L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

mercoledì 3 luglio 2013

BRASILE (3): PT, FAVELAS, AGROCOMBUSTIBILI, DEFORESTAZIONE, di Pier Francesco Zarcone (con una nota di Michele Nobile)

Un discorso sul Brasile odierno, innescato dalle manifestazioni popolari, non può prescindere dall’affrontare il tema delle possibilità di ripresa del Pt, dal fornire maggiori dettagli sui caratteri della povertà, dal dare qualche rilevante esempio sui disastri sociali ed ecologici del Pt che meglio lo delineano come referente politico di certi settori della borghesia brasiliana. Ma un primo paragrafo va dedicato a un problema oggi dibattuto in Brasile e fuori.   

“Primavera brasiliana” o si prepara una svolta a destra?
La questione è dibattuta in Brasile e sulla stampa portoghese. Naturalmente non vi sono risposte sicure, c’è solo da stare a vedere. In Portogallo l’opinione prevalente è che in effetti ci siano state e ci siano manovre della destra brasiliana (notoriamente ultrareazionaria) per egemonizzare la protesta popolare, ma che i movimenti sociali che in qualche modo l’hanno finora animata siano riusciti a emarginare i gruppi fascisti, destrorsi e violenti che si erano infiltrati al fine di fare assumere alle manifestazioni l’obiettivo primario della caduta del governo federale. In Brasile sembra però che la questione preoccupi e sia ancora aperta tant’è che sono attentamente osservate e valutate le manovre della stampa locale, maggioritariamente controllata dalle destre, non essendo mai riuscite le sinistre a creare organi di informazione capaci di operare come controaltare. Ebbene innegabilmente - per quanto alla base della protesta ci siano state massicce autoconvocazioni del tutto estranee ai partiti politici - i media e i partiti di destra cercano ancora di spostare gli obiettivi di massa dalle rivendicazioni concrete alla questione della corruzione per poi orientare il passaggio degli obiettivi verso un finale e secco “fora Dilma”.
Il fatto che la corruzione in realtà riguardi tutti i partiti brasiliani dice poco in merito a tale manovra, giacché oggi il soggetto visibile con immediatezza, essendo al governo della federazione, è la coalizione guidata da Dilma Rousseff, che ha nella corruzione un tallone d’Achille non inferiore a quelli dei suoi oppositori. Intanto i partiti di destra si danno da fare, come il Psdb (Partido da Social Democracia Brasileira) di Aécio Neves che già sta montando un anticipo di campagna elettorale con spot che cavalcano la protesta di piazza. Silenti restano invece i partigiani di Lula – cioè i fautori del suo ritorno alla Presidenza – forse perché non ancora in grado di valutare fino a che punto la protesta abbia intaccato la sua immagine e il suo prestigio.
Si spera che sia infondata la tesi di alcuni sull’esistenza di aria di golpe, fondata su episodi che sembrano fatti apposta per creare un’atmosfera da “restaurazione dell’ordine”, che in America latina è sovente anticamera del colpo di stato: il 18 giugno la presenza di provocatori nel tentativo di invadere la Prefettura di São Paulo; il 20 l’ostentata presenza di skinheads e gruppi fascisti che hanno aggredito militanti di sinistra; nello stesso giorno l’iniziativa della famigerata TV Globo  che ha sospeso l’usuale trasmissione di telenovelas per dedicarsi alla copertura delle manifestazioni ovviamente presentandole e commentandole in modo distorto; il 21 militanti dei partiti di sinistra hanno cercato di unirsi alla protesta nella Avenida Paulista, inquadrati e con tanto di bandiere, ma sono stati beffeggiati e costretti ad andarsene, mentre elementi di destra hanno cercato di orientare gli slogan in senso antigovernativo, e durante la notte si è verificata l’iniziativa di piccoli gruppi che hanno bloccato le vie di collegamento fra São Paulo e il resto del paese; infine i vari episodi di saccheggio e vandalismo. Certo non è confortante quanto accaduto il 25 giugno nella favela Nova Holanda (vicina all’aeroporto) dove invece della normale polizia è intervenuto in armi il terribile Bop (Batalhão de Operações Especiais) poiché alcuni civili (membri delle gangs?) avevano sparato colpi d’arma da fuoco dopo una manifestazione. Risultato: 9 morti. 
A dire la verità non sarebbe la prima volta che una protesta iniziata con un certo segno alla fine si risolva in vittoria proprio di settori politici di segno opposto. La “primavera” araba docet. Tuttavia (golpe militari a parte) l’attuale movimento brasiliano si caratterizza per le sue richieste traducibili in rivendicazioni di diritti e di maggiore partecipazione politica per la popolazione oltre che per l’opposizione al neoliberismo. Questo sembrerebbe essere uno scudo contro le manovre di destra. Inoltre, tenuto conto dell’obiettiva influenza dei media (di destra) nel paese, un’importante contrasto (seppure non esaustivo) potrebbe venire dalle varie Assemblee Popolari costituitesi in varie città (São Paulo, Rio de Janeiro, Fortaleza, Belo Horizonte, Brasilia ecc.). Esse possono diventare punto di partenza e sviluppo per dibattiti, presa di coscienza sui diritti, manifestazioni popolari e controinformazione, in una dimensione non massificata dai media e – perché no – per la creazione di un’interfaccia per dialogare col potere ufficiale. Il loro sviluppo sarà importante anche al fine di mantenere alla protesta la spontaneità della lotta. In definitiva il movimento brasiliano sarà pure apartitico, ma non è per nulla apolitico, e come fenomeno appartiene ai casi in cui un certo miglioramento delle condizioni economiche di vita porta a rivendicare anche una migliore qualità sociale della vita e in genere più diritti. 
Non si può escludere che alle prossime elezioni presidenziali (a parte l’incognita costituita da Lula) ci possano essere delle sorprese. Da un recentissimo sondaggio dell’istituto Datafolha risulta che a São Paulo il 30% dei manifestanti vorrebbe come Presidente della Repubblica Joaquim Barbosa, attualmente presidente del Supremo Tribunale Federale, arcinemico della corruzione, che però non è candidato; il 22% vorrebbe l’ecologista Marina Silva; solo il 10% vorrebbe ancora Dilma Rousseff. Da notare che il 78% di questi manifestanti (il 63% di essi è di età fra i 21 e i 35 anni) ha compiuto gli studi superiori e all’87% si dichiarano sostenitori del sistema democratico-borghese.  

