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giovedì 28 agosto 2025

NAZIONE PALESTINESE O CISGIORDANA?

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


«L’importante non è aver ragione, ma non farsi convincere…»


Uno Stato che non esiste


Gli annunci di alcuni governi europei - di aggiungersi alla lista di paesi che hanno riconosciuto un fantomatico «Stato palestinese» (147 su 193 membri delle NU) - stanno portando all’attenzione il fatto che questo Stato non esiste. Nessuno dei «riconoscitori», infatti, è in grado d’indicare i confini geografici, il tipo di governo (dittatoriale, democratico?), le risorse economiche (a parte le sovvenzioni estere) e il rapporto che vi sarà con Israele.

È una formula puramente simbolica a favore di Hamas, che ha già dichiarato che così «si premia» il 7 ottobre e la tenacia con cui ha trattenuto gli ostaggi. Ma tutti fingono d’ignorare la realtà, giacché il presunto «Stato di Palestina» può includere solo parti della Cisgiordania, visto che la guerra ha fatto perdere a Gaza l’autonomia politica di cui godeva prima del 7 ottobre.

Di fatto, quindi, sarà lo Stato di Cisgiordania (benché chiamato «di Palestina») e continuerà a governarlo la vecchia Anp, magari ringiovanita sostituendo il novantenne Abu Mazen (n. 1935). Questi non si sottopone a suffragio elettorale dal 2005, ma dal 2003 perlomeno non è più negazionista dell’Olocausto. Il suo posto potrebbe esser preso dal cisgiordano Marwān Barghūthī (n. 1959), detenuto dal 2002: gode di grande prestigio e potrebbe diventare una sorta di Nelson Mandela palestinese (il che non è detto che sia un buon augurio...).

Ereditarietà del titolo di «rifugiato palestinese»

A parte la finzione di un inesistente Stato di Palestina, non è facile stabilire quanti siano i profughi rimasti dal 1948. Questo perché l’Onu nel 1949 creò l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), separandola dall’Unhcr, che si occupa invece di tutti gli altri rifugiati nel mondo.

Un mostro giuridico che, oltre ad assistere solo i palestinesi, ne moltiplica il numero, avendo reso ereditaria la condizione di rifugiato. Lo fa tramite la norma statutaria che estende lo status di rifugiato anche ai discendenti dei profughi del 1948, indipendentemente dalla loro residenza e nuova cittadinanza: un’eccezione giuridica mai adottata per alcun altro popolo al mondo.

Per quanto poco attendibili, le statistiche fornite dalle fonti interessate possono dare un’idea generale. Per es., i dati demografici dell’Anp per il 2024 (Ramallah: Una/ Wafa) parlano di 14,8 milioni di palestinesi nel mondo; mentre i circa 700.000 profughi del 1948-49 sarebbero diventati oltre 5.600.000 rifugiati; quelli rimasti in Israele oltre 1.800.000 (erano 1.470.000 nel 2015) e 6,3 milioni nei Paesi arabi. Il resto sparso nel mondo, con il picco massimo in Cile, e l’Arabia Saudita a seguire.

L’Unrwa assiste i rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Anp e Gerusalemme Est (in totale circa 5,6 milioni di rifugiati riconosciuti). Ha sedi ad Amman e a Gaza, con rappresentanze al Cairo, New York, Washington e Bruxelles. Il suo bilancio - cui contribuisce generosamente anche l’Italia - (880 milioni di dollari nel 2024, 914 nel 2025), per circa il 65% va a coprire la gestione della stessa Unrwa, affidata a un esercito di dipendenti, quasi tutti palestinesi: oltre 30.00 nel 2022 (18.879 quelli dell’Unhcr nel 2023, per oltre 20 milioni di assistiti in 138 paesi). Un terzo circa va in assistenza. 

Il tutto con scarse possibilità di controllo sull’impiego effettivo dei fondi. La recente crisi in Medio Oriente, per esempio, ha mostrato che vi erano dei dipendenti a Gaza militanti o sostenitori di Hamas, e che alcune sedi dell’Unrwa venivano utilizzate dal gruppo terroristico.

Dopo 75 anni non solo non c’è stato un calo dei rifugiati, ma si assiste a un continuo loro aumento. Figli, nipoti e pronipoti - 1) che da tempo non vivono più negli orrendi campi profughi, 2) che si sono inseriti nella vita del paese d’accoglienza (basta guardare l’integrazione quasi totale in Giordania, dove nel 2015 risiedeva la fetta maggiore di palestinesi - 3.520.000 - mentre nel 2023 i rifugiati riconosciuti erano ancora 2.200.000), 3) che possono godere della doppia cittadinanza (quella palestinese e quella del paese d’accoglienza, senza perdere lo status di rifugiato, come avviene invece normalmente per gli ex rifugiati di tutto il mondo: altro mostro giuridico) - continuano ad essere considerati vittime della guerra del 1948 e della perdita di ogni loro bene. Danni per i quali ricevono vari sussidi e continueranno a riceverli i loro discendenti.

Chi rinuncerà mai ai benefìci che derivano dall’appartenenza alla grande famiglia dei rifugiati palestinesi?

