L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 2 giugno 2025

LA STRAGE A GAZA DEVE FINIRE

di Laris Massari


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Caro papà, dopo le nostre recenti discussioni sull’argomento, non potevo esimermi dal mettere per iscritto i miei dubbi e pensieri.


La strage a Gaza deve finire. Ci sono due modi più evidenti perché ciò avvenga. Che Hamas restituisca gli ostaggi - e su questo siamo d’accordo dall’inizio - o che Israele cessi di essere l’esecutore della strage - che col tempo sta assumendo dimensioni inaccettabili. Hamas è colpevole del macabro 7 ottobre, è colpevole di usare i cittadini di Gaza come scudi umani, di aver utilizzato gli aiuti umanitari per prepararsi alla guerra contro Israele (costruzione dei tunnel ecc.), nonché di avere intenzioni omicide nettamente antisemite.

Detto questo, di cosa è colpevole Israele? Lo vogliamo dire? O facciamo finta di niente? E non mi riferisco alle colpe di Netanyhau precedenti al 7 ottobre che hanno favorito lo sviluppo di Hamas, né alle mire colonialistiche di Israele. A tutto ciò si potrebbe sempre rispondere, senza sbagliare, che Israele lotta sin dagli inizi per la sua sopravvivenza, minacciato costantemente su molteplici fronti.

E anche sulla leggimità dell’esistenza di Israele come Stato siamo d’accordo, come lo siamo sul fatto che chi nega tale leggitimità sta di fatto sostenendo (coscientemente o non) una posizione antisemita. Ma mi riferisco all’eccidio - giuridicamente definibile come genocidio, discutibile se sia giusto moralmente definirlo tale - perpetrato nei confronti del popolo palestinese di Gaza sin dal 7 ottobre. Certo, agli inizi poteva sembrare «solo» una vendetta esagerata - una delle varie della lunga questione israelopalestinese - che la barbarie del 7 ancora fresca in qualche modo poteva attenuare (seppur già eticamente condannabili le morti innocenti). Oltre che apparire come un’azione difensiva, visti i lanci coordinati di missili da circa sei fronti diversi (bloccati dalla difesa aerea israeliana). E siamo d’accordo che Israele sia stato lasciato a se stesso dalle varie organizzazioni mondiali/Stati e da una buona parte dell’opinione pubblica, ma anche che il governo Netanyhau abbia agito troppo repentinamente senza appellarsi alle suddette organizzazioni/Stati e perché no, all’opinione pubblica. 

Uno Stato realmente evoluto, democratico e, diciamo così, dai valori occidentali maturati col tempo - anche grazie alle varie esperienze catastrofiche - non avrebbe agito come sta agendo Israele negli anni Venti del Ventunesimo secolo. La barbarie involuta purtroppo ce la possiamo ancora aspettare dalle organizzazioni terroristiche codarde, da alcuni regimi teocratici fondamentalisti o semplicemente da dittature e totalitarismi. Ma da uno Stato più o meno democratico no, non lo posso accettare, perché è anacronistico. Lo scontro tra civiltà è reale, tangibile, ma per stare «dalla nostra» bisogna esserne degni; non si può usare la stessa ferocia del nemico (dichiaratosi tale). Altrimenti le acque si mischiano. E la confusione cresce a dismisura nelle menti labili umane. 

Israele, che ripetiamo essere stato isolato da molti, ma non da tutti, non sta dando prova di essere degno. Sta dimostrando invece di essere feroce e spietato. Vuoi perché infuriato dalla minaccia reale dell’antisemitismo, vuoi perché spinto dall’istinto di sopravvivenza - da non dimenticare anche la minaccia dell’ideologia fondamentalista ebraica, seppure una minoranza estremista, che però Netanyhau vuole accontentare - ma sta comunque commettendo grandi crimini contro l’umanità. Sta mettendo a rischio la sopravvivenza altrui. E i crimini contro l’umanità, che vanno oltre la legittima difesa naturale, stanno tutti sullo stesso piano, a prescindere da quale parte dell’umanità ne sia la vittima diretta. Sul riconoscere questo si fonda la differenza fra una civiltà più evoluta e una meno.

Vogliamo condannare chiaro e tondo questi crimini? Così come condanniamo chiaro e tondo i crimini di Hamas, degli ayatollah iraniani ecc. ecc.? Condannare significa anche esprimersi e battersi (almeno intellettualmente) perché questi crimini si fermino. Questa non è la soluzione a tutto il problema - la minaccia del terrorismo islamico all’esistenza d’Israele, le mire espansionistiche di quest’ultimo - ma è il modo più sensato e razionale, il più democratico, perché il problema non s’ingigantisca. Che è comunque un modo di risolverlo, il problema, evitare che vada in «metastasi».

