L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 15 agosto 2017

MA PROPRIO NON HANNO CAPITO PERCHÉ L’URSS È CROLLATA?, di Antonio Moscato

In un momento in cui parte dei residui della ex sinistra antagonistica italiana si schiera a spada tratta per il mantenimento in Venezuela della dittatura di una casta burocratica (la bolicrazia) corrotta e antioperaia, nemica della democrazia e affamatrice del popolo (i cui beni naturali continua a svendere a vari imperialismi per i propri interessi di casta e per mantenersi al potere), siamo lieti di ospitare l’articolo di Antonio Moscato apparso sul suo sito Movimento Operaio. Per chi si fosse perso gli articoli precedenti dei nostri compagni venezuelani di Ruptura/Utopía Tercer Camino (Douglas Bravo), ricordiamo che Maduro ha fatto eleggere, con i voti di circa un terzo della popolazione, una presunta Assemblea costituente che sta tentando di soppiantare il Parlamento regolarmente eletto e nel quale da tempo Maduro non ha più la maggioranza. Non si era mai visto un utilizzo così antidemocratico dello strumento «Assemblea costituente».
Questa politica antidemocratica della bolicrazia ha favorito la crescita di un movimento di massa di opposizione che, in mancanza di alternative di sinistra, è facilmente cavalcato e strumentalizzato dalla destra storica venezuelana. Se si fosse riusciti a rovesciare questo governo di una minoranza corrotta con uno sciopero dei lavoratori già due-tre anni fa, oggi non assisteremmo a questa lenta e atroce sconfitta del popolo venezuelano, il cui governo di casta non ha più niente a che vedere con il chavismo dei primi anni di Chávez. L’irresponsabilità di Maduro e dei corrotti che lo affiancano sta purtroppo creando le peggiori condizioni per un trapasso da un governo di pseudosinistra a un governo di destra.
Un aspetto ottimo dello scritto di Moscato è che dimostra come gli argomenti (falsi) utilizzati oggi per difendere questo regime dittatoriale sono gli stessi che la ex sinistra filosovietica ha sempre usato per difendere tutte le altre dittature che venivano sempre e regolarmente camuffate sotto la finta maschera dell’antimperialismo, anche quando erano i lavoratori a rovesciarle (se ne potrebbe fare una lista enorme). Manovre della Cia, complotti e dietrologie sono sempre state del resto le armi «teoriche» favorite, usate da gruppi e persone che rientrano più nelle categorie della psicopatologia politica che non della teoria marxista libertaria.
L’unica soddisfazione è che dalla caduta dell’Urss in poi queste forme di psicopatologia politica si sono andate via via riducendo sempre più, salvo riemergere in momenti drammatici come la caduta di Saddam Husayn, di Gheddafi oppure ora di Maduro. A quando la loro definitiva scomparsa? A quando la ripresa di un’autentica discussione politica? Il problema è serio e la sopravvivenza di questi residui la sta ostacolando ormai da decenni… come ognuno può verificare. [r.m.]

Torri di perforazione di fronte a Cabimas, lago di Maracaibo (Venezuela) © Federico Labanti
Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi, ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano”, senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez - anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo - ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato il risveglio dell’America Latina1. Tuttavia non mi ero mai nascosto il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazione con indennizzi consistenti, col risultato che negli anni di Chávez il settore privato si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato [Pdvsa] alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tant’è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno ed è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017.
Il problema è che fra chi critica la politica economica e sociale di Maduro c’è soprattutto chi aveva seguito con attenzione le trasformazioni successive della politica governativa, e chi la elogia oggi lo fa per sintonia con gli argomenti propagandistici di Maduro, ma senza conoscere nulla del Paese e della sua storia recente.
Non si tratta di contrapporre Maduro al suo predecessore, dato che già nell’ultimo periodo di presidenza di Chávez il sistema dei cambi multipli del dollaro si era sviluppato facilitando corruzione e fughe di capitali privati e pubblici, l’inflazione aveva cominciato a galoppare e la penuria di alimentari per la contrazione delle importazioni aveva alimentato il malcontento, espresso anche nella non partecipazione al voto di milioni di iscritti al Psuv [Partido Socialista Unido de Venezuela], ma anche nelle partenze per l’estero di chi poteva appellarsi a un antenato italiano o spagnolo. Ma questo sfuggiva a chi considerava una fonte autorevole quel Vasapollo che dopo aver esaltato per anni Jorge Giordani, l’economista più interessante della cerchia di Chávez, lo ha abbandonato appena è stato accantonato per aver espresso perplessità sulle ultime scelte economiche. Così, sommando la scarsa conoscenza diretta delle varie fasi della politica economica chavista con la propaganda di Maduro, che presenta come meriti suoi quelli del primo periodo di riforme - avviato dopo il golpe del 2002 e l’entrata in scena delle masse popolari che provocò un’indubbia radicalizzazione del processo - qualunque critica alla situazione attuale viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”.

venerdì 3 gennaio 2014

SUL DOCUMENTO CGIL ALTERNATIVO

Ne discutono Andrea Furlan e Lorenzo Mortara

Caro Lorenzo,

innanzitutto ti ringrazio per la polemica politica civile che hai rivolto alle mie considerazioni critiche da me espresse al documento congressuale della Rete 28 Aprile.
Purtroppo, è da anni che va avanti un certo andazzo nella ex estrema sinistra italiana dove o le elaborazioni critiche vengono ignorate, oppure vengono sbeffeggiate o ricoperte di veri e propri insulti, e soltanto perché ritenute non conformi ad un modo politico di pensare e analizzare.
Questo comportamento impolitico, distrugge ogni possibilità di dialogo e confronto che invece andrebbe sempre di più sviluppato con la necessaria chiarezza in un rapporto dialettico.
Per fortuna non è il tuo caso e quindi eccomi qua a confrontarmi con quanto da te addotto.
Intanto sono contento che hai colto la questione dell'errore commesso sull'Europa, e, il fatto che su questo aspetto politico ritieni importante fare autocritica rispetto a quanto sostenuto dal documento, rafforza ulteriormente i miei convincimenti teorici sul tema.
Però, allo stesso tempo, vorrei che l'errore commesso dagli estensori del documento congressuale, ti servisse per fare alcune considerazioni critiche sulle esperienze Trotskoidi che popolano la Rete 28 Aprile, le quali, hanno commesso un errore madornale nell'elaborare un analisi politica che sostiene la subalternità della borghesia italiana nei confronti delle strutture sovranazionali, sulla proposta del no pagamento del debito e sulla conseguenza inevitabile dell'uscita dall'euro, schierandosi di fatto col sostenere la propria borghesia pensando invece di combatterla.