Sappiamo ormai che gran parte dei fondi ricevuti dall’Unrwa per Gaza non erano andati a costruire strade od ospedali, ma a scavare tunnel e a comprare armi per la guerra attualmente in corso. Ma tra gli impegni assistenziali effettivamente svolti, per l’Unrwa ha un ruolo importante l’educazione scolastica. Come darle torto, vista l’importanza che ha la formazione delle nuove generazioni... di futuri rifugiati palestinesi?

Ebbene, nelle scuole gestite dall’Unrwa si racconta com’era bella la vita in Palestina prima della Nabka, s’insegna ai piccoli fin dalla prima infanzia a odiare gli ebrei, a nutrire il sogno che un giorno verrà distrutto lo Stato d’Israele, a compiangere i bambini palestinesi rimasti in Israele dopo la Nabka, sottoposti a soprusi d’ogni genere e, appena l’età lo consente, a familiarizzarsi con l’uso delle armi (escluse ovviamente le pistole mitragliatrici Uzi, di fabbricazione israeliana...).

Da non sottovalutare, inoltre, per la formazione degli stessi bambini, l’indottrinamento secondo i princìpi dell’Islam, nella versione integralista e più antiebraica.

Quando l’Unrwa fu creata (8 dicembre 1949, risoluzione 302/IV), la durata prevista era di un anno (fino a dicembre 1950). Il suo mandato, però, viene ormai rinnovato a scadenza triennale. Il prossimo scadrà a giugno 2026. Con la crisi di Gaza, alcuni paesi avevano smesso di finanziarla, ma una parte è tornata a farlo. In teoria, la nascita del fantomatico Stato di Palestina dovrebbe farla scomparire. Ma non è detto che ciò accada.

Domande che ci si dovrebbe porre

Avendo un’idea - sia pure ancor vaga - di quale proporzione vi sia tra la condizione di rifugiato palestinese (discendenti compresi) e l’insieme della popolazione palestinese, e quale parte si potrebbe assegnare - sulla carta ovviamente - al presunto Stato di Palestina, è forse il caso di porsi il problema in termini più generali.

Fornisco una lista minima delle domande che ci si dovrebbe porre e alle quali ora non rispondo una per una, sia perché sarebbe una storia lunga, sia perché l’ho già fatto più volte nella trentina di interventi che ho scritto sulla crisi di Gaza e sul dilagante antiebraismo.

Perché la Lega araba non volle uno Stato palestinese dopo la ripartizione votata nel 1947 dall’Onu?

Perché non ci fu una presenza militare palestinese nella guerra d’aggressione del 1948?

Perché il Regno di Giordania e l’Egitto s’impadronirono di territori palestinesi senza trovare resistenza da parte degli stessi palestinesi?

Perché per molti decenni i palestinesi cisgiordani e i palestinesi gazawi non si fecero rappresentare da una propria organizzazione politica?

Perché l’Olp (fondata nel 1964 su impulso soprattutto dell’Urss) divenne «legittima rappresentante del popolo palestinese» solo nel 1974?

Perché solo nel 1988 fu accolta da parte araba l’idea dei due Stati?

Perché si dovette attendere il 1993 (accordi di Oslo) per vedere Arafat (1929-2004) riconoscere ufficialmente Israele e porre termine così al terrorismo contro gli israeliani almeno di al-Fatḥ , in patria e all’estero?

Perché Hamas, dopo aver vinto nel 2006 le elezioni legislative a Gaza, volle rompere con l’Anp cisgiordana, operando un colpo militare nel giugno 2007 (battaglia di Gaza) e uccidendo i rappresentanti locali di al-Fatḥ/Olp che non fuggirono in tempo?

Rottura di Gaza con la Cisgiordania

Quell’azione di Hamas, oltre a distruggere il futuro dei gazawi, infranse anche il sogno dell’unità palestinese, creando due entità politiche separate: Cisgiordania sotto l’Anp e Gaza sotto Hamas. Chi usa indifferentemente il termine «Palestina» o «palestinesi», fingendo che non si tratti perlomeno da allora di due diverse realtà politiche, sta mentendo o lo fa per ignoranza.

Va aggiunto che non solo Hamas ruppe la possibilità di unità politica fra Cisgiordania e Gaza, ma fece una cosa ben più grave: mise lo Staterello di Gaza al servizio della politica antisraeliana del regime iraniano, da cui riceveva denaro, armi e copertura. E poiché l’Iran non confina con Israele, non ha origini arabe, non ha mai avuto a che vedere con la Palestina ed è addirittura di una diversa fede islamica (sciita), questo «tradimento» di Hamas (sunnita) ha alienato definitivamente qualsiasi possibile simpatia che il gruppo terroristico avrebbe potuto riscuotere nel mondo arabo.

Nessun paese arabo ha appoggiato il pogrom del 7 ottobre (a differenza degli antiebrei occidentali) e nessun paese arabo ha fornito il benché minimo appoggio ad Hamas e a Hezbollah. Anzi, alcuni di loro (in particolare la Giordania) diedero un aiuto militare a Israele, ad aprile 2024, quando l’Iran l’aggredì per la prima volta con lancio di missili. E nel luglio 2025, ben 22 Stati di confessione islamica (compreso l’ambiguissimo Qatar! presso cui sono rifugiati alcuni dirigenti di Hamas) hanno chiesto la resa di Hamas, il suo disarmo e la liberazione di tutti gli ostaggi. Neanche le Nazioni unite, Amnesty o la Croce Rossa sono arrivate a tanto...

