L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 6 luglio 2013

EGITTO: IL FALLIMENTO DELLA FRATELLANZA MUSULMANA, di Pier Francesco Zarcone

Premessa
Quanto è accaduto in Egitto era facilmente prevedibile (ed era stato previsto negli articoli comparsi su questo blog). In un paese in cui gli islamisti non dispongono né del monopolio della forza né di una forza davvero soverchiante era ovvio che prima o poi la loro incapacità di amministrare e governare - impacciati come sono dagli assurdi princìpi “l’Islam è l’unica soluzione” e “il Corano è la vera Costituzione” - doveva lasciarli politicamente smascherati e indifesi dinanzi alla furia di masse popolari alle quali prima di tutto interessa la soluzione dei tremendi problemi economici, sensibilmente aggravati dal crollo del turismo. Mangiare le pagine del Corano non serve a nutrire il 40% della popolazione bisognosa.
Attualmente si discute a tutto spiano se sia stato compiuto un vero e proprio golpe militare, o se ci sia stata una rivoluzione in cui l’esercito ha dato l’ultima spallata a un potere contestato da una gran parte della società egiziana. La discussione è sterile. Per il formalismo giuridico ogni rottura di un assetto costituzionalmente garantito è una rivoluzione, e lamentare che sia stato abbattuto un Presidente eletto lascia il tempo che trova, in quanto anche Mubarak (deposto prima di Morsi) era stato formalmente eletto dal popolo. Ammesso che si sia trattato di una rivoluzione (politica), ciò significa poco, non trattandosi certamente di una rivoluzione sociale.
Il problema è invece stabilire chi abbia vinto questo primo round, giacché i giochi sono ancora aperti e si sta profilando un bagno di sangue che potrebbe fare sprofondare l’Egitto in una situazione di tipo algerino (lì ci furono almeno 200.000 morti), o anche siriano, considerando che negli ultimi tre mesi l’esercito egiziano ha sequestrato un quantitativo di armi e munizioni pari a quello sequestrato negli ultimi dieci anni (!), che nel Sinai bande jihadiste sono in azione e l’aeroporto di al-Arish è stato attaccato.
Il 4 luglio il manifesto ha pubblicato un articolo sull’Egitto dal titolo «La rivoluzione inizia ora», che evidentemente non si riferisce a quanto sostenuto dal formalismo giuridico, ma implica ben altro. Orbene, che i recenti avvenimenti portino alla democrazia rappresentativa e che la reazione di una parte notevole della popolazione egiziana contro il governo islamista significhi che i laici finalmente l’hanno spuntata, sono tutte cose per niente sicure. Al momento - 6 luglio 2013 - si può dire con certezza solo che il primo round se lo sono assicurato le Forze armate, cioè una parte davvero compatta e potente della società egiziana (sarebbe più corretto dire nella società egiziana). Volendo azzardare, si potrebbe supporre che le Forze armate si assicureranno anche i round successivi, seppure a un prezzo altissimo per tutto il paese.

L’esercito egiziano e la sua potenza economica
Qualcuno potrebbe avere la tentazione di parlare di “ironia della storia” giacché, dopo l’asserita “primavera araba”, si erano spese fior di energie nel sostenere la convenienza per il mondo arabo di adottare il modello turco, intendendosi con ciò un governo islamico moderato e democratico; invece nei giorni scorsi il modello turco realizzato potrebbe essere considerato di taglio kemalista piuttosto che “alla Erdoğan”. Tentazione forte, ma interpretazione erronea.

sabato 2 febbraio 2013

OBAMA: APPRENDISTA STREGONE ALLE PRESE COL MONDO ISLAMICO, di Pier Francesco Zarcone

In linea generale gli imperialisti non hanno mai avuto cura di conoscere davvero le realtà umane che vanno a disturbare e sfruttare, e in particolare quelli statunitensi hanno sempre “brillato” per un’assenza pressoché totale di conoscenza e sensibilità, in tal modo agendo come il classico elefante nel negozio di cristalli e collezionando una serie di tragici pasticci planetari.
Anche il loro grande predecessore anglosassone, la Gran Bretagna, nella sua fase imperiale e imperialista ha fatto pasticci e danni immensi con l’uso cinico e puramente opportunista del divide et impera, ma con una differenza: la sua attività lesiva colpiva essenzialmente gli altri, mentre quella statunitense è stata ed è anche autolesionista.
Questa premessa vale appieno per la politica mediorientale di Obama e dei suo trust di “cervelli”. Non che quella di Bush jr fosse di levatura superiore, tuttavia quella dell’attuale Amministrazione statunitense è ancora più pericolosa e autolesionista – per le scelte e per le alleanze che le supportano, sempre più foriere di guai. Certo, di alleanze innaturali (e mortifere), realizzate o tentate, la storia offre una miriade di casi, come ad esempio il tentativo del Papato e di altre potenze cattoliche del Medioevo per allearsi con i Mongoli in funzione antislamica, o il patto tedesco-sovietico che aprì la via alla Seconda guerra mondiale (con successiva invasione nazista dell’Urss).

