L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 8 aprile 2023

AUTOCEFALIA ORTODOSSA UCRAINA

di Antonella Marazzi 

 [Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.]
    La Chiesa ortodossa autocefala (autonoma) ucraina, fino al 2018 era stata una delle tre maggiori Chiese ortodosse presenti in Ucraina. Era stata fondata per la prima volta nel 1921, poco dopo la ritrovata breve indipendenza successiva alla Rivoluzione del 1917. Dopo le vicissitudini politiche vissute sotto lo stalinismo, la Chiesa autocefala ortodossa ucraina (i cui vertici erano stati eliminati negli anni ’30) si ristabilì nel 1942 (in funzione della mobilitazione contro l’invasione nazista) e poi una terza volta nel 1989, poco prima del crollo dell’Unione Sovietica. 
    Essa è rimasta poi separata dalle altre due Chiese ortodosse esistenti in Ucraina fino al 2018, quando nel Concilio di riunificazione del 15 dicembre, la Chiesa ortodossa autocefala ucraina si è riunificata con la sua rivale Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Kyiv e con alcuni metropoliti del Patriarcato di Mosca. Veniva fondata in tal modo la Chiesa ortodossa dell’Ucraina, cui veniva riconosciuta l’autoacefalia, mentre il metropolita Epifanij (già vescovo del Patriarcato di Kyiv) veniva nominato nuovo metropolita di Kyiv e di tutta l’Ucraina. 
    Questa decisione è stata duramente contestata dalla Chiesa ortodossa russa che ha riconosciuto un’altra Chiesa ortodossa ucraina e quindi ha rotto col Patriarcato di Constantinopoli - il quale nel 2019 aveva riconosciuto le decisioni del Concilio del 2018 - dichiarando il suddetto Concilio illegale e la nuova Chiesa scismatica. Ma non è un caso che i veri inizi di questa crisi religiosa si possano far risalire all’occupazione russa della Crimea nel 2014 e alla sua successiva annessione da parte della Federazione Russa presieduta da Putin. 
    Come si può facilmente arguire, la storia delle Chiese ortodosse russa e ucraina è stata fortemente influenzata dalle vicende politiche della regione e dal costante tentativo da parte del Patriarcato di Mosca di imporre la propria egemonia a quello di Kyiv. Del metropolita moscovita Kirill, putiniano e guerrafondaio, si parla in altra parte dell'abbecedario. Qui va ricordato che l’oligarca ed ex presidente Petro Porošenko (in carica dal 2014 al 2019), filoatlantista e filoeuropeista, è stato uno strenuo difensore dell’autocefalia della nuova Chiesa ortodossa ucraina. 
 
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 27 dicembre 2022

QUANDO MANCA LA PIETAS… LETTERE SULL’UCRAINA E UN COMPAGNO ITALO-BRASILIANO

di Antonella Marazzi e Roberto Massari

 

(25 maggio 2022, da F. [São Paulo])

 

Caro Roberto, vediamo che la politica è come il calcio: dolce illusione di poter convincere la gente, anche con buoni argomenti. Se tu sostieni il Milan e io la Juventus, non faremo mai cambiare all’altro la sua posizione… Le mie argomentazioni sono state più che coerenti, e tu continui con la tua posizione. Lo stesso dovrebbe valere per le vostre argomentazioni, con le quali sono in buona parte d’accordo (come per quanto riguarda Putin), ma che non mi convincono sulla base principale: quella di continuare la guerra che, per me, è chiaramente una guerra imperialista.

Ma il mio rispetto per te e il mio dovere etico nei confronti della tua richiesta di aiuto per la traduzione del vostro Manifesto sono talmente irrinunciabili che, ovviamente, ne segue la traduzione in portoghese, in modo che possiate diffondere ampiamente il Manifesto nei Paesi di lingua portoghese. Dopotutto, non sono il detentore della verità e, anche se sono fermamente convinto di ciò che ho sostenuto, può darsi che alla fine abbiate ragione voi…

Un abbraccio affettuoso dall’italo-brasiliano

F.

___________________________________

(26 maggio 2022, da Antonella Marazzi)

 

Caro F., mi ha fatto piacere leggere il tuo secondo intervento nel quale ci comunichi di fare la traduzione in brasiliano pur non essendo d’accordo con la sostanza delle nostre posizioni. Ciò dimostra la tua onestà intellettuale, e la simpatia e amicizia che continui a provare per noi. Si può essere in disaccordo politico, ma non intaccare i sentimenti reciproci di empatia. Questa è la vera solidarietà tra compagni.

Non entro nel merito delle tue posizioni, ma due cose mi sento di dirle.

La prima è che condivido pienamente il giudizio sulla Nato che è da sempre e sempre sarà uno strumento di repressione, sfruttamento, coercizione, annientamento di popolazioni e/o di governi ritenuti pericolosi per il benessere e gli interessi politici ed economici di sfruttamento delle potenze alleate. È ovvio che la Nato e la Ue non stanno armando il popolo ucraino per un sentimento di pietas, ma perché perseguono le proprie politiche imperialistiche di grandi potenze. Affermare ciò è come parlare dei benefìci dell’acqua calda.

Però questa guerra non è interimperialistica, in cui l’Ucraina sarebbe solo una variabile occasionale. Questa è una guerra di aggressione dell’imperialismo russo putiniano contro un popolo e un governo sovrano che ha scelto di difendere il proprio territorio e il proprio diritto all’autodeterminazione. Un popolo che è stato sottomesso e trucidato secolarmente dallo zarismo e dallo stalinismo, e oggi non vuole subire la stessa sorte da parte delle mire espansionistiche di Putin.

mercoledì 17 agosto 2016

MICHEL BURNIER, par Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Francese, Italiano)
EN DEUX LANGUES (Français, Italien)