giovedì 19 dicembre 2013

CONSIDERAZIONI CRITICHE SUL DOCUMENTO DI MINORANZA AL XVII CONGRESSO DELLA CGIL, di Andrea Furlan

Il documento della minoranza congressuale, denominato "La CGIL è un'altra cosa" e firmato da cinque componenti del direttivo nazionale della CGIL, merita di essere analizzato attentamente visto che, rispetto ai documenti passati elaborati dalle minoranze congressuali nei precedenti congressi della CGIL, si caratterizza in modo più coerente con un’impostazione politica di classe.
La mia adesione a detto documento, tuttavia, è un’adesione critica poiché, a mio personale avviso, malgrado il documento sia migliore dei precedenti, continua ad avere fondamentali limiti sul piano dell'analisi politica e della proposta conseguente.
In primis considero errate le analisi politiche nei confronti dell'Europa di Maastricht e del rapporto che, secondo gli estensori del documento, esisterebbe tra la borghesia italiana e le altre borghesie nazionali.
Non mi convincono neanche i compiti che il movimento operaio dovrebbe assolvere rispetto alle conseguenze sociali della crisi capitalistica e quanto addotto sul tema del debito pubblico.
Dopo il preambolo iniziale, il documento comincia ad entrare nel merito delle questioni politiche sopramenzionate e, per quanto concerne la questione dell'Europa monetaria, il tema viene sviscerato nel capitolo intitolato "Contro l'Europa dell'austerità e del Fiscal Compact".
Il capitolo inizia nel modo seguente: "Per difendere il proprio potere e i propri guadagni, le caste politiche e manageriali e i grandi poteri economici hanno scelto di sottomettere la politica economica e sociale italiana agli ordini della troika, cioè di quel comando privo di qualsiasi legittimazione democratica formato da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale.
Quindi, da quanto sopra riportato, si evince che, le politiche di austerity, non sono il frutto di scelte politiche autonome della classe politica italiana, che opera in rappresentanza degli interessi di classe della propria borghesia; al contrario, le politiche di distruzione dello stato sociale, della precarizzazione del mondo del lavoro, dell'abbattimento dei salari, secondo gli estensori del documento sono state invece imposte dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Europea e dalla Commissione europea.

venerdì 5 luglio 2013

PSEUDOCONGRESSO DELLA CGIL E PSEUDOSINISTRA SINDACALE (intervento all’assemblea naz. della Rete 28 aprile), di Andrea Furlan


Con lo scioglimento dell'area congressuale la "CGIL che vogliamo", diretta da Gianni Rinaldini, una parte della burocrazia di sinistra della CGIL ha riesumato, alla vigilia dell'apertura del congresso che si terrà in autunno, la sinistra sindacale Rete 28 Aprile.
La stessa ha tenuto la sua assemblea nazionale sabato 29 giugno a Roma presso i locali occupati dell'ex Inpdap di viale delle Province dove ha annunciato la presentazione di un documento congressuale alternativo. 

Ricardo Carpani
Come di consueto, il dibattito molto partecipato (malgrado la sala non fosse molto piena) è stato aperto dal portavoce nazionale della Rete, Giorgio Cremaschi, il quale ha analizzato la situazione politico sindacale criticando aspramente l'accordo sindacale sulla rappresentanza recentemente sottoscritto dalla CGIL con CISL, UIL e Confindustria.
La relazione di Cremaschi è stata ampia e sostanzialmente condivisibile, ha  analizzato l'operato politico di governo, la situazione internazionale, il ruolo della CGIL di sostegno all'azione politica del PD e del governo di unità nazionale presieduto da Letta che, in totale continuità con il precedente governo Monti, vuole continuare ad attuare le politiche di austerity come chiesto da Confindustria.
Malgrado io abbia condiviso quasi totalmente l'analisi politica di Cremaschi, nel mio intervento ho posto alcune questioni sulle quali il gruppo dirigente dell'apparato CGIL che si riconosce nella Rete, continua a dimostrare di non voler assolutamente aprire la discussione.

giovedì 14 febbraio 2013

LASCIO LA RETE 28 APRILE DOPO AVER TANTO LOTTATO PER COSTRUIRLA, di Andrea Furlan

Sono stato sempre convinto che per determinare un vero cambiamento sostanziale nella linea politica della Cgil vi fosse bisogno di una lotta politica al suo interno basata su princìpi saldi di contrapposizione alla burocrazia sindacale e alla logica imperante degli apparati. Una lotta organizzata di compagni e compagne, lavoratrici e lavoratori, delegate e delegati che, oltre a contestare la linea politica concertativa della Cgil - proponendo un'alternativa politica fondata sul conflitto sociale in difesa dei diritti e del salario - contestasse anche la struttura burocratica e centralistica dell'organizzazione.

sabato 30 giugno 2012

UN’AUTOCRITICA DI GIORGIO CREMASCHI, di Michele Nobile e Gino Potrino


Riportiamo questa dichiarazione di Giorgio Cremaschi perché dice la verità. E la verità, per una volta tanto, viene detta da qualcuno che ha fatto parte integrante dell’apparato Cgil e Fiom. Ci piace anche il fatto che finalmente si senta una voce autocritica, anche se solo per i tempi più recenti (cioè per la speranza infondata che la revisione governativa e parlamentare del diritto del lavoro sarebbe stata fermata da un moto popolare). Per un’autocritica sul passato della Fiom/Cgil – per lo meno dal 1969 in poi - vale la pena di attendere ancora. Ma prima o poi bisognerà arrivarci.

