L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

giovedì 17 marzo 2011

ARABIA SAUDITA E SIRIA (MONDO ARABO IN RIVOLTA V), di Pier Francesco Zarcone


L’oscurantismo e l’assolutismo dell’Arabia Saudita

È uno Stato noto per essere uno dei maggiori produttori di petrolio, per avere una monarchia assolutista fra le più oscurantiste, per il fatto di relegare le donne in una subordinazione/esclusione indegna (anche del buon senso), per la straordinaria ricchezza del re e degli sceicchi - pari solo alla loro insensibiltà sociale - e per essere un importante e fedele alleato di Washington nell’area (cosa che, nell’insieme, è forse il minore dei mali sauditi). Di questo poco popolato paese, luogo di nascita del Profeta dell’Islam, terra di deserti e beduini, si può dire anche altro, generalmente sottaciuto dai grandi mezzi di (dis)informazione di massa (al riguardo va detto che giocano interessi petroliferi e interessi statunitensi).
Anche il presente saudita viene spiegato dal suo passato, i cui momenti cardine stanno nel XVIII secolo e subito dopo la Grande guerra del ‘14-’18. La lontananza temporale è priva di rilievo, stante la linea di continuità che lega eventi antichi alla contemporaneità. Orbene, nel 1744 si realizzò un’alleanza strategica - mai più rotta - fra la dinastia beduina dei Saud e una specie di “restauratore della purezza originaria dell’Islam” dal nome Muhammad Ibn Adb al-Whhab. Costui, ispirandosi ai contenuti elaborati nel XIII secolo della nostra era da una scuola giuridica musulmana, si fece banditore di un’interpretazione assolutamente restrittiva e puritana del Corano e della legge islamica, detta appunto wahhabita, mediante la forza delle armi. In quell’epoca i wahhabiti furono sonoramente sconfitti, ma non furono distrutte né la famiglia saudita né la sua adesione a quel movimento (religioso e giuridico allo stesso tempo). Il ritorno offensivo e vendicativo dei Saud sulla scena araba si ebbe dopo la disintegrazione dell’impero ottomano nel 1918, ed ebbe il suo momento-chiave nella cacciata dalla Mecca dello Sceriffo Husayn Ibn Ali, della famiglia Hashimita e quindi discendente del Profeta. I vincitori si impadronirono di quasi tutta la penisola araba, imposero il loro credo e Ibn Saud divenne il primo monarca dell’Arabia Saudita wahhabita. Vale a dire (e questo è importante) del primo Stato islamico definibile (a seconda del sistema concettuale a cui si aderisce) integralista, fondamentalista, radicale, oscurantista da Medio Evo ecc.
La scoperta di immensi giacimenti petroliferi fece sì che i Saud, da signori di uno scatolone di sabbia di scarsa importanza (anche perché chiuso a nord dalle dinastie nemiche degli Hashimiti di Transgiordania e Iraq, e a sud dai possedimenti britannici) diventassero strategicamente importanti per l’imperialismo statunitense. L’alluvione di ricchezza - che ha interessato essenzialmente la famiglia reale, tanto numerosa (22.000 membri) da essere paragonabile a una legione (di parassiti) - per molto tempo non modificò di molto la cultura e la mentalità arcaica e chiusa di quell’angolo di mondo. Cioè di una società beduina rimasta per secoli poco collegata con l’esterno. Sulle difficoltà affrontate da Ibn Saud - con il boom petrolifero - per evitare reazioni popolari violente contro l’avvento di manifestazioni diaboliche come il telefono e la radio esiste una vasta aneddotica. Vale la pena ricordare che eventi drammatici legati all’inaugurazione del primo canale televisivo saudita in lingua inglese portarono all’uccisione di re Faisal nella seconda metà degli anni ’70.

martedì 15 marzo 2011

QUALUNQUEMENTE (Giulio Manfredonia, 2011), di Pino Bertelli

La stupidità, in generale, non è una qualità naturale,
ma un prodotto sociale e socialmente rafforzato.
(Theodor W. Adorno)

