L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

lunedì 10 maggio 2010

RELAZIONE DI ROBERTO MASSARI SULLA QUINTA INTERNAZIONALE

1. L’IDEA DI INTERNAZIONALE - 2. I PRECEDENTI STORICI: Associazione internazionale dei lavoratori e Internazionale antiautoritaria di Saint-Imier - Seconda internazionale - Terza - Quarta - Ospaaal e Olas - 3. NAZIONALISMO VS INTERNAZIONALISMO: Cuba e il nazionalismo antimperialistico - Le gruppettistiche nazionali dopo il ‘68 - La cultura dell’Olocausto, ma non del Gulag - 4. LA PROPOSTA DI CHÁVEZ: Perché ora? Il riferimento a Trotsky - ... e la minaccia militare degli Usa - Pericoli e limiti dell’iniziativa - 5. MERITI E VANTAGGI CHE POTRÀ AVERE LA QUINTA - 6. COME CONTRIBUIRE IN QUANTO UTOPIA ROSSA - 7. LA QUESTIONE DEL «PROGRAMMA»: Il mito del «Programma» - Due, tre, molte «Quinte internazionali» - Il metodo de «La lista della spesa» - 8. LA PIÙ AMPIA UNITÀ SU BASI DI PRINCIPIO - 9. VERSO LA QUINTA INTERNAZIONALE

Grazie all’iniziativa lanciata lo scorso novembre dal presidente Hugo Chávez, la tematica dell’internazionale torna ad essere attuale, per lo meno sul piano della discussione e dell’analisi teorica. Sul piano pratico resta tutto da vedere. Benché la necessità oggettiva dell’internazionale sia vecchia quanto il movimento operaio o perlomeno quanto la Prima internazionale, occorre riconoscere che questa è la prima volta nella storia degli ultimi 30-40 anni che si ridà la possibilità soggettiva di una unificazione internazionale dei movimenti e degli organismi che lottano per la rivoluzione su scala mondiale. In questo senso possiamo considerare «storico» l’appello di Caracas e «storica» anche la nostra riunione odierna.

Nella mia relazione del marzo 1983 che di recente ho fatto circolare - dedicata all’Urss di Andropov, alla fine programmatica della Quarta internazionale di Trotsky e alla necessità di lavorare per una Quinta internazionale - sono stati forniti i principali richiami teorici e le necessarie considerazioni politiche sull’itinerario storico del movimento per la Quarta e sulla necessità che si giunga a fondare la Quinta per superare il vuoto d’iniziativa politica internazionale cui il movimento operaio è costretto da ormai quasi un secolo. E quindi, nel rimandare a quel materiale come introduzione propedeutica alla discussione odierna, non posso fare a meno di ricordare che le conclusioni di quel testo dimostrano come già da quasi un trentennio la problematica della Quinta internazionale abbia una sua attualità e come essa sia interna alla nostra tradizione teorica, come elaborazione e patrimonio della corrente oggi incarnata dall’Associazione politica Utopia Rossa.
Non si tratta qui di mettere la bandierina per dichiarare con orgoglio di essere stati tra i primi a sollevare l’esigenza della Quinta internazionale fin dal 1983, ma piuttosto di assumere la consapevolezza (anche questa storica) che le nostre basi teoriche, il nostro modo di ragionare, le nostre aspettative rivoluzionarie e lo stesso metodo con cui facciamo politica sono assolutamente compatibili con l’idea odierna di Quinta internazionale, ne sono parte interna e integrante. Anzi, avendo preceduto l’appello attuale per la Quinta con ampio margine temporale - e già all’epoca con piena giustificazione storica (perché proprio in quei primi anni ‘80 si coniugavano drammaticamente la crisi finale dell’Urss e l’ascesa, poi sconfitta, della più avanzata rivoluzione operaia del dopoguerra, in Polonia) - ci troviamo nella condizione di poter fugare qualsiasi sospetto che la nostra adesione alla Quinta di Chávez possa essere determinata da considerazioni di mera opportunità se non addirittura di opportunismo politico.

mercoledì 5 maggio 2010

L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, L’ULTIMA BATTAGLIA DI LENIN E IL TIBET, di Roberto Massari