Che in Italia si faccia autocritica è un fatto notevole per la sua rarità, se non sconosciuto. Siamo invece abituati a scivolare sul ghiaccio di svolte e svoltine la cui sola motivazione è tenere a galla chi dovrebbe affondare; e siamo nell’ambiguità di due ex ministri e molti sostenitori dell’ultimo governo di centrosinistra che pretendono di costruire Syriza in Italia. Questi ministeriali sarebbero più credibili se almeno facessero «un passo indietro» prendendosi una lunga vacanza. 
Cremaschi descrive come le direzioni di Cisl, Uil e anche Cgil abbiano contribuito a costruire una sconfitta storica per i lavoratori. Tuttavia non si tratta della sconfitta delle direzioni sindacali perché esse non rappresentano gli interessi dei lavoratori bensì quelli del capitale sopra i lavoratori. Oramai la posizione istituzionale della burocrazia sindacale non deriva più dalla sua capacità di mediare tra gli interessi dei lavoratori e quelli del capitale, ma dalla gestione delle batoste destinate ai loro iscritti
Lo stesso vale per il PD, i cui meriti precedenti presso il capitale nazionale e internazionale, a partire dallo smantellamento dell’Iri fino alle manovre per l’entrata nell’eurozona, offuscano quelli di Berlusconi, ora narratore di barzellette sulla possibile uscita dall’euro e il ritorno alla lira.
Cremaschi promette di non avere più niente a che fare col PD e siamo disposti a credergli. Temiamo, però, che altri nella sua area mentano facendo la stessa promessa.
Si tratta ora di riflettere sull’interrogativo posto da Cremaschi e capire perché la risposta non sia stata neanche lontanamente all’altezza della sfida, traendone delle indicazioni per il presente. Certamente le direzioni sindacali hanno le loro responsabilità. Ma non si tratta solo di questo. Di sconfitta in sconfitta, dal meno peggio al sempre peggio è il quadro di un’epoca e di un’intera casta politica (inclusa la sottocasta dei Forchettoni rossi) che entra in gioco. Fin dove sarà disposto a spingersi Cremaschi in questo riesame del quadro? E fino a dove sono disposte ad autocriticarsi le correnti politiche sulle quali si appoggia al momento? Anch’esse hanno fatto parte, più o meno continuativamente, del miraggio elettoralistico che continua ad avvelenare l’atmosfera politica dell’antagonismo sociale.
Michele Nobile

È paradossale che nel periodo di massima crisi da molti decenni a questa parte del capitalismo internazionale e di quello nostrano in particolare - perché in Italia la crisi  economica si avvita con quella del sistema politico inetto e corrotto della cosiddetta “Seconda repubblica” - la borghesia possa adottare le misure più drastiche senza trovare la benché minima resistenza nel mondo del lavoro e nelle organizzazioni politiche e sindacali che dovrebbero rappresentarlo. Il paradosso però è solo apparente, se si guarda alle condizioni attuali valutando la linea di tendenza almeno degli ultimi due decenni e si rifugge da una valutazione impressionistica e statica.
La sinistra politica come l’abbiamo conosciuta sino alla fine del secolo scorso non esiste più: quella maggioritaria - di provenienza Pci, Psi -  è passata ormai da tempo armi e bagagli al liberismo più smaccato, alla difesa delle compatibilità del capitalismo, se non alla reazione vera e propria in varie questioni sociali, culturali, religiose, giudiziarie.
Mentre la grossa parte di ciò che restava dell’ex-estrema sinistra (dalla gruppettistica degli anni ’70 a Democrazia proletaria arrivando a Rifondazione e alla cristallizzazione della sottocasta dei Forchettoni rossi) ha tristemente concluso il suo declino imbarcandosi nell’ultimo governo Prodi del 2006, per essere poi punita dal suo stesso elettorato nelle elezioni del 2008.
Cremaschi ha conosciuto tutto ciò e ne ha fatto parte integrante, anche se “nobile”. Diciamo che ne è stato a suo modo un’espressione ideologica in campo soprattutto sindacale.
Ciò va ricordato perché spesso ci si dimentica di tenere adeguatamente conto dell’involuzione del sindacato, di anni e anni di accordi a perdere, di scioperi senza costrutto o senza obiettivi e di concertazione subalterna che lo hanno portato a trasformarsi in ciò che è al momento: un carrozzone burocratico che imbriglia tutte le spinte al conflitto che vengono dalla sua base per spostarle sul terreno della mediazione politica finalizzata al mantenimento dei propri privilegi di apparato – vedi partecipazione a una marea di commissioni paritetiche assieme alle controparti, vedi distacchi sindacali pagati dagli enti, vedi l’enorme giro di affari che ruota intorno ai centri di assistenza fiscale  e ai patronati che sbrigano “gratuitamente” le montagne di scartoffie che la burocrazia fa gravare ad arte  sulla testa dei cittadini.
Anche il sindacalismo di base - che dalla fine degli anni ’80 aveva cercato di dare una risposta alla capitolazione del sindacalismo confederale - si dibatte in una crisi senza sbocco fra tentazioni di adeguamento all’andazzo corrente e resistenze generose ma minoritarie che al massimo incidono - e non potrebbe essere altrimenti, viste le forze in campo - solo su situazioni locali. E comunque, anche questo tipo di sindacalismo ha fatto propria la prassi di convocare gli scioperi (a volte fintamente “generali”) indipendentemente dal conseguimento concreto di risultati, sia pure modesti o modestissimi. Questa prassi, che col tempo contribuisce a demoralizzare il fronte dei lavoratori in lotta, ha in genere delle finalità propagandistiche, di concorrenza tra sindacati di base e di esibizionismo dei gruppi dirigenti (che non a caso sono inamovibili, sempre gli stessi ormai da decenni e in saldo controllo dei rilspettivi apparatini).
Per non parlare dei piccoli gruppi politici collocabili nell’area dell’ex-estrema sinistra che, con tutto il rispetto per i singoli militanti, non incidono per nulla (e anche loro con gruppi dirigenti inamovibili per decenni, nei casi storicamente più antichi), mentre presentano un’immagine caricaturale della prospettiva rivoluzionaria, della sua elaborazione teorica, dell’apparato partitico, del concetto stesso di militanza politica.
Ed ecco l’utilità che mi sento di riconoscere nella dichiarazione di Cremaschi, perché essa afferma più o meno esplicitamente che sarebbe ora di cominciare a chiedersi che cosa si possa fare, se non sia necessario un passo indietro da parte di chi ancora vuole resistere all’offensiva borghese e costruire qualcosa che abbia la massa critica per far ripartire le mobilitazioni dei lavoratori, difendere i gruppi sociali falcidiati dalla crisi ecc. Non sarà la demagogia o gli scioperelli convocati senza obiettivi precisi e irrinunciabili a cambiare la situazione, il rapporto di forze: il debito pubblico, i profitti degli speculatori e la crisi delle banche continueremo a pagarli noi, eccome. Marchionne potrà continuare a irridere le rare sentenze che difendono qualche residuo diritto del mondo del lavoro chiamandole “folcloristiche”, la ministra Fornero potrà continuare col suo fare sprezzante a sgretolare pezzo per pezzo quello che si era faticosamente ottenuto con decenni di lotte e la borghesia nel suo complesso continuerà ad ingrossare le file dell’esercito industriale di riserva  che userà per rimpinguare i suoi profitti quando la congiuntura tornerà favorevole.
Gino Potrino