Popolo e nazione

Una prima risposta alle domande di cui sopra risiede in un dato storico facile da dimostrare: il popolo palestinese non è mai esistito come nazione né ha mai dato forma politica unitaria all’aspirazione d’esserlo. Ciò non è vero soltanto oggi o da dopo la nascita d’Israele, ma lo era stato da sempre e fino al 1948, cioè prima della sua dispersione tra Israele, Giordania, Cisgiordania, Gaza, Libano, paesi arabi, emigrazione nel mondo ecc.

Chiariamo la differenza tra il concetto di «popolo» e quello di «nazione», senza ricorrere alle grandi diatribe che si svolsero nella Seconda internazionale e in altri àmbiti teorici. È infatti forse l’unico lascito leniniano che fu giusto all’epoca e lo è ancor oggi: una nazione non è definita tale da comunanze di lingua, cultura, religione, costumi o storia passata. La definisce il criterio politico, cioè la sua volontà di essere considerata una nazione, dotata se possibile di un programma d’indipendenza (o di separazione, di autonomia totale, relativa ecc.) che la caratterizzi come nazione.

Per Lenin tali volontà o aspirazioni potrebbero anche essere infondate, inconsistenti, reazionarie (lui cita il caso della nazione che deve potersi separare addirittura da uno Stato socialista per crearne uno capitalistico). Ma se esse prendono forma è perché un determinato popolo, etnia, conglomerato sociale ecc. ritiene - a torto o a ragione - che solo con la creazione di un proprio Stato potrà risolvere le contraddizioni sociali di cui è vittima.

Criterio impeccabile che, anche a una lettura sommaria della storia palestinese, dimostra che gli arabi di Palestina non sono mai stati una nazione né hanno tentato d’esserlo in forma unitaria. Ciò a differenza di altri popoli arabi che hanno sviluppato forti sentimenti e movimenti nazionalistici (Libia, Algeria, Tunisia, Egitto, Iraq, Siria...) e sono riusciti a liberarsi dell’oppressore coloniale, dando vita a propri Stati. Salvo poi pagare il prezzo di come sono arrivati a conseguire tale obiettivo.

Struttura feudale della società araba palestinese

Tralasciando l’occupazione ottomana della Palestina (dal 1516-17 fino al 1917) e limitandoci al periodo del Mandato britannico tra le due guerre, non si può citare un solo movimento unitario della popolazione araba locale che avesse come obiettivo la creazione di uno Stato palestinese, pur esistendo aspirazioni panarabe in alcuni ambienti intellettuali. E ciò mentre il movimento sionista la creazione di uno Stato ebraico se l’era data come programma, dapprima ideologico, fin dal 1896 (Theodor Herzl, 1860-1904), con antecedenti negli anni 1880. E come movimento politico-territoriale fin dal 1897, con l’antecedente della prima ondata migratoria (aliyah) in Israele del 1882. Il seguito è noto.

Del resto, la grande arretratezza della Palestina postottomana e la struttura feudale dell’economia non potevano fornire il retroterra sociale perché il concetto politico di «nazione», nel senso sopracitato, potesse emergere. Gli abitanti arabi palestinesi mancavano delle basi materiali per cominciare a considerarsi una nazione.

Un’economia ancora fondamentalmente agropecuaria, dominata in gran parte dagli effendi (turco per «signore»): cioè membri di grandi famiglie assenteiste, divise in clan in lotta tra loro, che vivevano nelle città sfruttando il lavoro contadino della massa dei fellahin (circa il 70% della popolazione) che in larga parte asservivano con debiti e procedimenti usurai.

Tribù beduine che vivevano in condizioni di seminomadismo, i cui sceicchi («anziani», di fatto detentori del sapere consuetudinario) si contendevano il favore di questo o quel clan.

Primi segni di attività industriali lasciate dagli ottomani. Aziende in settori merceologici molto limitati, in cui con gli anni si realizzò un’autentica divisione in classi su basi etniche: da un lato, per lo più ebrei o rappresentanti dell’Agenzia ebraica come proprietari e, dall’altro, arabi inurbati o ex fellah come operai (edilizia, servizi pubblici, piantagioni - quest’ultime su terreni che via via le agenzie sioniste andavano comprando).

La divisione era tangibile e col tempo tenderà a crescere. Ma non si devono confondere gli episodi di lotta di classe (modesti e discontinui), tra queste due realtà sociali, con manifestazioni di nazionalismo arabo palestinese: un errore madornale che, almeno a noi marxisti (meglio se libertari), non è consentito fare.

Un’élite intellettuale urbana, strettamente dipendente dai grandi proprietari terrieri, attirata dal miraggio del loro patrocinio intellettuale o dalle possibilità di carriera per chi studiava nelle metropoli dei mandatari.

Totale assenza di una tradizione culturale comune delle due rive del Giordano con la mediterranea Gaza, oltre a 23 lingue diverse (una più una meno, a seconda dei report degli occupanti inglesi). Il tribalismo beduino si univa a confessioni diverse dell’islamismo (spesso ostili tra loro) e a insediamenti a macchia di leopardo di immigrazioni dell’èra ottomana: circassi, curdi, drusi ecc., senza dimenticare le comunità ebraiche che da sempre continuavano a vivere nella «Terra promessa».