Michel Burnier est mort dans la nuit du 3 au 4 août à l’hôpital Georges Pompidou à Paris, après une longue lutte contre le cancer. Il a été incinéré au Père Lachaise le 11 août. Il était né en Suisse à Genève le 3 avril 1949 il y a 67 ans.
Avec lui j’ai perdu un de mes amis les plus importants et les plus anciens. En même temps le monde de la pensée libre a perdu un esprit lucide, un sociologue aux multiples facettes, un de ces esprits que nous sommes désormais contraints de définir «d’une autre temps». Quand son fils Félix m’a communiqué la nouvelle, j’ai éclaté en sanglots comme cela ne m’était pas arrivé depuis longtemps. Au fond, un morceau de moi s’en est allé avec Michel.
Je me souviens bien de la première fois que nous nous sommes rencontrés. Il se trouvait sur le seuil de mon bureau de l’Université de Paris Jussieu (où je travaillais dans le Groupe de Sociologie du travail). Il était hésitant et embarrassé, un peu comme sur la photo jointe. C’était en 1974. La photo, elle, est plus récente. À l’époque je travaillais avec une équipe de recherche européenne (franco-anglo-italo-allemande) sur les nouvelles formes de luttes ouvrières. Lui revenait d’un de ses premiers séjours à Turin où il avait peaufiné une étude sur les conseils ouvriers qui sortira seulement en 1980 aux Éditions Ouvrières sous le titre Fiat: conseils ouvriers et syndicats avec une préface de Pierre Naville. Dès cette époque cesse toute confusion entre Michel et l’auteur Michel-Antoine Burnier qui avec Frédéric Bon a publié le célèbre Classe ouvrière et révolution (Seuil 1971) et surtout Les nouveaux intellectuels, en 1966/1971.
Dans cette période lointaine de 1974 je militais encore dans la Quatrième Internationale (autant dans la section française que dans l’italienne) dont je serai expulsé environ un année plus tard. Michel lui avait déjà eu sa brève expérience dans la Quatrième (dans la section suisse, une des pires et des plus grossièrement bureaucratiques) et il s’activait avec esprit critique et ironique dans les méandres de la gauche alternative française et spécifiquement parisienne. Ses référents théoriques d’alors étaient des personnes ou groupes sortis de Socialisme ou Barbarie (Cornelius Castoriadis, Claude Lefort, le conseillisme le plus récent) mais également des anglais et des italiens. Il n’avait qu’une sympathie très éphémère pour les courrants communistes de gauche surgis pour la plupart de la diaspora trotskiste française (Jacques Camatte, Roger Dangeville, Invariance, etc.). Il appronfondissait avec attention Guy Debord (ce fut peut être lui qui m’en parla en premier).
Pour moi qui cherchais une sortie de «l’orthodoxie» troskoïde (ce que j’avais déjà tenté avec Le teorie dell’autogestione publié justement en 1974), la rencontre avec Michel apporta une bourrasque d’air frais. Avec lui surgissait un monde nouveau, hétérodoxe et profondément subversif, idéologiquement «fourvoyé (fautif, hérétique, amoral…)» pour un marxiste serieux tel que je croyait d’avoir été jusqu’a ce moment. Un monde nouveau dont j’avais vaguement entendu parler et dans lequel je trouverai plus tard les stimuli nécessaires pour poursuivre ma recherche théorique, toujours en cours, après la grande désillusion de «jeunesse» vis à vis du trotskisme de la Quatrième (c’est à dire dogmatique et orthodoxe, incapable de voir les erreurs de Trotsky au côté des ses indiscutables mérites historiques).

MICHEL BURNIER, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Francese)

Michel Burnier è morto dopo la mezzanotte tra il 3 e 4 agosto nell'ospedale Georges Pompidou di Parigi, al termine di una lunga battaglia contro il cancro. È stato cremato al Père Lachaise l'11 agosto. Era nato 67 anni fa, il 3 aprile 1949 a Ginevra.
Con lui ho perso uno dei miei più cari e più antichi amici. Ma va detto anche che il mondo del pensiero eversivo ha perso una mente lucida, un sociologo multifacetico, una di quelle intelligenze che purtroppo siamo ormai costretti a definire «di altri tempi». Quando il figlio Félix mi ha comunicato la notizia, sono scoppiato a piangere, come non mi accadeva da tempo. In fondo anche un pezzo di me se n'è andato con Michel.
Ricordo ancora la prima volta, quando ci conoscemmo. Si affacciò sulla soglia del mio ufficio all'Università di Paris Jussieu (dove lavoravo nel Groupe de Sociologie du travail), con fare esitante e sbarazzino: un po' come nella foto che allego. Era il 1974, mentre la foto è di qualche anno dopo. All'epoca lavoravo nell'équipe di una ricerca europea (franco-anglo-italo-tedesca) sulle nuove forme di lotta operaia e lui era reduce da uno dei suoi primi soggiorni a Torino dove stava completando uno studio sui consigli operai che uscirà in forma di libro - Fiat: conseils ouvriers et syndicat (con la prefazione di Pierre Naville, Les éditions ouvrières) - solo nel 1980. A partire da quel momento finirà del tutto il dubbio abbastanza diffuso che Michel-Antoine Burnier (autore con Frédéric Bon del celebre Classe ouvrière et révolution, Seuil 1971, e soprattutto de Les nouveaux intellectuels, 1966/1971) e lui fossero la stessa persona.
In quei lontani giorni del 1974 io militavo ancora nella Quarta internazionale (sia nella sezione francese che in quella italiana), dalla quale sarei stato espulso circa un anno dopo; mentre Michel aveva già fatto la sua breve esperienza nella Quarta (nella sezione svizzera, una delle peggiori e più grossolanamente burocratiche) e si aggirava con spirito critico e beffardo nei meandri della gauche alternative francese e soprattutto parigina. I suoi referenti teorici contemporanei erano personaggi e gruppi nati dalla dissoluzione di Socialisme ou barbarie (Cornelius Castoriadis, Claude Lefort, il consigliarismo più recente - quindi anche inglese e italiano), con simpatie molto più effimere per correnti comuniste di sinistra sorte per lo più dalla diaspora del trotskismo francese (Jacques Camatte, Roger Dangelville, Invariance ecc.), e ovviamente con attenzione a Guy Debord (di cui forse fu lui a parlarmi per la prima volta).
A me, che cercavo vie d'uscita dall'«ortodossia» trotskoide (un tragitto già intrapreso nel mio Le teorie dell'autogestione, apparso proprio nel 1974), l'incontro con Michel portò una ventata d'aria fresca. Con lui mi si spalancava un mondo nuovo, eterodosso e intrinsecamente eversivo, ideologicamente «peccaminoso» per un marxista serio quale credevo d'essere stato fino a quel momento; un mondo del quale avevo solo sentito parlare vagamente e nel quale invece avrei trovato in futuro gli stimoli necessari per proseguire la mia ricerca teorica, tutt'ora in corso, dopo la grande delusione di «gioventù» nei confronti del trotskismo quartinternazionalistico (cioè quello dogmatico e ortodosso, incapace di vedere i grandi errori di Trotsky accanto ai suoi indiscutibili meriti storici).

martedì 26 maggio 2015

DAL LIBRO DI ROBERT J. ALEXANDER, di Roberto Massari

Cari compagni,
avendo partecipato con passione, ormai oltre quarant'anni fa, alla battaglia della Terza tendenza internazionale e condividendo le considerazioni di Roberto, vi invito a rendere pubblica sul blog di Utopia Rossa questa sua breve annotazione, eventualmente allegando le pagine del libro menzionato che ricordano la nostra storia. Sono certa che potrà essere utile alla conoscenza e alla riflessione soprattutto di quanti, tra i giovani, si avvicinano con interesse e curiosità alle vicende politiche di quei giorni lontani.
Antonella Marazzi