E al problema ci aggiungo certamente l’antisemitismo dilagante in crescita, per il quale ad avere grosse responsabilità è anche, paradossalmente, lo stesso Israele. D’altronde, pure il terrorismo islamico non fa che aumentare l’islamofobia, problema diverso, ma anch’esso esistente e impattante sulle prese di posizione. Possibile che non ci si renda conto di stare dandosi «la zappa sui piedi»?

Israele, al momento, si sta e ci sta dando un colpo traumatico, da cui non sarà facile riprendersi, per lo scontro fra civiltà che va (ahimè) delineandosi. Scontro che, se dovrà essere affrontano sul piano di guerra, dovrà essere per scelta del nemico e non nostra. Con ciò non escludo la necessità di azioni preventive: a questo serve lo spionaggio, purché ovviamente i governi siano trasparenti sulle proprie intenzioni con la propria popolazione. A ciò Israele è dovuto ricorrere in passato (vedi la guerra dei 6 giorni), ma non è questo il caso di Gaza al momento.

È vero che Israele è sempre stato un baluardo dell’Occidente e che lotta in prima linea, ma si sta macchiando sempre di più di quella barbarie disumana che noi diciamo di disconoscere, e rischia di non essere più riconoscibile ai nostri occhi, non dico di rivoluzionari, ma almeno di individui coscienti di volere un mondo più giusto. Facciamolo fermare in tempo (se non è già tardi), prima che sia del tutto irrecuperabile e ostile anche alla metà di mondo di cui invece dovrebbe curare gli interessi e i valori più o meno consolidati - un po’ a rischio ultimamente (come da sempre) anche sul fronte interno.

Da che parte vogliamo stare? Io opterei per la parte della Ragione - nel senso di non perdere la razionalità e la lucidità, che è sempre più arduo - unica vera arma per una strategia evolutiva funzionante. Ci sarà sempre qualcuno, da entrambe le parti, che tenderà a semplificare, a generalizzare o a professare il falso. Per i più disparati motivi psichici che vogliamo, probabilmente dovuti all’inaccettabilità della propria impotenza nel controllo degli avvenimenti. Dobbiamo essere scaltri e cercare di selezionare quel poco o tanto di vero che proviene sia dagli uni che dagli altri e farne una posizione intermedia. Avendo anche l’umiltà al bisogno di riconoscere che si tratta di uno di quei grovigli complessi tipici della natura umana, ai quali si può trovare risposta solo accettando che rimarrà sempre una piccola componente indefinibile, intrinsecamente disordinata, che non ci è dato controllare.

Per la salvaguardia della nostra e possibilmente di tutte le altre specie sulla Terra!



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sabato 1 marzo 2025

TRUMP, IL TRUSKISMO E LA SVOLTA FILOPUTINIANA

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Non si può che condividere l’indignazione che gran parte del mondo ha manifestato di fronte al comportamento ignobile che Trump e Vance hanno tenuto nei confronti di Zelensky, dell’uomo che sta rischiando anche la propria vita per difendere l’indipendenza del suo popolo e che ha avuto il coraggio di dire no stando nello studio Ovale. Per quel che può contare, nel mare di disumane azioni che si stanno compiendo ai danni dell’Ucraina, va detto che l’inquilino della Casa Bianca ha anche violato le più sacre regole dell’ospitalità. Ma tant’è…

Insomma, Trump non è solo un reazionario, ma è anche un demente che fa ribrezzo sul piano umano, personale, culturale, diplomatico ecc.

Sul piano politico, però, io rimango dell’idea che il peggior presidente degli Usa sia stato Lyndon Johnson che impedì di far luce sull’assassinio di Kennedy e lanciò l’escalation della guerra contro il Vietnam, contribuendo alla morte di circa 3 milioni di vietnamiti (tra militari e civili) e di varie decine di migliaia di statunitensi. Johnson non faceva ribrezzo sul piano umano, ma andrebbe annoverato tra i grandi criminali della storia moderna, accanto a Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot e purtroppo alcuni altri.

Trump non è ancora arrivato a tali livelli e forse si riuscirà a fermarlo in tempo. Più difficile sarà fermare il criminale Putin, che a me fa anche ribrezzo per quel suo sguardo gelido e fisso che fa pensare alla maschera sulla mummia di Lenin nel mausoleo della Piazza Rossa.


Riguardo alla Nato e all'Otsc

Io appartengo alla generazione che si sgolò per l’uscita dell’Italia dalla Nato e per il suo più generale scioglimento. Il Vietnam ci costringeva ad essere unilaterali rispetto a tale rivendicazione, ma dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia lo slogan cambiò (almeno per chi capiva qualcosa) e non avemmo più dubbi che occorresse sciogliere la Nato e allo stesso tempo il Patto di Varsavia.