La costituzione esce dalle fabbriche
di Giorgio Cremaschi
(28 giugno 2012)
[redazione del sito www.rete28aprile.it]

Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro.  Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.
Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all' attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.
Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.  Non e' vero infatti che su questo tema non ci fossero spinte alla mobilitazione. E' vero anzi il contrario. A primavera era cresciuto un movimento diffuso nelle fabbriche con adesioni agli scioperi anche di iscritti a Cisl e Uil. C'era stata la manifestazione Fiom del 9 marzo a Roma e quella promossa dal NoDebito a Milano. La Cgil aveva proclamato 16 ore di sciopero. Certo erano ancora avanguardie di massa quelle che si mobilitavano, ma il loro consenso era diffuso e trasversale, maggioritario nel paese. Uno sciopero generale della portata delle lotte del 2002 era alla portata ed avrebbe aperto un fronte complessivo con il governo, mettendo in gravi difficoltà Cisl e Uil e ancor di più il partito democratico. Ed e' per questo che non si e' fatto. La squallida mediazione definita tra i partiti di governo si e' trasferita sul progetto di legge, Cisl e Uil hanno accettato e la Cgil ha finito di opporsi. E, fatto ancor più grave, ha accettato la mediazione che cancellava l'articolo 18 facendo finta di aver vinto. A quel punto la prospettiva di una unificazione delle lotte e' saltata e anche la Fiom ha drasticamente ridimensionato la propria iniziativa. Il movimento si é quindi ridotto a singole azioni di lotta, da ammirare ringraziare, ma insufficienti a pesare sul quadro politico. Tante fabbriche metalmeccaniche, prime la Same e la Piaggio han continuato eroicamente a scioperare. I  sindacati di base hanno generosamente scioperato il 22 scorso. Ma non poteva bastare, tenendo conto anche del terribile regime informativo che censura ogni dissenso mentre ossessivamente grida: viva  monti, viva l'euro, viva il rigore.
La giornata del voto ha così rappresentato la sconfitta. Con poche centinaia di persone davanti Montecitorio divise a metà', e con gli organizzatori della Cgil che mettevano la musica rock ad alto volume per coprire le voci dell'assemblea spontanea che si stava svolgendo in una parte della piazza.
Sì io sento il bisogno di scusarmi per questa sconfitta e per come e' maturata, anche se credo di aver fatto tutto quello di cui sono capace per impedire che le cose andassero così.
Ora abbiamo il modello Marchionne esteso a tutto il mondo del lavoro e dobbiamo ricostruire potere e forza. Non sarà facile ma ci dobbiamo provare, ancor di più noi che siamo consapevoli della portata di questa sconfitta. Senza fare sconti a chi ne e' più responsabile nel sindacato, e senza dimenticare mai più la colpa di monti  e del Pd che lo sostiene. Dei  quali dovremo essere solo intransigenti avversari.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 29 giugno 2012

ES LA CRISIS ECONOMICA EUROPEA UN SIMPLE 'MEME'?, por Yuri Zambrano


LOS ANTECEDENTES

Para el primero de enero de 1999, la UE (Unión Europea) y una comisión especial bajo la mira de Jacques Santer había tomado una seria decisión apoyada en el tratado de Amsterdam (Firmado el 2 de octubre de 1997): Once países de la UE adoptaban el euro, como una medida financiera esperanzadora y unificadora de economías (entre comillas).

De esa manera, El Banco Central Europeo (BCE) asumía la responsabilidad de la política monetaria de aquella medida “unificadora” y Grecia se sumaba a estos once países un par de años después (2001), durante la coordinación de la comisión europea presidida por Romano Prodi que finalizaría hacia 2004.

Las crisis económica en un país, incrementa la posibilidad de crisis en otros. Un estudio hacia finales del pasado siglo XX realizado por los economistas Barry Eichengreen y Andrew Rose de la universidad de Berkeley y el analista Charles Wyplosz, describió alrededor de 20 crisis cambiarias en economías industrializadas entre 1959 y 1993, como si se tratara de una cuestión contagiosa.  Robert Schiller, economista de Yale University, demostró que entre 1919 y 1987, los mercados financieros tenían un comportamiento “tipo reacción en cadena” respecto a momentos de crisis.   

¡Eso no es una panacea academicista, al contrario, es una mera secuela neuromemética !

Hoy lo podemos ver, porque los mass media nos lo inyectan como ineluctable y letal “viral meme”.  Así le llaman al efecto tequila, al efecto dominó del Han-Seng, Nikkei y demás efectos 'Sambas' que nos venden los encargados de DESINFORMAR los avatares mercantiles y manipular la info descaradamente.  Si cae el Dow Jones, el vuelo de la mariposita tiene su efecto en Irian Jaya, Tombuctú, Patagonia o en la Antártica; es por eso que el Nóbel Daniel Kahneman, refiere con justa razón que los mercados siempre van a tener algo de caótico. Y en ese campo aleatorio, por supuesto, todo puede ser posible.

LAS LECCIONES

Pero el punto de estas cuartillas, es considerar la crisis mediterránea como un “efecto invernadero-epidemiológico”.

Es decir, los antecedentes económicos como bien cita  Michele Nobile en sus "lecciones de la crisis"  tienen varios puntos por donde empezar a desmadejar este nudo gordiano.

Pese a que la lección uno de Michele, dice que NO existen nexos entre crisis, debemos ver esto como una CONTINUA LUCHA DE CLASES tal y como Nobile, lo cita.  La lucha de clases, es fundamental para entender el proceso de crisis en los Balcanes (incluso agudizado por los fenómenos de inmigración y gitanismo balcánico y asiático al norte de Grecia).