Il Pt è in difficoltà ma, sapendoci fare, potrebbe convertire la crisi in opportunità
Il 26 giugno la piccola ma combattiva Federação Anarquista de Rio de Janeiro (Farj) – che opera attivamente nel sociale – ha diffuso un comunicato in cui si evidenziano le responsabilità dimenticate della sinistra ufficiale impegnata «nel disputare il controllo di apparati sindacali e studenteschi a detrimento del rafforzamento delle sue basi. Sono i limiti di una pratica d’apparato  e strumentale verso i movimenti sociali ( che servono solo nella maggior parte dei casi per approvare la voce del partito). Il movimento mette in rilievo la mancanza di inserimento sociale di gran parte della sinistra tra i disoccupati, le favelas,  la gioventù povera e precarizzata (che avrebbero potuto essere fondamentali nel processo di approfondimento delle richieste popolari). Mette in rilievo politiche equivoche centrate sulla conquista dell’apparato statale, sulle elezioni borghesi o sul rafforzamento di mandati parlamentari “combattivi” per alcuni settori, marcati dal personalismo e dal legalismo borghese nel rito del voto».
Intanto nelle fila del Pt non mancano i tentativi di autocritica, ma spesso – come accade quando ci si continua a muovere nell’ottica comunque giustificazionista del proprio partito, seppure parziale – non sempre si coglie il segno. Così come quando si attribuisce un ruolo prevalente al fatto che il Pt, essendo il maggiore nel paese, sarebbe diventato per molti il simbolo stesso del sistema politico che incontra un rifiuto di massa. Non si deve dimenticare che a un simile orientamento hanno dato un notevole contributo proprio esponenti del Pt, il ministro della Giustizia, Cardozo, che aveva offerto l’invio di truppe federali contro i manifestanti; o il prefetto Haddad che aveva rifiutato di fare marcia indietro sull’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici.
Comunque al momento non è pensabile che le manifestazioni popolari portino a una sconfitta del Pt da parte di gruppi di sinistra giacché se il Pt soddisfa le richieste che vengono dalle strade può recuperare consenso; e se invece non lo farà o non ci riuscirà, ebbene a spuntarla saranno le destre.
Il problema è se Rousseff e la dirigenza del Pt sapranno instaurare un colloquio costruttivo con i movimenti sociali, accogliere le richieste di riforma, aprirsi al controllo popolare e promuovere finalmente una lotta alla corruzione dilagante. D’altro canto nel 2014 si terranno le elezioni presidenziali e se Rosseff non si smarca dalle più pericolose collusioni con il fronte della borghesia queste elezioni potrebbero apportare sorprese. I mesi che vengono dovranno essere adeguatamente messi a frutto, anche perché – come si nota sulla stampa portoghese – è sempre incombente il “grande fratello” statunitense, a cui se non conviene mai che da qualche parte vi sia uno stabile governo di sinistra per i suoi parametri, tanto meno conviene averlo in quello che continua a considerare (seppure non lo dica più) il suo cortile di casa. 