La svolta di Obama nella politica musulmana
L’annuncio di questa svolta – forse non percepito appieno quando fu fatto – è avvenuto con il famoso discorso tenuto da Obama il 4 giugno 2009 all’Università cairota di al-Azhar, nel quale fu sottolineato l’avvio di «un nuovo inizio tra Stati Uniti e musulmani». La concretizzazione si è vista negli anni successivi e ancora continua.

venerdì 18 gennaio 2013

ISLAM POLITICO E RADICALISMO ISLAMICO, di Pier Francesco Zarcone


Considerazioni preliminari
La guerra civile in Mali ha riportato alla ribalta della cronaca il peggior radicalismo islamico, oltre tutto in una zona strategicamente fondamentale per le possibilità di irradiazione che offre verso l’Africa del Nord e quella subsahariana. A dire il vero anche gli avvenimenti siriani dovrebbero essere visti nella stessa ottica, stante il fatto che il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è in realtà ormai controllato e soverchiato da estremisti provenienti da altri paesi.
Inoltre l’ascesa elettorale di partiti islamisti al governo di Tunisia, Egitto e Marocco - a prescindere dalla benevolenza loro dimostrata da Washington - non cessa di suscitare varie perplessità. È probabile che tutto questo ridia voce ai teorici dello scontro di civiltà, termine ormai diventato una specie di luogo comune, nonostante che i veri specialisti l’abbiano messo in discussione da vari punti di vista.

Per quanto riguarda il vero e proprio radicalismo islamico (sunnita, per quel che ci interessa), che non sembra essere incarnato dai partiti al governo nei paesi citati, ancora ai più non è chiaro che esso in realtà è in conflitto con tutto il resto che lo circonda: non solo l’Occidente, ma anche lo stesso Islam non-radicale e l’Islam sciita - come è attestato dall’individuazione delle vittime del terrorismo radicale all’interno delle società musulmane; cosa che però i media omettono di evidenziare.
Se consideriamo che né Giudaismo né Cristianesimo sono stati e sono immuni da fenomeni di intollerante e dispotico radicalismo religioso, allora vedere nel radicalismo islamico la proiezione di un dato sostanziale e necessario dell’Islam - quindi una sorta di fatalità “fisiologica” - invece del risultato di una complessa serie di fattori storici, sarebbe un grosso errore di prospettiva, prima ancora espressione di un soggiacente razzismo eurocentrico. A chi abbia ben studiato il Corano e i detti del profeta Muhammad, nonché lo sviluppo del pensiero islamico e la storia delle società musulmane non sfuggono alcuni profili importanti.
Il primo è che se effettivamente la storia islamica fosse la copia passata del radicalismo odierno, allora tutti i libri che la riguardano dovrebbero essere buttati e riscritti, perché non si potrebbe parlare della grande civiltà espressa in passato se il radicalismo avesse avuto l’opportunità di dominare quel mondo in quei periodi. L’altro profilo è che dal Corano (come del resto dalla Bibbia) è possibile ricavare tutto e il contrario di tutto, talché se si abdica all’uso dell’intelligenza i guai storicamente ben noti sono inevitabili. Vi è poi un terzo profilo - il più importante ai nostri fini - da cui si percepisce la sostanziale natura antislamica proprio del radicalismo musulmano, cosa che del resto i recenti fatti nel Mali (come la distruzione di santuari e tombe di santi sufici islamici) presentano con tutta evidenza.
Lasciamo stare la nota questione del terrorismo kamikaze in rapporto al divieto di suicidio, e concentriamoci invece su qualcosa di più strutturale. Il radicalismo islamico pretende di modellare usi e costumi sociali secondo i propri criteri, di imporre le proprie interpretazioni del Corano, dei detti del Profeta e della cosiddetta “legge islamica”, nonché di stabilire chi sia o non sia musulmano. Ebbene, nell’Islam in quanto tale non esistono legittime autorità religiose centrali o locali, nessuno può imporre le proprie interpretazioni ad altri musulmani - cosa espressa da un detto di Muhammad per cui la sua comunità non sarà mai unita nell’errore (che nessuno può dichiarare tale in mancanza della debita autorità!) - e il Corano dice a tutte lettere che non ci può essere costrizione nella religione (Corano, 2, 256). Ciò non toglie che nella storia del mondo musulmano non sono mai mancate scuole e/o sette presentatesi arbitrariamente come portatrici del “vero” Islam, in opposizione agli avversari.
La questione dell’antislamicità di certe componenti autoaffermatesi portatrici della “vera” ortodossia, in teoria sarebbe un bell’arma propagandistica per gli avversari; in teoria, perché senza i necessari mezzi economici e senza un’adeguata rete di diffusione dei messaggi la cosa resta al massimo in circoli limitati. E di mezzi e reti (grazie ad Arabia Saudita, Qatar e banche islamiche) dispongono invece islamisti e radicali. 

Intransigenza religiosa e radicalismo islamico: non sono cose nuova, ma… Un po’ di storia per inquadrare
Anche nei periodi di maggior fulgore dall’interno del mondo islamico si sono formati movimenti radicali, anche estremi. Alcuni furono sconfitti a opera dello stesso potere politico musulmano (come i Carmati); altri - come gli Almoravidi e gli Almohadi del Marocco - arrivarono a costituire piccoli imperi e a dominare la parte non-cristiana della penisola iberica, ma finirono col cedere alle “tentazioni e mollezze” della ben diversa civiltà di al-Ándalus. Fino alla seconda metà del secolo scorso di superstite radicalismo islamico c’era solo, a dominare nell’Arabia Saudita, il wahhabismo, fondato nella prima metà del sec. XVIII da Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (1703-1792) come corrente militante avversa a tutto il resto del mondo islamico e stabilmente alleatasi con quella dinastia dei Sa’ud, signori di Dir’iyya, che dopo la Grande Guerra arrivò a dominare quasi tutta la penisola araba. Naturalmente, al di fuori da questi fenomeni le interpretazioni coraniche molto rigide e senza spazio per il libero pensiero hanno finito col prevalere, pur senza diventare il punto di partenza per la creazione di movimenti politici definiti.