L’arretratezza feudale fu alla base della mancata formazione di una borghesia nazionale araba palestinese, quale potenziale vettore di istanze nazionalistiche. E ciò in decenni, invece, in cui i mandatari britannici e il nazionalismo sionista cominciavano a introdurre il capitalismo - coloniale, ovviamente - in una società etnicamente disgregata, da secoli occupata da forze straniere.

Effimere esperienze di nazionalismo palestinese 

Nell’imponente lavoro di Nathan Weinstock (Storia del sionismo [1969], Massari ed., Bolsena 2006) - lavoro ancor oggi insuperato - è ricostruita magistralmente l’intera struttura della società araba palestinese, con tutti i  dettagli riguardanti l’economia, gli scioperi, i trasferimenti di capitali, il ruolo dell’Agenzia ebraica, dei mandatari inglesi ecc. E poiché all’epoca Weinstock era accesamente antisionista (in quanto membro del Matzpen e vicino alla Quarta internazionale [ma in seguito ha cambiato posizione]) anche il lettore di orientamento antiebraico o antisionista potrebbe trovare giovamento dalla lettura di questo libro, in cui viene detto tutto il male possibile della presenza ebraica in Palestina. Ma benché Weinstock faccia del suo meglio per valorizzare gli episodi d’insubordinazione araba nei conflitti con i proprietari sionisti o i coloni ebrei, non emerge alcun segno significativo di un movimento nazionalista palestinese.

Egli descrive la nascita dei partiti arabi che sorgono tra il 1932-35, riconoscendo che si tratta ancora di affiliazioni con i grandi clan di tipo feudale, con orizzonti politici assai limitati, ma acerrimi avversari della presenza britannica e delle organizzazioni sioniste. 

Si può invece considerare una relativa eccezione il partito Istiqlal («Indipendenza» - uno dei vari partiti con questo nome anche in altri paesi arabi) fondato nel 1932 e definitivamente dissolto nel 1947 (proprio alla vigilia della nascita d’Israele!). Partito fondamentalmente antibritannico, ma anche antisionista, fautore di un nazionalismo panarabo (da estendere alla Palestina dopo aver cacciato i mandatari e i sionisti), modernizzatore e antitribale, monarchico costituzionale, legato alla monarchia hascemita: ebbe un seguito molto scarso e fu messo fuori legge nel 1937, quando il suo declino era già iniziato.

Weinstock - come altri autori - descrive in dettaglio la grande rivolta del 1936-39, che aveva avuto un precedente nello sciopero generale dell’ottobre 1933, lanciato contro il mandatario britannico. La rivolta si trasformò in una vera e propria insurrezione, e sopravvisse installandosi in zone montuose. I suoi obiettivi erano confusi, benché l’avversario fosse chiaramente individuato: in primo luogo, nella potenza mandataria e, in secondo luogo, negli ebrei, sionisti o non sionisti. Al suo interno si trovavano anche dirigenti filonazisti, nazionalisti contadini, briganti locali, mentre infuriavano i conflitti tra clan, tra grandi proprietari e tra affiliazioni tribali. La repressione chiuse la rivolta, mentre si cominciavano ad approfondire i rapporti tra alcuni capi dell’insurrezione (oltre al muftī di Gerusalemme) e il nazifascismo.

Mancata crescita del nazionalismo palestinese

E infatti, come già ricordato altrove, allo scoppio della Seconda guerra mondiale i principali esponenti del nazionalismo palestinese - raccolti attorno al muftī di Gerusalemme, Muḥammad Amīn al-Husaynī - reclutavano, per il battaglione musulmano delle SS, soldati in Nordafrica, Palestina e Bosnia. E ho già descritto altrove come nella guerra del 1948, ufficialmente dichiarata per impedire la nascita dello Stato d’Israele (ma in realtà per appropriarsi di territori palestinesi), agli arabi palestinesi si impedì di avere una rappresentanza nello Stato maggiore della Lega Araba, di avere un proprio corpo di spedizione (proposto dal muftī di cui sopra) e di precostituire un governo in esilio.

Studiosi seri della materia concordano nel dire che il popolo arabo di Palestina effettivamente non era pronto per agire come forza nazionale e quindi realizzare concretamente ciò che l’Onu gli aveva riservato con la ripartizione del 1947: la possibilità (facoltativa!) di costituire uno Stato palestinese. Mentre non si condanneranno mai abbastanza gli Stati arabi che non fecero nulla per far crescere un nazionalismo autoctono palestinese, in grado di dar vita a un proprio Stato, e ne impedirono allora e negli anni successivi la costituzione.

Duri colpi a un possibile nascente nazionalismo palestinese venne anche dall’atteggiamento discriminatorio, di vero e proprio apartheid, che alcuni Stati arabi adottarono nei confronti dei profughi, rinchiudendoli in campi-lager (in Libano, Giordania, Siria, Striscia di Gaza) e costringendoli per varie generazioni a vivere in condizioni subumane. Li indottrinavano, però, col miraggio della distruzione dell’«entità» sionista e il mito del «ritorno». In Giordania si arrivò addirittura al massacro dei profughi palestinesi (settembre 1970), quando questi tentarono di far cadere la monarchia.

Quando nacque l’Olp - la prima vera organizzazione impegnata nella difesa del nazionalismo palestinese - il leader ne fu Ahmad al-Shuqayrī, in carica dal 1964 al 1967. Altrove l’ho ricordato per le sue pubbliche dichiarazioni sulla necessità di gettare a mare gli ebrei e non lasciarne vivo neppure uno.