Carissimi, vi invio 4 pagine tratte da un librone gigantesco di Robert J. Alexander che ho visto solo di recente [International Trotskyism 1929–1985: a documented analysis of the movement, Duke University Press, Durham (NC) 1991 - 1.124 pagine], in cui si traccia una storia sintetica di tutti i gruppi e gruppetti trotskisti nel mondo, paese per paese.
Di Roberto Massari, della Lega comunista e della Terza tendenza internazionale si parla nelle 4 pagine allegate. Non mancano errori (come per es. quando si dice che scindemmo e invece fummo espulsi in Italia e in altri paesi) e vi sono grandi carenze, calcolando lo spazio dedicato a gruppetti molto ma molto più piccoli e meno importanti di noi. Ma per lo meno se ne parla.
Tenete conto che il Segretariato Unificato (nella persona di Maitan e suoi stretti collaboratori, Moscato compreso) fece di tutto per far scomparire tracce della Terza tendenza internazionale dai verbali del X Congresso mondiale della Quarta - 1973 - e in generale dalla storia del trotskismo. Maitan neanche vi accenna nelle sue due autobiografie (quella nazionale che pubblicai io e quella internazionale pubblicata da Alegre).
Onore quindi ad Alexander (studioso statunitense, a sua volta trotskista, morto nel 2010), anche se lui non si sarebbe mai immaginato gli effetti che avrebbero potuto avere gli enormi Indici posti alla fine del suo librone: scorrendo quelle le pagine con migliaia (non esagero: migliaia!) di sigle di gruppi e gruppetti trotskisti nel mondo si ha l'immagine visiva di una grande follia: si capisce anche fisicamente come tutto ciò non abbia niente a che vedere con la lotta di classe nella storia, ma piuttosto con le condizioni psichiche di chi tali gruppi ha creato (e mi ci metto anch'io, sia pure per il periodo 1975-1980 e con le dovute distinzioni qualitative) o vi ha militato dentro.
Impressiona, tuttavia, la capillare distribuzione del fenomeno in quasi tutti i paesi del mondo. L'intera vicenda meriterebbe uno studio di psicopatologia politica su grandissima scala, anche in considerazione del livello teorico-culturale mediamente alto (in certi casi molto alto) di vari personaggi coinvolti. Niente a che vedere con l'inconsistenza teorica della gruppettistica maoista o del localismo anarchico. Ma pur sempre un segno della follia umana, esaminata sotto l'angolo visuale del declino storico inarrestabile del movimento operaio organizzato…
Saluti,

Roberto

ALLEGATO
Cliccare qui per visualizzare e scaricare le immagini delle quattro pagine del libro di Robert J. Alexander citate nell'articolo (seguite dalla trascrizione delle stesse).

mercoledì 19 novembre 2014

I «CARNETS» DI VICTOR SERGE, di Roberto Massari

Prefazione alla prima edizione integrale dei Carnets di Victor Serge [Carnets (1936-1947), a cura di Claudio Albertani e Claude Rioux, Massari editore, Bolsena 2014, pp. 384, € 24,00], tradotta da Antonella Marazzi e curata per l'italiano da Roberto Massari.

Era il 17 aprile 2013… Esattamente 797 mesi da quel 17 novembre 1947 (quanti 7!) in cui Serge morì - a mio avviso, probabilmente ucciso da agenti staliniani, come egli si aspettava da tempo che prima o poi accadesse. Lo aveva scritto nei Carnets, in pagine che ora possiamo finalmente leggere. Per es. quando annota (18 gennaio 1942, qui pp. 92-3): «il mio assassinio è stato deciso a breve scadenza». O quando poco avanti, tra le probabili vie per eliminarlo, indica «soprattutto la misteriosa crisi "cardiaca"» - come poi effettivamente si verificherà. Basterebbero a) questa lucida consapevolezza, che siamo in grado ora di ricostruire giorno per giorno, anno dopo anno, e b) questa relativamente serena convivenza con la prospettiva d'essere assassinato da un nemico cinico e spietato - affiancate entrambe alla capacità di continuare ugualmente a godersi la vita, la natura, l'arte, la bellezza femminile, lo studio, la riflessione storica, le culture precolombiane… - per giustificare la lettura attenta di questi diari.
Chi si accinge a leggere Serge per la prima volta, avrà qui l'occasione per innamorarsene perdutamente. Chi con la sua opera è già familiare, ravviverà la fiamma della passione e forse concorderà con noi, in mente et pectore, che questa nuova lettura conferma le precedenti. Essa ci consente di viaggiare in termini letterari nel mondo psicologico della figura emblematicamente più significativa prodotta dall'intero Novecento (e non solo dalla prima metà): del più lucido, più profondo e culturalmente più ricco rappresentante della specie sapiens fiorita all'ombra delle grandi passioni rivoluzionarie di quello stesso Novecento… tutte ferocemente soffocate nel sangue, tutte inesorabilmente sconfitte. E infatti, il Kibal'čič di cui qui penetriamo l'intimità mentale, è il Serge delle grandi sconfitte storiche. Si vedano le funeste date d'inizio e fine nel frontespizio - 1936-1947 - che racchiudono anche la più bestiale carneficina della storia umana, avviata dai due grandi totalitarismi alleati (il nazista e lo stalinista), con la compiaciuta connivenza delle principali nazioni capitalistiche.

lunedì 23 giugno 2014

LA DERIVA NAZIONALISTA DEL MOVIMENTO DI GRILLO, di Antonella Marazzi e Roberto Massari

Cari amici e amiche del Meet-up bolsenese, caro Sandrone,

abbiamo atteso sino alla fine che il gruppo bolsenese si riunisse, prima di comunicare le nostre dimissioni dal gruppo stesso e dal Movimento 5 Stelle. Non volevamo mettere nessuno/a di voi davanti al fatto compiuto e ci sembrava giusto avere un confronto verbale, prima di formalizzare per iscritto la nostra decisione.
Ma arrivati ormai a un mese dalle elezioni, a fronte dell'ennesimo rinvio dell'incontro (che, quando sarà, sarà il primo postelettorale!), ci vediamo costretti a rompere gli indugi. Procediamo quindi per iscritto, senza aver avuto la possibilità di esporvi serenamente - a parole e con dovizia di argomenti - le ragioni per le quali due rivoluzionari internazionalisti come noi (uno, rivoluzionario internazionalista dal 1966, cioè da 48 anni, e una, rivoluzionaria internazionalista dal 1969, cioè da 45 anni) non possono restare un minuto di più dentro il M5S, sia pure su basi semplicemente locali.
In realtà la nostra decisione di dimetterci è sorta appena Grillo ha proposto l'ingresso nell'EFD di Nigel Farage (Europe of Freedom and Democracy), raggruppamento nazionalista, antieuropeo, filoimperialistico britannico, conservatore per genesi, storia e programmi. (Sull’Ukip non ci dilunghiamo perché speriamo che abbiate letto l'analisi proposta da Roberto nello scambio di lettere con Michele Nobile. Chi non l'ha letta può richiederla a noi o a Sandrone.)

Fernando Botero, Ratto d'Europa
Il solo fatto che Grillo potesse pensare possibile una simile scelta ci ha fatto rabbrividire. Sì, rabbrividire perché, a differenza di ciò che pensa tutta la gruppettologia erede della ex estrema sinistra, noi attribuivamo al Movimento una funzione progressista (in Italia), un ruolo coerentemente e istintivamente antisistema e comunque storicamente superiore in radicalità a quanto sia mai stato fatto da tutti i gruppi della ex estrema sinistra nel Parlamento italiano (da Lotta continua a Rifondazione, passando per Avanguardia Operaia o Democrazia proletaria o i Verdi). Ovviamente questa funzione progressista del M5S verrà ora severamente limitata dalla sua collocazione in campo reazionario a livello europeo, sicuramente segna l’inizio di una sua crisi qualitativa e, in più lontana prospettiva, una sua scomparsa quantitativa.
Per assolvere a compiti realmente reazionari, infatti, il sistema capitalistico dispone già di suoi strumenti consolidati e difficilmente acconsentirà a sponsorizzarne di nuovi. E al momento il principale strumento della reazione in Italia è certamente il PD diretto da Renzi e composto dalla nuova e vecchia nomenklatura di origine pciista. A livello europeo, invece, il fronte delle varie borghesie nazionali è diviso trasversalmente come minimo tra europeisti e antieuropeisti, passando per i cosiddetti «euroscettici».