giovedì 9 agosto 2012

RIFLESSIONI SULLA SIRIA (ALLO STATO DELLE COSE), di Pier Francesco Zarcone

Nel mondo di lingua araba a una “primavera” troppo precipitosamente proclamata dai media occidentali, e da essi stucchevolmente ripetuta, è seguita la stagione delle grandi e devastanti piogge. Gli scrosci sono le gesta a tutto campo dell’estremismo islamico, che notoriamente fu istigato e armato dagli apprendisti stregoni statunitensi in funzione antisovietica ed è a tutt’oggi sovvenzionato dall’Arabia Saudita, il primo Stato islamico integralista dell’epoca contemporanea.
L’integralismo islamico, ormai saldamente impiantato nello Yemen, si sta radicando nell’Africa subsahariana (a partire dal Mali), massacra in Nigeria e sta trovando nuove forze nella guerra civile siriana. Qui ci occupiamo della Siria, rimandando ad altra occasione il discorso sull’Islam subsahariano e sulle complessità specifiche dell’area in cui opera.

Il mosaico etno-religioso siriano
Per fornire una miglior cornice alle riflessioni che seguono è necessario avere ben presente quale sia in Siria la complessità etno-religiosa. Forse in un’ottica in cui la religione fosse equivalente solo di “fatto religioso”, e l’etnia solo di “fatto etnico”, si dovrebbe parlare di complessità religiosa ed etnica. Tuttavia, a motivo dei fortissimi vincoli comunitari esistenti fra gli appartenenti alle varie confessioni religiose siriane, che si intrecciano ai vincoli tribali-famigliari e sulla base delle identità-distinzioni sono la base della dialettica “noi/gli altri”, sì da far assumere ai gruppi religiosi connotazioni assimilabili a quelle etniche, abbiamo preferito disporre gli aggettivi nel modo suddetto. Per capire come tutto questo incida sull’organizzazione sociale, e sulle esistenze individuali, si ricordi l’assoluta “normalità” dell’esistenza di quartieri urbani e villaggi separati. L’eccezione sono le convivenze in aree “miste”. 
La popolazione della Siria è in maggioranza (90%) di discendenti degli antichi Aramei, arabizzati da molti secoli; a nord-est c’e una minoranza curda di un certo rilievo (9% circa); a ovest una piccola rappresentanza armena (1%?) e alcuni turcomanni e circassi.
Più composito è il panorama delle confessioni religiose. Qui sta il vero mosaico. Almeno il 74% della popolazione (74%) è musulmana sunnita, che considera o eterodossi o eretici tout court le altre confessioni musulmane. E in Siria un buon 13% della popolazione appartiene a questo mondo discriminato dai Sunniti: abbiamo gli Alauiti, che formano un ramo specifico dello Sciismo, detengono il potere con la famiglia degli Assad e costituiscono lo zoccolo duro delle Forze Armate; gli Sciiti detti Duodecimani (come in Iran e Iraq); a sud i Drusi, sulla cui ereticità anche i simpatizzanti devono convenire; gli Sciiti Ismaeliti (il cui capo è l’Agha Khan).
Vi è poi un 10% di Siriani per lo più appartenenti alle Chiese orientali (sono presenti essenzialmente nel nord): per metà fanno parte della Chiesa Ortodossa (Patriarcato di Antiochia), ma ci sono anche quelli delle Chiese Ortodossa Siriaca, Apostolica Armena, Assira, piccole minoranze protestanti, e Cattolici di vario rito (Melchiti, Maroniti, Siri, Armeno-cattolici, Caldei). Gli Ebrei rimasti sono poche decine a Damasco e Aleppo.
La distribuzione degli elementi del suddetto mosaico risulta dalla mappa.

giovedì 15 dicembre 2011

L'ISLAM «MODERATO»: MA CHE COS'È? (Mondo arabo in rivolta XXVI), di Pier Francesco Zarcone

Il "luogo comune"
In ogni ambito della vita umana il più insidioso, ricorrente e tenace nemico risponde al nome di "luogo comune". Per il fatto di esprimersi con le parole, esso rientra appieno nel famoso ammonimento di Nanni Moretti: «chi parla male, pensa anche male». Infatti il luogo comune fa davvero pensare male, poiché si sovrappone, si sostituisce del tutto alla realtà a cui si riferisce. Quando se ne forma uno, poi sono dolori per chi pretenda di voler vedere le cose in termini più effettivi. Non che il luogo comune impedisca le analisi oggettive, però ne rende i risultati non facilmente assimilabili dagli altri.
Il luogo comune oggetto del nostro esame è quello dell'Islam "moderato", che ormai si è conquistato un posto "indiscusso" nell'ideario dei mass media e – ahimè – dei politici (in buona o mala fede).
Innanzitutto c'è da chiarire a cosa effettivamente ci si riferisca con questa espressione, e capirlo non è difficile se si sgombera il campo dal concetto di Islam in quanto religione. "Moderato" è un aggettivo di relazione, implicante un giudizio di esistenza riguardo a due parti (di uno stesso insieme o di due realtà distinte): la moderata e l'estremista.