I. Il cinema della stupidità

Il cinema italiano ai tempi della stupidità spettacolare ha il successo che si merita... frotte di imbecilli decretano il consenso (non solo) economico ai cinepanettoni di Neri Parenti, Aldo Giovanni e Giacomo o ai deliri calcolati di Antonio Albanese, diretto (male) da Guido Manfredonia in Qualunquemente. A vedere bene queste operazioni commerciali è difficile non accorgersi che tanta sciatteria espressiva è figlia dello spettacolo televisivo che imperversa nelle case degli italiani... puttane, papponi, politici e ruffiani circolano impunemente nell’immaginario collettivo e fanno dimenticare le lotte sociali degli studenti, dei precari, dei disoccupati, dei migranti... attanagliati nell’infelicità della nostra epoca.
Il linguaggio dell’humour, l’ironia o il cinismo intelligente non sembra conosciuto a questi vassalli dello spettacolo integrato e nulla emerge dai loro film, se non l’apoteosi del vuoto o la promessa obbligatoria di ridere sul crepuscolo della comicità che morde il potere e non l’assolve dai suoi peccati seriali. La società dello spettacolo celebra la demenza accettata e i mezzi di comunicazione di massa organizzano magistralmente l’ignoranza con pseudo-avvenimenti mondani... l’impero della comunicazione accresce i propri sudditi nel mercantilismo globale e solo i poeti, i bambini o gli insorti della Rete... si chiamano fuori dal dominio dell’economia spettacolare, che ridotto gli uomini a merce.
Il cinema giovanilista e quello demenziale segnano i parametri ricettivi dell’analfabetismo cinematografico dei nostri tempi... il peggio non sta nell’ignoranza, ma nell’illusione di sapere... poiché il cinema degli imbecilli è innanzitutto un verminaio di sciocchezze e strumento di lusinga ininterrotta del potere (specie quando finge di morderlo alla gola), l’ubriacatura delle masse continua a riprodurre l’ineguaglianza sociale e il trionfo del dispotismo non teme incrinature. In questo senso i buffoni con la faccia da boia in attività, come Sergio Marchionne, possono avere ragione sui diritti calpestati dei lavoratori, in buona pace (e complicità) della sinistra (tutta) connivente con i crimini della politica istituzionale. Chi controlla la memoria degli ultimi, controlla il futuro... chi controlla il presente, alza la ghigliottina della disoccupazione, della carcerazione e dell’esclusione delle giovani generazioni. Una minoranza di caimani in doppio petto mercanteggia sulla sopravvivenza di una maggioranza asservita e non sono mai abbastanza le ondate di rivolta che scuotono alla base l’intero edificio sociale e vogliano dare fuoco ai palazzi del potere, non per cambiarlo, ma per distruggerlo dalla faccia della terra.