Dilma Rousseff ha cercato subito di entrare in sintonia con le richieste popolari, tanto che nel pacchetto di misure annunciato dopo aver convocato i 27 Governatori statali, c’era anche la convocazione di un’Assemblea Costituente per varare in termini brevi una riforma del sistema politico. Tuttavia, il giorno dopo ha fatto marcia indietro su pressione del suo vicepresidente Michel Temer e di vari parlamentari costituzionalisti o solo giuristi. È però rimasta la promessa di convocare entro 45 giorni un referendum su temi come il finanziamento dei partiti, il modello elettorale, la qualificazione della corruzione come crimine gravissimo (hediondo), patti sociali su salute e istruzione. Resta l’aspettativa dell’estensione del modello Fifa di investimento per gli stadi anche ai servizi pubblici e alle infrastrutture.  

La povertà in Brasile oggi
Ultimamente in questo paese il fenomeno della povertà ha subìto mutamenti sociologici al di là della sua diminuzione quantitativa in termini assoluti, come risulta anche dai dati forniti in aprile dal rappresentante del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, Jorge Chediek,
Tuttavia vi è da sottolineare un altro aspetto, cioè quello relativo al locum della riproduzione della povertà: in passato era quello dei settori tagliati fuori dal mercato del lavoro e quindi forzatamente costretti all’inattività (emarginati delle miserabili favelas, bambini, infermi, menomati ecc.). Oggi invece la nuova povertà colpisce proprio gli elementi attivi (di fatto o virtualmente) nel mercato del lavoro, a motivo della disoccupazione e della precarietà, cioè quegli elementi che una volta erano al di fuori della povertà vera e propria per il semplice fatto di avere un’occupazione
L’entità degli inattivi sembrerebbe calata grazie alle politiche di spesa sociale originate dalla Costituzione Federale del 1988, scendendo percentualmente sotto il 50% della popolazione povera. Nell’aprile di quest’anno – secondo le valutazioni dell’Ibge (Instituto Brasileiro de Geografia e Estadística) – nelle sei regioni metropolitane investigate il tasso di disoccupazione viene stimato nel 5,8%, il che vuol dire sostanziale stabilità in rapporto ai mesi di marzo (5,7%)  e di aprile (6,0%) dell’anno scorso. La popolazione disoccupata (sempre secondo l’Ibge) sarebbe di 1.414.000 persone, e quindi senza reali variazioni; lo stesso dicasi per la popolazione occupata (22.906.000 unità). Però va notato che condizioni e rapporti di lavoro sono decisamente peggiorati, e nell’insieme fra gli occupati è aumentata la povertà. Attualmente ancora circa 50 milioni di brasiliani vivono con meno di 80 reais al mese (il cambio fra 1 euro e il real è pari 2,89 reais).
L’eterna lotta alla povertà resta la grande sfida del Brasile, non solo per motivi umanitari, ma in quanto presupposto per l’esercizio dello status di cittadino; e, si potrebbe aggiungere, come terreno favorevole alla lotta per la cultura, vista sia come promozione e sviluppo personale e del paese.