Il quale Patto oggi ha un erede nell’Otsc (Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva), l’alleanza militare creata nel 1992 tra le nazioni ex sovietiche che nel 1991 avevano formato la Csi (Comunità degli Stati indipendenti). Lo definirei un «Patto di Varsavia» più piccolo, se non ci fosse la presenza di truppe nordcoreane che, combattendo in Ucraina, fanno uscire l’Otsc/Csi dal contesto geopolitico est-europeo o ex sovietico: paradossalmente lo internazionalizzano.

Tutto questo per dire che lo slogan per lo scioglimento della Nato (che mi vede favorevolissimo) si deve accompagnare a quello dello scioglimento dell’Otsc. Da solo non è concepibile, ma nemmeno è auspicabile: lasciare il terreno militare al dominio dell’imperialismo russo (con Bielorussia, Kazakistan ecc.) significa arrendersi prima di combattere.

La Nato dormicchiava prima dell’aggressione all’Ucraina. Putin l’ha fatta risorgere, rafforzare (adesioni di Svezia e Finlandia), agguerrire (Polonia e Stati Baltici) e anche unificare risvegliando un minimo il senso di appartenenza unitaria di alcune importanti postdemocrazie europee. La Gran Bretagna addirittura si sta rimangiando la Brexit… Questo per i menestrelli di poco cervello che inneggiano a una presunta vittoria putiniana...

Ora Trump sembra voler sciogliere la Nato. Dico «sembra» perché non sarà così facile: sono troppi gli interessi in gioco (anche per l’industria degli armamenti negli Usa e in altri paesi) e non sarà certo la follia di un individuo, foss’anche il plenipotenziario Presidente degli Usa, a imporre un tale scioglimento, ma nemmeno una sua lenta deriva. Questa sarebbe stata possibile prima dell’aggressione all’Ucraina, ma ora non più.


Il «disgelo» trumpiano

Comincio anche a pensare che difficilmente Trump arriverà alla fine del suo mandato. E comunque, se non interviene qualche malanno, qualche tisana notturna (stile vaticano) o qualche attentatore un po’ più preciso, gli sconvolgimenti degli assetti europei che provocheranno Trump e il suo giullare megasatellitare saranno tali da far decadere tutte le parole d’ordine di tipo tradizionale. Le biglie sono tutte in movimento e nessuno può prevedere dove andranno a colpire. Basti pensare alla possibilità che la Cina approfitti del «disgelo» trumpiano per invadere Taiwan. Non è detto che accada, ma se accadesse gli sviluppi internazionali sarebbero imprevedibili. Idem se il trumpismo consentisse alla teocrazia iraniana di giungere ad avere le armi nucleari.

Basti pensare che l’Ucraina sembra intenzionata a resistere. Sarà sconfitta e trasformata in una colonia russa? Non è così semplice e comunque la cosa avrebbe conseguenze devastanti. In primo luogo perché gli occupanti russi dovranno fare i conti con la resistenza di un popolo che ancora non ha perdonato loro il genocidio del 1931-33 e gli altri crimini dell’epoca staliniana, oltre a quelli più recenti.

In secondo luogo perché ci sono da considerare gli Stati più direttamente minacciati dall’aggressività russa: Polonia e Paesi Baltici. Una sconfitta degli ucraini e un arretramento della Nato li costringerà a incrementare il proprio armamento ancor più di quanto stiano già facendo. E l’esperienza storica dimostra (e l’Ucraina lo conferma) che quando un popolo lotta per la propria indipendenza è pronto a qualsiasi sacrificio. I polacchi poi, dopo la spartizone del loro Paese tra Hitler e Stalin..


L’esercito europeo

È l’unica alternativa allo scioglimento della Nato, anche se al momento sembra quasi impossibile la sua realizzazione (della quale io sono totalmente a favore, tanto per non usare eufemismi). Sulla stampa si leggono quotidianamente tutte le spiegazioni che rendono al momento irrealizzabile tale progetto, nonostante i passi avanti che stanno facendo le tre postdemocrazie più forti - Gran Bretagna, Francia e Germania - mentre il governo italiano ha già deciso di defilarsi e di mantenersi fedele a Trump. Vorrei sbagliarmi, ma così intepreto le recenti «furberie» della Meloni e del ministro Tajani. Dell’ostilità irriducibile di Salvini/Vannacci e 5Stelle a un tale progetto, neanche a parlarne. Un simile esercito farebbe necessariamente appello allo scudo nucleare che garantiscono inglesi e francesi, ma dovrebbe necessariamente tenere fuori la Turchia che al momento rappresenta l’ala più reazionaria della Nato, nonché uno dei regimi più reazionari esistenti al mondo. Ma temo che davanti al pericolo che l’Europa si armi per conto proprio, anche Trump farà marcia indietro e tenterà di mantenere in vita la Nato, o perlomeno il suo fantasma.