Qualunquemente è un film stupido... molto stupido... i loro realizzatori lo sanno di certo... gli interpreti anche. L’ambientazione “sudista” è congeniale... circoscritta a un piccolo comune della Calabria... il che vuol dire che in altri posti, altre città, la politica si fa con altri mezzi... tutto falso... i politici dell’italietta berlusconiana (sinistra inclusa), com’è nel costume di questo paese catto-fascista, sono sempre stati intrecciati e complici con mafierie d’ogni sorta... del resto, anche i loro elettori sono ben coscienti di sostenere questi pagliacci dell’ordine e contenti di sostenere il crimine nell’alveo del “buon governo”.
La stupidità è il pane quotidiano degli oppressi che permettono a chi dispone dei mezzi di produzione di trattarli da schiavi e non da uomini liberi... i padroni si sono accorti di valere quanto i loro porci, soltanto quando una rivoluzione sociale li ha appesi per il collo ai cancelli delle fabbriche... la sottomissione è gradita al potere. La paura, il disagio, il silenzio crescono in base alle costrizioni, alle limitazioni imposte e all’assurda continuazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. I fautori della tolleranza sono sempre inclini alla sopraffazione verso i dominati che non si adattano alla servitù volontaria... partiti, sindacati, chiese... invitano alla cancellazione della personalità e la sola coerenza che allevano è quella della genuflessione... la storia del terrorismo è scritta dallo Stato (l’assassinio di Giuseppe “Pino” Pinelli è un esempio per tutti) e la disinformazione è il cattivo uso della verità.
Il governo dello spettacolo canta le sue armi e falsifica l’immondezzaio dei bisogni... è padrone assoluto della memoria storica e terrorista incontrollato dei progetti vessatori che plasmano il divenire della sopravvivenza... i regnanti sono aggrappati agli scranni del parlamento e senza mezzi termini eseguono le loro sentenze sommarie... chi non sta al giogo è escluso dai banchetti e dai festini, la potenza della merce organizza magistralmente il falso di ciò che succede e, nel contempo, trasferisce tutto ciò che è menzogna e putridume, in una rappresentazione televisiva che tutto assolve e tutto conferma. Nessuno vive più secondo i propri piaceri o la propria creatività, ma è oggetto speculare della merce o della politica che consuma... i dominatori hanno bisogno della miseria per perpetuarsi e la mantengono per dare sempre più forza e risalto ai loro crimini impuniti... solo il ribaltamento di prospettiva di un mondo rovesciato ha la capacità di fare uscire gli sfruttati dal proprio stato di sottomissione e proiettarli verso la ricerca della felicità... non ci sono poteri buoni, ci sono servi imbecilli! La vera libertà è al di sopra delle leggi, del diritto e delle istanze sociali... si chiamino, patria, religione, stato o famiglia... si è uomini prima di essere studenti, precari, disoccupati, migranti o sfruttati... violenza aiuta dove violenza regna.