È corretto parlare di Islam?
Islam è un concetto astratto, con il quale evidentemente incontrarsi e dialogare è "alquanto arduo", giacché il Corano è qualcosa di statico con cui non si interloquisce. Semmai ci si incontra e si dialoga con le persone, che possono essere moderate o immoderate. Il fatto è che le religioni - in sé e per sé – sono quello che sono, e soltanto in un'ottica comparativa interreligiosa va applicato un giudizio di maggiore o minore rigidità. Prendiamo il fenomeno più affine all'islamismo a motivo della stessa matrice etno-culturale: l'ebraismo biblico. Anch'esso è quel che è; e anche nel suo testo sacro – come del resto nel Corano – è possibile trovare tutto e il contrario di tutto.
In entrambi i casi, però, intervengono le interpretazioni (cioè le persone che le creano o vi aderiscono) a definire storicamente le diverse correnti e/o sfumature teologiche alle quali possono essere attribuiti i giudizi di "estremista" oppure di "moderato". Questo fa sì che anche a livello concettuale nessuna religione sia monolitica. Il che vale anche per l'Islam, a parte magari il periodo della vita del profeta Muhāmmad, giacché dopo c'è stata la frammentazione nelle due sfere fondamentali del Sunnismo e dello Sciismo, a loro volta articolatesi in varie correnti e sottocorrenti, ciascuna con i suoi moderati ed estremisti.
Questo come premessa.

sabato 12 novembre 2011

ELEZIONI TUNISINE: «PRIMAVERA» ADDIO, di Pier Francesco Zarcone (Mondo Arabo in rivolta XXIV)

Dopo tanti articoli a commento della cosiddetta “primavera araba” è quasi obbligatorio scrivere sull’esito delle elezioni tunisine che avrebbero dovuto sancire l’ingresso di quel paese nell’area liberal/democratica, come sempre ci hanno detto i mass-media occidentali, contando sul fatto che la Tunisia in linea di massima è il paese arabo con maggiore tasso di laicità. Il risultato elettorale, tuttavia, ha dato al partito islamista en-Nahda una maggioranza relativa superiore al 40%! Figuriamoci cosa accadrà con le elezioni egiziane dove gli islamisti sono più forti che in Tunisia.

Cambia il vento
Dopo una massiccia rivolta popolare in Tunisia, con parole d’ordine totalmente laiche, ecco che un partito islamista (promosso alla qualificazione di “moderato” dai media) sostanzialmente vince le prime elezioni libere. Il primo segnale della mutata direzione del vento politico è dato dall’aumento in pubblico di teste femminili coperte.
Delusione nei più, qui da noi, e risolini a carico dei commentatori che troppo presto avevano proclamato un cambiamento oggi smentito dai fatti.  Ne esce meno pregiudicato chi aveva presentato i suoi commenti nell’ottica condizionante del “a parità di condizioni”.
Il risultato elettorale tunisino – è bene dirlo – non è necessariamente una sorpresa, almeno se si considerano le dinamiche dei “processi rivoluzionari” (in senso lato, poiché in Tunisia c’è stato solo un cambio di regime). Il fatto è che i soggetti attivi di questi processi sono sempre minoranze che hanno preliminarmente effettuato un certo e debito cambio di mentalità. Nelle maggioranze che restano a casa essi possono trovare gradi maggiori o minori di simpatia e/o solidarietà, o quanto meno indifferenza; ma – cosa importantissima – si tratta generalmente di maggioranze rimaste estranee al mutamento di mentalità avvenuto nei soggetti attivi dell’intervenuto processo rivoluzionario.

Criticità delle elezioni
Non è la prima volta (anche in aree non islamiche) che l’elettorato, dopo la caduta del vecchio regime, premi posizioni o più arretrate o addirittura conservatrici; magari non identificantesi pienamente con il vecchio regime, ma comunque espressive di orientamenti antitetici a quelli animatori di quanti si erano rivoltati.
Il rapporto fra rivolta vittoriosa e svolgimento del classico elettoralismo liberal/democratico è complesso e delicato. Partiamo dal fatto che sia il mero cambio violento di regime sia l’effettiva rivoluzione politico/sociale sono nell’immediato realtà deboli, ancora lungi dall’essere consolidate. Esse, quindi, si devono autoproteggere. Il problema sta nel “come”.
Senza addentrarci nell’arduo campo teorico/pratico della difesa delle rivoluzioni (in senso lato) tuttavia uno spunto è ricavabile proprio dagli assetti costituzionali borghesi: come qui esistono principî e norme non modificabili nemmeno con referendum – il farlo vorrebbe dire rompere con l’assetto costituzionale vigente – così dopo un cambio di regime, ovvero una rivoluzione, si dovrebbero porre all’elettorato dei “paletti programmatici” non valicabili. Naturalmente se si è in grado di farlo, Comunque una rivoluzione messa ai voti è inevitabilmente una rivoluzione perduta (ne sanno qualcosa i sandinisti del Nicaragua).

sabato 16 luglio 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XXI, di Pier Francesco Zarcone

E se anche la Tunisia…?

