L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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mercoledì 7 gennaio 2026

WHEN A PARTY BECOMES A SECT: THE CASE OF THE WORKERS REVOLUTIONARY PARTY

by Giorgio Amico


ENGLISH - ITALIANO


Aidan Beatty's book, The Party Is Always Right: The Untold Story of Gerry Healy and British Trotskyism, has sparked strong controversy within what remains of the (little) Trotskyist movement. However, read outside of the traditional parochial wars between rival currents, many of these controversies appear more like reflections of long-standing sectarian conflicts than as historically sound critiques of the book. Suffice it to mention, for example, David North's Biography as Demonology: Aidan Beatty's The Party is Always Right: The Untold Story of Gerry Healy and British Trotskyism.

Beatty's book does not aspire to be a comprehensive history of British Trotskyism, nor a systematic reconstruction of its theoretical debates. Rather, it is an atypical political biography, using the figure of Gerry Healy as a critical reflection

on the perverse dynamics of small revolutionary parties in the late twentieth century, characterized by a strong centralization of power, an ideological language, and an authoritarian relationship between leadership and militant base. This was also characterized by a machismo that, as in the case of Healy and the British SWP, even resulted in the sexual abuse of female militants by their leaders as a somewhat "normal" practice.

From this perspective, the book's main merit lies in its ability to clearly and rigorously describe the power dynamics within the Workers Revolutionary Party and its surrounding environment. Beatty shows how the idea of ​​the "party always in the right," evoked in the title, could transform from a principle of political cohesion into an instrument of authoritarian management of the militant body and, inevitably, into a mechanism for legitimizing the personal authority of the leader, whose figure was sanctified and whose infallibility was enshrined. Healy thus emerges not only as a political leader, but as the emblem of a system in which dissent is perceived as betrayal and political loyalty is confused with personal devotion.

Beatty describes how the total commitment required of the organization's members leads to social isolation, resulting in a total psychological dependence on the organization and a growing difficulty distinguishing between private and political life. In short, this is a description of how a political group transforms into a sect. In this sense, the book offers insights that go far beyond the Healy case and are useful for understanding similar phenomena in other radical political movements, not necessarily Marxist in nature.

It must be said that, by focusing primarily on Healy, the theoretical dimension, as well as the broader historical context in which he operated, often remains in the background. Despite this, Aidan Beatty's book deserves to be read as a contribution to understanding, more than the history of the Trotskyist movement, the risks of outright plagiarism inherent in highly ideological and minority political organizations, where the line between discipline and authoritarianism is often very blurred.


Aidan Beatty
The Party is Always Right Pluto Press, London 2024 


ITALIANO


QUANDO UN PARTITO DIVENTA SETTA: IL CASO DEL WORKERS REVOLUTIONARY PARTY 

di Giorgio Amico

The Party Is Always Right. The Untold Story of Gerry Healy and British Trotskyism, di Aidan Beatty, è un libro che ha suscitato forti polemiche all’interno di una parte di ciò che resta (poco) del movimento trotskista. Tuttavia, lette al di fuori delle tradizionali guerre di parrocchia tra correnti rivali, molte di queste polemiche appaiono più come il riflesso di antichi conflitti settari che come critiche storiograficamente fondate del libro. Basti, tanto per citarne una, Biography as demonology: Aidan Beatty’s The Party is Always Right: The Untold Story of Gerry Healy and British Trotskyism di David North. 

Il libro di Beatty non ambisce a essere una storia complessiva del trotskismo britannico, né una ricostruzione sistematica dei suoi dibattiti teorici. Si tratta piuttosto di una biografia politica atipica, che utilizza la figura di Gerry Healy come riflessione 

critica sulle dinamiche perverse dei piccoli partiti rivoluzionari del secondo Novecento, caratterizzati da una forte centralizzazione del potere, da un linguaggio ideologico e da un rapporto autoritario tra leadership e base militante, oltre che da un maschilismo sfociato come nel caso di Healy o del SWP britannico addirittura nell'abuso sessuale delle militanti da parte di capi e capetti come pratica in qualche modo "normale". 

Da questo punto di vista, il principale merito del libro sta nella capacità di descrivere con chiarezza e rigore le dinamiche di potere interne al Workers Revolutionary Party e all’ambiente che lo circondava. Beatty mostra come l’idea del “partito sempre nel giusto”, evocata già nel titolo, possa trasformarsi da principio di coesione politica in strumento di gestione autoritaria del corpo militante e, inevitabilmente, in meccanismo di legittimazione dell’autorità personale del leader, di cui viene sacralizzata la figura e sancita l'infallibilità. La figura di Healy emerge così non solo come dirigente politico, ma come emblema di un sistema in cui il dissenso viene percepito come tradimento e la fedeltà politica si confonde con la devozione personale. 