Venne la guerra dei sei giorni e Yahya Hammuda - successivo presidente per un biennio - cominciò ad attenuare i toni. Ma se con l’egiziano Yasser Arafat - presidente dal 1969 - iniziava un fase nuova nella storia del nazionalismo palestinese, non per questo cambiava la situazione disperata dei profughi rinchiusi nei campi, né la prospettiva di distruggere Israele con la lotta armata, cioè col terrorismo. Il resto è storia arcinota.

Va però osservato quanto difficile - se non impossibile - sarebbe stata la crescita di una coscienza nazionale unitaria per un popolo costretto a vivere in campi disumani, indottrinato col miraggio ancor più disumano di annientare il popolo ebraico, privo di borghesia nazionale e di movimento operaio, digiuno storicamente di qualsiasi esperienza democratica ed egemonizzato in forma dittatoriale dai nuovi apparati burocratici di al-Fatḥ/Olp.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti... o di coloro che vogliono vederlo: i cisgiordani vivono da 20 anni senza elezioni, dominati da un regime corrotto e dittatoriale, impotenti di fronte alle intrusioni dei «coloni» israeliani. Mentre i gazawi sono schiacciati da un apparato terroristico finanziato, tra gli altri, da una teocrazia non araba e genocida che nulla ha a che vedere con la Palestina: alla faccia del nazionalismo!

I palestinesi che non sono fuggiti nel 1948 e sono rimasti in Israele si sono risparmiati, invece, questi orrori e si sono integrati all’interno di una società democratica e moderna. Questa conserva, purtroppo, il suo carattere confessionale e continua a definirsi «ebraica», benché ciò non corrisponda interamente alla realtà attuale: col tempo corrisponderà sempre meno.

La storia continua a dimostrare che il popolo palestinese non è in grado di costituirsi in nazione unitaria.

Il futuro, inoltre, dimostrerà che i figli, nipoti e pronipoti dei palestinesi fuggiti nel 1948 non hanno alcuna intenzione di rinunciare ai vantaggi che assicura loro lo status ereditario di «rifugiati a vita» nei propri paesi di nascita o di adozione. Né avranno motivi per sentirsi rappresentati dal nuovo artificiale (e probabilmente dittatoriale) Stato di Palestina, né vorranno emigrarvi.

La verità è che - nonostante l’Unrwa - esistono due etnie palestinesi, separatesi con la violenza e non riunificabili: cisgiordani e gazawi. Delle due solo la prima può aspirare a diventare «nazione», perché per almeno un ventennio - secondo stime realistiche, se non intervengono fattori esterni per ora imprevedibili - il popolo gazawi non potrà vivere una vita civile. Ciò a causa delle distruzioni che l’hanno colpito dopo la dichiarazione di guerra a Israele da parte del suo governo (Hamas, sostenuto dall’Iran), del quale non è stato in grado di liberarsi.



ENGLISH


PALESTINIAN OR WEST BANK NATION?

by Roberto Massari


«The important thing is not to be right, but not to be convinced…»


A State That Doesn’t Exist

Announcements by some European governments—that they will join the list of countries recognizing a phantom “State of Palestine” (147 out of 193 UN members)—are bringing to light the fact that this State does not exist. None of the “recognizers,” in fact, can indicate its geographic borders, its form of government (dictatorial, democratic?), its economic resources (apart from foreign subsidies), or what relationship it would have with Israel.

It is a purely symbolic formula in favor of Hamas, which has already declared that this “rewards” October 7 and the tenacity with which it has held on to the hostages. But everyone pretends to ignore reality, since the alleged “State of Palestine” can only include parts of the West Bank, given that the war made Gaza  lose the political autonomy it enjoyed before October 7.

In practice, then, it will be a West Bank State (though called “Palestine”), and it will continue to be governed by the old Palestinian Authority, perhaps rejuvenated by replacing the ninety-year-old Abu Mazen (b. 1935). He has not subjected himself to an electoral vote since 2005, though since 2003 at least he is no longer a Holocaust denier. His place could be taken by the West Banker Marwān Barghūthī (b. 1959), imprisoned since 2002: he enjoys great prestige and could become a sort of Palestinian Nelson Mandela (which is not necessarily a good omen...).

The Hereditary Status of “Palestinian Refugee”

Aside from the fiction of a non-existent State of Palestine, it is not easy to establish how many refugees remain from 1948. This is because in 1949 the UN created UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), separating it from the UNHCR, which deals with all other refugees in the world.

A legal monster that, besides assisting only Palestinians, multiplies their number by making refugee status hereditary. It does so through a statutory rule that extends refugee status to the descendants of the 1948 refugees, regardless of their residence or new citizenship: a legal exception never adopted for any other people in the world.

However unreliable, statistics provided by interested sources can give a general idea. For example, demographic data from the Palestinian Authority for 2024 (Ramallah: UNA/Wafa) speak of 14.8 million Palestinians worldwide; while the roughly 700,000 refugees of 1948–49 are said to have become over 5,600,000 refugees; those remaining in Israel over 1,800,000 (they were 1,470,000 in 2015) and 6.3 million in Arab countries. The rest are scattered around the world, with the largest concentration in Chile and then Saudi Arabia.