El proceso de crisis ibérico, no es la excepción.  España no se ha curado de la inopia heredada de la guerra civil y de las diferencias del retrógrado franquismo bien camufladas por los pseudo-socialismos gobernantes o bajo la batuta Juancarlos-monárquica. Es del vox populi, reconocer que hay un campesinado influyente en la sociedad española dominante en la decisión electoral, que la inversión extranjera vapulea esta riqueza nacional con manufactura propia y que el continuo mercado migratorio aunado a una precaria inversión extranjera y una dudosa producción tecnológica, hace que el pueblo esté a merced de la clase gobernante (pidiendo en estos días su “polémico Rescate financiero”).  En otras palabras la crisis hipotecaria española que demostró sus abismos desde 2007 (e incluso antes) sigue teniendo cáncer entre sus grutas y esto será muy difícil de curar, pese a los esfuerzos de bancas ostensiblemente fuertes como Santander o BBVA que facturan importantes cuentas en euros en el ranking bursátil, siendo reconocidas como bancas realmente poderosas a nivel europeo y mundial (esto cumple con la segunda y tercera lección: a partir de los 80’s se RE-definen las prioridades de la política monetaria internacional, fortaleciendo una 'especie de neoglobalización' o sea, una expresión política CON determinada evolución estructural capitalista fortaleciendo las relaciones de fuerza entre los grupos de poder; Nobile Dixit).

LAS PROBABILIDADES
Si nos atenemos a una quinta lección, estaríamos de acuerdo a que este meme, llamado crisis ―y que afecta inevitablemente a Italia (e.g., CDS o certificados de depósito, otros sofismas de la banca italiana) ―, está aun en aguas turbias. Debemos estar concientes de que, de esta crisis no se sale con el uso de la fuerza de la economía política, sino CON UNA PARTICIPACION CONSUETUDINARIA Y CONSTANTE DE UNA SOCIEDAD MAS UNIDA buscando derrocar los modelos anticuados de monopolio económico (ver gráfica desde 1990, certificados de depósito, y para comprender economía contempo-irlandesa, ver artículo de Nobile, Lehman Brothers vs. Anglo Irish Bank).


Para ello, tanto en Grecia, como en los demás países con alarma sísmica “antiEuro”, se deben ajustar los estatutos económicos gubernamentales, o políticas macroeconómicas (Policies).  Estas normas, según Nana Nestoros, activista y analista económica del proceso de crisis político-económico en todos los países balcánicos; se deben seguir los pasos del pueblo y empezar desde las bases, es decir, haciendo la demanda del cambio, desde la óptica de la canasta familiar. O lo que es lo mismo, EL PUEBLO, HA DE SER EL ENCARGADO DE EXIGIR LAS DEMANDAS DE CAMBIO DE FORMA URGENTE Y  RADICAL, a sus gobernantes, independientemente de su grado inmanente de corrupción, que ya sabemos es parte del sistema neoglobalizador.  Para eso, insiste Nestoros, los referendums exigidos por el mismo pueblo mancillado de la Eurozona, podrían ser herramientas democráticas para detener el arrollador tren de esta quasi-imparable crisis.

Sin embargo, tal referéndum puede ser un arma de doble filo: un ejercicio democrático de tal magnitud, empíricamente hablando inclina la balanza a favor de sistemas pro-imperialistas.  La incitación libertaria de Giorgio Cremaschi, líder de una facción izquierdista del CGIL, el mayor sindicato metalúrgico italiano discutido por Roberto Massari, es una invitación insurgente a trabajar con las masas. Allí como bien se cita,  es obligatorio considerar, no solo el tema de la salida del euro, sino también que il referendum papandreico sulle misure economiche, podría ser un error grave, « più grave in termini ideologici e culturali». Lo que debemos promulgar es la tarea básica del fortalecimiento de las bases en la lucha de masas contra las medidas de austeridad. En ese tenor, “fortalecer OPERATIVAMENTE esas masas”, en lugar de un referéndum puede ser la opción pragmática de lucha. Ya que un referéndum en términos democráticos, debilita la causa. Por eso, las demandas deben ser de cambio urgente y radical!! como se cita arriba.  Lo que se necesita por supuesto es sin duda, LA MOVILIZACION DE LOS TRABAJADORES DESDE LAS BASES!, y esta movilización por supuesto, debe ser “imperativamente pragmática”.

La pregunta abierta se queda. ¿Qué pasaría en los mercados mundiales, si en cuestión de semanas-meses, Grecia cuestiona su permanencia en medio del maremagnum que ofrece la débil otrora esperanza económica de la Eurozona? Afectaría esto, acaso los mercados asiáticos o los demás países adheridos a la UE en 2004 (República Checa, Estonia, Chipre, Letonia, Lituania, Hungría, Malta, Polonia, Eslovenia y Eslovaquia)? Tal vez, la respuesta tenga muchas opciones y elucubraciones de los expertos analistas económicos, incluidas las posiciones burocráticas del líder del Eurogroup, Jean Claude Juncker.  Si el BCE y la Comisión Económica de la UE, no provee las garantías esenciales, eventualmente la alarmista y catastrofista posición de la desaparición del Euro, podría ser más visible hacia 2016.

Es claro, que una crisis capitalista como la que nos ocupa, será siempre una ocasión para que se dé el clásico asalto patronal, como si fuera un botín de guerra, asociado ambiguamente a la fuerza mancomunada con la Tercera Internacional estalinista, lo que relaciona objetivamente las ya citadas lecciones Nobilistas.

Así pues, este no es un problema simple de intercambio monetario ni siquiera de un eventual compacto fiscal o un programa de crecimiento y estabilidad. Se trata de un problema más serio. ES UN CONDICIONANTE DE IDENTIDAD NACIONAL, es quizá ese motor donde el orgullo de la lucha de clases debe ser más notorio, pues ella puede ser la causa sin duda, donde las clases gobernantes, siempre aseguran su capital y el resultado será la inevitable desaparición de la clase media a nivel global.  Y todo esto se podría arreglar con protocolos (al menos pro-meméticos, pero parece que eso es muy difícil de concebir en quienes ostentan el poder); aplicando una buena macroeconomía política “homogénea”, con estrategias vanguardistas y sobretodo pensando en una mejora de la calidad de vida en el proletariado.