I disastri sociali ed ecologici del Pt
I tre esempi sotto riportati attengono a quella collusione tra il Pt e una parte della borghesia nazionale e non, di cui si è parlato nei due precedenti articoli.

a) la “limpeza” delle favelas
Essere teatro di grandi eventi sportivi ha implicato per il Brasile azioni straordinarie contro la micro e macro criminalità. Questo implicherebbe l’obbligo di intervenire sulle famigerate favelas, dominio di organizzazioni di narcotrafficanti spesso armati quanto e come i corpi speciali della polizia (si pensi ai due film brasiliani sulla “Tropa d’elite”). Allo stato delle cose, intervenire sulle favelas – tenuto conto di quello che sono diventate e del perché si è lasciato che ciò accadesse – soprattutto se il tempo stringe vuol dire  intervenirvi militarmente (a prescindere dal colore politico di governa): cioè prenderle d’assalto, eliminare i nuclei armati che lì spadroneggiano e occuparle stabilmente. Può piacere o no, ma tant’è.
Il secondo passo avrebbe dovuto avere natura e fini sociali: trasformarle in quartieri popolari più o meno “normali”, dotarle di infrastrutture e servizi, scolarizzarle, ma in favore di chi vi si era dovuto stabilire, inserire gli abitanti  nei circuiti economici e così via.
La realtà è stata alquanto diversa, poiché ci si è fermati al primo stadio. Il secondo stadio si va sviluppando in un senso del tutto opposto a quello che tutti si aspettavano dopo l'intervento massiccio della polizia, la lotta alle bande armate e la bonifica dei quartieri poveri. I servizi di fornitura di acqua e corrente elettrica, nonché la raccolta dei rifiuti, sono migliorati incomparabilmente, ma sono aumentati anche i costi per gli abitanti, giacché riscuotere le tariffe -senza più la presenza di banditi ultrarmati - ha cessato di essere un problema. Grandi catene di distribuzione che prima non osavano nemmeno mettere piede nelle favelas oggi vi si sono installate alla grande, e i prezzi dei beni di consumo in questi luoghi sono lievitati in modo enorme rispetto a prima. Ovviamente gli immobili si sono subito rivalutati, dando luogo all’avvio di una forte speculazione immobiliare; e ora le agenzie intermediarie vanno a caccia di abitazioni per l’incremento del turismo. Alla fine, vivere nelle favelas bonificate è diventato per i precedenti abitanti un privilegio estremamente caro, il che li ha costretti a trasferirsi verso altre periferie non “bonificate”.
In pratica il problema si è spostato da un’altra parte, per riprodurvisi. Infatti questi emigranti forzati vanno verso favelas come, per esempio, la Baixada Fluminense, controllata dai narcotrafficanti e con indici di criminalità altissimi, ormai diventata il rifugio dei criminali fuggiti dalle favelas bonificate. Al riguardo in Brasile si parla di “rimozione bianca”, che a Rio riguarda essenzialmente la zona sud. Le favelas vicine alle migliori spiagge sono diventate addirittura trendy, attirando membri della cosiddetta classe media e stranieri: i primi ci resteranno, mentre i secondi vi faranno prosperare l’economia del settore turistico. Nella zona nord, invece, molto meno caratterizzata in rapporto alla tradizionale iconografia sul Brasile, il fenomeno è assai più contenuto, pur esistendo anche lì. Si pensi alla favela del Complexo do Alemão e da Penha (che era sede del quartier generale del più importante gruppo di trafficanti di Rio), dove i prezzi degli affitti negli ultimi due anni sono andati alle stelle: prima per un piccolo appartamento l’affitto mensile andava dai 100 ai 250 reais (35 e 85 euro circa), mentre ora è arrivato anche a 1.000 reais, mentre il salario minimo di  molti lavoratori poveri là residenti è di 678 reais mensili. Non è casuale che già nei primi tre mesi di quest’anno più di 400 famiglie siano state sfrattate.  
  