II. Qualunquemente

Qualunquemente celebra il qualunquismo e la politica mafiosa... a una lettura superficiale sembrerebbe il contrario... non è così. Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) si candida sindaco di un paesino calabrese, è appoggiato dalla mafia locale... i cittadini lo vedono come l’“uomo della provvidenza” e lui, appena uscito di galera, è fiero delle sue amicizie criminali. Ha una moglie italiana un po’ stupida e un figlio idiota... una compagna brasiliana bella e inutile, e una bambina vestita come una bambola... ha una casa deliziosamente kitsch (di cattivo gusto) e un’azienda turistica tenuta (in sua assenza forzata) dalla cosca. I mafiosi scelgono Cetto La Qualunque per le elezioni a sindaco della città... per avvertire l’altro candidato di che pasta sono fatti, fanno saltare in aria la sua auto... Cetto La Qualunque, tra frizzi e lazzi insopportabili, elogia l’inquinamento del mare, saccheggia reperti archeologici, si appropria di terreni demaniali... fa comizi nelle strade, in chiesa, al bar... per vincere le elezioni ricorre a brogli elettorali e infine assume uno specialista del “nord” (Sergio Rubini) che lo educa all’acquisizione del consenso... non mancano nemmeno il bagno in piscina con un nugolo di ragazze nude e la carcerazione del figlio in sua vece... si vede, e bene, che Albanese e il regista allungano a dismisura gli spazi-temporali delle gag televisive e ne viene fuori una noia im/mortale.
La comicità di Albanese è ripetitiva, anche volgare... e il personaggio è piuttosto svilito e ugualmente futile di quello televisivo... non ci sono battute fulminanti né le facce dei comprimari sostengono Albanese nella sua furibonda sequela di luoghi comuni... non si ride né si piange, viene voglia anzi di uscire dal cinema, e in fretta. Il qualunquismo impera. E pensare che qualche critico lo ha scambiato per un film “impegnato”, di “denuncia” che ha scelto la via della satira anziché quella della tragedia. Vero niente. Qualunquemente è una bassa operazione commerciale che va ad alimentare la mediocrità splendente del cinema italiano, più ancora, e questo ci addolora, raffigura la gente del “Sud” alla stregua di coglioni al servizio della mafia.
La regia di Manfredonia è banale, adatta all’indirizzo televisivo per il quale il film è stato fatto... gli interpreti principali sono poco più di bozzetti, macchiette che poco hanno a che fare con l’afflato cinematografico... non c’è cattiveria epica ma solo artifici di benevolenza dispensata e dosata per il pubblico domenicale... Albanese esprime quanto di più triviale si possa vedere sullo schermo o in politica, ma non fa ridere... ci pare perfino la brutta copia di “Fantozzi”... ma l’intelligenza autoriale di Paolo Villaggio è su altri piani della comicità surreale. La sceneggiatura di Albanese e Piero Guerrera è sciatta e lo schermo la rigetta impietosamente... la fotografia di Roberto Forza è inesistente, sovraesposta, scialba come lo sono la scenografia, i costumi e il montaggio... la musica della Banda Osiris è roba da campeggiatori... gli autori si sono guardati bene di indirizzare il film nella provincia calabrese e non andare a sfiorare la casta dei politici... non si ride di Berlusconi, né di Fini, né di D’Alema e nemmeno del cane di La Russa... questa è gente senza scrupoli, buona per tutte le stagioni della politica autoritaria, sono capaci di farti sparare in bocca se qualcuno attenta alla loro apparente dignità... tuttavia l’assenza di talento non giustifica tanta cretineria vezzeggiata, né l’abuso di una presunzione estetica che non c’è... basta cambiare mestiere... tutti i lavori sono buoni, e specie in Calabria la mafia sa come utilizzare a basto costo e con il fucile puntato ad altezza d’uomo i migranti d’ogni arte... proprio quella mafia che Qualunquemente assolve in piena regola... ci vuole coraggio a vedere per intero questo film... o una buona dose d’inedia o d’imbecillità.
Qualunquemente, va detto, esprime tutto il male del cinema d’intrattenimento italiano... il cinema è un’altra cosa... un film che vale — comico, drammatico, documentario — lega il piacere col dolore, la gioia con la malinconia, la bellezza con la verità... e si accorda con l’inguaribile epifania del meraviglioso che lo contiene... l’ammirazione e lo stupore della “Lanterna magica” abitano i nostri sogni e nel dispendio magnifico della sala buia ci restituiscono l’incanto di un’infanzia eidetica mai perduta. Il cinema non è altro che il linguaggio simbolico delle passioni o un dispositivo mercantile che uccide il ludico senza grazia. Il cinema o mostra l’innocenza del divenire o non è niente. Col cinema non si fanno le rivoluzioni, ma il cinema può contribuire a crescere uomini migliori!