Riflettendo realisticamente sulla Tunisia
È concreto il rischio che le speranze di libertà e giustizia si spengano proprio lá dove sono cominciate e hanno vinto; cioè in Tunisia.
In termini più generali, se tiriamo le somme delle situazioni dei singoli paesi arabi teatro di rivolte, senza ridare le notizie già fornite dai mezzi di comunicazione piccoli e grandi, è più che realistico considerare finita la “primavera araba”; anzi si potrebbe parlare di arrivo dei primi “rigori invernali”.
In Tunisia - il primo paese arabo a liberarsi del suo tiranno, in ciò seguìto solo dall’Egitto – le cose non vanno per niente bene. Già il rinvio delle prime elezioni libere da luglio a ottobre è grave sintomo di un persistente malessere politico foriero di esiti negativi; a ciò va poi aggiunto il riemergere quanto mai aggressivo del radicalismo islamico.
Le notizie di aggressioni a bagnanti, di intimidazioni contro feste con musica in case private e pubblici luoghi di spettacolo ormai sono diventate abituali. Le cosiddette autorità – in seguito capiremo se per loro volontà o meno – non appaiono molto attive nella difesa dei diritti (in primo luogo esistenziali) dei propri cittadini contro l’intolleranza islamica. Nel mentre il partito islamico di Gannushi sembra avere ottime prospettive elettorali.
A questo punto una riflessione s’impone.
Fin dall’inizio delle agitazioni tunisine vari commentatori (fra cui il sottoscritto) avevano sottolineato con interesse un dato oggettivo: la sostanziale assenza degli estremisti islamici nel corso degli avvenimenti, connotando la rivolta come reazione laica alla dittatura. Questo giudizio in sé non va modificato. Semmai si può imputare a quei commentatori il fatto di non averlo “storicizzato”, ovvero di averlo considerato come stabile pietra angolare sul piano delle conseguenze.

Riemerge l’estremismo islamico anche in Egitto
Detto ancora meglio, non si è considerata la possibilità, per l’estremismo islamico, di crearsi un proprio spazio di azione per imporsi sulla società tunisina (per quanto essa abbia una rilevante componente laica) anche con la violenza. E purtroppo la storia offre una vasta gamma di esempi a dimostrare che il mero fatto di essere numericamente consistenti, o addirittura maggioranza non basta a difendersi da minoranze aggressive disposte a tutto.
L’Egitto si trova in una situazione similare. La transizione sembra bloccata per colpa dei militari che la gestiscono, a piazza Tahrir sono ricominciate le manifestazioni di protesta e la Fratellanza musulmana incombe. Le aggressioni di musulmani contro cristiani copti attestano che nel milieu islamico si agitano forze poco raccomandabili.
Sebbene finora la Fratellanza Musulmana presenti ufficialmente un “basso profilo” sono in parecchi quelli che cominciano a preoccuparsi.

L’incognita elettorale
Il fatto che saranno le elezioni a sciogliere nell’immediato i nodi politici è assolutamente neutro, atteso che in Tunisia e in Egitto potrebbero vincerle i partiti islamici. Non sarebbe il primo caso di vittoria di una tirannia per via elettorale.
In tale eventualità si profilerebbe un esito pesantissimo, innanzi tutto sul piano internazionale. Se gli estremisti islamici deponessero le attuali apparenze moderate, non solo negli altri paesi arabi i regimi autoritari ne trarrebbero una rinnovata ragion d’essere, ma troverebbero con sé – e senza più scrupoli o ipocrisie “democratiche” – le potenze occidentali, al cui interno diventerebbe del tutto marginale la parte di opinione pubblica disposta a non identificare l’insieme del mondo arabo con il radicalismo islamico. Per non parlare degli scenari bellici che si potrebbero delineare per iniziativa di un Occidente sentitosi minacciato dal sud del Mediterraneo.
E sarebbe anche la fine di ogni prospettiva democratica (sia pure borghese) nel mondo arabo. Non solo per quello che vorrebbe dire l’avvento di governi radicali islamici in due paesi-chiave, ma altresì per la non remota ipotesi di colpi di stato militari e per il possibile ripetersi di scenari di tipo algerino dopo la denegata vittoria del Fronte Islamico di Salvezza sul finire del secolo scorso.
Volendo essere realisti, non ci si può limitare a ribadire che la pratica della democrazia rappresentativa ha come presupposto la libertà dei popoli nell’autodeterminarsi. Scrisse nella prima metà del secolo scorso l’anarchico spagnolo Diego Abad de Santillán che la libertà è sempre storicamente determinata. Cioè che deve fare i conti con le caratteristiche e le possibilità presentate dai singoli momenti storici a cui ci si riferisce. La cosa è magari poco esaltante, ma così è.
Questo per introdurre un’osservazione: la scelta in favore di un governo basato sulla sharía sarà pure frutto di libera scelta, ma nei fatti significa contrapposizione netta nei confronti di tutto ciò che al mondo islamico non è, oppure non è islamico radicale. Per non dire “uscita” da questo contesto con intenti virtualmente aggressivi. Se poi l’imperialismo interviene a presentare il “suo” conto con i noti sistemi, allora – spiace dirlo – ma restiamo nell’ordine delle cose.
Tutto questo, al momento, senza considerare l’intreccio con le ulteriori conseguenze derivabili dalla vittoria talibana in Afghanistan (ormai sempre più nitida) e dalle ripercussioni in Pakistan.
Notoriamente il futuro è ignoto, tuttavia l’orizzonte è pieno di nuvole nere.

domenica 15 maggio 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XV, di Pier Francesco Zarcone