Legato al discorso dell’esercito europeo c’è la (mia) speranza che la vecchia Unione Europea si sciolga e si ricostituisca su nuove basi, senza l’Ungheria ovviamente, senza l’enorme attuale apparato burocratico e intenzionata a valorizzare al meglio il patrimonio di cultura mediterraneo-occidentale che dall’Europa si è irradiato al mondo, consentendogli i principali progressi sul piano scientifico, linguistico, artistico ed economico.


L’antitrumpismo e la (post)democrazia statunitense

Brutta storia l'antitrumpismo, come lo fu l’antiberlusconismo. Bastava dichiararsi antiberlusconiani per credere o far credere d’essere «di sinistra». Lo stesso accadrà ora con l’antitrumpismo: si sprecheranno gli articoli, i libri, gli spettacoli ecc. diretti contro Trump, creando l’illusione che i loro  autori siano ridiventati di sinistra.

Bisognerà però chiedere a questi stessi antitrumpiani dove stessero mentre l’Ucraina veniva bombardata e massacrata, con il silenzio se non la tacita approvazione della sinistra reazionaria, dei 5stelle, dei pacifinti, degli imperturbabili predicatori contro la guerra, coloro per i quali aggrediti e aggressori sono sullo stesso piano.


E infine la questione della democrazia statunitense. Io la considero una postdemocrazia (i libri di Michele Nobile docent) ma per semplicità non mi dilungo sul concetto di «post» e rinvio ai libri da me pubblicati come editore e agli articoli-saggio apparsi sul blog di Utopia Rossa.

Ebbene, si levano già voci di provenienza diversa a decretare la fine del «sogno americano», cioè della democrazia moderna apparentemente più stabile e meglio funzionante (lasciamo da parte i Paesi scandinavi, sempre per amore di semplicità). Trump è uno spettacolare simbolo dell’antidemocrazia, di megalomania demenziale, di aspirazione a una dittatura personale. Una minaccia dittatoriale che, con l’aiuto del menestrello megastellare, aspira ad essere totalitaria (cioè a impadronirsi delle menti degli individui e non solo delle loro risorse materiali). Tutto ciò è vero e rientra nelle intenzioni più o meno consce del «truskismo» (Trump+Musk).

Ma è vero anche che il sistema (post)democratico che ha consentito a Trump di vincere le elezioni, consente alla parte sconfitta (Partito democratico e altre correnti politiche minori) di continuare a lottare contro di lui: basti vedere cosa scrive in questi giorni la stampa orientata verso il Partito democratico (quella ancora libera di farlo). E non sappiamo al momento quali conseguenze avrà sullo stesso Partito repubblicano il repentino voltafaccia filoputiniano di Trump.

Insomma, non si può pensare che la democrazia produca sempre capi di Stato disposti a rispettare le regole della democrazia: sia Hitler che Mussolini andarono al potere formalmente vicendo le elezioni, ma nessuno direbbe oggi che la Germania e l’Italia siano ancora paesi dittatoriali. Benché in Germania un po’ di nostalgie nazistoidi stiano emergendo tra i sostenitori di Putin e ora di Trump in seno ad Alternative für Deutschland. Più in generale sono orientate verso il putinismo (e ora forse anche verso il trumpismo) quasi tutte le estreme destre europee, ispirate al più becero antiamericanismo fino a poco tempo fa.

Il sistema democratico degli Usa - quello che ha costretto a dimettersi un reazionario come Nixon e che assicura l’alternarsi di almeno due partiti (e non uno soltanto come in Russia e Cina) - può anche produrre il suo contrario (e con Trump ha dato il massimo in questo senso), ma allo stesso tempo genera gli anticorpi. Tra qualche mese o tra qualche anno (4 anni?) vedremo le conseguenze che sul popolo statunitense avrà avuto il passaggio di questa meteora reazionaria. Chi negli Usa si permette oggi di celebrare il Maccartismo? chi la persecuzione dei neri? chi la guerra nel Vietnam? alcune minoranze reazonarie lo fanno, ma appunto in quanto minoranze e perché il sistema democratico consente loro di farlo.

Quindi prima di precipitarsi a dire che la democrazia Usa si è tolta la maschera, comincerei col dire che casomai se l’è tolta la leadership del Partito repubblicano. E poi sarei più prudente, nell’attesa che gli anticorpi comincino a produrre i propri effetti. Una politica estera degli Usa filorussa… Ma si crede veramaente che il popolo degli Usa, il suo capitalismo, le sue forze armate accetteranno per molto tempo una tale masochistica opzione politica?


Pensiamo alla Russia...