b) gli agrocombustibili e la deforestazione
Il grande business degli agrocombustibili si è installato anche in Brasile, come era “naturale” che fosse. “Naturale” per un motivo molto semplice: di combustibile ricavato dall’agricoltura ne serve tantissimo (gli Usa oggi ne vogliono almeno 35 miliardi di galloni l’anno, per il 2020 questo combustibile dovrà coprire il 10% di tutto il carburante per trasporti in Europa e addirittura per il 2025 esiste l’obiettivo di sostituire con esso il 10% della benzina mondiale); tuttavia i paesi industriali del Nord del mondo non hanno una capacità agricola sufficiente a produrre sia alimenti sia combustibili nei quantitativi previsti: ragion per cui spetta ai paesi agricoli del sud del mondo provvedere al soddisfacimento di questa esigenza.
Attorno agli agrocombustibili si è formata un’enorme concentrazione di capitali, che ultimamente sono aumentati di otto volte. Dal canto loro le grandi potenze del petrolio, dei cereali, dell’auto e dell’ingegneria genetica vanno formando le prime società, come quelle fra ADM e Monsanto, fra Chevron e Volkswagen, BP, DuPont e Toyota.
In Brasile l’area destinata alla produzione di agrocombustibili è attualmente pari alla superficie di Olanda, Belgio, Lussemburgo e Regno Unito insieme e il governo sta progettando a tale fine la quintuplicazione della produzione di canna da zucchero.
Sugli agrocombustibili le industrie interessate e i media da esse foraggiati vanno diffondendo una serie di bugie per coprire le pesanti e inevitabili conseguenze ecologiche. Non essendo questo il tema specifico del presente articolo ci limitiamo ad elencarle. Vale a dire, non è vero che gli agrocombustibili: siano ecologicamente “puliti; che non provochino deforestazione e anzi migliorino l’ambiente; che promuovano lo sviluppo rurale; che non provochino fame; che non causino contaminazioni genetiche.

Ai nostri fini interessa il problema della deforestazione funzionale alla produzione di agrocombustibili. Ebbene, il governo del Brasile ha riclassificato una buona parte dei 200 milioni di ettari di foresta tropicale secca, di pascoli e pantani considerandoli degradati ma adatti alla coltivazione. Si tratta dei ricchi ecosistemi della Mata Atlantica, del Cerrado e del Pantanal dove vivono popolazioni indigene, si pratica l’agricoltura di sussistenza e vi operano grandi imprese di allevamento del bestiame. Riusciranno gli attuali occupanti a resistere al progresso? È più probabile pensare che ci sarà un ulteriore capitolo nella distruzione del polmone verde amazzonico.
 
c) la diga di Belo Monte
Come al solito accade, il progetto della diga di Belo Monte si presenta bene: la diga contribuirà con circa altri 30 progetti idroelettrici nell’Amazzonia all’approvvigionamento di energia elettrica a beneficio dell'economia e del popolo del Brasile, contribuendo alla crescita. Essa è stata progettata per coprire il 10% del fabbisogno nazionale di energia idroelettrica. Economicamente il progetto non si presenta male, prevedendosi un costo per mw due volte meno caro rispetto alle centrali a carbone o all’energia eolica e/o di biomassa.