UNRWA assists Palestinian refugees in Jordan, Lebanon, Syria, the PA territories, and East Jerusalem (a total of about 5.6 million recognized refugees). It has headquarters in Amman and Gaza, with offices in Cairo, New York, Washington, and Brussels. Its budget—contributed to generously by Italy as well—($880 million in 2024, $914 million in 2025) allocates about 65% to UNRWA’s own administration, entrusted to an army of employees, almost all Palestinian: over 30,000 in 2022 (compared with 18,879 UNHCR staff in 2023 for more than 20 million beneficiaries in 138 countries). About a third goes to assistance.

All this with scant possibilities for controlling how funds are actually used. The recent crisis in the Middle East, for example, showed that there were employees in Gaza who were militants or supporters of Hamas, and that some UNRWA facilities were used by the terrorist group.

After 75 years there has not only been no decline in the number of refugees; their number keeps rising. Sons, grandsons, and great-grandsons—(1) who for a long time have not lived in the horrendous refugee camps, (2) who have integrated into the life of the host country (just look at the almost total integration in Jordan, where in 2015 the largest share of Palestinians resided—3,520,000—while in 2023 recognized refugees there still numbered 2,200,000), (3) who can enjoy dual citizenship (Palestinian and that of the host country) without losing refugee status, as normally happens to former refugees everywhere else in the world—another legal monster—continue to be considered victims of the 1948 war and of the loss of all their property. They receive various subsidies for these damages, and their descendants will continue to receive them.

Who would ever give up the benefits that come with belonging to the great family of Palestinian refugees?

We now know that much of the funds UNRWA received for Gaza did not go to build roads or hospitals, but to dig tunnels and buy weapons for the current war. Among the assistance activities actually carried out, however, schooling plays an important role for UNRWA. And rightly so, given the importance of educating new generations… of future Palestinian refugees?

Well then, in schools run by UNRWA children are told how beautiful life in Palestine was before the Nakba; they are taught from early childhood to hate Jews; to nourish the dream that one day the State of Israel will be destroyed; to pity Palestinian children who remained in Israel after the Nakba, subjected to all kinds of abuses; and, as soon as age permits, to become familiar with the use of weapons (obviously excluding Uzi submachine guns, which are made in Israel…).

Also not to be underestimated, for the formation of the children themselves, is indoctrination according to the principles of Islam, in its most fundamentalist and anti-Jewish version.

When UNRWA was created (December 8, 1949, Resolution 302/IV), its expected duration was one year (until December 1950). Its mandate, however, is now renewed every three years. The next expires in June 2026. With the Gaza crisis, some countries had stopped funding it, but some have returned to do so. In theory, the birth of the phantom State of Palestine should make it disappear. But it is not certain that this will happen.

Questions That Ought to Be Asked

Having some idea—however vague—of the proportion between the condition of Palestinian refugee (including descendants) and the overall Palestinian population, and of what portion could be assigned—on paper, of course—to the alleged State of Palestine, it may be time to frame the issue more generally.

Here is a minimal list of questions we should be asking and to which I will not now reply one by one, both because it would be a long story and because I have already done so several times in about thirty pieces I have written on the Gaza crisis and on rampant anti-Jewish sentiment.

  • Why did the Arab League not want a Palestinian state after the partition voted by the UN in 1947?
  • Why was there no Palestinian military presence in the 1948 war of aggression?
  • Why did the Kingdom of Jordan and Egypt seize Palestinian territory without encountering resistance from the Palestinians themselves?
  • Why for many decades did West Bank Palestinians and Gazan Palestinians not have their own political organization to represent them?
  • Why did the PLO (founded in 1964, largely at the instigation of the USSR) become the “legitimate representative of the Palestinian people” only in 1974?
  • Why was the two-state idea accepted by the Arab side only in 1988?
  • Why did it take until 1993 (the Oslo Accords) for Arafat (1929–2004) to officially recognize Israel and thus put an end to at least al-Fatḥ’s terrorism against Israelis, at home and abroad?
  • Why did Hamas, after winning the 2006 legislative elections in Gaza, decided to break with the West Bank PA, carry out a military coup in June 2007 (the Battle of Gaza), and kill local representatives of al-Fatḥ/PLO who did not flee in time?

Gaza’s Break with the West Bank

That action by Hamas, besides destroying the future of Gazans, also shattered the dream of Palestinian unity, creating two separate political entities: the West Bank under the PA and Gaza under Hamas. Anyone who uses the term “Palestine” or “Palestinians” indiscriminately, as if since then it did not refer to at least two different political realities, is lying or doing so out of ignorance.

It should be added that not only did Hamas break the possibility of political unity between the West Bank and Gaza, it did something far more serious: it placed the tiny Gaza statelet at the service of the anti-Israeli policy of the Iranian regime, from which it received money, weapons, and cover. And since Iran does not border Israel, is not Arab, has never had anything to do with Palestine, and is even of a different Islamic confession (Shiite), this “betrayal” by Hamas (Sunni) has definitively alienated any possible sympathy the terrorist group might have garnered in the Arab world.

No Arab country supported the pogrom of October 7 (unlike anti-Jewish Westerners), and no Arab country provided the slightest support to Hamas or Hezbollah. On the contrary, some of them (Jordan in particular) gave military assistance to Israel in April 2024, when Iran attacked it for the first time with missile launches. And in July 2025, as many as 22 Islamic-confession states (including the highly ambiguous Qatar! where some Hamas leaders are sheltered) called for Hamas’s surrender, its disarmament, and the release of all hostages. Not even the United Nations, Amnesty, or the Red Cross have gone that far...