In Russia tutto ciò non è possibile, purtroppo e per il momento. In primo luogo perché l’esperienza democratica la Russia deve ancora farla, per la prima volta nella sua storia. Poi c’è il sistema della selezione politica fondata sull’eliminazione fisica degli oppositori: non solo di quelli apertamente contrapposti, come Naval’nyj, ma anche degli oligarchi non coincidenti con i piani di Putin. In un elenco di cadaveri eccellenti che avevo fatto un anno fa comparivano una trentina di oligarchi o personalità eliminate fisicamente negli ultimi anni perché variamente ostili a Putin, alla guerra in Ucraina ecc. Da allora quell’elenco si è allungato e continuerà ad allungarsi per la natura stessa della dittatura putinaina fondata su un capitalismo imperialistico fondamentalmente oligarchico e mafioso.

Ecco, prima di dare per liquidata la (post)democrazia degli Usa, si pensi al regime di dittatura sanguinaria che Putin ha ricostituito e con il quale Trump, la maggioranza dei repubblicani, le estreme destre europee, gli hitlerocomunisti del mondo intero vorrebbero allearsi.

Concludo dicendo che quando si tocca il fondo del barile l’unica possibilità che rimane è di risalire… E ben presto si vedranno i primi sintomi di questa risalita.

Adelante!

1 marzo 2025


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lunedì 2 dicembre 2024

PERCHÉ NON È POSSIBILE LA PACE CON PUTIN

di Michele Nobile


ITALIANO - ENGLISH


Le annessioni di Putin, o della pace impossibile

Per un periodo ancora non definibile non sarà possibile una soluzione diplomatica della guerra iniziata con l’invasione totale dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, guerra iniziata dieci anni fa con l’invasione e l’annessione della Crimea e l’intervento armato negli oblast’ di Donec’k e Luhans’k a sostegno dei separatisti filo Russia sull’orlo della sconfitta. Il motivo è semplice: Putin non vuole la pace, ma la capitolazione e sottomissione dell’Ucraina. Capitolazione che Putin non riuscirà ad ottenere, per un motivo altrettanto semplice ma totalmente antagonistico al suo: per continuare ad esistere come nazionalità autonoma, sottrarsi a un genocidio culturale e mantenere uno Stato indipendente, gli ucraini non possono arrendersi né riconoscere le annessioni alla Russia del proprio territorio e di milioni di concittadini.

Che non esiste alcun «piano di pace» russo diverso dalla capitolazione dell’Ucraina è stato chiarito più volte da Putin in persona. Ad esempio, in risposta al Summit per la pace in Ucraina tenutosi a Bürgenstock in Svizzera, il 14 giugno il Presidente russo dichiarò che


«Ora, come ho già detto, la situazione è radicalmente cambiata. Gli abitanti di Cherson e Zaporižžja hanno espresso la loro posizione in referendum e le regioni di Cherson e Zaporižžja, così come le Repubbliche popolari di Donec’k e Lugansk, sono diventate parte della Federazione Russa. E non si può parlare di turbare la nostra unità statale. La volontà del popolo di stare con la Russia è inviolabile. Questa questione è chiusa per sempre e non è più oggetto di discussione»1


Questa questione è chiusa per sempre e non è più oggetto di discussione: esiste un modo migliore per sbattere la porta in faccia a un possibile compromesso? 

In conseguenza del clamoroso fallimento del piano iniziale di conquista e dei successi dell’offensiva ucraina dell’estate 2022, il dittatore russo ha dato in pasto al nazionalismo da lui stesso alimentato il contentino dell’annessione dei territori ucraini occupati. Tuttavia, se da una parte la formalizzazione della (incerta) conquista territoriale ha dato corpo ai fantasmi dell’ideologia imperiale russa, dall’altra ha messo il regime di Putin in un vicolo cieco. La decisione di annettere i territori ucraini occupati e l’emendamento alla Costituzione della Federazione russa che li incorpora costituiscono un punto di non ritorno perché Putin ha deliberatamente rinunciato alla sua carta più forte per avviare con successo - dal suo punto di vista - una trattativa circa lo status internazionale dell’Ucraina. Putin si è privato della possibilità di scambiare la restituzione delle terre occupate (magari tenendo la Crimea) con una posizione di neutralità internazionale dell’Ucraina e ulteriori accomodamenti istituzionali che consentirebbero a partiti filo-russi di influenzare la politica interna e internazionale dell’Ucraina. 

L’elezione di Donald Trump a Presidente apre nuovamente la possibilità di un accordo diretto fra Stati Uniti e Russia alle spalle e sulla pelle del popolo d’Ucraina, perché Trump - che si proclama «grande amico» di Putin - è più interessato alla guerra commerciale e al ridimensionamento delle aspirazioni geopolitiche della Cina che a fermare l’espansione dell’imperialismo russo. Trump potrebbe ricattare il governo ucraino per spingerlo a negoziare con la Russia da una posizione di debolezza, minacciando la sospensione o la drastica riduzione dell’aiuto militare. Questo è senza dubbio quanto sperano a Mosca. 