Beatty racconta come l’impegno totale richiesto ai membri dell’organizzazione produca isolamento sociale, e da qui una totale dipendenza psicologica dall'organizzazione e una difficoltà crescente nel distinguere tra vita privata e vita politica. In estrema sintesi la descrizione di come un gruppo politico si trasforma in setta. In questo senso, il libro offre spunti che vanno ben oltre il caso Healy e risultano utili per comprendere fenomeni analoghi in altri movimenti politici radicali, non necessariamente di matrice marxista. 

Va detto che, privilegiando soprattutto la figura di Healy, la dimensione teorica, così come il contesto storico più ampio in cui egli operò, rimangono spesso sullo sfondo. Nonostante questo il libro di Aidan Beatty merita di essere letto come un contributo alla comprensione, più che della storia del movimento trotskista, dei rischi di vero e proprio plagio insiti in organizzazioni politiche fortemente ideologizzate e minoritarie, dove il confine tra disciplina e autoritarismo è spesso molto labile. 

Aidan Beatty
The Party is Always Right Pluto Press, London 2024 




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domenica 4 gennaio 2026

ATTACCO USA AL VENEZUELA: FRUTTO DELL'ASSE TRUMP-PUTIN

di Piero Bernocchi

(3 gennaio 2026)


ITALIANO - ESPAÑOL


Alla fine, dopo un crescendo "wagneriano" di minacce e intimidazioni, è accaduto quanto si temeva: Trump ha aggredito il Venezuela, la Delta Force ha fatto prigionieri Maduro e la moglie e li ha deportati negli Stati Uniti dove Maduro verrà processato per non meglio precisati "reati legati al narcotraffico". Voci dell'opposizione interna dichiarano che il rapimento sarebbe stato concordato con una parte del governo venezuelano: e l'ipotesi è realistica, visto che un'operazione del genere, senza complicità interne, appare davvero altamente improbabile. C'è addirittura da mettere in conto che Maduro stesso, vista la mala parata preannunciatagli da Trump, abbia preferito fare la stessa scelta di Noriega a Panama, a suo tempo: meglio un carcere negli Usa, magari a tempo, che una brutta fine a Caracas, una volta capito che Trump intendeva impadronirsi del paese e del suo petrolio, gestendolo fino al momento di poterne affidare la conduzione ad un governo amico.


Ma, al di là di queste mie opinabili ipotesi su complicità e connivenze interne al regime venezuelano, mi interessa qui soprattutto sottolineare una questione di portata più ampia. Negli ultimi tempi le aree putiniane italiane (e non solo) avevano salutato con una certa soddisfazione l'asse (politico ma anche di possibili considerevoli affari economici comuni), consolidatosi settimana dopo settimana a partire dal "famigerato" incontro in Alaska, fra Trump e Putin. In particolare l'intenzione del governo USA di abbandonare al proprio destino l'Ucraina e lasciarla in balia dell'aggressione russa, nonchè di scontrarsi sempre più apertamente con l'Unione europea, che addirittura in una significativa area della sinistra filorussa, istituzionale o conflittuale, veniva oramai considerata l'area più "guerrafondaia" in circolazione. Insomma, i nostri putiniani avevano preso maledettamente sul serio l'apparente volontà "isolazionista" trumpiana, interpretandola come se essa comportasse una sorta di "neo-pacifismo" statunitense, in ipotetica rottura con l'idea tradizionale di essere "il gendarme del mondo".


Gli sciagurati non avevano voluto capire che l'asse Trump-Putin è lontano mille miglia dal voler ricercare un nuovo "multilateralismo pacifico", ma è invece un tentativo di riproporre una rinnovata Yalta, una nuova prospettiva di spartizione del mondo a due (o meglio a tre, anche se il rapporto con la Cina è ancora tutto da definire con precisione). Spartizione, magari sottoscritta nel suddetto vertice a due in Alaska, che con alta probabilità  ha concesso mano libera alla Russia in Ucraina (e limitrofe zone europee), nonchè in Africa, in cambio di altrettanta libertà di azione politica e bellica per gli Stati Uniti nel Centro e Sudamerica, senza trascurare gli appetiti verso ciò che sta a Nord  dell'America stessa (Alaska, Groenlandia). Dunque, in tale prospettiva, che non mi pare affatto fantasiosa, gli Usa mollerebbero progressivamente l'Ucraina, mentre la Russia, dopo una inevitabile fase di protesta formale, mollerebbe non solo il regime venezuelano ma anche con buona probabilità persino la "copertura" ad esempio a Cuba e Nicaragua nel caso di ulteriori aggressioni politico-belliche statunitensi. (In tale quadro, magari lo stesso Putin avrebbe potuto consigliare al disastroso distruttore dell'eredità di Chávez, al suo minimo di consenso e popolarità, una "resa onorevole").


