nell'appello originario, e sue due in modo particolare. E poiché considero fondamentale la costituzione di un movimento politico che riattivi nel nostro paese il conflitto di classe,  ritengo che tale processo si debba fondare su basi politiche e teoriche solide.
Quando si asserisce che bisogna lottare contro il "Governo Unico delle Banche" (che è un’astrazione inesistente e non corrispondente alla realtà), si afferma in pratica la fine dell'autonomia politica ed economica degli Stati nazionali che compongono l'unione Europea i quali avrebbero perso loro sovranità in favore della BCE. Questa opererebbe come il grande fratello che impone alle singole borghesie nazionali e agli Stati la propria politica economica e sociale. Non è così.
Anzi, su questo versante, la questione è diametralmente opposta. La Comunità Europea continua ad essere la pura sommatoria – ancora nemmeno federativa - delle singole borghesie nazionali più forti le quali, mantenendo la piena autonomia politica, decidono in quella sede le misure comuni da adottare nella situazioni di crisi economica del sistema capitalistico, mantenendo un accordo di fondo sul fatto che le misure di austerity o i costi sociali della crisi vadano gravati sulle spalle dei lavoratori, paese per paese. Per quanto riguarda l’Italia, ognuno può vedere che non vi è alcuna contraddizione importante fra le posizioni della Confindustria e la BCE, vale a dire la portavoce sul piano economico-finanziario degli Stati imperialistici europei, ma vi è invece una sostanziale convergenza riguardo ai soggetti sociali che devono pagare i costi principali della crisi (lavoratori, pensionati, precari, migranti ecc), le strategia di risanamento del bilancio ecc.
Ne abbiamo avuto una conferma recente con la lettera della BCE firmata congiuntamente da Trichet e Draghi pubblicata dal Corriere della Sera cioè dal quotidiano della grande borghesia italiana (ed è quindi risibile che qualcuno ancora la chiami “lettera segreta”), nella quale emerge in tutta la sua chiarezza la totale assonanza di idee e obbiettivi che accomunano la Confindustria italiana e la BCE. Divergenze potevano esservi, forse, sui tempi di realizzazione della manovra economica, ma non certo sulla natura dei tagli e sulla sostanza antipopolare e antisindacale.
Da questo punto di vista dobbiamo constatare che la borghesia è l'unica classe che dimostra storicamente di saper fare tesoro degli errori commessi. Mentre nel passato, in momenti di grave crisi economica, le singole economie capitalistiche venivano lasciate a se stesse o addirittura si cercava di approfittarne in termini di concorrenza e accaparramento di fette di mercato, ora si assiste a una politica di “concertazione” e anche di relativo aiuto reciproco, allo scopo di mitigare la violenza esplosiva delle contraddizioni interimperialistiche. Diciamo per brevità che è una ricaduta della cosiddetta “globalizzazione” (termine non più di moda, al contrario di quanto accadeva ancora una decina di anni fa). Lo si vede chiaramente nell'aiuto che l’Unione Europea garantisce agli Stati che sono in maggiori difficoltà (come nel caso della Grecia) con prestiti e altre forme d’intervento concordato. La lettera di Trichet-Draghi ne è un altro esempio sul piano delle “direttive” piuttosto che sul piano dell’intervento finanziario diretto.   
L'altra questione concerne la cancellazione del debito o la sua moratoria. Su questo argomento tra di noi non devono esserci ambiguità. La crisi economica è la crisi del capitalismo e dello Stato borghese. E’ la borghesia italiana che ha contratto il debito con le banche estere ed è lei e solo lei che deve pagarlo se vuole o non pagarlo se non vuole o se le viene concesso. Non è un debito dei lavoratori, non è un nostro debito e non abbiamo ragione di intervenire (a parole, perché nei fatti l’impotenza è d’obbligo) sui tempi, i modi, il pagamento o il non-pagamento del debito.