People and Nation

A first answer to the questions above lies in an easily demonstrable historical fact: the Palestinian people have never existed as a nation nor have they ever given a unitary political form to the aspiration to be one. This is not true only today or since the birth of Israel; it had always been true up to 1948, that is, before their dispersion among Israel, Jordan, the West Bank, Gaza, Lebanon, Arab countries, and emigration around the world.

Let us clarify the difference between the concept of “people” and that of “nation,” without resorting to the major polemics carried on in the Second International and other theoretical arenas. It is perhaps the only Leninist bequest that was correct at the time and still is today: a nation is not defined by commonalities of language, culture, religion, customs, or past history. It is defined by a political criterion—namely, its will to be considered a nation, ideally with a program of independence (or separation, total or relative autonomy, etc.) that characterizes it as a nation.

For Lenin such aspirations or ambitions may even be unfounded, inconsistent, reactionary (he cites the case of a nation that must be able to separate even from a socialist state to create a capitalist one). But if they take shape, it is because a given people, ethnicity, or social conglomerate believes—rightly or wrongly—that only by creating its own state can it resolve the social contradictions of which it is a victim.

An impeccable criterion that, even with a cursory reading of Palestinian history, shows that the Arabs of Palestine have never been a nation nor tried to be one in a unitary form. This is unlike other Arab peoples who developed strong nationalist sentiments and movements (Libya, Algeria, Tunisia, Egypt, Iraq, Syria...) and managed to free themselves from the colonial oppressor, giving life to their own states—only to pay the price of how they came by that goal.

The Feudal Structure of Arab Palestinian Society

Leaving aside the Ottoman occupation of Palestine (from 1516–17 to 1917) and limiting ourselves to the period of the British Mandate between the two wars, not a single unified movement of the local Arab population can be cited that had as its objective the creation of a Palestinian state, even though pan-Arab aspirations existed in some intellectual circles. Meanwhile, the Zionist movement had set as its program the creation of a Jewish state—first in ideological terms, as far back as 1896 (Theodor Herzl, 1860–1904), with antecedents in the 1880s—and then as a political-territorial movement from 1897, with the antecedent of the first aliyah (immigration wave) to Israel in 1882. The rest is well known.

In any case, the great backwardness of post-Ottoman Palestine and the feudal structure of its economy could not provide the social backdrop for the political concept of “nation,” in the sense given above, to emerge. The Arab inhabitants of Palestine lacked the material bases to begin to consider themselves a nation.

An economy still fundamentally agrarian and pastoral, dominated largely by the effendi (Turkish for “lord”): that is, members of large absentee families, divided into clans that fought among themselves, living in the cities while exploiting the labor of the fellahin (peasant farmers—about 70% of the population), whom they largely kept in servitude through debts and usurious practices.

Bedouin tribes living in semi-nomadic conditions, whose sheikhs (“elders,” in effect holders of customary knowledge) vied for the favor of one clan or another.

The first signs of industrial activity left by the Ottomans. Companies in very limited sectors, where over time an actual class division along ethnic lines emerged: on one side, mostly Jews or representatives of the Jewish Agency as owners; on the other, urbanized Arabs or former fellahin as workers (construction, public services, plantations—the latter on lands gradually being purchased by Zionist agencies).

The division was tangible and tended to grow with time. But episodes of class struggle (modest and discontinuous) between these two social realities must not be confused with manifestations of Arab Palestinian nationalism: a gross error that at least we Marxists (preferably libertarian) cannot make.

An urban intellectual elite, closely dependent on the great landowners, attracted by the lure of their intellectual patronage or by career opportunities for those who studied in the metropolises of the mandatory power.

A total absence of a common cultural tradition between the two banks of the Jordan and Mediterranean Gaza, along with 23 different languages (give or take, depending on the occupiers’ reports). Bedouin tribalism combined with different and often mutually hostile confessions of Islam, and with patchwork settlements from Ottoman-era immigration: Circassians, Kurds, Druze, etc., not to mention the Jewish communities that had always continued to live in the “Promised Land.”

Feudal backwardness underlay the failure to form an Arab Palestinian national bourgeoisie as a potential bearer of nationalist demands. And this in decades when the British mandatories and Zionist nationalism were beginning to introduce capitalism—colonial, of course—into an ethnically disjointed society occupied by foreign powers for centuries.

Ephemeral Experiences of Palestinian Nationalism

In Nathan Weinstock’s monumental work (History of Zionism [1969],[Storia del sionismo, Massari ed., Bolsena 2006)—a work still unsurpassed—the entire structure of Arab Palestinian society is masterfully reconstructed, with all the details concerning the economy, strikes, capital transfers, the role of the Jewish Agency, the British mandatories, etc. And since at the time Weinstock was fiercely anti-Zionist (as a member of Matzpen and close to the Fourth International [though he later changed his position]), even readers of anti-Jewish or anti-Zionist leanings might benefit from this book, in which everything possible is said against the Jewish presence in Palestine. But although Weinstock does his utmost to highlight episodes of Arab insubordination in conflicts with Zionist landowners or Jewish settlers, no significant sign of a Palestinian nationalist movement emerges.