Tuttavia, la posizione russa rimane invariata, addirittura per gli obiettivi massimi della «denazificazione» e smilitarizzazione dell’Ucraina: per accertarsene basta consultare il sito del ministero degli esteri della Federazione russa2. Ora, tanto più perché praticamente impossibile, Putin potrebbe rinunciare a quella che definisce «denazificazione», parola in codice il cui significato reale è una purga politica che installi al potere marionette manovrate da Mosca e un processo di russificazione culturale mirato a sradicare l’identità nazionale ucraina. Non può però assolutamente rinunciare ai territori ucraini illegalmente annessi alla Russia nel 2022, perché questo equivarrebbe a una sconfitta, con possibili gravi ricadute interne. D’altra parte forse, ma è un forse molto ma molto grande, in sede di negoziato Kyiv potrebbe accettare l’annessione della Crimea e forse - un forse ancora maggiore - dei territori occupati degli oblast’ di Donec’k e Lugansk ma assolutamente non l’annessione dei territori occupati degli oblast’ di Zaporižžja e Cherson, che sono il «ponte» terrestre fra Russia e Crimea, irrinunciabile per Putin. 

Dunque, per quanto forte la pressione che Trump potrebbe esercitare su Zelens’ky – certo più che su Putin - esiste un limite a quanto può pretendere, altrimenti rischiando il rigetto di un suo «piano di pace» non solo dalle parti in guerra ma anche dal suo stesso partito - oltre che dagli avversari interni - e da parte dei Paesi dell’Europa centrale e Baltica più esposti all’espansionismo russo. In effetti, considerando quanto sopra, il massimo che un Trump mediatore ben disposto verso Putin potrebbe riuscire ad ottenere non è la pace ma un mero congelamento della linea del fronte, un armistizio che creerebbe in Europa una situazione simile a quella fra le due Coree. 


Quando cessare il fuoco significa capitolare

mercoledì 5 giugno 2024

APPEAL FROM RUSSIAN COMRADES

by Jurij Dunaev


ENGLISH - ITALIANO - РУССКИЙ


Dear comrades, please spread this text, written by Russian comrades and friends, enemies of the Putin regime. Jurij Dunaev.

 

Dear European comrades and friends,

this note is the result of discussion among Russian activists of socialist, social-democratic, liberal-democratic, communist-democratic orientation in Moscow. In a few days we know that you will be called to vote in the European elections. You are lucky. In spite of all the limitations that even we know, it is possible for you to choose from different orientations and positions. As far as we are concerned, we hope that the democratic and leftist forces that have unhesitatingly championed the cause of Ukrainian independence and freedom and against Russian imperialism will be able to achieve a significant result. It will help in our battle for democracy in Russia and against the Putin regime.


We are well aware that there are so-called “pacifist” positions in Europe that would like an end to the war at “any cost,” even at the cost of Ukrainian territorial cessions and a victory for Russia. For us these are unacceptable positions. As Comrade Boris Kagarlitsky, who is in jail today for his opposition to the war, put it, “This is an unacceptable position for us because it would strengthen the regime and make the chances for change in Russia much more distant.” These are not “pacifist” positions but openly flirt with those reactionary and conservative forces that we find in both the European right and left.


The road to a revival of ideas of progress is long across Europe. Let us hope that on June 8-9 a positive signal will come from the European Community.  



ITALIANO

domenica 5 maggio 2024

UKRAINE: SOLIDARITÉ ÉDITORIALE INTERNATIONALE

FRANÇAIS - ITALIANO - ENGLISH

Les éditions Medusa, maison d’édition indépendante de Kyiv développaient depuis plusieurs années un catalogue constitué de pensée libre, critique, émancipatrice. Au lendemain de l’invasion à grande échelle de l’Ukraine, alors que les troupes russes marchaient sur Kyiv, les éditions Medusa, comme l’ensemble des autres éditeurs ukrainiens, étaient en danger. Dès le mois de mai 2022, les éditions Syllepse (Paris) nouaient un partenariat de solidarité et d’assistance avec Medusa pour assurer la pérennité du catalogue de leurs homologues ukrainiens.

Quatre ouvrages des éditions Medusa en langue ukrainienne furent alors rendus disponibles et mis en vente par les éditions Syllepse, sur leur site www. syllepse.net, mais également en librairie : Pierre Bourdieu, Sociologie réflexive; Claire Sheridan, Journal d’une motocycliste; Timothy Snyder, De la tyrannie: vingt leçons du 20siècle; Judith Butler, Ce qui fait une vie: essai sur la violence, la guerre et le deuil.

Nous le savons, ce ne sont pas les livres qui arrêteront les blindés russes qui déferlent sur l’Ukraine.