Lenin si pronuncia per la prima volta in maniera sistematica sulla «questione nazionale» a luglio del 1903, due settimane prima che inizi a Bruxelles il celebre Secondo congresso del Posdr (quello che si concluderà a Londra con la separazione dai menscevichi). La posizione non è chiarissima (anche alla luce di come lo stesso Lenin la richiamerà molti anni dopo), ma la si può sintetizzare più o meno come un riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, purché «subordinato» a determinate condizioni politiche. È una posizione sostanzialmente settaria (all’epoca indotta da necessità di polemica con altri settori della socialdemocrazia russa: i socialisti polacchi in particolare, ma anche il Bund ebraico) che ricorda alcune delle posizioni attualmente in circolazione, anche se - trattandosi di Lenin - non va mai dimenticato che il livello teorico era alto e la posizione veniva ampiamente articolata (cioè argomentata).
Lenin abbandona successivamente le posizioni del 1903 (insieme a varie altre posizioni di quell’epoca politicamente un po’ speciale). E quando torna sul tema dell’autodeterminazione (in forma sistematica a partire dal 1913), lo fa assumendo una nuova posizione, che tale resterà sino alla fine della sua vita, con sfumature e sviluppi molto interessanti che cercheremo di riassumere (e con una brutta eccezione che ugualmente citeremo).
A luglio del 1913 scrive le celebri «Tesi sulla questione nazionale» che esordiscono con la frase seguente, perentoria e di chiarezza incontrovertibile (corsivi e parentesi tonda di Lenin):

«1. Il paragrafo del nostro programma (sull’autodecisione delle nazioni) non può essere interpretato che nel senso dell’autodecisione politica, cioè del diritto di separazione e di costituzione di uno Stato indipendente.
2. Per la socialdemocrazia russa questo punto del programma socialdemocratico è assolutamente necessario,
a) sia in nome dei princìpi fondamentali della democrazia in generale […]».

Seguivano i punti b), c) che per il momento non ci riguardano (e che comunque il lettore può trovare nell’antologia espressamente dedicata alla concezione leniniana dell’autodeterminazione - a cura di Nicola Simoni, 256 pp., Massari editore, Bolsena 2005, da cui citeremo d’ora in avanti).
Il sottopunto d) si concludeva ripetendo:

«I socialdemocratici russi devono, in tutta la loro propaganda, insistere sul diritto di tutte le nazionalità di costituire uno Stato separato o di scegliere liberamente lo Stato del quale esse desiderano far parte» (p. 89).

Il punto 4. conteneva un’altra affermazione chiara e incontrovertibile. Si tratta di una distinzione fondamentale, complementare alla dichiarazione generale di principio e che costituisce l’essenza del pensiero leniniano sull’autodeterminazione.

«Se la socialdemocrazia riconosce il diritto di autodecisione per tutte le nazionalità, ciò non significa affatto che essa rinunci a una valutazione autonoma della opportunità, in ogni singolo caso, della separazione statale di questa o quella nazione. Al contrario, i socialdemocratici devono dare precisamente un giudizio autonomo […]».

Traduzione in volgare per chi non volesse capire: 1) i rivoluzionari difendono il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli, senza eccezioni (si tratta quindi di un diritto assoluto [e francamente non riesco a immaginare come potrebbe non esserlo (r.m.)]), 2) tale diritto ha senso se include il diritto di separazione e di costituzione di un nuovo Stato; 3) i rivoluzionari valutano autonomamente se la separazione sia la soluzione migliore o quale altra prospettiva politica sia valida per l’esercizio del diritto all’autodeterminazione. Fine della traduzione.
Se si è capita la differenza tra a) la difesa del diritto assoluto all’autodeterminazione dei popoli [b) separazione inclusa] e c) l’individuazione di una prospettiva politica specifica per la quale i rivoluzionari ritengono che vada utilizzato il diritto all’autodeterminazione, siamo a posto: possiamo procedere, discutere tra noi e anche differenziarci su quale regime politico ciascuno di noi considera migliore per i Baschi, i Palestinesi, i Ceceni, i Tibetani, i Kosovari o gli abitanti di Timor Est.
Se non si è capita questa differenza consiglio di non andare avanti con la lettura, ma di leggere e rileggere la sintesi di Lenin finché si sarà afferrato il concetto profondo (e ovvio allo stesso tempo) che essa contiene. E comunque, senza accordo sul punto a) del testo di Lenin il proseguimento della discussione è impossibile: infatti si intrecceranno (si confonderanno) in continuazione il livello del principio della libertà dei popoli (dove errori o esitazioni non possono esservi) con quello della forma storica in cui tale principio può esprimersi (dove gli errori vengono pronunciati o compiuti a iosa; errori, per giunta, provenienti in genere dall’interno stesso del popolo che lotta per la propria autodeterminazione. Gli esempi vistosi sono sotto gli occhi di tutti e, sia detto en passant, sono gli unici errori che dovrebbero interessarci veramente, gli unici dei quali valga la pena discutere).