Tuttavia c’è un grosso problema di impatto ambientale, costituito innanzi tutto (ma non solo) dalla deforestazione richiesta dalla costruzione della diga: almeno 615 chilometri quadrati attualmente occupati da foresta saranno allagati, con irreversibili danni all’ecosistema La questione è stata addirittura esaminata anche dal Parlamento europeo, ma la posizione del Brasile si è essenzialmente attestata sul fatto che si tratta di questione interna.
Come accennato non si tratta solo di deforestazione. L’inondazione per costruire i grandi serbatoi do Canais e Calha do Xingu e per gli sbarramenti svilupperà, si dice, grandi quantità di gas metano (20 volte più potente, ai fini dell’effetto serra, del  Co2) per la decomposizione della vegetazione, che  solo parzialmente verrà rimossa in precedenza. E poi vanno considerati i problemi umani e sociali, giacché – tra indigeni e non – almeno 4.300 famiglie urbane e 800 rurali dovranno essere sgomberate. Le promesse di indennizzi ci sono, ma anche i dubbi sulla loro efficacia e su quale sarà la realtà della nuova sistemazione per gli sfollati. Né basta. La costruzione della diga dovrebbe dare lavoro in loco a circa 90.000 persone: una migrazione, quindi, di cui non si conoscono né l’impatto né i costi sociali.
Viene quindi spontanea la domanda circa l’esistenza o meno di alternative possibili, che tuttavia ha solo un valore critico e per “futura memoria”, giacché il progetto è in fase di realizzazione e non è pensabile che il governo faccia marcia indietro. Ci sarebbe l’energia solare, oltre all’eolica, per esempio. Resta ancora la questione dei relativi costi, quand’anche la tecnologia solare, nello specifico, sia in forte crescita nel mondo; tuttavia in Brasile le autorità si inchiodano sul problema dei costi considerati solo in termini attuali, ma senza fare nulla per incentivare lo studio di tecnologie che li riducano. Così l’ambiente resta oggetto di selvagge devastazioni che – in concreto – hanno ripercussioni di portata planetaria. Il problema di quale tipo di sviluppo si voglia e sia possibile resta aperto.

* * *
Caro Pier Francesco,

I grafici che seguono rappresentano le variazioni dei tassi di crescita reali del Prodotto interno lordo brasiliano. Faccio queste considerazioni, veloci e impressionistiche:
- tra il 1971 e il 1980 il tasso medio di crescita del Pil fu 8,7%
- segue la cd. decade persa degli anni Ottanta;
- a seguire l’altra decade o quasi decade persa, tra il 1998 e il 2003: che si può mettere in relazione alla crisi «asiatica» del 1997 e poi alla recessione internazionale del 2001-2.
Il tasso medio di crescita del Pil nel 1991-2002 fu il 2,5%
- nel 2003-2008 il tasso fu il 4,2% o il 4,8% dal 2004: gli anni centrali di Lula e del piccolo boom internazionale. Un recupero congiunturalmente importante ma insufficiente dato il lungo tempo perduto. 
- seguono la caduta del 2009 e il rimbalzone del 2010.
I fatti interessanti mi sembrano:
a) dopo il 2009 il tasso di crescita medio risulta comunque superiore agli anni 1991-2002, al 3,2-3,7%, dipende dalla previsione sull’intero 2013.
b) la tendenza al momento sembra sia alla crescita relativamente al 2012.
Conclusioni, abbastanza scontate:
a) evidentemente da 30 anni a questa parte il capitalismo brasiliano non riesce a conseguire i tassi di crescita degli anni Settanta neanche nelle condizioni internazionali più favorevoli. Per quanto questi tassi possano essere doppi o tripli rispetto ai paesi avanzati, essi sono comunque troppo bassi per un paese relativamente sottosviluppato;
b) evidente la correlazione con l’andamento dell’economiamondiale,
c) tuttavia, tenendo presente i pochi anni su cui si può ragionare, se nel 2013 il tasso di crescita sarà del 2% o più, non è che la media del 2010-2013 sfiguri totalmente rispetto agli anni migliori di Lula, tanto più se si considera il quadro internazionale sfavorevole. Insomma, non un tracollo ma l’arrestarsi di uno slancio, comunque moderato e insufficiente per le ragioni di cui al punto a). Insomma, il lulismo non tira fuori il Brasile dal relativo sottosviluppo. Ma questo si sapeva già, anche a prescindere dal dilagare della corruzione.

ciao, Michele (Nobile)



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RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)