EGITTO E TUNISIA; MAROCCO E GIORDANIA

Intanto in Egitto le cose vanno male
È assolutamente preoccupante quanto avvenuto al Cairo il 7 maggio scorso, quando i radicali islamici hanno incitato un’enorme folla all’assalto e incendio di due chiese cristiane copte con sparatorie e il risultato di ben 12 morti e 232 feriti. Tutto ciò solo avendo sparso la voce che i copti tenevano prigioniera una donna per impedirle di convertirsi all’Islām! E non si tratta del primo caso dopo l’abbattimento di Mubārak: ormai gli scontri fra islamici e copti (sarebbe meglio parlare di aggressioni di islamici a copti) vanno avanti da circa due mesi. La più prestigiosa stampa egiziana ha lanciato grida di allarme: per al-Ahram «il fuoco del fanatismo religoso mette in pericolo l’Egitto»; sulla stessa linea è al-Akhbar e al-Masri al-Yom sottolinea che «l’estremismo brucia la rivoluzione».
Dall’esercito, che ha la direzione del paese – cosa che non rassicura sullo svolgimento della transizione egiziana – è venuta una netta presa di posizione: a stretto giro un generale dinanzi alle telecamere del canale privato “On-Tv” ha dichiarato che i militari «non permetteranno a qualsivoglia corrente di imporre la sua egemonia in Egitto», e difatti c’è stata un’ondata di arresti tra i presunti responsabili dell’evento. A nome del governo, consapevole di quel che è in gioco, il ministro della Giustizia ‘Abd al-Aziz al-Ghindi – che dietro questi sanguinosi fatti vede la mano di seguaci del deposto Hosni Mubārak - ha annunciato l’immediato ricorso alla mano di ferro e l’applicazione delle leggi antiterrorrismo e di quelle a tutela dell’unità nazionale, che prevedono sanzioni fino alla pena di morte. Anche le massime autorità islamiche hanno manifestato la loro condanna. Da parte copta qualcuno ha osservato acutamente che questi atti servono agli estremisti più che altro per mostrare la loro esistenza. Con tutta probabilità è vero, ma resta il fatto che episodi del genere possono reiterarsi e magari essere fomentati da gruppi – non necessariamente religiosi – interessati a far tornare il paese sotto lo stato di emergenza per tornare a un regime alla Mubārak senza Mubārak.
Anche al-Ahram ritiene che il conflitto confessionale sia attizzato da gruppi controrivoluzionari che vedono i loro interessi minacciati dalla transizione in atto; il muftí ‘Alī Gomā (una delle maggiori autorità religiose islamiche) ha messo in guardia contro i fomentatori di una possibile guerra civile, e il Nobel Muhammad al-Baradai ha sottolineato l’urgenza di fare fronte «all’estremismo religioso e alle pratica da Medio Evo». Che non si tratti di questione da prendere sottogamba lo dimostra la decisione di rinviare la programmata visita al Bahrain e agli Emirati Arabi assunta dal Primo Ministro egiziano Essam Sharaf e il rinvio al Tribunale Militare di circa 200 arrestati dopo gli ultimi incidenti disposto dal Supremo Consiglio Militare (cioè l’organismo che detiene il vero potere dopo la caduta di Mubārak).
Che in un clima del genere aumenti fra i copti lo stimolo a emigrare è più che naturale, ma per l’Egitto sarebbe un danno enorme, a motivo del grande dinamismo sociale, culturale ed economico di questa minoranza.

Sospetti su manovre dell’Arabia Saudita?
Da una vita i più attenti osservatori delle politiche arabe quando trattano il problema dell’estremismo islamico – salafita, jihadista, terrorista o come pare meglio chiamarlo – indicano nel regno wahabita dell’Arabia Saudita, ufficialmente fedele alleato degli Stati Uniti, la maggiore centrale di appoggio propagandistico ideologico/religioso e di finanziamento proprio di tale estremismo. Se si considera infido il Pakistan, che dire allora dell’Arabia Saudita? Pur tuttavia gli Stati Uniti, sempre così pronti a bombardare e massacrare innocenti e colpevoli, finora non hanno mai mosso un dito; anzi. Non ci si chieda di spiegare l’arcano, poiché non ne abbiamo elementi e mezzi. Si spera solo che un giorno qualcuno sia in grado di farlo. Una cosa é certa, e la diciamo col cinismo della realpolitik: fino a quando esisterà il retrogrado, oscurantista, reazionario, antidemocratico e corrotto regime saudita ogni guerra, guerricciola, o raid contro il radicalismo islamico equivarrà a perdere vite umane, tempo e denaro nel fare rappezzature di qua e di là senza incidere sul bubbone fondamentale.
L’oscurantista versione wahabita dell’Islām sunnita – tale che se avesse prevalso fin dagli inizi della comunità musulmnana oggi nessuno storico o studioso delle religioni parlerebbe della grande civiltà arabo/islamica e al riguardo ci sarebbe al massimo una manciata di libri – si è formata nel XVIII secolo, fu un grande pericolo militare per il dominio turco in Arabia e Mesopotamia, e fu spazzato via solo grazie all’intervento dell’esercito pascià dell’Egitto ordinato dal sultano ottomano. Poi dopo la Grande Guerra, con l’appoggio britannico (Londra tradì ancora una volta lo sceriffo Hashimita della Mecca, Hussain) l’erede della dinastia dei Saūd che, fin dall’inizio era stata il braccio armato del wahabismo, si impadronì di quasi tutta la penisola araba (esclusi Yemen, Kuwait, Oman, Qatar ed Emirati del Golfo) fondando il primo Stato islamico integralista dell’epoca contemporanea. La scoperta del petrolio ha fatto sì che i Saūd e gli altri dinasti si trasformassero da pulciosi predoni beduini o ex pirati in ultraricchissimi signori dell’oro nero. E finché si sarà petrolio tali resteranno. Senza la rete mondiale di moschee, scuole islamiche, predicatori, finanziamenti, stazioni televisive e siti internet costituita dall’Arabia Saudita per la diffusione di un credo islamico obiettivamente di tipo salafita, oggi il radicalismo islamico avrebbe una consistenza non preoccupante e riducibile a un problema di polizia, più o meno grave a seconda dei posti . Oggi l’Arabia Saudita conduce una lotta senza tregua all’interno del mondo islamico per l’affermazione della sua ideologia religiosa e per la sconfitta delle altre versioni dell’Islām di tipo diverso, in primo luogo lo sciismo, nemico da sempre del sunnismo.