martedì 27 aprile 2010

IL PARTITO RIVOLUZIONARIO: UN OSSIMORO, di Roberto Massari

Caro Pier Francesco [Zarcone] (e cari tutti voi che mi leggete in copia, perché queste discussioni più sono pubbliche e meglio è),
dicevo dunque, caro Pier Francesco,

il tuo commento ragionato alla mia introduzione sul marxismo libertario di Guérin mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo. Vedi, io leggo e studio con passione le vicende del pensiero anarchico dall'inizio degli anni '70 (da quando ero meno che venticinquenne). Col tempo mi sono fatto una certa preparazione che si è riversata in alcuni libri; ma anarchico nel vero senso della parola non sono mai stato e ormai non lo sarò più (questo se è vera la tesi di Guérin e che entrambi condividiamo, e cioè che sia il marxismo marxista che l'anarchismo anarchico sono storicamente superati dal marxismo libertario, a sua volta bisognoso di essere superato da sintesi superiori che la storia e la lotta di classe a livello internazionale spero ci mostreranno.)
Sottoponendo il mio testo alla valutazione di uno come te che nell'anarchia ci si è formato, che ne conosce profondamente la storia e le varie dottrine, che ha già scritto quattro libri sull'argomento (sono quelli che ho letto, ma forse sono di più) e che è capace allo stesso tempo di scrivere anche su temi non-anarchici (dal bel libro su Gesù rivoluzionario all'attuale contesto dell'economia capitalistica), mi sentivo come uno scolaretto che deve superare l'esame. Se tu mi avessi bocciato, la cosa mi avrebbe dato molto da pensare perché, nonostante la tua simpaticissima modestia, tu rappresenti ormai un'autorità nel settore. Non conosco altri anarchici o presunti tali che abbiano un livello di produzione teorica pari al tuo sia in senso qualitativo sia per ampiezza di interessi. Insomma, io che modesto non sono e che preferisco essere realista anche rispetto a me stesso, penso che tu occupi in campo libertario un ruolo simile a quello che in campo marxista rivoluzionario - sommando la nostra produzione complessiva - occupiamo io, il bravissimo Michele Nobile e Antonella Marazzi messi insieme (con l'ultima che in quanto a modestia ti batte di mille leghe). La cosa, quindi, comincia a farsi interessante. E al diavolo l'umiltà.
Insomma, con la tua entrata in Utopia Rossa (senza abbandonare la Federazione dei comunisti anarchici che forse non si è ancora resa conto della fortuna che le è toccata ad avere tra le proprie file uno come te) si è realizzato un matrimonio teorico con i razzi e i controrazzi. Io lo sospettavo, ma ora ne ho le prove. Quando i compagni leggeranno anche il tuo nuovo volume in corso di stampa (sulle tre rivoluzioni messicane) ne avranno una prova ulteriore.
Quindi, che tu abbia trovato positive le mie sei paginette - in cui con tono bonario decretavo non la fine (attenzione ai termini perché non vi siano equivoci!), ma il superamento positivo sia del marxismo marxista sia dell'anarchismo anarchico nelle loro metodologie concettuali e nell'esperienza storica del marxismo libertario - e il fatto che si aprano nuove prospettive di collaborazione tra noi proprio sul terreno del marxismo libertario, mi sembra uno dei prodotti teorici più belli e più fruttuosi di Utopia Rossa (questo «cenacolo di amici chiacchieroni ed estranei a ogni conflitto sociale», come ci ha gentilmente definito Bernocchi a ottobre del 2008).

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.