di Roberto Massari
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«L’importante non è aver ragione, ma non farsi convincere…»
Uno Stato che non esiste
Gli annunci di alcuni governi europei - di aggiungersi alla lista di paesi che hanno riconosciuto un fantomatico «Stato palestinese» (147 su 193 membri delle NU) - stanno portando all’attenzione il fatto che questo Stato non esiste. Nessuno dei «riconoscitori», infatti, è in grado d’indicare i confini geografici, il tipo di governo (dittatoriale, democratico?), le risorse economiche (a parte le sovvenzioni estere) e il rapporto che vi sarà con Israele.
È una formula puramente simbolica a favore di Hamas, che ha già dichiarato che così «si premia» il 7 ottobre e la tenacia con cui ha trattenuto gli ostaggi. Ma tutti fingono d’ignorare la realtà, giacché il presunto «Stato di Palestina» può includere solo parti della Cisgiordania, visto che la guerra ha fatto perdere a Gaza l’autonomia politica di cui godeva prima del 7 ottobre.
Di fatto, quindi, sarà lo Stato di Cisgiordania (benché chiamato «di Palestina») e continuerà a governarlo la vecchia Anp, magari ringiovanita sostituendo il novantenne Abu Mazen (n. 1935). Questi non si sottopone a suffragio elettorale dal 2005, ma dal 2003 perlomeno non è più negazionista dell’Olocausto. Il suo posto potrebbe esser preso dal cisgiordano Marwān Barghūthī (n. 1959), detenuto dal 2002: gode di grande prestigio e potrebbe diventare una sorta di Nelson Mandela palestinese (il che non è detto che sia un buon augurio...).
Ereditarietà del titolo di «rifugiato palestinese»
A parte la finzione di un inesistente Stato di Palestina, non è facile stabilire quanti siano i profughi rimasti dal 1948. Questo perché l’Onu nel 1949 creò l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), separandola dall’Unhcr, che si occupa invece di tutti gli altri rifugiati nel mondo.
Un mostro giuridico che, oltre ad assistere solo i palestinesi, ne moltiplica il numero, avendo reso ereditaria la condizione di rifugiato. Lo fa tramite la norma statutaria che estende lo status di rifugiato anche ai discendenti dei profughi del 1948, indipendentemente dalla loro residenza e nuova cittadinanza: un’eccezione giuridica mai adottata per alcun altro popolo al mondo.
Per quanto poco attendibili, le statistiche fornite dalle fonti interessate possono dare un’idea generale. Per es., i dati demografici dell’Anp per il 2024 (Ramallah: Una/ Wafa) parlano di 14,8 milioni di palestinesi nel mondo; mentre i circa 700.000 profughi del 1948-49 sarebbero diventati oltre 5.600.000 rifugiati; quelli rimasti in Israele oltre 1.800.000 (erano 1.470.000 nel 2015) e 6,3 milioni nei Paesi arabi. Il resto sparso nel mondo, con il picco massimo in Cile, e l’Arabia Saudita a seguire.
L’Unrwa assiste i rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Anp e Gerusalemme Est (in totale circa 5,6 milioni di rifugiati riconosciuti). Ha sedi ad Amman e a Gaza, con rappresentanze al Cairo, New York, Washington e Bruxelles. Il suo bilancio - cui contribuisce generosamente anche l’Italia - (880 milioni di dollari nel 2024, 914 nel 2025), per circa il 65% va a coprire la gestione della stessa Unrwa, affidata a un esercito di dipendenti, quasi tutti palestinesi: oltre 30.00 nel 2022 (18.879 quelli dell’Unhcr nel 2023, per oltre 20 milioni di assistiti in 138 paesi). Un terzo circa va in assistenza.