martedì 5 novembre 2013

VIAGGIO IN RICORDO DI MAURO ROSTAGNO, ammazzato dalla mafia a Lenzi (Trapani) il 26 sett. 1988, di Antonio Marchi

Antonio Marchi
Avevo promesso di ritornare sulla tomba di Mauro il 26 settembre del 2018 (30° anniversario), ma l’ho fatto prima, giusto tributo a un compagno morto ammazzato per la libertà e la giustizia 25 anni fa, non solo perché la vita è imprevedibile (a volte ti scappa via), ma anche perché, nonostante il lungo processo ancora in corso, vedo la presenza di un vuoto mediatico di consapevole indifferenza per quello che Mauro è stato e ha fatto.
Lui ha messo energie e passione nella vita. Il suo tempo l’ha speso alla ricerca del “sé” migliore, per rendere migliore la vita degli altri. Lo stesso percorso che ha spinto tanti di noi a conquistare un pezzo di libertà e di coscienza che rende normale la lotta e il sacrificio quando c’è un sogno da realizzare; scrutando con fiducia quel “fine” che si chiama giustizia e libertà, che ha come unici alleati in questo percorso il coraggio, la solitudine, il silenzio, la morte…
Oggi invece non è più così: il sacrificio è detestato, il coraggio trasformato in viltà, le energie buttate come mondezza. Vince la prepotenza e l’arbitrio, a tutti i livelli, con la complicità di chi è vittima.
Nessuno vuole più porsi domande, “cercare” se stesso dentro la sofferenza e i drammi del mondo.
L’occasione del venticinquennale della morte di Mauro mi permetteva di andare oltre il fatto celebrativo, per legarmi a quelle idee di libertà e di giustizia per le quali Mauro si è battuto sino alla fine dei suoi giorni, per legarmi a quelle numerose vite stroncate dal piombo mafioso. Idee che partono dalla resistenza al Nazifascismo dei padri, dalle nostre lotte del ‘68 che ci hanno formato, fino a tutte quelle che continuano a formare e forgiare giovani, uomini e donne, nell’idea di libertà che non si compera, che non è in vendita, ma che si fa strada nella pratica quotidiana della lotta, dello stare assieme, per migliorarci.
Ricordare è come ridare vita a quelli che l’hanno sacrificata, trattenerli ancora tra noi. Un compito e un dovere per chi guarda al mondo non solo come luogo di preghiera o di divertimento, ma anche d’impegno, di responsabilità e di condivisione. Solo così vale la pena vivere. Diversamente significherebbe sottostare alle leggi del capitalismo selvaggio o della società dello spettacolo, condannati alla dipendenza del mercato, all’indifferenza verso gli “altri” (diversi solo per colore o fortuna), all’irresponsabilità e al cinismo, al “fai da te”…credendo che basti badare a se stessi per  “salvarsi”.

venerdì 11 ottobre 2013

PIETRO TRESSO È SEMPRE «BLASCO», di Roberto Massari

Tresso assieme a "Barbara" e Gabriella Maier
A 120 anni dalla nascita e 70 dalla morte
(intervento inviato al convegno di Schio, 5 ottobre 2013)

L’avvertimento secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine, proviene da molto lontano: la lontananza, tuttavia, non ha impedito che questa fondamentale indicazione etica s’incarnasse in alcune figure gloriose del movimento rivoluzionario. Pietro Tresso, nome di battaglia «Blasco», è stato certamente una di queste figure, e anche una delle più gloriose. Ascoltiamolo mentre, a novembre del 1942, dal carcere militare di Lodève, scrive alla cognata Gabriella Maier (sorella della sua compagna Barbara Seidenfeld e prima compagna di Silone):
«Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo sempre insoddisfatti dell’esistente e desiderosi sempre di qualcosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani, sono, in realtà, diventati dei cinici. Per essi gli uomini e tutta l’umanità non sono che degli strumenti, dei mezzi che devono servire per i loro fini particolari, anche se questi fini sono mascherati con frasi di ordine generale; per noi gli uomini e l’umanità sono le sole vere realtà esistenti. Naturalmente tutto ciò è molto generico. Bisognerebbe ancora stabilire il legame necessario tra le forze morali che sono in noi e la realtà quotidiana. È qui che sorgono le vere difficoltà. Ma una cosa mi pare certa: è impossibile sopportare in silenzio ciò che urta con i più profondi sentimenti dell’uomo. Non possiamo ammettere come giusti gli atti che sentiamo e sappiamo ingiusti; non possiamo dire che è falso ciò che è vero e che è vero ciò che è falso con il pretesto che ciò serve a questa o quella delle forze presenti. In definitiva, ciò ricadrebbe sull’umanità intera e, dunque, su noi stessi; ciò distruggerebbe la ragione stessa dei nostri sforzi…».
È un brano celebre di Pietro Tresso che mi accompagna da decenni e che ormai mi sembra di conoscere quasi a memoria. In questi giorni, però, frugando tra i materiali del mio archivio dedicato a Tresso, è ricomparso fisicamente, stampato dalla mia antica e gloriosa Olivetti L32 in inchiostro rosso, su un foglio di carta roso dal tempo e dai tarli, con sottolineatura d’epoca nelle due linee di imperativo categorico qui messe in corsivo. Devo averlo tradotto dal francese ed essermelo appuntato nel 1976, quando lavoravo alla riedizione del Bollettino della Noi o ad aprile del 1977, quando pubblicai un ricordo di Tresso nel n. 5/6 de La Classe. Cioè 36/37 anni fa (che cominciano ad essere tanti…). Ma erano solo 8/9 anni dopo il ‘68 (che all’epoca sembravano pochi e dirò avanti il perché).

martedì 7 maggio 2013

HUMBERTO – IN MEMORIAM

La primera misión de un intelectual revolucionario es buscar y decir la verdad. Aunque esa verdad sea molesta o dolorosa. Humberto dedicó muchos esfuerzos  a esta verdad. Y nos restituyó una imagen del Che hecha persona de carne y sangre con toda su grandeza y también con todas sus debilidades. Nos dejó un balance de la epopeya boliviana sin falsos oropeles, pero con hombres que dieron sus vida por un ideal que era de Humberto y que también es el nuestro.
Mucho aprendimos de los libros de Humberto. Las enseñanzas que deja la guerrilla boliviana sirven a todos los latinoamericanos para no cometer los mismos errores. Sirven también para templar el animo recordando el coraje y la fe de los que en ella combatieron.
Humberto trasmitía esa experiencia, sus vastos conocimiento con la modestia y la paciencia de los verdaderos enseñantes, siempre con la convicción de decir la verdad.
Eso le trajo el  rechazo de los que se sintieron molestos por esa verdad, pero le proporcionó la admiración y la gratitud de los que tuvimos el gusto y el honor de conocerlo.
Chau Humberto.

Alfredo Helman
(Argentina/Italia)

* * * * *

Caro Roberto,
Faça chegar à família do Humberto meus sentimentos. Conheci o Humberto uns 15 anos atrás, em Santa Cruz, Bolívia. Foi meu único encontro com ele. Mas guardo ótimas recordações. Era um homem de valor. Uma lástima mesmo. Minha força à família.
Grande abraço.