REFERENCIAS

Arestis P & Sawyer M (2008) A Critical Reconsideration of the Foundations of Monetary Policy in the New Consensus Macroeconomics Framework, Cambridge Journal of Economics, Vol. 32, No. 5, September.
Blackmore S (2009) Memetics does provide a useful way of understanding cultural evolution: In Contemporary Debates in Philosophy of Biology,   Chichester, Wiley-Blackwell,  255-72
Kahneman D (2002) Maps of Bounded Rationality: a perspective on intuitive judgment and choice. Center for History of Science at the Royal Swedish Academy of Sciences.  In  Frangsmyr T (Ed.), Nobel Prizes 2002: Nobel Prizes, Presentations, Biographies, & Lectures. Almqvist & Wiksell Int;  416–499 Stockholm.
Eichengreen B,  Rose A &  Wyplosz C (1996), Contagious Currency Crises: First Tests ,Scandinavian Journal of Economics 98 (4), pp. 463-84
Schiller R Comovements in Stock Prices and Comovements in Dividends (1989) Journal of Finance, 44, 719-729 
The Economist, June 16, 2012 Economist.com/blogs/freeexchange
Vítor Constâncio (2012) Contagion and the European debt crisis, by, Banque de France, Financial Stability Review, April 2012
Zambrano Y (2011) Neuroepistemology: The NET: Cognitive and Emotional Implications  http://www.abstractstosubmit.com/ibro2011/abstracts/main.php?do=YToyOntzOjU6Im1vZHVsIjtzOjY6ImRldGFpbCI7czo4OiJkb2N1bWVudCI7aTo0OTt9&psArchive=mim571a980j3oh3lpp7fjpgdq1  International Brain Research Organization. 8 Th. World Congress of Neuroscience, Firenze, It.

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mercoledì 16 novembre 2011

DUE ESEMPI DI CIVILE POLEMICA, di G. Cremaschi, A. Helman e R. Massari


Pubblichiamo di seguito, con l’autorizzazione degli interessati, uno scambio di lettere personali tra Roberto Massari e Giorgio Cremaschi, e tra Massari e Alfredo Helman. Cremaschi è persona nota in Italia; Helman è uno degli argentini che si addestrarono a Cuba per raggiungere la guerriglia del Che in Bolivia (non fece in tempo ma Guevara lo nomina nel Diario); vive da tempo a Viareggio, è membro della Fondazione Guevara, ha pubblicato un libro sul Peronismo e uno sulle proprie passate esperienze politiche (Il militante, Edizioni clandestine, Marina di Massa 2005).

Pubblichiamo questo scambio per due ragioni:

1) Sia la lettera di Cremaschi che quella di Helman sono repliche a critiche di Massari; quella di Cremaschi a un articolo recentemente pubblicato su questo blog e quella di Helman a una lettera di Massari dopo la lettura del libro Il militante. Come redazione di Utopia Rossa non siamo interessati a commenti anonimi e poco o nulla argomentati (prova ne sia che questo blog non prevede la classica sezioni "commenti agli articoli"); desideriamo, invece, dialogare o polemizzare in modo aperto e meditato, nel caso rendendo disponibili tutti i materiali, senza preclusioni. La pubblicazione di queste lettere è in tale spirito di franca discussione.

2) La seconda ragione è anche più importante. Riteniamo che i due scambi, che il caso ha voluto accadessero quasi contemporaneamente, sono un bell'esempio di come dovrebbe essere una discussione politica sana, civile, capace di comprendere le ragioni dell’interlocutore nello stesso momento in cui si esprime dissenso o ferma opposizione alle stesse. Purtroppo si tratta di occasioni rare, tanto da meritare un certo rilievo per il loro valore di esempio. La norma nella sinistra italiana è invece altra: il silenzio, l’insulto, il travisamento. Una discussione civile e razionale è sia un dovere etico-politico, sia la condizione per chiarire dissensi e convergenze al fine costruire una sinistra anticapitalistica vitale (Michele Nobile).


Cremaschi-Massari (13 novembre)

Caro Roberto,
credo che alla luce degli ultimi avvenimenti potresti convenire con me che la tua polemica su un mio breve comunicato(*), totalmente ignorato dal regime informativo postberlusconiano, sia stata un poco esagerata.
Il tallone di ferro che ci stanno costruendo addosso a colpi di spreads a mio parere richiede un salto di analisi e iniziativa. Non penso minimamente ad alleanze con borghesie nazionali... ahaha e quali poi... ma ad una lotta durissima che per me ha un solo paragone: quella dei residui del movimento operaio europeo contro il nazionalismo del 1914... Non dico che la situazione è la stessa naturalmente, ma che è dello stesso segno e che va nella stessa direzione.
Il regime che spinge per il consenso a Monti pare lo stesso che nelle “giornate radiose” del maggio 1915 portò l’Italia a scendere in guerra. E stiamo tranquilli, il nazionalismo, la retorica del RI MONTI AMO saranno la miscela che verrà usata per coprire il massacro sociale.
Il mio scandalo per la presenza dei messi del FMI era tutto qui, nella piena consapevolezza che essa era assolutamente minoritaria… per ora.
Certo oggi c'è anche una destra che parla di governo delle banche, ragione di più per essere in campo noi, con i 5 punti del movimento no-debito e con anche molto altro.
Onestamente penso che dopo il governo Monti nessuno di noi sarà perdonato se non farà l'impossibile per unire tutte  le forze e le persone che vogliono disertare dalla guerra del debito e lottare contro il dominio che essa esercita qui e ora. A me tutto questo è assolutamente chiaro da quando Marchionne vinse il ricatto a Pomigliano. Da allora per me comincia la Terza repubblica ove il capitale governa direttamente...
Mi posso sbagliare, ma non trovo nel programma di chi vinse proclamando tutto il potere ai soviet altro che rivendicazioni che oggi sarebbero definite democratiche radicali. Io penso al rifiuto del debito come al rifiuto della guerra e anche per questo mi preoccupo del consenso che la guerra al debito per ora conquista a livello di massa. Loro saranno sciovinisti, noi semplicemente dobbiamo far fronte ai nostri  padroni e ai loro legami internazionali. Alle prossime
 Giorgio

Caro Giorgio, la tua risposta conferma ciò che vado dicendo di te da molto tempo, e cioè che sei una delle ultime persone civili rimaste nella ex estrema sinistra (sulla ex sinistra non vale la pena di parlare). E certamente la tua precisazione è dettata dalla consapevolezza o constatazione che il passaggio del potere istituzionale a Monti (nella sostanza, ma anche per il modo extraparlamentare con cui è stato fatto) rappresenta una montagna d'ingerenza da parte dei vertici dell'imperialismo mondiale rispetto al sassolino d'ingerenza che sarebbero stati i presunti ispettori. E forse ti sarai anche detto che la spiegazione che avevo dato io per la trovata degli ispettori (e cioè un gesto di diffida o sfiducia in più, visto che in alto avevano deciso di farla finita con Berlusconi) si è rivelata giusta e tempestiva. Di qui probabilmente anche il desiderio di mantenere aperto il dialogo fra noi, come mi auguravo anch'io nel finale del mio intervento.