Ora i putiniani esprimeranno la loro indignazione per l'aggressione trumpiana, di certo condannabile ma non ignorando, come invece essi faranno, quanta complicità putiniana ci sia in questa azione. Insomma, l'abbandono dell'Ucraina da parte di Trump e quello del Venezuela da parte di Putin sono facce della stessa orrenda medaglia, quello di due imperialismi che confliggono ma al contempo possono collaborare e fare pure affari comuni a seconda delle convenienze. Almeno come sinistra conflittuale e antimperialista, cerchiamo di non dimenticarcelo più, come purtroppo è accaduto ultimamente più di una volta: non c'è un imperialismo più "buono" o meno guerresco dell'altro e noi dobbiamo mantenere sempre analoga opposizione ed ostilità nei confronti di entrambi.



ESPAÑOL


ATAQUE DE EE. UU. A VENEZUELA: RESULTADO DEL EJE TRUMP-PUTIN

por Piero Bernocchi


Finalmente, tras un crescendo "wagneriano" de amenazas e intimidación, ocurrió lo que se temía: Trump atacó Venezuela, la Fuerza Delta capturó a Maduro y a su esposa y los deportó a Estados Unidos, donde Maduro será juzgado por delitos de narcotráfico no especificados. Voces internas de la oposición afirman que el secuestro fue coordinado con un sector del gobierno venezolano: y esta hipótesis es realista, dado que una operación de este tipo, sin complicidad interna, parece altamente improbable. Incluso es posible que el propio Maduro, dado el terrible desenlace que Trump había predicho, prefiriera tomar la misma decisión que Noriega en Panamá en su momento: mejor una condena de prisión en EE. UU., quizás por tiempo limitado, que un final fatal en Caracas, una vez que quedó claro que Trump pretendía apoderarse del país y su petróleo, administrándolo hasta que pudiera entregárselo a un gobierno amigo.


Pero más allá de estas cuestionables hipótesis mías sobre la complicidad y connivencia dentro del régimen venezolano, me interesa principalmente destacar un asunto más amplio. Recientemente, los círculos italianos (y otros) de Putin habían aclamado con cierta satisfacción la alianza (política, pero también potencialmente con importantes acuerdos económicos conjuntos) que se había consolidado semana tras semana desde la "infame" reunión en Alaska entre Trump y Putin. En particular, la intención del gobierno estadounidense de abandonar a Ucrania a su suerte y dejarla a merced de la agresión rusa, así como de enfrentarse cada vez más abiertamente a la Unión Europea, que incluso un segmento significativo de la izquierda prorrusa, tanto institucional como belicista, era considerada ahora el grupo más "belicista" del momento. En resumen, nuestros putinistas se habían tomado muy en serio las aparentes intenciones "aislacionistas" de Trump, interpretándolas como si implicaran una especie de "neopacifismo" estadounidense, una supuesta ruptura con la idea tradicional de ser "el policía del mundo". El pueblo desdichado no había comprendido que el eje Trump-Putin está a mil millas de la búsqueda de un nuevo "multilateralismo pacífico", sino que es, en cambio, un intento de revivir un Yalta renovado, una nueva visión de dividir el mundo en dos (o mejor dicho, tres, aunque la relación con China aún se esté definiendo con precisión). Una partición, quizás firmada en la mencionada cumbre bidireccional de Alaska, que probablemente otorgaría a Rusia vía libre en Ucrania (y las zonas europeas vecinas), así como en África, a cambio de la misma libertad política y militar para Estados Unidos en Centroamérica y Sudamérica, sin descuidar sus ansias por lo que se encuentra al norte de América (Alaska, Groenlandia). Por lo tanto, desde esta perspectiva, que no me parece para nada fantasiosa, Estados Unidos abandonaría gradualmente a Ucrania, mientras que Rusia, tras una inevitable fase de protesta formal, abandonaría no solo al régimen venezolano, sino también, muy probablemente, incluso su "cobertura", por ejemplo, en Cuba y Nicaragua, en caso de una nueva agresión política y militar estadounidense. (En este contexto, quizás el propio Putin podría haber aconsejado al desastroso destructor del legado de Chávez, en su punto más bajo de consenso y popularidad, que se rindiera honorablemente).


Ahora los partidarios de Putin expresarán su indignación por la agresión de Trump, que sin duda es condenable, pero no ignorarán, como sí lo harán, el alcance de la complicidad de Putin en esta acción. En resumen, el abandono de Ucrania por parte de Trump y el abandono de Venezuela por parte de Putin son dos caras de la misma moneda horrenda: dos imperialismos que entran en conflicto, pero que también pueden colaborar e incluso hacer negocios comunes cuando les conviene. Al menos como izquierda antagonista y antiimperialista, intentemos no olvidar esto de nuevo, como lamentablemente ha sucedido más de una vez recientemente: ningún imperialismo es "mejor" o menos belicoso que otro, y siempre debemos mantener la misma oposición y hostilidad hacia ambos.



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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.