He describes the birth of Arab parties formed between 1932 and 1935, acknowledging that they were still affiliations to great feudal-type clans, with very limited political horizons, though bitterly opposed to the British presence and to Zionist organizations.

A relative exception can be made for the Istiqlal (“Independence”) party—one of various parties by that name in other Arab countries—founded in 1932 and definitively dissolved in 1947 (on the eve of Israel’s birth!). Fundamentally anti-British but also anti-Zionist, advocating a pan-Arab nationalism (to be extended to Palestine after expelling both the mandatories and the Zionists), modernizing and anti-tribal, constitutional monarchist, tied to the Hashemite monarchy: it had very meager support and was outlawed in 1937, when its decline had already begun.

Weinstock—like other authors—details the Great Revolt of 1936–39, which had been preceded by the general strike of October 1933, launched against the British mandatory. The revolt turned into a real insurrection and persisted by entrenching itself in mountainous areas. Its goals were confused, although the enemy was clearly identified: first and foremost, the mandatory power and, secondly, the Jews, Zionist or not. It included pro-Nazi leaders, peasant nationalists, local bandits, while conflicts raged among clans, among great landowners, and among tribal allegiances. Repression ended the revolt, even as ties deepened between some leaders of the insurrection (in addition to the Grand Mufti of Jerusalem) and Nazi-Fascism.

The Failure of Palestinian Nationalism to Grow

Indeed, as I have noted elsewhere, at the outbreak of the Second World War the leading exponents of Palestinian nationalism—gathered around the Grand Mufti of Jerusalem, Muḥammad Amīn al-Husaynī—were recruiting soldiers in North Africa, Palestine, and Bosnia for the Muslim SS battalion. And I have already described elsewhere how, in the 1948 war officially declared to prevent the birth of the State of Israel (but actually to seize Palestinian territories), Palestinian Arabs were prevented from having a representative on the Arab League’s general staff, from having their own expeditionary force (proposed by the mufti mentioned above), and from pre-constituting a government-in-exile.

Serious scholars of the subject agree that the Arab people of Palestine were in fact not ready to act as a national force and thus to realize concretely what the UN had reserved for them with the 1947 partition: the (optional!) opportunity to establish a Palestinian state. Meanwhile, the Arab states will never be condemned enough for doing nothing to foster a homegrown Palestinian nationalism capable of creating its own state and for preventing its formation then and in the following years.

Heavy blows to a potentially nascent Palestinian nationalism also came from the discriminatory, truly apartheid-like treatment that some Arab states adopted toward the refugees, confining them in camp-prisons (in Lebanon, Jordan, Syria, the Gaza Strip) and forcing them for several generations to live in subhuman conditions. They did indoctrinate them, however, with the mirage—more inhuman still—of destroying the Zionist “entity” and the myth of the “return.” In Jordan they even went so far as to massacre Palestinian refugees (September 1970) when the latter attempted to overthrow the monarchy.

When the PLO was born—the first real organization committed to defending Palestinian nationalism—its leader was Ahmad al-Shuqayrī, in office from 1964 to 1967. Elsewhere I have recalled his public statements on the need to throw the Jews into the sea and not leave a single one alive.

The Six-Day War came, and Yahya Hammuda—the next chairman for a two-year term—began to soften the tone. But if with the Egyptian Yasser Arafat—chairman from 1969—a new phase in the history of Palestinian nationalism began, neither did the desperate situation of the camp-confined refugees change, nor the prospect of destroying Israel through armed struggle, that is, through terrorism. The rest is very well-known history.

It should be noted, however, how difficult—if not impossible—the growth of a unified national consciousness would have been for a people forced to live in inhuman camps, indoctrinated with the even more inhuman mirage of annihilating the Jewish people, lacking a national bourgeoisie and a labor movement, historically devoid of any democratic experience, and dictatorially dominated by the new bureaucratic apparatuses of al-Fatḥ/Fatah and the PLO.

The result is before everyone’s eyes—or at least those who want to see it: West Bankers have lived for 20 years without elections, dominated by a corrupt and dictatorial regime, powerless in the face of incursions by Israeli “settlers.” Gazans, meanwhile, are crushed by a terrorist apparatus financed, among others, by a non-Arab, genocidal theocracy that has nothing to do with Palestine—so much for nationalism!

The Palestinians who did not flee in 1948 and remained in Israel, on the other hand, spared themselves these horrors and integrated into a democratic, modern society. Unfortunately, that society still retains its confessional character and continues to define itself as “Jewish,” though this no longer entirely corresponds to current reality—and with time will correspond less and less.

History continues to show that the Palestinian people are not in a position to constitute themselves as a unified nation.

The future will also show that the sons, grandsons, and great-grandsons of Palestinians who fled in 1948 have no intention of giving up the advantages guaranteed to them by the hereditary status of “refugees for life” in their countries of birth or adoption. Nor will they have reasons to feel represented by the new artificial (and probably dictatorial) State of Palestine, nor will they want to emigrate there.

The truth is that—despite UNRWA—there are two Palestinian ethnic groups, separated by violence and not reunifiable: West Bankers and Gazans. Of the two, only the former can aspire to become a “nation,” because for at least two decades—according to realistic estimates, unless external factors intervene that are currently unforeseeable—the Gazan people will not be able to live a civil life. This is due to the destruction inflicted on them after their government (Hamas, backed by Iran) declared war on Israel—a government they were unable to free themselves from.




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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.