Nous le savons, ce ne sont pas les livres qui arrêteront la main de fer qui s’abat sur les Russes qui s’opposent à la guerre de Vladimir Poutine.

Nous le savons, ce ne sont pas les livres qui mettront fin à la guerre contre la liberté de l’Ukraine, pas plus qu’ils ne mettront fin à la dictature des oligarques du Kremlin.

C’est la résistance populaire ukrainienne multiforme, les grains de sable que les démocrates de Russie et du Bélarus glisseront dans la machine de guerre russe et l’opinion publique mondiale qui arrêteront les chars de Vladimir Poutine.

Mais dans cette bataille pour l’indépendance et la liberté ukrainiennes, rappelons-nous le pouvoir des samizdats et l’effet corrosif qu’ils avaient eu sur la dictature stalinienne.

Les éditions Syllepse (Paris), Spartacus (Paris), Page 2 (Lausanne), M. Éditeur (Montréal) et Massari Editore (Italie), les revues New Politics (New York), Les Utopiques (Paris) et ContreTemps (Paris) et Utopia Rossa (Rome), les sites À l’encontre (Lausanne) et Europe solidaire sans frontières, le Réseau syndical international de solidarité et de luttes, le Centre tricontinental (Louvain-la-Neuve) qui publie la revue Alternatives Sud, ainsi que le blog Entre les lignes entre les mots (Paris) s’associent pour donner la parole aux résistances populaires, aux oppositions russes et biélorusses à la guerre, au mouvement syndical et aux mouvements sociaux opposés à la guerre. Ce faisant, ce front éditorial ainsi constitué adresse un message aux soldats russes: «Crosse en l’air». 

ENGLISH

mercoledì 28 febbraio 2024

TWO YEARS OF WAR IN UKRAINE: PRELIMINARY RESULTS AND PROSPECTS

by Oleg Vernik


February 24, 2024 marks a very sad anniversary: exactly two years ago, Russian President Putin ordered his troops to launch the so-called “Special Military Operation” and invade Ukraine. The Ukrainian people faced a threat to their very survival and independent development. Prior to the attack, Putin publicly claimed that there was no independent Ukrainian people and that Ukraine was invented by Lenin. However, the heroic resistance of the people did not allow the Russian dictator’s plans to materialize. Ukraine managed to offer a worthy resistance to the “world’s second army” and our struggle continues. It continues, no thanks to, but in spite of, the corrupt bourgeois Zelensky government, which has recently clearly demonstrated all facets of its insanit

[...]

Resignation of General Zaluzhny, corruption in the country and the army

On February 8, 2024, Zelensky dismissed the Commander-in-Chief of the Armed Forces Valery Zaluzhny. I previously wrote that the general has recently significantly surpassed President Zelensky in his popularity ratings. The entire systemic opposition in Ukraine began to rally around General Zaluzhny. The political prospects of Zelensky’s team under the army leadership of his main opponent Zaluzhny became very illusory. Analysts predicted Zaluzhny’s dismissal. According to available information, a few days before his dismissal, President Zelensky called Zaluzhny and invited him to write a statement of voluntary resignation, but he refused. In this situation, Zelensky had to make an extremely unpopular decision: to dismiss the people’s favorite general, whose name is associated with the successes of Ukraine in defending itself from the aggression of Russian imperialism.

General Syrsky, close to the Presidential Office, was appointed as the new Commander-in-Chief of the Armed Forces. It is still too early to draw conclusions about the new Commander, however, it must be admitted that some of his first public steps enjoy approval both among the military in the front line and among the population. Syrsky understands that the initial attitude of the people characterized him as “Zelensky’s striker”. And he needed to transform that attitude with some populist measures. One of his first steps was the initiation of the so-called audit in the army. It turned out that about 1 million people were mobilized, but only 300,000 of them directly participate in the battles at the front and have not been rotated for 2 years. Where were 700,000 mobilized people lost and why is there no rotation of front-line military units and formations?

venerdì 23 febbraio 2024

SOUTIEN À L’UKRAINE RÉSISTANTE*

de Roberto Massari et Michele Nobile

(membres des Brigades éditoriales de solidarité)


L’affirmation selon laquelle Poutine est en train de gagner sa guerre d’invasion apparaît souvent dans la presse internationale. Ce n’est pas vrai: Poutine a perdu politiquement dès les premiers mois de la guerre, car son objectif était d’atteindre Kyiv et de renverser le gouvernement en place pour le remplacer par un gouvernement pro-russe. Il n’y est pas parvenu et a dû s’arrêter dans les territoires frontaliers déjà occupés avant l’invasion. À partir de là, il ne peut plus avancer, mais l’armée ukrainienne ne peut pas non plus les reprendre.