Luiz Bernardo Pericás
(São Paulo)

venerdì 3 maggio 2013

HASTA SIEMPRE, HUMBERTO QUERIDO, di Roberto Massari (en español/in italiano)

ESPAÑOL

Humberto Vázquez Viaña ha muerto de un tumor el 1 de mayo, a las diez de la noche. A su lado estaba su compañera Lola.
Perdemos a uno de los últimos testigos partícipes  de la guerrilla del Che en Bolivia y a un raro ejemplo de intelectual capaz de decir la verdad, toda la verdad, sin preocuparse de los enemigos que eso hubiera podido crearle (y que efectivamente le creó por muchos años). Perdemos a un hombre bueno, desinteresado, honesto, pero tenaz, batallador, polémico. Perdemos un raro ejemplo de devoción a la causa revolucionaria despreocupado por las ventajas que le hubiera podido garantizar la sociedad del espectáculo ya sea en Europa como en Latinoamérica. Perdemos un ejemplo de vida intelectual en el cual deberían inspirarse las nuevas generaciones de historiadores y estudiosos de los movimientos revolucionarios.

domenica 3 marzo 2013

8 MARZO - ANTONELLA MARAZZI PARLERÀ DI 'ROSA LUXEMBURG: RIVOLUZIONARIA, DONNA, FEMMINISTA'





"... io spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o in carcere. Ma nella parte più intima appartengo più alle cinciallegre che ai compagni."

lunedì 18 febbraio 2013

ELOGIO DEL CICLOSTILE (Elogio del mimeógrafo), di Gualtiero Via e altri


Gestetner, solo il nome è già una storia.
Ricordo quante volte la mattina
uscii di casa molto, molto prima,
avendo la matrice bella pronta,
le chiavi della sede (lassù in cima!)
e giù, con quell'inchiostro, spesso a mano
(la pompa a volte dava delle noie)
ed era bello, urgente, c'era un fuoco
nel far girare poi quelle parole.

martedì 5 febbraio 2013

UTOPÍA ROJA Y UNA NUEVA IDEA DE REVOLUCIÓN, por Roberto Massari

Entrevista a Roberto Massari realizada por Michele Azzerri

© Jean Michel Basquiat
Para iniciar, ¿puedes presentarme Utopía Roja en su perfil nacional e internacional?
UR es una asociación política libertaria, de la cual forman parte en este momento compañeras y compañeros di proveniencia marxista, marxista libertaria, anarco-comunista, situacionista, trotskista, guevarista, leninista, feminista, sindicalista, cristiana y tal vez se me escape algo. Cada cual es libre de mantener su propia ideología de proveniencia y no es responsable de las posiciones ideológicas de los otros. Tal vez intentemos actuar de manera tal que cada cual se informe de y se interese por los aspectos positivos de las otras proveniencias ideológicas. Es por lo tanto una asociación no ideológica (ni mucho menos ideologizada) en la cual no hay estatutos, no hay congresos, dirigentes, jerarquías o aparatos de ningún tipo. No hay siquiera cuotas obligatorias. Si bien se mira, no hay ninguna obligación salvo el respeto de los seis puntos revolucionarios de principio de los cuales hablaremos más adelante. En UR se está porque se quiere estar y se está con los ritmos y en el modo en el cual se quiere estar, sin sacrificios, obligaciones o complejos de culpa por la “inactividad”.
Pero nuestra característica ciertamente insólita para la “grupística” [los grupitos políticos] –característica que fue sin embargo fundamental para la Primera Internacional hasta su primera escisión– es que no tenemos un programa político aunque yo mismo haya escrito más de uno durante mi larga vida de militante, como cualquiera puede leer en las compilaciones de mis escritos inéditos (hasta ahora han salido a la luz cuatro volúmenes, desde los años ‘60 hasta el 1980. El quinto está en preparación). Dejando a un lado la polémica con aquellos grupos o pequeños partidos que hacen del presunto Programa (con mayúscula) una suerte de panacea o de torneo por equipos, queda el hecho de que incluso para las organizaciones más serias la adopción de un programa único y obligatorio es una gran tontería.
En primer lugar, porque un programa político revolucionario no puede ser escrito de una sola vez sino que debería servir de guía en el curso de los acontecimientos y por ende debería ser actualizado continuamente en tiempo real (algo que jamás ha sucedido en la historia –con la excepción parcial y discutible de Febrero-Octubre del 1917 en Rusia). La verdad es que la llamada izquierda revolucionaria siempre forcejea alrededor de programas escritos a priori y puntualmente separados de los hechos reales. Acerca del nivel infantil, irrealista y teóricamente infundado, cuando no obsoleto, de eso que los partiditos venden como “Programa revolucionario” (en realidad una “lista de compras” atemporal e irrealista), no quiero gastar siquiera una palabra.
Y luego, porque el programa político presupone que cuando hay divergencias estas convivan en la misma organización y bajo la misma dirección: por el contrario toda la historia del leninismo (y del trotskismo partidista) demuestra que las divergencias no pueden convivir, si no por períodos breves. Siempre existen mayorías que expulsan a las minorías o (que es más o menos lo mismo) minorías que más tarde o más temprano se separan: es solo cuestión de tiempos. Si no hubiera toda una experiencia histórica para demostrarlo, bastaría con lo que le sucedió a los compañeros de la vieja FMR (Tercera Tendencia Internacional en el seno de la Cuarta de Mandel, Maitan, Frank) donde luego de tres años de críticas escritas y ultraelaboradas a la línea de la mayoría, fuimos expulsados en Italia, en Austria, en Portugal e incluso borrados de la historia de aquella organización. Lo más lindo es que respecto a la línea de la mayoría teníamos razón en todo (basta leerse las cerca de 600 páginas de materiales dedicados al asunto y publicadas por mí), aun cuando tener la razón es siempre un hecho relativo y ligado a un determinado contexto, además de a un determinado cúmulo de conocimientos.

domenica 3 febbraio 2013

ROSA LUXEMBURG: FELIZ CUMPLEAÑOS! (150 Y SIEMPRE VIVA…)

BILINGUE: ESPAÑOL - ITALIANO

REVOLUCIONARIA, MUJER, FEMINISTA
por Antonella Marazzi

Recordando el asesinato de Rosa Luxemburg y Karl Liebknecht el 15 enero de 1919, publicamos la intervención de Antonella Marazzi en el Encuentro sobre Rosa Luxemburg - a 90 años de la muerte - organizado por Utopía Roja en Roma en septiembre de 2009. [la Redacción]