26 volte gennaio 2011

domenica 13 marzo 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA IV, di Pier Francesco Zarcone


Un requiem per la rivolta libica?
Pur sperando che non vada a finire così, indubbiamente in questo paese il quadro è cambiato. Gheddafi è in marcia su Bengasi e ha “ripulito” la parte occidentale della costa. Una rivolta all’inizio apparentemente inarrestabile ora ha di fronte a sé la prospettiva della disfatta e della più crudele repressione. Cinicamente parlando, il Colonnello ha avuto il “buon senso” di utilizzare il mare di denaro su cui naviga per fondare la forza armata del suo regime su corpi scelti di membri della sua tribù e su un robusto corpo di mercenari stranieri assai ben pagati e armati.
Ormai è certo che i ribelli libici da soli – cioè senza almeno adeguati rifornimenti di armi e munizioni - non ce la fanno. Sull’ipotesi teorica di un intervento diretto di potenze imperialiste già ci si è espressi in senso negativo e motivato. Però i ribelli hanno bisogno di aiuti esterni, altrimenti Gheddafi vince. Resta la domanda su cosa si dovrebbe fare in siffatta situazione? Al di là della verbale e reiterata esistenza di più opzioni, e dei vuoti inviti a Gheddafi perché se ne vada, le potenze imperialiste non stanno andando. Così evitano di combinare ulteriori guai. Si capisce pure la ragione dell’inattività, al di là dell’iniziativa diplomatica francese concretizzatasi nel riconoscimento del consiglio rivoluzionario di Bengasi (iniziativa unilaterale dal sapore di prenotazione di concessioni petrilifere in caso di vittoria, o resistenza, dei ribelli; ma nulla di più).
Già impegnate in Iraq e Afghanistan, le potenze occidentali non se la sentono (anche economicamente) di aprire un terzo fronte, pur sapendo che un Gheddafi vittorioso presenterà il conto a chi lo ha “mollato” dopo aver fatto affari con lui e averlo coccolato. In base all’atteggiamento complessivo di tali potenze, e alle cose da loro dette e non dette, si può pensare che siano in gioco alcuni fattori senza i quali si capirebbe poco: la diffidenza per i ribelli libici dei quali non si sa molto e la loro appartenenza a un mondo fortemente tribalizzato (col rischio di una ripetizione del caos somalo); la presunzione/speranza che la fine della crisi libica normalizzi i prezzi petroliferi; e per finire l’interesse ad avere qualcuno disposto a essere il disumano (ma utile) custode della costa sud in funzione anti-immigrazione verso l’Europa.
In fondo è l’ennesima dimostrazione di come per l’imperialismo i dittatori di un certo colore, pur se figli di puttana, siano sempre “i propri” figli di puttana, e di come risulti più “proficuo” che la democrazia borghese resti confinata nel “primo mondo” e i diritti umani siano alibi per operazioni economicamente proficue.
Questa critica non è necessariamente in contraddizione con il giudizio negativo circa un intervento diretto dell’Occidente, se procediamo nel senso di dare una risposta alla domanda sul “che fare”. In realtà il soggetto collettivo suscettibile di agire, e a cui potrebbero essere forniti i necessari supporti, ci sarebbe: la Lega Araba. Questo organismo alla fine ha chiesto all’Onu l’instaurazione di una no fly zone. Si tratta di un’iniziativa non riducibile alla mera dichiarazione di interdizione di uno spazio aereo, poiché senza una rapida e adeguata preparazione militare - distruzione dei sistemi radar e contrarei, e della capacità operativa dell’aviazione locale - tutto rimarrebbe senza effetto. Ma ancora non si capisce chi vi dovrebbe provvedere? Forse gli occidentali? Un’ulteriore dimostrazione di ipocrisia, perché prima che l’Onu si muova (e noi sappiamo da sempre che l’Onu si muove solo per sedare le rivolte, non per incoraggiarle), e che dopo il suo “via” lo facciano gli incaricati dell’esecuzione, Gheddafi avrà già vinto.
In  realtà ben pochi griderebbero allo scandalo se la Lega Araba avesse deciso di provvedere essa stessa alla bisogna, ricevendo dagli occidentali tutte le informazioni idonee a preparare la no fly zone. E in concreto si potrebbe dare l’incarico esecutivo all’Egitto, dotato di un’aviazione rispettabile. Parallelamente non dovrebbe essere difficile rifornire celermente i ribelli degli armamenti di cui necessitano, giacché se è l’aviazione di Tripoli ad “ammorbidirne” le posizioni, in concreto sono gli armati di Gheddafi a conquistarle. Ma si può tranquillamente scommettere che ciò non accadrà. Le conseguenze non si limiteranno al territorio libico o alle reazioni vendicative di Gheddafi all’esterno del suo paese, bensì il fatto stesso della sua vittoria avrebbe conseguenze pesanti e negative nei paesi – come lo Yemen, per esempio – in cui da settimane il popolo cerca di mandare a casa il dittatore locale. Sarà quindi la Libia lo scoglio su cui si infrangerà l’ondata della ribellione araba che, nel suo complesso e nella sua pericolosa dinamica, non è stata mai vista di buon occhio dall’Occidente?
 