Voglio rassicurarti dicendo che non ho pensato che la tua posizione sugli ispettori (o ancor prima sul non-pagamento del debito - che è cosa diversa dal non-pagamento dei costi sociali del debito che in quanto tale non differisce granché dalla lotta rivendicativa quotidiana) significasse un tuo spostamento a destra o a favore di un'alleanza con borghesie nazionali. Il problema è un altro e non credo si possa affrontare in queste poche righe. Riguarda un certo modo di procedere per reazioni successive, la pressione delle alleanze politiche che hai tessuto da un po' di tempo a questa parte, la convinzione di poter imprimere da solo, con la tua esperienza Fiom, un orientamento unitario e anticapitalistico ai relitti di una estrema sinistra che in quanto tale non esiste più da tempo, le deformazioni ideologiche che ci si porta dietro per esser cresciuti politicamente nella Cgil, o nel Pci, o in Dp, o nel Prc, o in tutti costoro o in uno dei tanti gruppi minori autosoddisfatti (scegli tu la combinazione in cui ti riconosci) - ma sempre e inequivocabilmente in una dimensione nazionale, in primo luogo. E sempre e comunque in un rapporto di non-dialogo teorico con le altre correnti o componenti, in secondo luogo.
Per es., ora che con Monti si preparano tempi ancor più duri che con Berlusconi, sarebbe interessante sentire qualche autocritica da parte di coloro che per un decennio o più hanno fatto dell'antiberlusconismo la bandiera principale e in nome di tale bandiera sono anche andati al governo, all'abbraccio col centrosinistra ecc. Se qualche "dirigente" riconoscesse l'errore compiuto e si ponesse modestamente a ritessere la trama con coloro che questo errore non l'hanno fatto, forse non faremmo dei passi da gigante in avanti, ma muoveremmo qualche passettino che magari fornirà una base di crescita ad altri, un investimento per il futuro ecc. Al momento ciò non accade e si conferma così che continuiamo a vivere l'anno zero del pensiero e del progetto anticapitalistico e tu lo verificherai prima o poi. Più pessimista di come sono sul tipo di forze politiche sulle quali ti stai appoggiando non potrei esserlo (staliniani, centristi sui generis ed ex forchettoni rossi, gruppettari e vittime più o meno illustri della società dello spettacolo...). Vorrei tanto aiutarti nella tua battaglia mettendoti a disposizione la mia esperienza rivoluzionaria più che quarantennale, nonché le capacità teoriche dei compagni che compongono la redazione internazionale di Utopia rossa (pensa che sommando le opere di 5 o 6 di noi si arriva a un centinaio di libri scritti nell'arco di qualche decennio...). Ma so benissimo che ciò non è facile da realizzare per il veleno che si è diffuso e radicato dopo le corse agli incarichi parlamentari, dopo le tante scissioni ed espulsioni, dopo l'avvento dell'individualismo sul senso del collettivo. Insomma, il forchettonismo rosso.
Restiamo quindi in contatto. Comunichiamo quando è possibile e speriamo che da qualche parte si riesca a perforare la diga.
Un abbraccio
Roberto
* * *

Massari-Helman (15 novembre)

Caro Alfredo, ho finito di leggere attentamente il tuo libro Il militante e ho dato una scorsa a quello sul Peronismo. 
Quest'ultimo non è un libro da lettura, ma da consultazione e come tale lo utilizzerò. Condivido pienamente la tua battaglia per far capire che Perón non è stato un dittatore fascista, ma anzi è stato l'unico leader che col suo specifico populismo sia riuscito a unificare la stragrande maggioranza dei lavoratori argentini nella totale incomprensione da parte del movimento operaio classico. (Del resto avrai visto come la penso nel mio libretto su Il peronismo). 
Trattandosi per te di una storia autocritica (in quanto ex comunista prosovietico) mi sembra che il libro sia veramente onesto. E utile, perché i dati che tu riporti non si trovano facilmente raccolti insieme in un unico libro. (Peccato che Perón sia scritto sempre senza accento. Ma mi pare che nel resto del libro tutti i nomi latinoamericani siano privi di accento.)

Il militante, invece, si legge bene, come storia di vita. Una storia che si svolge da entrambi i lati dell'Atlantico con scorribande in Russia e in Cina. È veramente istruttivo vedere come sei entrato nel movimento "comunista". Scusami le virgolette, ma per mia formazione non sono mai riuscito a considerare gli staliniani come comunisti. Il bello è che verso la fine del libro questo lo dici anche tu, con un linguaggio cauto ma nella sostanza non differente dal mio.
Non pensavo che la parte precedente il tuo ingresso nell'area guerriglieristica si sarebbe rivelato così interessante alla lettura. 
E invece lo è e lo consiglierei a qualsiasi giovane argentino che voglia sentire l'aria che tirava in quegli anni anche per chi stava all'esterno del movimento peronista.
E poi ovviamente mi sono divorato e annotato tutta la parte "guevarista", preziosa anche per "specialisti" del Che. Nel tentativo di ricostruire il grande mosaico della vicenda di Guevara, tu apporti delle tessere utili, che si vanno a incastrare con altre tessere. E devo dire che combaciano sempre. (E' stranamente assente dal tuo libro il nome di Amalio Rey che ho conosciuto molto bene a Córdoba e con lui ho visitato Alta Gracia.) Io - all'epoca guerriglierista come te - arrivai a Cuba a luglio del 1968 e vi rimasi sino a fine dicembre, quindi con solo un anno di ritardo rispetto a te. Puoi immaginare quindi con quanta passione ho letto la tua trafila, ben sapendo che sarebbe potuta essere anche mia. Nell'autunno del 1968, infatti, chiesi alla mia "protectora" (o directa responsable), Melba Hernández, di mandarmi a combattere in America latina. Ignoravo ovviamente la svolta che c'era stata nell'orientamento del Departamento para las Américas. Per mia fortuna Melba mi rispose negativamente dicendo che tipi come me servivano di più in Europa e che in Italia, se fossi riuscito a costruire un gruppo deciso e ben armato...
Non sto scherzando: è storia vera e credo che tu sei uno dei pochi ancora in circolazione che riesce a credermi.
Un valore aggiuntivo al tuo libro è dato dal fatto che sei ancora in circolazione, per l'appunto. Con idee politiche che non condivido affatto, ma che sono "storicamente" comprensibili.
Se ci fossimo conosciuti alla fine degli anni '60 o prima che il crollo dell'Urss creasse tanta demoralizzazione nella ex sinistra, forse oggi la penseremmo in maniera simile. Ma così non è andata, né con te, né con le migliaia di compagni sparsi nel mondo che allora erano disposti a dare la vita per l'ideale rivoluzionario, ma non sono stati poi disposti a continuare quando invece che il sacrificio della vita si richiedevano l'uso della ragione, la pazienza e soprattutto letture giuste e formative.
Sono contento di averti conosciuto, sono contento che tu sia parte della Fondazione Guevara e sono contento di aver letto il tuo libro autobiografico. Avendo i soldi lo ripubblicherei senza esitazioni nella collana Guevara della mia casa editrice. Ma così non è e credo che non lo sarà per un bel po' di tempo visto che da Tre-monti siamo passati a un Monti solo.
Un abbraccio
Roberto