Là où la défaite de Poutine est la plus évidente, c’est dans le renforcement de l’OTAN, qui n’aurait pas eu lieu sans l’agression. (Entrée de Finlande et Suède)

L’unité avec laquelle l’UE a réagi marque également un troisième niveau de la défaite de Poutine. L’unification européenne (fait positif dans la mesure où elle a surmonté des nationalismes séculaires) a progressé à pas de géant grâce à Poutine. Le récent vote du gouvernement hongrois en faveur du financement de l’Ukraine le prouve également.

D’autre part, en faveur de Poutine, il y a un processus qui se dessine lentement à l’échelle internationale, à savoir la convergence sur le terrain réactionnaire de l’anti-américanisme des principales dictatures du monde: Russie, Chine, Corée du Nord, Iran, certains pays arabes, certains pays d’Amérique latine, avec des attitudes ambiguës de la part des Brics. Ce scénario international va au-delà de la guerre en Ukraine et constitue une menace sérieuse pour l’humanité: l’avenir pourrait voir un élargissement du conflit entre un front de pays capitalistes imparfaitement démocratiques et un front de pays capitalistes dictatoriaux, qui restent souvent liés à des idéologies médiévales, comme dans le cas de l’Iran. Le régime iranien est une honte pour l’humanité, mais il en va de même pour la Corée du Nord, vétéran du stalinisme.

Face à cette situation dangereuse qui pourrait déboucher sur un conflit mondial, force est de constater l’impuissance des classes populaires (pays par pays) et l’absence de forces de gauche dignes de ce nom, capables de changer le cours de l’histoire.

La campagne de solidarité avec l’Ukraine a montré le peu qu’il reste de la gauche dans les principaux pays capitalistes, mais aussi le vide qui se cache derrière les mouvements prétendument pacifistes. Ceux-ci ont appelé à la reddition de l’Ukraine, en la camouflant sous le mot «paix», sans faire de distinction entre les attaqués et les agresseurs.

Il en a été de même pour le pogrom du Hamas contre les kibboutzim israéliens: un événement qui ne peut être considéré comme distinct de la guerre en Ukraine. Dans l’ancienne gauche, rares sont ceux qui condamnent le Hamas pour avoir déclaré la guerre à Israël, pour son refus de livrer des otages et pour le cynisme avec lequel il sacrifie les masses palestiniennes à Gaza.

En Italie, les manifestations anti-israéliennes ont pris une tournure de «gauche» clairement antisémite. Et la montée de l’antisémitisme dans l’ancienne gauche est certainement un triste signe des temps que nous vivons. En Italie, l’antisémitisme et l’antiukrainisme se côtoient quotidiennement.

Nous, à Utopia rossa, qui avons été à l’avant-garde de la solidarité avec l’Ukraine dès le premier instant, devons honnêtement admettre que nous n’avons pas réussi à créer un courant de solidarité au sein de la gauche. Nous avons cependant publié trois livres qui nous permettent d’opérer au moins sur le terrain de la propagande: Michele Nobile, Invasioni russe. Polonia 1939/ Ucraina 2022 (2022) et Brigate editoriali di solidarietà, Ucraina dalla A alla Z, (2023); et pour comprendre les origines du régime russe actuel, Roberto Massari, Se questi sono uomini... Dalla Čeka a Kronštadt al Gulag (2024). 

* Paru dans Soutien à l’Ukraine résistante, n. 27, 24 février 2024.

Les Brigades éditoriales de solidarité ont été créées au lendemain de l’agression de la Russie poutinienne contre l’Ukraine. Elles regroupent les éditions Syllepse (Paris), Page2 (Lausanne), M Éditeur (Montréal), Spartacus (Paris) et Massari editore (Italie), les revues New Politics (New York), Les Utopiques (Paris) et ContreTemps (Paris), les sites À l’encontre (Lausanne) et Europe solidaire sans frontières, les blogs Entre les lignes entre les mots (Paris) et Utopia Rossa, ainsi que le Centre Tricontinental (Louvain-la-Neuve) et le Réseau syndical international de solidarité et de luttes.

À l’encontre: https://alencontre.org/ Centre Tricontinental: www.cetri.be/ ContreTemps: lesdossiers-contretemps.org Éditions Page 2: https://alencontre.org/ Éditions Spartacus: www.editions-spartacus.fr/  Éditions Syllepse: www.syllepse.net/ Massari Editore, www.massarieditore.it Entre les lignes, entre les mots : https://entreleslignesentrelesmots.blog/ Europe solidaire sans frontières: www.europe-solidaire.org/ Les Utopiques: lesutopiques.org/ M Éditeur: https://m-editeur.info/ New Politics: newpol.org/ Réseau syndical international de solidarité et de luttes: laboursolidarity.org/ Utopia Rossa: http://utopiarossa.blogspot.com


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.