Riflessioni provvisorie (forse) sugli eventuali sbocchi “democratici” nei paesi arabi liberati
In una precedente corrispondenza si era parlato dell’assenza, a breve o medio termine, di prospettive di rivoluzione sociale (in senso proprio) nei paesi arabi in cui la rivolta ha avuto successo e in quelli dove è ancora in corso. Sembrano essere in atto processi volti all’instaurazione di formali democrazie rappresentative di tipo borghese, magari più effettive dei sistemi fasulli messi in atto dai dittatori deposti o da deporre. Meglio che niente, si potrebbe dire, e restano nell’angolo i favorevoli (come chi scrive) a quella che una volta si chiamava “democrazia diretta” (detta pure dai comunisti greci nel secolo scorso “laocrazia”). Certamente l’avvento della democrazia rappresentativa costituisce un miglioramento rispetto alle tiranniche e sanguinarie autocrazie arabe; pur tuttavia dal punto di vista della sinistra rivoluzionaria ben se ne conoscono insufficienze, limiti e anche pericoli per l’emancipazione popolare. Resta comunque il fatto che non tutti i sistemi rientranti nella categoria “democrazia rappresentativa” sono uguali fra loro: alcuni sono meglio, altri peggio.
A questo punto si impone una riflessione (sia pur sommaria) su alcuni fondamentali problemi con cui avranno pesantemente a che fare i processi politici nel mondo arabo - a prescindere dal fattore “radicalismo islamico” – tenuto conto di un elemento fondamentale: la democrazia rappresentativa contraddice se stessa (ovvero è di pura facciata) quando mancano il rispetto per gli avversari (sui nemici si potrebbe fare un discorso a parte) e lo spazio per la cosiddetta “dialettica politica”. In un linguaggio meno aulico ciò significa che prendere a mazzate per strada (o peggio) gli avversari è fuori dalla normale logica democratica. Quindi, la manifestazione delle donne cairote dell’8 marzo, interrotta dall’arrivo di un’orda di uomini minacciosi e pronti a usare le mani, non è una bella premessa per l’avvento di uno stato di cose diverso dal passato..
Veniamo ora al resto dei problemi in campo. La prima questione è che nei due paesi liberatisi del proprio dittatore la cosa è riuscita grazie all’atteggiamento assunto dai rispettivi eserciti (per quanto si trattasse di dittatori di estrazione militare, passati dalla caserma al palazzo presidenziale). Pensare a un prossimo futuro libero da pretese politiche dei militari pare un po’ azzardato, soprattutto in Egitto (ma non solo), dove generali e alti ufficiali gestiscono anche un rilevante potere economico, in buona parte autonomo. Nell’equazione politica da risolvere in un futuro prossimo venturo si tratta di un fattore M di un certo peso.
Ma altre incognite sussistono, e provengono dalle realtà socio/culturali dei vari paesi arabi. In primo luogo, si deve considerare un elemento comune sia alle dittature sia ai vertici delle democrazie borghesi corrotte: gli apparati repressivi, cioè, non svolgono mai un ruolo esclusivo per il mantenimento “dell’ordine”; esiste infatti uno strumento aggiuntivo dall’importanza non trascurabile, il cui nome è mantenimento della popolazione nel degrado culturale e/o nell’oscurantismo. E si tratta di una situazione definibile di massa.
Si tenga poi presente che – nel bene o nel male – la democrazia rappresentativa (di matrice borghese, non dimentichiamolo) si basa sull’atomizzazione individuale. Sempre attuali restano le pagine di Marx sul significato di metafora socio/economica del mito del “buon selvaggio” coniato nella fase iniziale del capitalismo. Non pare proprio che ciò operi nelle società arabe. Questo ci porta a un dato che non sarebbe specifico del mondo arabo se lì non si presentasse con una particolare valenza quantitativa e qualitativa: si tratta della particolare disomogeneità interna a dette società, pur essendo queste realtà collettive differenti fra di loro se singolarmente considerate in modo globale. Non si tratta, certo, di una caratteristica esclusiva a questa parte di mondo, presentandosi ogni società al suo interno disomogenea in modo maggiore o minore. Basti pensare all’incidenza delle diversità regionali sui piani economico, sociale e culturale; alla diversità fra grandi città, città di provincia e campagne; nonché alle interrelazioni fra tutti questi fattori.