Un intreccio di conflitti sociali e manovre statuali
Nel mondo arabo sono in corso ribellioni non dirette né controllate da nuclei islamisti, ma è sempre bene non ipotecare il futuro e tenere presente, come la storia insegna, che per imprimere ai processi socio/politici una direzione invece di un’altra non è necessario trarre dalla propria parte la maggioranza della popolazione. I recenti scontri interconfessionali in Egitto stanno a dimostrare una ripresa dell’attività dei salafiti come perturbazione dell’ordine pubblico e creazione di premesse per destabilizzare il paese creando atmosfere di criminale fanatismo religioso. Al momento non si può affermare con certezza che dietro i fatti egiziani ci sia già la mano dei Sauditi, ma è certo che si tratta di una situazione il cui perdurare è utile ai loro interessi. In buona sostanza per l’Arabia Saudita sarebbe di primaria importanza incidere sul processo politico in atto in Egitto al fine di evitare che si stabilizzi in un assetto interno più democratico/borghese, produttivo di una politica estera diversa da quella effettuata da Mubārak.
L’Egitto è sempre stato un punto di riferimento per il mondo arabo al di là dell’esserne il paese più popoloso, e un’evoluzione nel senso sopra ipotizzato potrebbe essere sommamente pericoloso per l’arcaico regime saudita minandone ragion d’essere e legittimità. In fondo la custodia saudita dei Luoghi Santi islamici della Mecca e di Madinat an-Nabyyi (per gli italofoni “Medina”) nasce solo da una conquista militare che le ha strappate al citato Sceriffo della Mecca nel primo dopoguerra. Un discorso analogo può valere per gli altri Stati e micro-Stati della penisola araba.
In questa situazione l’Arabia Saudita - titolare di un sostanziale ruolo controtrivoluzionario, esercitabile sia verso l’Egitto sia verso la Tunisia – deve restare vigile e attiva anche nei confronti dell’Iran, centro fondamentale dello sciismo, onde evitare possibili convergenze ai suoi danni. Non vale obiettare che sarebbe come voler unire diavolo e acqua santa: la disinvoltura politica non è stata inventata dagli Arabi, ma anche loro hanno sempre saputo che il nemico del proprio nemico può diventare un alleato, soprattutto se non dispone di quinte colonne in casa del possibile alleato. E in Egitto non esistono minoranze sciite degne di menzione. Orbene, l’élite militare che controlla la transizione egiziana ha fornito chiari segnali della sua buona disposizione a riallacciare i rapporti diplomatici con Teheran, dopo una lunga interruzione a far tempo dal 1979. Il Ministro degli Esteri egiziano Nabil al-Arabi ha annunciato il suo prossimo incontro con il collega iraniano in occasione di una conferenza islamica in Idonesia. D’altro canto segni ulteriori di mutamenti nella politica estera egiziana ce ne sono, a cominciare dai rapporti con Israele; la riapertura del posto di frontiera con Gaza, governata da Hamas, va vista in quest’ottica.
L’Egitto, però, se davvero decidesse di imprimere una sterzata ai suoi rapporti internazionali, dovrà agire con estrema prudenza e in modo da ottenere compensazioni, giacché non si trova in una posizione di forza rispetto ai Sauditi e agli altri monarchi arabi. Infatti la sua disastrata economia ha bisogno degli investimenti dall’Arabia e di avere quei paesi come valvola di sfogo per le sue eccedenze di mano d’opera. Il problema è se l’Iran potrà sostituirsi ai magnati della penisola araba. Naturalmente le manovre saudite non saranno certo in grado di destabilizzare l’Egitto fino a salafitizzarlo, ma alle brutte la risposta egiziana sarà la meno proficua per gli interessi popolari: cioè una nuova dittatura militare.
  