E' ovvio che al momento, visti i rapporti di forza esistenti tra le classi e lo stato arretrato (men che difensivo) del conflitto sociale, questa posizione può esprimersi solo sul piano ideologico, stando ben attenti a non cadere nel nazionalismo filoborghese come fanno quei compagni o gruppi della ex estrema sinistra che si mettono a dare consigli alla borghesia italiana su come deve muoversi in questo o quel problema finanziario. I guai della borghesia italiana non ci riguardano direttamente. Noi possiamo solo tentare di contrastare il suo tentativo di far pagare i costi della crisi ai lavoratori italiani, stando anche bene attenti a quelle proposte politiche nazionalscioviniste che vorrebbero scaricare i costi della crisi italiana sui lavoratori di altri Paesi. Sostenere invece come faceva l'appello originario di questa assemblea (poi nettamente modificato nei comunicati successivi e nel titolo della giornata odierna, anche grazie alle critiche contenute nel testo di Michele Nobile, che Cremaschi ha positivamente ricordato nella sua relazione introduttiva pur non nominando l’autore) – e cioè che lo Stato italiano dovrebbe smettere di pagare il debito nei confronti della banche private, degli Stati esteri o delle agenzie internazionali - equivale a caricare la classe lavoratrice di un problema che non è il suo: e cioè il salvataggio del capitalismo e della propria borghesia nazionale dalle sue crisi. Forse del tutto ingenuamente non ci si accorge che così facendo ci si colloca in pieno all’interno delle compatibilità capitalistiche, tante volte a voce condannate.
Inoltre, non lo si dice esplicitamente ma è implicito che, se si chiede alla propria borghesia o Stato imperialistico di non pagare il debito pubblico, e quindi si suggerisce il non-rispetto sotto questo profilo di uno dei dettami più importanti di Maastricht, di fatto si sta chiedendo di essere espulsi dall'eurozona, con conseguente abbandono dell’euro per tornare alla lira o comunque a un’espressione monetaria nazionale. Anche qui l’“ingenuità” demagogica porta a non saper prevedere quali e quanti duri contraccolpi si avrebbero sul piano economico e sociale, con chiusura delle fonti di credito, crisi di settori produttivi, autarchia nel senso peggiore, nazionalistico e mussoliniano del termine.
In questo caso, non si comprende come qualcuno possa considerare la lira una moneta meno capitalistica dell'euro. O forse si pensa che in un sistema economico integralmente fondato sulla circolazione monetaria (è il caso del capitalismo e lo è ogni giorno di più), la cosiddetta economia produttiva possa essere separata dal finanziamento dell'investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale? Si pensa veramente di poter liberare l’economica capitalistica italiana dai condizionamenti del mercato, in primo luogo del mercato dei capitali? Nella società del capitale (Italia compresa) la moneta racchiude in sé l’essenza del rapporto sociale dominante, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato: ieri la lira, oggi l’euro, domani chissà… Durante la vigenza della lira, sempre con la scusa di dover far fronte alla crisi economica (seconda metà degli anni ‘70), il padronato italiano non è riuscito forse a togliere ai lavoratori la scala mobile dei salari e attaccato pesantemente i diritti che i lavoratori avevano conquistato con le lotte del 1968-69 e poco oltre? E il debito economico, il deficit di bilancio, le disavventure della lira ecc., non erano forse anche allora il pretesto per esigere, come nel 1992 sotto il governo Amato, i sacrifici ai lavoratori per ripianare il debito? Sacrifici che i governi democristiani e socialisti imposero con il consenso esterno del Pci e della Cgil e che poi il Pci-Pds-Ds applicò in prima persona con i governi Prodi-D’Alema-Prodi e con l’aiuto di Verdi, Comunisti italiani, Prc e l’intera casta dei Forchettoni rossi? In questa sala sono presenti vari esponenti della ex estrema sinistra che acconsentirono a quelle politiche di sacrificio dei lavoratori in nome della salvezza dell’economia italiana e che attendono solo la prima occasione possibile per provarci di nuovo. E a costoro farebbe certamente piacere che il mondo dell’opposizione sociale si avventurasse sul terreno dei “consigli” alla borghesia, invece che su quello della lotta accanita e capillare, ultradifensiva oggi che ci stanno togliendo proprio tutto, forse nuovamente aggressiva domani.
La fase politica attuale vede il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Ma in realtà il fronte è ancora più arretrato visto ciò che sta accadendo sul piano dell’occupazione, dei diritti del lavoro, delle pensioni, della sanità, delle scuola ecc. senza che vi sia una risposta generale da parte di alcune categorie lavorative importanti, che invece avrebbero i numeri e le forze per contrastare il piano del capitale italiano (benedetto dalla BCE) ma non lo fanno perché a questo si oppongono le direzioni sindacali (oltre al PD e ai partiti limtrofi). Non viene fatto nulla di concreto per fermare l'attacco governativo e padronale, a parte alcuni inutili scioperi (inutili perché privi di obiettivi concreti da raggiungere, puramente dimostrativi), alcuni cortei e qualche fiammata di collera popolare. La verità è che i lavoratori italiani si trovano in netta difficoltà a fronteggiare l'attacco padronale a causa della scelta politica operata dal più grande sindacato italiano, la CGIL, avendo questa alle spalle decenni di politica concertativa e avendo ormai deciso di accettare la sostanza dell’attacco padronale come hanno dimostrato gli accordi sottoscritti il 28 giugno e il documento economico redatto insieme alla Confindustria il 4 agosto.
