di Jurij Dunaev
Bilingue: ITALIANO - РУССКИЙ
Mentre completavamo questo articolo è giunta la notizia, dopo il viaggio in Corea del Nord e Vietnam che Putin intende rivedere la dottrina atomica russa, mettendosi sulla strada di una nuova corsa agli armamenti. Ciò conferma, nell’essenza, quanto scritto, anche se sarà indispensabile tornare su questa importante novità.
Nel primo week-end di giugno a San Pietroburgo si è tenuto – organizzato dal governo russo – l’ “Eastern Economic Forum”. Il Forum è stata la celebrazione dello scampato pericolo in economia: malgrado la pioggia di sanzioni rovesciatesi sul Paese negli ultimi due anni e mezzo la Russia è ancora in piedi e la sua economia crescerà del 2,6% nel 2024.
Le ragioni di questo “miracolo” sono diverse. Potrebbero però essere sintetizzate in questo modo:
1) La riduzione delle importazioni russe (dovute non solo alle sanzioni ma al cedimento delle catene della logistica) ha stimolato la produzione nazionale che ha potuto acquisire al contempo fette importanti del mercato interno.
2) L’alto livello dei prezzi del gas che ha pareggiato la riduzione al lumicino delle esportazioni verso i Paesi UE.
3) Il sostegno all’economia realizzato dal governo in presenza di un debito pubblico limitato che permette politiche di deficit-spending molto profonde. La spesa pubblica russa è a livelli senza precedenti e circa il 40% del bilancio statale viene speso per la guerra. Si prevede che la spesa militare totale raggiungerà più del 10% del PIL per l'anno 2023 (il dato del Regno Unito pe avere un raffronto è del 2,3%).
Tuttavia un ruolo fondamentale è stato giocato dall’espansione dell’economia di guerra, diventato un fattore di prima grandezza e permanente dell’economia russa. Ciò ha prodotto un circolo vizioso-virtuoso. La mobilitazione ha reso più cara la forza-lavoro, alzando i salari e l’inflazione oltre che la domanda mentre l’offerta di beni occidentali cresce senza trovare sbocchi significativi.
Lo slogan – non ufficiale – della manifestazione di San Pietroburgo che si rincorreva di bocca in bocca era "Non esiste un'economia di successo senza un esercito di successo", ma i più accorti membri della nomenklatura hanno messo in rilievo i pericoli legati a una tale politica.
I pregi dell’economia di guerra sono facilmente riassumibili nella sintesi “meno burro più cannoni”. L’industria bellica russa, secondo i dati forniti dallo stesso Putin qualche mese fa, impiega oggi 865.000 lavoratori che operano su impianti a ciclo continuo. Il taglio lineare dei comparti della sanità e dell’istruzione – assieme all’aumento del deficit di bilancio permettono al volano bellico di dare impulso a una parte significativa dell’economia. Senza imporre delle analogie con altri fasi storiche e contesti diversi (su questo aspetto si legga l’interessante D.L. Robbins, «Nature of German Economy», in https://www.marxists.org/history/etol/newspape/ni/vol06/no07/robbins.htm)
l’economia tedesca tra il 1938 e il 1944 (in miliardi di dollari del 1990) crebbe da 375 a 466 miliardi.
Maksim Oreškin, il nuovo consigliere di Putin e già ministro allo sviluppo economico, ha ammonito: crescita non significa una buona qualità di vita in tutto il Paese. Ed è difficile contraddirlo: anche il PIL a parità di potere d’acquisto non prende realmente in considerazione la qualità dei beni e dei servizi. Inoltre, se la parità di potere d'acquisto viene utilizzata per giudicare non le dimensioni dell'economia, ma il tenore di vita dei suoi cittadini, i risultati della Russia saranno molto più modesti. In termini di PIL (PPP) pro capite, la Russia si colloca solo al 56° posto nel mondo.
In ultima analisi per l’economia russa anche in tempo di guerra resta aperta la falla della produttività del lavoro laddove lo sfruttamento delle risorse resta più estensivo che intensivo. Si tratta di un limite già noto in epoca sovietica che Putin in un quarto di secolo di governo non è riuscito ad affrontare.
A cui si aggiunge la cronica mancanza di capitali. La vicenda siriana è stata paradigmatica. Dopo aver vinto la guerra, la Russia non è stata in grado di definire alcuna ricostruzione del Paese arabo. Putin a un certo punto chiese persino aiuto all’Unione Europea. In tal contesto la politica imperialistica russa è destinata a restare un elemento regionale.
Paradossalmente quindi il problema principale dell'economia russa è la guerra stessa.
Per molto tempo, l'economia della Russia non è stata diversificata, basandosi molto sull'esportazione di risorse naturali come il petrolio e il gas. E uno dei motivi principali delle entrate relativamente elevate del governo russo oggi è proprio il fatto che la guerra ha portato a prezzi energetici elevati.
Ciò può condurre a una sorta di economia di guerra permanente (“permanent war economy”) dove la Russia non è interessata neppure a vincere. Il costo della ricostruzione e del mantenimento della sicurezza in un'Ucraina conquistata sarebbe troppo alto mentre un “soft landing” con una ristrutturazione dell’industria bellica, potrebbe alimentare troppe tensioni interne.
Uno stallo prolungato potrebbe essere l'unica soluzione per la Russia. Avendo trasformato la poca industria che aveva per concentrarsi sullo sforzo bellico, e con un problema di carenza di manodopera aggravato da centinaia di migliaia di vittime di guerra e da una massiccia fuga di cervelli, il Paese si trova nello stesso labirinto che l’aveva portata in guerra.
Trentacinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, il confronto è diventato persino imbarazzante. La Russia, ricca di risorse, è molto più povera dei suoi vicini ex sovietici come Estonia, Lettonia, Polonia, che hanno perseguito la strada dell'integrazione europea.
Per questo al contrario di Chruščëv e di Gorbačëv, Putin non sembra avere alternative a un Paese orientato allo scontro, in Europa e nel mondo. Mentre completavamo questo articolo è giunta la notizia, dopo il viaggio in Corea del Nord e Vietnam, che Putin intende rivedere la dottrina atomica russa, mettendosi sulla strada di una nuova corsa agli armamenti. Ciò conferma, nell’essenza, quanto scritto, anche se sarà indispensabile tornare su questa importante novità.
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