Rosa Luxemburg en 1893
Mi primer encuentro con Rosa se remonta a los comienzos mismos de los años 70, cuando, joven militante, intentaba darme una formación teórica de base con métodos tan apasionados como caóticos. Recuerdo que tuve la impresión de una mujer decidida, de fuerte personalidad política y brillantes dotes teóricas que atravesó como un cometa el horizonte político de la Segunda Internacional para acabar siendo asesinada por la contrarrevolución alemana, después de haber polemizado con algunas de las mentes revolucionarias de su época. En el curso de los años, volví sobre algunas de sus obras, siendo la última de ellas en orden temporal La Revolución rusa. El encuentro organizado en Roma por Utopía Roja a noventa años de su muerte me ha dado la oportunidad de reencontrarla. Y es así que he pasado con ella el último trozo de un calurosísimo verano, leyéndola sobre las ondas de un lago, en contacto inmediato con esa naturaleza que ella amó en sus múltiples aspectos y en la cual buscó sumergirse siempre que le fue posible.
A mi juicio, Rosa ha representado, de modo insuperable, el único ejemplo de mujer revolucionaria a tiempo completo que lograra practicar de modo concreto la fusión entre la militancia activa entre los movimientos de lucha de su época – como agitadora y dirigente – y el empeño teórico. Un empeño volcado en el campo de la polémica con algunos de los más famosos y prestigiosos intelectuales de su tiempo como Bernstein, Kautsky y el propio Lenin (además de Trotsky con quien estuvo con frecuencia de acuerdo). Una producción teórica dirigida a denunciar posiciones que, a sus ojos, representaban un peligro concreto en la vía de la revolución: contra el revisionismo de Bernstein (¿Reforma social o revolución?); contra la teoría leninista del partido (Problemas de organización de la socialdemocracia rusa) y contra la concepción burocrática de la relación entre movimiento de masa, partido y sindicato (Huelga de masa, partido, sindicatos); contra el nacional-chovinismo de Kautsky y de la mayoría del Spd a partir de 1907 (La crisis de la socialdemocracia); contra los peligros de degeneración de la revolución rusa del 17 (La Revolución rusa).
Tampoco hay que olvidar sus textos de economía política como la Introducción a la economía política y La acumulación del capital - en el cual se mide directamente con el Marx de El Capital - elaborados en el período en el que enseñó en la escuela de cuadros del Spd a partir de 1907. Por no hablar también de la prodigiosa mole de artículos publicados en los órganos de prensa del partido en los cuales militó y/o contribuyó a fundar: Partido socialdemócrata alemán (Spd), Partido socialdemócrata de Polonia y Lituania (Sdkpil), Spartakusbund, Kpd. Todo ello la coloca, única mujer en toda la historia del movimiento obrero de la Primera a la Tercera Internacional, en el mismo plano de personalidades político-revolucionarias consumadas como Lenin y Trotsky, que supieron unir la militancia activa a la cabeza de las masas en medio de las revoluciones sociales de su época a una producción teórica de alto nivel, íntimamente ligada a las temáticas que las tareas de la revolución mundial ponían al orden del día.
Pero ¿quién era esta mujer que supo conquistar un puesto de tanta autoridad en la socialdemocracia alemana y en la Segunda Internacional?

domenica 20 gennaio 2013

ROSA LUXEMBURG: RIVOLUZIONARIA, DONNA, FEMMINISTA, di Antonella Marazzi

Ricordando l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht il 15 gennaio 1919, pubblichiamo la relazione di Antonella Marazzi al Convegno su Rosa Luxemburg - a 90 anni dalla morte - organizzato da Utopia Rossa a Roma nel settembre 2009. Testo inedito. [la Redazione]

Rosa Luxemburg nel 1893
Il mio primo incontro con Rosa risale ai primissimi anni ‘70, quando giovane militante cercavo con studi, tanto appassionati quanto caotici, di darmi una formazione teorica di base. Ricordo che ne ricevetti l’impressione di una donna decisa, dalla forte personalità politica e dalle brillanti doti teoriche, che aveva attraversato come una meteora l’orizzonte politico della Seconda internazionale per finire assassinata dalla controrivoluzione tedesca, dopo aver polemizzato con alcune delle più acute intelligenze rivoluzionarie della sua epoca. Nel corso degli anni avevo poi ripreso in mano alcune sue opere, ultima in ordine di tempo, La Rivoluzione russa. Il convegno organizzato a Roma da Utopia Rossa nel settembre del 2009 a novant’anni dalla sua morte mi ha fornito l’opportunità di incontrarla di nuovo. E così ho trascorso con lei l’ultimo scorcio di una caldissima estate, leggendola sulle sponde di un lago, a immediato contatto con quella natura da lei così profondamente amata in tutti i suoi molteplici aspetti e nella quale cercava di immergersi non appena poteva.
A mio avviso, Rosa ha rappresentato, insuperata, l’unico esempio di donna, rivoluzionaria a tempo pieno, che sia riuscita a praticare concretamente la fusione tra la militanza attiva nei movimenti di lotta della sua epoca - come agitatrice e dirigente - e l’impegno teorico. Un impegno speso sul campo della polemica con alcuni tra i più famosi e prestigiosi intellettuali del suo tempo, come Bernstein, Kautsky e lo stesso Lenin (oltre a Trotsky con cui fu spesso d’accordo). Una produzione teorica finalizzata alla denuncia di posizioni che ai suoi occhi rappresentavano concreti pericoli sulla strada della rivoluzione socialista: contro il revisionismo di Bernstein (Riforma sociale o rivoluzione?); contro la teoria leninista del partito (Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa) e contro la concezione burocratica del rapporto tra movimenti di massa, partito e sindacato (Sciopero di massa, partito, sindacati); contro il nazionalsciovinismo di Kautsky e della maggioranza del Spd (La crisi della socialdemocrazia); contro i pericoli di degenerazione della Rivoluzione russa del ‘17 (La Rivoluzione russa).
Da non trascurare sono anche i suoi testi di economia politica come l’Introduzione all’economia politica e L’accumulazione del capitale - in cui si misura direttamente con il Marx de Il Capitale - elaborati nel periodo in cui insegnò alla scuola quadri del Spd a partire dal 1907. Per non parlare poi della prodigiosa mole di articoli pubblicati sugli organi di stampa dei partiti in cui militò e/o che contribuì a fondare: Partito socialdemocratico tedesco (Spd), Partito socialdemocratico di Polonia e Lituania (Sdkpil), Spartakusbund, Kpd.
Tutto ciò la pone, unica donna di tutta la storia del movimento operaio internazionale dalla Prima alla Terza internazionale, sullo stesso piano di personalità politico-rivoluzionarie a tutto tondo come Lenin e Trotsky, che seppero unire la propria militanza attiva alla testa delle masse nel pieno delle rivoluzioni sociali della loro epoca ad una produzione teorica di alto livello, intimamente collegata alle tematiche che i compiti della rivoluzione mondiale ponevano all’ordine del giorno.
Ma chi era questa donna che seppe conquistare un posto così autorevole nella socialdemocrazia tedesca e nella Seconda internazionale?