 A fronte di tale situazione, la nostra azione politica non può essere demagogica. E quanta demagogia si è sentita oggi in questa sala… Non ci vuole niente a spararle grosse, ricevere gli applausi e sentirsi così esonerati dall’indicare i passi concreti con cui avviare una vera lotta difensiva, concreta, autogestita e di massa, dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Nella fase attuale non c’è posto per i sogni e i grandi proclami su cosa debba fare o non fare la BCE, la borghesia italiana o i suoi governi. Se non riparte la lotta rivendicativa dal basso in alcuni settori importanti, ci si dovrà limitare al terreno della propaganda che, per essere efficace, dovrà essere costruita su pochi ma qualificanti punti comprensibili all’intero mondo del lavoro, immigrati compresi: 1) difesa della contrattazione nazionale, 2) difesa dello Statuto dei lavoratori, 3) difesa dello stato sociale (sanità in primo luogo), 4) difesa dei beni pubblici (acqua, servizi, territorio), 4) difesa del potere d’acquisto del salario, 5) autorganizzazione di massa contro il precariato, 6) difesa della democrazia a partire dai luoghi di lavoro (come si può venire a spararle grosse su presunte “Repubbliche” indipendenti in Sardegna o in Val di Susa quando un importante sindacato di base - i Cobas della scuola - da anni non riesce nemmeno ad avere il diritto di assemblea nell’orario di lavoro?) In poche parole bisogna lottare contro gli effetti immediati della crisi cercando di costruire una prospettiva all’interno di tale lotta. Il resto sono chiacchiere, demagogia.
Per quanto concerne invece la proposta organizzativa del movimento, sono convinto che ci dobbiamo dotare di una struttura realmente aperta e democratica, dove vi sia il rispetto totale delle varie sensibilità politiche presenti al suo interno, ma dove le decisioni siano realmente discusse e prese collettivamente indipendentemente dalla corrente politica d’appartenenza. Vi è l'esigenza ormai molto diffusa di uscire una volta per tutte dalla dinamica degli intergruppi in cui le singole soggettività politiche utilizzano il movimento per la crescita interna del proprio gruppo o miniapparato. A questo riguardo sono molto pessimista, anche in considerazione di come si sono svolte le ultime iniziative di lotta, le convocazioni di scioperi scriteriati e l’iter che ha preceduto questa stessa assemblea. Sappiamo quali gruppi politici sono prevalenti al suo interno e la cosa non ci tranquillizza affatto.
Nella situazione attuale, che vede la democrazia diretta in continuazione violata, concretamente e ideologicamente, dobbiamo reagire e dimostrare ai giovani, al mondo del lavoro fisico e mentale, agli immigrati, alle donne e alle comunità in lotta che siamo portatori di una nuova maturità politica: la maturità di chi vuole realmente costruire un movimento antagonistico che si dimostri all'altezza dello scontro di classe in atto in Italia e nel mondo, che si accrediti come un valido punto di riferimento per le lotte attuali e quelle future che prima o poi riprenderanno con o senza di noi.
Ovviamente, tutto ciò potrà essere possibile solo se si sgombra il campo dalle velleità elettoralistiche che hanno provocato le più grandi sconfitte di questi ultimi anni, in primo luogo sul piano etico, ma poi anche sul piano dell’analisi teorica e della formulazione di prospettive. Anche in questa assemblea c’è chi già pensa a come si riuscirà a votare ancora una volta per il Centrosinistra o per appendici del centrosinistra. E magari chi non ci pensa oggi, finirà col farlo – all’insegna della famigerata politica del meno peggio – alle prossime elezioni politiche. E a queste derive non c’è antidoto possibile al di là della crescente radicalizzazione delle lotte, la massima democrazia diretta e, diciamolo, anche l’egemonia di un’intelligenza politica in grado di capire quali siano i compiti della borghesia, quali dei lavoratori e l’abisso che passa tra i due.
Andrea Furlan
(RSA Filcams – CGIL)

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.