Caro Roberto:
Decirte que tu carta me produjo una gran alegría no es la consabida  formalidad.
No es común, aun entre compañeros, sentirse estimulado y considerado con la generosidad que reflejan  tus líneas.
¡Gracias de todo cuore!
Creo haberte dicho - y en todo caso lo repito - que  tu caracterización del peronismo es la única escrita de un italiano, en la que me reconozco. Todas las otras que leído, son influenciadas por las deformaciones,  que la rabia y la frustración de comunistas y socialistas argentinos, impusieron  a  una visión justa del peronismo.
 Creo que también nos une la condena del estalinismo. Es realmente cómico que la crisis de un ex estalinista como yo, haya comenzado por su visita a la URSS. Es como si un musulmán dejara de serlo después de la visita a la Meca.
Quizás nos separa la caracterización de este proceso latinoamericano, que en mi provoca entusiasmo  y creo que en vos, perplejidades bastantes criticas.
Pero en fin, si todos los compañeros pensáramos igual el mundo sería muy aburrido.
Quiero decirte que estoy muy orgulloso de que me hayas aceptado en la Fondazione Guevara y que en los días que compartimos me ha impresionado la pasión,  la dedicación y la competencia con que estas librando tu batalla política y cultural.
Dejame decirte también que tipos como vos son un ejemplo para todos. Y sobre todo para los pibes que sin duda hoy, se aprestan a  continuar  la herencia, que nosotros recogimos a su vez de nuestros mayores.
Te mando un fraternal abrazo y espero verte pronto.
Alfredo


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sabato 5 novembre 2011

L’APPELLO PATRIOTTICO DI GIORGIO CREMASCHI, di Roberto Massari

L'appello di Giorgio Cremaschi in difesa della dignità nazionale calpestata e contro il barbaro monetarista invasor non ha capo né coda, ma se l'avesse sarebbe materia del peggior nazionalismo. 

venerdì 25 marzo 2011

Dichiarazione di Giorgio Cremaschi e precisazione di Roberto Massari

La Redazione di questo blog ritiene utile che questa precisazione rivolta fraternamente a Giorgio Cremaschi (presidente del Comitato centrale della Fiom) sia resa pubblica, con preghiera di farla circolare affinché essa rimanga impressa nella memoria collettiva.

Un giorno triste per la democrazia italiana
di Giorgio Cremaschi (24 marzo 2011)

Oggi è un giorno tristissimo per la democrazia italiana. Per la prima volta nella storia della Repubblica il Parlamento decide all’unanimità la partecipazione dell’Italia a una guerra. Non era mai avvenuto. Sempre il dissenso pacifista, che sicuramente anima milioni di persone, aveva trovato una sua espressione parlamentare. Oggi non è più così, abbiamo un Parlamento che è estraneo a una parte importante del paese, che viene così posta fuori dal sistema istituzionale. Per questo è un giorno nero della democrazia e dovrebbe essere lo stesso Presidente della Repubblica a rilevare questa drammatica chiusura delle istituzioni alla società civile.

* * * 

Caro Giorgio, condivido il lutto per questo grave evento, che avviene tra l'altro proprio nel giorno anniversario delle Fosse Ardeatine (dove tra gli altri fu ucciso mio nonno materno in quanto comunista).
Ma devo purtroppo correggerti sull'affermazione che sia stata la prima volta nella storia della Repubblica. Come puoi dimenticare quel 19 luglio del 2006, quando fu approvata con voto plebiscitario la missione italiana in Afghanistan, prima alla Camera e poi al Senato?
Oltre a tutti i partiti della destra e del centrosinistra, votarono a favore Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi. Al Senato l'unanimità fu completa (votarono a favore anche Turigliatto e Malabarba, membri della Quarta internazionale). Alla Camera ci furono 5 voti non a favore (con la motivazione che alla Camera quel dissenso non aveva effetti sul voto, a differenza del Senato): ma si tratta di un dettaglio numerico insignificante rispetto alla somma complessiva dei parlamentari di Rifondazione, Pdci e Verdi (i famigerati 110 Forchettoni rossi come li definimmo in un celebre libro). Quei 110 (meno i 5 alla Camera) votarono plebiscitariamente perché riprendesse l'aggressione italiana all'Afghanistan. E la gravità di quel fatto è veramente senza precedenti.
Per i criteri etici ai quali ispiro la mia azione politica, fu molto più tragica quella unanimità del Parlamento italiano includente le tre formazioni della ex sinistra, che non l'attuale che mi sembra quasi logica e di routine, non avendo il Pd caratteristiche "di sinistra" ormai da molto tempo e avendo votato a favore di tutte le missioni militari all'estero, quando non le ha condotte in prima persona.
No, quel 19 luglio del 2006 ti invito a non dimenticarlo mai, se vogliamo aprire delle speranze di liberazione alle nuove generazioni e capire la realtà presente.
Un mesto saluto
Roberto Massari

Si consiglia anche la lettura di E' nato il nuovo blocco centrista, di Roberto Massari, sul sito Sotto le bandiere del marxismo e, naturalmente, I FORCHETTONI ROSSI. La sottocasta della “sinistra radicale”

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.