lunedì 20 agosto 2012

ADHESIÓN A UTOPÍA ROJA DESDE ARGENTINA: LA COMPAÑERA NECHI DORADO


11 de Agosto de 2012
Carísima Nechi,
es con enorme placer que te doy la bienvenida a nuestra casa de la Utopía revolucionaria, en nombre también de las otras (muy pocas) compañeras y compañeros. Es un momento lindísimo en la vida de Utopía roja que se está difundiendo en otras partes del mundo: por años hemos luchado para conseguir estos resultados y ahora vemos que el sueño empieza a transformarse en realidad. Tu adhesión, todas las mas recientes y otros procesos de acercamiento que están ocurriendo en otros paises, nos muestran las potencialidades que existen para un proyecto unitario y libertario capaz de superar los confines de las naciones y de las experiencias políticas individuales.
Nechi Dorado 
Sabíamos que esta es la única perspectiva realistica para el futuro de la humanidad y ahora aquel futuro empieza a hacerse presente (como dijo mas o menos también Tito en una de sus últimas cartas). Y esto se hace realidad también gracias a compañeras como tu y como las que espero seguirán tu ejemplo.
Creo firmemente y lo digo y escribo desde muchos años que la escasa presencia de mujeres en las organizaciones que se autodefinen revolucionarias es una de las razones principales por su degeneración psicopatológica. La presencia femenina en si misma puede desplegar un papel importante en bloquear estos procesos degenerativos y transformar en propuestas positivas el tradicional espíritu competidor tan negativo y tan masculino. No tengo dudas, entonces, que el refuerzo de la presencia femenina empujará Utopía roja hacia un enorme salto de calidad y mejorará en todos los sentidos (práctico, intelectual, humano, en cuanto a sensibilidad y solidaridad) su vida a escala nacional e internacional.
Por esa razón es también muy importante el compromiso que tu declaras de tratar de conducir contigo otras mujeres en la grande familia del utopismo rojo.
Entonces, bienvenida entre nosotras y nosotros!
En la espera de conocerte personalmente, recibe un fuerte abrazo.
Antonella [Marazzi]
* * * 
15 de Agosto de 2012
Querida Antonella
Queridos compañeros tod@s
Es con tremenda vergüenza que hoy respondo este correo que lleva ya varios días sin respuesta.
Créanme que no fue falta de voluntad -aunque pueda parecer- sino una serie de cosas que me han caído y casi desmoronado.
Estoy contactando con algunas compañeras como para integrarlas, a otras les escribí.
En los próximos días iré poniéndome al día con todo, sólo pido un poquitín de paciencia en este mundo que nos obliga a ser pacientes desde todos los ángulos, aunque a veces nos cueste demasiado.
La realidad por esta América del Sur está apretando demasiado, vemos con preocupación el destino de nuestras patrias y todas duelen, no sólo la nuestra porque sabemos que lo que hoy sufren los hermanos hondureños, o los guatemaltecos, o los colombianos, mañana puede ser nuestro dolor "en vivo y en directo"
Urge la participación en espacios como Utopía Roja, urge la denuncia, urge contar lo que no se dice en la prensa oficial, urge desnudar verdades. Y para cubrir tanta urgencia, urge también que estemos fuertes como para poder sortear los obstáculos.
Para mí es tarea central aglutinar fuerzas, creo en la unidad de acción hombre-mujer como base central sin omitir la tremenda realidad de la violencia de género que tanto afecta a muchas mujeres.
Como dice Antonella respecto a la escasa participación de la mujer es un viejo esquema apoyado en cuestiones culturales que nos toca ir superando.
La mujer estuvo relegada históricamente y muchas veces, hoy mismo, se autorelega, lo veo entre mis vecinas y hasta en amigas, incluso noto que más de una vez hasta las propias mujeres nos miran como bichos raros cuando nos preocupamos por cosas que hasta ayer nomás eran temas casi exclusivos del hombre.
Habrá que batallar mucho para desarticular esas posiciones y sólo con nuestra participación firme lo iremos logrando, pero también necesitamos de "ellos".
Las revoluciones, los procesos culturales, los cambios son mucho más efectivos si los realizamos juntos y juntas. Hoy estamos en marcha y lo iremos logrando, no será fácil pero tampoco imposible.
Junto a ustedes, recordando a mi abuela cuando decía "más vale tarde que nunca" y tal vez como autodefensa ante lo que siento fue un mal proceder ante ustedes, los abrazo contra mi corazón que late en rojo...
Hasta prontito
Nechi Dorado
desde la Patria del Che, corriendo esta Utopía Roja aún con las escasas fuerzas que a veces sentimos que nos quedan...
 * * *
18 de Agosto de 2012
Queridos compañeros:
Soy muy feliz por este intercambio con mi compañero y amigo Marcelo Colussi, alguien a quien estimo mucho y se de su calidad de revolucionario e intelectual.
Veo que hay un interesante proyecto de crecimiento que entre todos podremo ir labrando, a veces. Como les comenté en otra oportunidad, los tiempos nos aprietan, son muchas las cosas que suceden día a día, quienes estamos en el periodismo a veces sentimos que el día debería tener 40 hs. y creo que ni aún así nos alcanzaría.
El sistema nos está oprimiendo por todos lados, el tiempo parece haber hecho alianza con ese tirano y nos toca defendernos de esa unión perversa y aniquiladora.
Sin embargo, creo que todo momento que pasamos frente a una computadora, es el más heroico que podemos cumplir en esta era, cuando alguien creó con otros fines el Internet y nosotros, a pulmón ya gastado, intentamos dar vuelta de alguna manera.
A todos los problemas mencionados de alguna manera, se suman los de conectividad, ya les comenté que mi máquina hay días que se disfraza de mula y no va ni p'atrás ni p'adelante, toca pelear contra ella también y de momento, va ganando la batalla, lo cual nada dice que sea la batalla final... Yo sigo soñando con la VICTORIA FINAL y hasta sentirla, no paro.
De todos modos sigo invitando a compañeras y compañeros, por supuesto afines, algunos han dicho que están sobrecargados de tareas, otros que les gustaría. De momento seguimos esperando y con la esperanza de ver este sueño hecho realidad.
Agradezco a todos los compañeros su atención al abrirme las puertas del espacio. Agradezco a Roberto las palabras enviadas a Marcelo Colussi. Que no tengan dudas,  conociendo sus características como ser humano excepcional,  habrá de interpretarlas y sabrá corresponder su atención.
Fuerte abrazo sincero
Nechi Dorado
Desde la Patria del Che, (como les dije hace unos días) corriendo esta Utopía Roja aún con las escasas fuerzas que a veces sentimos que nos quedan...