Nel mondo arabo troviamo disomogeneità che esprimono il coesistere di realtà sociali (con tutto quanto l’aggettivo implica) addirittura appartenenti a ciò che per noi occidentali sarebbero epoche storiche differenti. Oppure esprimono la commistione, in singoli settori sociali, di elementi e situazioni definibili tipiche sia dei secoli XX e XXI sia dei secoli precedenti; di un “passato” immobile, si potrebbe dire. Non ci si deve fermare alla diversità urbana esistente, per esempio, tra la yemenita Sanaa e la siriaca Damasco, perché poco significativa, ma si deve evidenziare come rapporti socio/economici di tipo “medievale” (per intenderci alla buona) e i corrispondenti orizzonti culturali non esistono solo nelle campagne, sulle montagne o nelle oasi, ma anche all’interno dei grandi contesti urbani (come Il Cairo, Algeri, o Rabat). Questi rapporti sociali arcaici appartengono al tribalismo e/o a forme di clientelismo “parafeudale” economico e politico. A ciò si aggiungano i fortissimi vincoli che fanno dipendere le persone dalla famiglia (rarissimamente mononucleare) e dal clan a cui la famiglia appartiene. E famiglie e clan in certe società arabe fanno ancora parte di una tribù. Tutti questi assetti producono una strutturazione piramidale della società al cui vertice si pongono ceti privilegiati, rimasti inalterati in Tunisia come in Egitto.
Un elemento di novità (ma dal peso ancora non determinabile) emerge oggi dalla consistente quantità di giovani i cui orizzonti in qualche modo sono stati ampliati dall’uso delle moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Qui sta un’incognita X che potrebbe essere rilevante, almeno in termini potenziali. Il fenomeno va seguito con attenzione, poiché le società arabe – a differenza di quelle europee – sono maggioritariamente composte da giovani. Prendiamo l’Arabia Saudita (di cui ci si riserva di parlare nella prossima corrispondenza con maggiore ampiezza), dove il 60% degli abitanti ha meno di 30 anni, l’età media dei giovani è di 19 anni, l’uso di internet nel 2010 ha avuto un aumento del 240% e riguarda almeno 3 milioni di persone.
E dulcis in fundo ci sono le chiusure e i fanatismi religiosi, da non assimilare al solito radicalismo islamico oscurantista e bombarolo. Ci si riferisce a un fattore specifico, “tradizionale” per così dire, da leggere alla luce del principio: “forse la religione non è necessariamente l’oppio dei popoli, ma presa a forti dosi fa malissimo, a chi la assume e al prossimo suo”. È un fattore che non riguarda solo i musulmani, ma anche certe minoranze cristiane. I paesi arabi ad avere tali minoranze religiose di un qualche rilevo sono Palestina, Siria, Iraq (forse ancora per poco) ed Egitto (qui addirittura si tratta del 10% circa della popolazione). Proprio in Egitto coabitano due chiusure religiose: la musulmana (ben nota) e la copta, assai meno nota ma non meno dura. Se negli ultimi giorni di lotta al Cairo si sono visti affiancati a piazza Tahir croci copte e Corani, di recente abbiamo avuto, sempre al Cairo in un quartiere popolare, una contrastata storia d’amore fra un giovane copto e una giovane musulmana sfociata in tumulti di piazza a cui hanno preso parte centinaia e centinaia di persone, finiti con la bellezza di 14 morti e qualche centinaio di feriti. Ancora un pessimo segnale.
Questo coacervo di fattori appare di tale portata da far apparire molto arduo il cammino verso sistemi democratico/rappresentativi come li intendiamo in Europa. A seconda delle forze che prevarranno, gli scenari al momento più probabili sono quello di “democrazie totalitarie” se prevalessero le chiusure di matrice religiosa, e quello di sistemi parlamentari autoritari, in particolar modo se i militari ponessero la loro ipoteca sugli attuali processi politici. Con l’aggiunta che, restando inalterata la struttura dei ceti privilegiati (in maggioranza o parassiti agrari o borghesia compradora), indipendentemente da “chi” li componga, in ambo i casi la persistenza della corruzione diffusa sarebbe tutt’altro che sorprendente. Con quel che segue.
Abbattere dittatori non è mai facile, ma ad un certo punto diventa possibile, mentre dimensionare in modo diverso le società liberatesi di costoro non è cosa fattibile dall’oggi al domani. Inoltre sussiste sempre il rischio che lo slancio popolare si spenga (anche per il popolo c’è la difficoltà del passaggio dalla condizione di sudditi a quella di cittadini) e la delusione di massa riapra la via agli autocrati del domani.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.