    Rāshid al-Ghannūshī

Anche in Tunisia ci sono gravi problemi
In Tunisia le cose forse vanno ancora peggio. La notizia piè eclatante riguarda il coprifuoco a Tunisi e sobborghi dalle ore 21 alle 5 per un periodo indeterminato In un sobborgo degradato della capitale, Ettadhamen, bande di giovani si sono abbandonati al saccheggio di esercizi commerciali e gruppi di islamisti si sono subito costituiti in vigilantes; giovedì 4 maggio a Tunisi ci sono stati scontri fra polizia e manifestanti contro il governo provvisorio, con lanci di lagrimogeni, devastazioni, macchine bruciate e quant’altro. Incidenti si sono verificati anche in altre zone del centro e del sud della Tunisia. Le incursioni di bande giovanili continuano nelle periferie, e a fine luglio ci sarebbero le elezioni politiche, le prime dalla caduta della dittatura. Si terranno per quella data? Recenti dichiarazioni del capo del governo provvisorio, Béji Caïd Essebsi, mettono a rischio questa scadenza.
Si rincorrono le voci sui possibili fomentatori di questi disordini nell’estrema sinistra. Partigiani del defunto dittatore? Paesi vicini? Non manca chi addita come responsabe morale dei nuovi disordini colui che fu il primo Ministro dell’Interno dalla fuga di Ben ‘Alī, Farhat Rajhi. Uomo noto per la franchezza e l’onestà, aveva rilasciato un’intervista, poi diffusa su Facebook, in cui in buona sostanza veniva a dire – a livello di previsione - che su un eventuale vittoria elettorale del partito islamico Ennahda (Rinascita) di Rashid Gannushi (per lungo tempo esiliato da Ben ‘Alī) si proiettava l’ombra di un colpo di stato militare, supportato da ambienti della fascia costiera non disposti a cedere il potere. E su Farhat Rajhi si è scatenata la bufera. Già dimesso dalla carica di Ministro dell’Interno per aver cercato di fare pulizia nel suo Ministero, adesso il capo provvisorio dello Stato – Fuad Mebazza – che lo aveva nominato a capo di una commissione per i diritti umani, l’ha destituito anche da questo incarico. Sta di fatto che
in base ai sondaggi il 33,9% dei Tunisini ritiene che Farhat Rajhi non abbia detto niente di sballato, ed effettivamente la classe media guarda con estrema preoccupazione a una vittoria di Ennahda ccome atta a sconvolgere l’attuale assetto laico della società tunisina. Comunque un articolo del parigino Le Monde, pubblicato alla fine di aprile ha ripreso le dichiarazioni del capo di Ennahd, il sessantanovenne Rāshid al-Ghannūshī, dalle quali risulta una visione politica molto più affine al partito islamico oggi al governo in Turchia, e agli antipodi rispetto alle correnti islamiche salafite. Pur tuttavia nel suo partito esistono anche correnti ben più estreme, come quella del cofondatore di Ennahda, ‘Abd al-Fatah Moru, fautore della presa islamica del potere, che potrebbe anche presentare alle elezioni una propria lista.
Una cosa è certa, a mo’ di conclusione: Tunisia ed Egitto sono i due soli paesi finora liberatisi dalle dittature a furor di popolo, con parole d’ordine laiche e non religiose; questo ha creato enormi aspettative ed entusiasmi non solo nei paesi arabi, ma nel mondo intero; se per disgrazia in questi paesi si creassero o situazioni di instabilità criminale/ politica tale da portare a nuovi colpi di stato per restaurare un minimo di ordine civile, ovvero le elezioni dessero il potere a partiti islamici che poi si manifestino radicali e intolleranti, ovvero ancora le vittorie di partiti islamici dessero subito luogo a colpi di stato militari con o senza il bis dell’Algeria all’epoca della vittoria del Fronte Islamico di Saalvezza (Fis) – allora a suonare la campana a morto per le immediate speranze di tipo democratico, in occidente resteranno solo pochi testardi a contrapporsi a chi aveva guardato con eurocentrica diffidenza alle rivolte arabe del 2011. E quelle popolazioni resteranno abbandonate ai propri tiranni con o senza turbante, attirandosi fra l’altro le rappresaglie occidentali. 
                                                       
Marocco, Giordania e Golfo Persico.

Muhāmmad VI
del Marocco 
I primi due paesi geograficamente non hanno nulla in comune con quelli del Golfo. Politicamente, invece, il discorso è più articolato e ha a che fare con quello che abbiamo già definito “l’autunno arabo”, cioè lo stallo delle rivolte popolari e le contromisure che i regimi a rischio vanno attuando. I paesi arabi che si affacciano sul Golfo Persico – cioè Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Bahrain e Kuwait - 30 anni fa costituirono un organismo difensivo per la mutua assistenza in caso di aggressione a uno di essi: il Consiglio di Cooperazione del Golfo Arabico (infatti è Persico per l’Iran e Arabico per gli Arabi). Questa organizzazione dispone di un braccio armato detto “lo Scudo della Penisola” al momento di circa 40.000 uomini. Originariamente era in funzione antiraniana e antirachena.
Il 10 maggio di quest’anno i Ministri degli Esteri dei paesi uniti nel Ccg hanno invitato il lontano regno del Marocco a entrare in questa spoecie di club delle monarchie conservatrici arabe, e hanno espresso parere favorevole all’ingresso della Giordania. L’attuale situazione del mondo arabo spiega “che ci azzecchino” due paesi non appartenenti all’area (il Marocco dista 5.200 km dal Golfo!) all’interno di un organismo politico/militare locale: semplicemente il Ccg sta diventando la Santa Alleanza dei re arabi. Al Marocco l’appartenenza a un’alleanza interaraba può essere utile per appoggi diplomatici e finanziari – non certo per un supporto militare stante la distanza – essenzialmente in funzione antispagnola, a motivo dell’essere ancora aperto il contenzioso territoriale per zone marocchine appartenenti alla Spagna. L’interesse della Giordania può riguardare solo l’aiuto per le minacce interne, non correndo, oggi come oggi, rischi di attacchi esterni. Si tenga presente che qualche migliaio di militari giordani in pensione occupano posti di rilievo negli apparati di sicurezza dei paesi del Golfo. Ma sono in gioco anche forti aiuti economici da parte dei signori del petrolio.
Abdallāh II
di Giordania
Riguardo al Marocco sarà interessante vedere la risposta di Rabat all’offerta del Ccg. Infatti l’adesione non è sicura, per due concorrenti ordini di motivi: la monarchia alauita marocchina ci tiene a presentarsi come liberaleggiante e riformatrice, aura che la partecipazione a un club di trinariciuti reazionari vanificherebbe, poiché non vi è dubbio che il prezzo da pagare per Rabat (e per Amman) sarebbe la fine di ogni velleità di riforma; inoltre il Ccg è fortemente collegato con gli Stati Uniti (per es, il Bahrain ospita il comando della V Flotta degli Usa), ed essendo la Francia il principale partner politico/economico del Marocco, come reagirebbe Parigi a un evento in palese contrasto con i suoi interessi?


RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.