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 16 febbraio 2012

Sul film A.C.A.B., di Antonio Marchi e Antonella Marazzi


ACAB è un pugno nello stomaco, dove l’uso della violenza sembra la normalità quotidiana, in un mondo in cui oppressori e oppressi si scambiano rapidamente i ruoli e vengono osservati da un punto di vista “umano”, che esclude pregiudizi e stereotipi, ma lascia fuori casi isolati di altrettanta barbarie, per “rese dei conti” assurde. Il film abbraccia quasi tutti i  problemi dei nostri giorni - dagli scioperi dei lavoratori, alla politica, passando per gli ultrà allo stadio fino agli immigrati, agli sgomberi dei nomadi - riuscendo a farci entrare nella parte non di semplici spettatori, ma di protagonisti, nella contesa a volte esasperata e spettacolare dello scontro: "tifoseria” di una o dell’altra parte, ci fa schierare (“dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando”?- De Gregori), mostrandoci la violenza per quello che è (sempre assurda) quando non ha sbocchi politici. Lo fa senza eccessivo compiacimento ed enfatizzando il fascino oscuro della divisa e delle simbologie che vi ruotano attorno.
In quel gesto irrefrenabile di picchiare duro c’è tutta la frustrazione e la cattiveria di un mestiere assurdo e incivile, ma c’è anche il disonore di una società capitalistico-borghese che trova più semplice risolvere i problemi a manganellate, piuttosto che affrontarli democraticamente. Inevitabile un comune senso di nausea, odio, intolleranza, nei confronti del celerino, ma anche delle istituzioni, politici, parlamento, Stato… che lo usano e lo sfruttano.
Il  celerino, protetto dall’uniforme, oltre che dallo Stato, è nel film una “macchina da guerra”, usato contro chiunque reclami qualcosa, non stia alle regole conformistiche della società, si trovi nel posto sbagliato (anche per caso), ma è abbandonato al suo destino di reietto quando reclama diritti e precipita nella parte dell'"oppresso”, con meraviglia, stupore e rabbia.
Nella sua spettacolarizzazione degli scontri con le tifoserie, il film tralascia però i casi isolati e poco si sofferma sul ruolo repressivo della forza armata dello Stato contro le manifestazioni operaie e studentesche, contro le proteste dei movimenti per la difesa dei diritti e del territorio. Lascia sgomenti e increduli, la brutalità di fatti vigliacchi e criminali che hanno portato alla morte giovani vite (Cucchi, Sarti, Frapporti ecc.) per un protagonismo di mestiere e di ordine (fascista) che ha nella divisa, più che nella "difesa" del cittadino, la sua maggior colpa. Di fronte alla criminale arroganza di quella divisa - che dovrebbe essere (ma quando mai?!) portata a rispetto dell’incolumità della persona che abbia o no commesso reato, ma che invece il più delle volte intimidisce, interroga, umilia, toglie la libertà, percuote e a volte ammazza - la ferita rimane aperta per sempre e l’oltraggio non può essere dimenticato.
ACAB ha il merito di ricordare episodi violenti e di poterli raccontare anche a distanza di tempo per quel sangue dimenticato, perché ancora le ferite sanguinano (...)
Antonio Marchi
* * *
Caro Antonio,
la tua quasi-recensione è bella e mi è piaciuta per la sua partecipazione accorata, il tuo sdegno, il tuo sguardo lucido. Mi ha fatto, credo, un quadro genuino e veritiero di ciò che esprime il film e, forse, del suo messaggio. Un film che, penso, non ho andrò a vedere, perchè non ne posso più di violenza, sia di quella cieca e irrazionale che nasce dalla disperazione di esistenze non consapevoli ( dei celerini e delle loro vittime arrabbiate), sia di quella cinica e razionale del sistema borghese che usa le forze dell'ordine come cieca massa di manovra contro tutte le sue opposizioni. E non ne posso più in generale della violenza sempre più cieca di un sistema mondiale basato sullo sfruttamento selvaggio e sul profitto, che devasta il pianeta e che sta distruggendo la terra in cui viviamo e la nostra stessa umanità. Non lo andrò a vedere non perchè creda che film come questo mandino messaggi sbagliati, ma perchè vedo così lucidamente la violenza montarci intorno che un film come questo non può aggiungere altro a ciò di cui sono crudamente consapevole. Grazie per le emozioni che hai voluto comunicarci. 
Antonella
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 8 marzo 2011

LE LOTTE DELLE LAVORATRICI E DELLE DONNE RADICALIZZATE, di Antonella Marazzi

Scritto nell’estate del 1973 e reso pubblico ad ottobre (poi ripubblicato nel volume Il centrismo sui generis, del 2006), questo testo fu elaborato da Antonella Marazzi nel quadro della polemica contro la direzione italiana della sezione italiana della Quarta internazionale che all’epoca rifiutava di impegnarsi nel movimento di liberazione delle donne per limiti di ingenuo operaismo. Il testo porta i segni del tempo trascorso, ma siamo felici di presentarlo alle nostre lettrici e ai nostri lettori nell’occasione di questo 8 marzo, come antidoto contro la ritualità che ormai caratterizza l’anniversario e come testimonianza storica del primo documento italiano in cui la “nuova” questione femminile veniva formulata in termini rivoluzionari (marxisti libertari). [la Redazione]

La forte ondata di radicalizzazione che ha investito dalla metà degli anni ‘60 molte delle società a capitalismo avanzato, ha avuto come suo non secondario prodotto la rinascita della «questione femminile». L’oppressione femminile, che gli stessi Marx ed Engels non esitarono a definire come la forma più antica, antecedente a ogni altra oppressione di classe, paradossalmente è stata anche l’ultima sulla quale ci sia stata una presa di coscienza da parte delle stesse donne che ne sono l’oggetto direttamente in causa. Lo stesso movimento delle suffragette che era l’espressione della prima presa di coscienza politica al livello di massa dell’oppressione femminile, non nasce che ai primi anni del secolo [del Novecento].
Ciò è dovuto essenzialmente alla natura composita di questa oppressione, che ha contenuti non solo economici, ma anche psicologici e più in generale culturali. D’altra parte, le donne oppresse nella loro totalità (anche se a volte con sfumature diverse) in quanto «sesso debole», non sono neppure definibili globalmente in termini di classe. Esse appartengono come «altro sesso» a tutte le classi esistenti e quindi sono più o meno oppresse e sfruttate nella misura in cui lo sono le classi di cui fanno parte.
Tuttavia, a queste forme fondamentali di sfruttamento e oppressione che dividono con il resto delle masse oppresse, si aggiunge per tutte l’oppressione data dal loro essere donne. Di tale oppressione è ovviamente possibile una presa di coscienza nella misura in cui essa si accompagna ad altre contraddizioni e situazioni di disagio. Per tale motivo le donne della borghesia possono prendere coscienza della propria condizione, molto più difficilmente delle piccolo-borghesi e delle lavoratrici. È necessario tenere costantemente presente tali specificità per poter comprendere a fondo il fenomeno della radicalizzazione delle donne espressasi nella maniera più compiuta con la formazione dei movimenti di liberazione femminile. Tali specificità sono in ultima analisi l’elemento che rende importante e necessaria la creazione di un movimento politico di massa che esprima la radicalizzazione femminile in termini esplicitamente anticapitalistici.
La sola presa di coscienza non è sufficiente a superare d’un balzo un modo di vivere, di pensare, di fatto tutta una tradizione culturale radicatasi nei millenni, che da sempre (o quasi) ha visto la donna in posizione «naturalmente» subordinata, dipendente. Lo stesso movimento operaio di ispirazione staliniana e socialdemocratica non è andato mai oltre le petizioni di principio. Tutti i paesi che hanno visto la realizzazione di una rivoluzione socialista non hanno assistito a un’automatica liberazione delle donne a tutti i livelli, da quello economico a quello sessuale, da quello ideologico a quello sociale. Lo sciovinismo maschile, che altro non è se non l’espressione della cultura borghese nei rapporti tra i sessi, tende a rimanere presente praticamente anche quando in teoria l’eguaglianza dei sessi è sancita ufficialmente.
Per tali motivi le lavoratrici e le donne radicalizzate hanno la necessità storica di gestire la propria lotta «autonomamente», rifiutando anche gli schemi semplicistici fatti propri dal movimento operaio tradizionale, tendenti a predicare l’inutilità di una simile autoconduzione attiva e militante delle donne, nell’ambito di una visione che considera la liberazione femminile automatica con l’avvento di una rivoluzione socialista. Il problema, come dimostrano le esperienze dirette, è più complesso e l’uso di una gestione autonoma favorirà non solo la crescita collettiva, ma evidenzierà più profondamente (nella misura in cui saranno le stesse donne a farlo) tutte le implicazioni di natura ideologica, economica, e politica presenti nell’oppressione femminile.
D’altra parte, le profonde contraddizioni cui sono soggette le donne in una società a capitalismo avanzato, in cui il loro ruolo subalterno e dipendente non si esprime in forme dirette come nelle società precapitalistiche e contadine - bensì è mediato e camuffato dalla «nuova posizione» che è ad esse affidata nel mondo del lavoro, dalla falsa emancipazione (in cui continueranno a essere ancora oggetto e non soggetto attivo) - non possono non favorire una profonda radicalizzazione.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.