L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 26 aprile 2017

INTERVISTA A PINO BERTELLI SUL PENSIERO FILOSOFICO-POLITICO DELL'INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA, di Vanna Bertoncelli

Guy Debord, 1954
V.B. Come, perché e a chi deve il suo interesse per il neo-Situazionismo?

P.B. «È stato nel '68 che ho conosciuto le opere dell'Internazionale Situazionista, un gruppo di artisti e filosofi che hanno occupato l'università di Nanterre e della Sorbona e dato inizio alla rivoluzione della gioia… il '68, appunto… i loro testi erano in francese e abbiamo contribuito a tradurli e diffonderli.
Ho conosciuto uno dei fondatori dell'Internazionale Situazionista… Guy Debord, nel 1977… nei giorni in cui fu espulso dall'Italia perché "persona indesiderata"… Debord è considerato uno dei più grandi filosofi del '900… ha scritto La società dello spettacolo, uno dei libri più rubati del '68. Vorrei ricordare che nel '68 anche i vini e le marmellate vennero più buoni!».

V.B. Se potessimo definirlo come una corrente di pensiero, quale sarebbe la sua specificità?

P.B. «La filosofia sovversiva non sospetta dei situazionisti… hanno disvelato le menzogne della politica istituzionale, dell'arte mercantile e della servitù della stampa a ogni potere… lavoravano per una società più giusta e più umana. I situazionisti sostenevano che trovare un rivoluzionario autentico è difficile quanto scovare un uomo onesto in parlamento».

V.B. Quali sono le finalità di questo pensiero?

P.B. «Le finalità del pensiero situazionista sono di assaltare il cielo del conformismo e restituire dignità agli ultimi, agli esclusi, agli oppressi, e per realizzare questo tutti i mezzi sono buoni. I situazionisti passavano dalla critica radicale dell'arte all'arte radicale di ogni politica e la notte giravano intorno al fuoco della ragione, pensavano che con la caduta degli idoli sarebbero crollati anche i pregiudizi… mi pare un buon debutto».

V.B. Chi sono i maggiori esponenti, e chi i destinatari?

P.B. «I cattivi maestri dell'Internazionale Situazionista, alcuni dei quali ho ben conosciuto e frequentato, sono Debord, Vaneigem, Jorn, Sanguinetti… tanto per fare qualche nome. I destinatari del loro pensiero sovversivo sono tutti quelli che dicono a ogni forma di potere: la mia parola è NO!».

V.B. In quali zone della nostra Penisola il neo-Situazionismo è presente? E all'estero come stanno le cose?

P.B. «Il pensiero ereticale dell'Internazionale Situazionista è disperso ovunque ci siano uomini e donne che pensano con la propria testa… e lavorano principalmente alla destituzione dell'ipocrisia istituzionale. I situazionisti dicevano che tutti quelli che erano belli e intelligenti potevano entrare nell'Internazionale Situazionista… e dare inizio allo smantellamento del pensiero dominante. Va detto: l'IS si è autosciolta nel 1972, ma la seminagione libertaria di critica radicale della società mercantile dell'IS non è mai morta».

V.B. Con quali modalità viene comunicato e diffuso questo pensiero? E con quali finanziamenti?

P.B. «Modalità? Finanziamenti, MI CHIEDI? I situazionisti non hanno codici né regole da rispettare… ogni cosa va bene quando si tratta di abolire i partiti politici e fondare una società di liberi e uguali… il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto. Grazie, e che sia lode ora a uomini di fama».

mercoledì 29 marzo 2017

YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati Uniti intenderebbe aumentare l'appoggio militare all'Arabia Saudita nella guerra iniziata da questo paese contro lo Yemen. Per la stragrande maggioranza del grande pubblico la notizia può essere sorprendente, giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è detto che i più ne conoscano le cause.

DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

Ai nostri fini la sommaria ricostruzione della travagliata e sanguinosa storia dello Yemen può partire dal 1962, quando un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo monarca, il giovane imam sciita zaydita Muhammad al-Badr, e venne proclamata la Repubblica.
Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia Saudita - continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una sanguinosissima guerra civile in cui intervennero direttamente truppe egiziane (fu il "piccolo Vietnam" di Nasser).
La guerra civile finì al termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad accordi tra Il Cairo e l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente "mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei repubblicani. Questo per quanto riguarda lo Yemen settentrionale.
Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva costituito una Federazione Araba Meridionale, dal 1963 il Fronte di Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la guerriglia contro i Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello Yemen (diventata nel 1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), con capitale Aden, che ebbe il primato di essere l'unico Stato comunista del mondo arabo.
Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite risalgono agli inizi degli anni Settanta, ma senza esito fino al crollo dell'Unione Sovietica.
Nel 1990 Yemen del Nord e del Sud si riunirono. Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una secessione. L'esercito rimasto fedele al governo unitario, molto più forte di quello secessionista e appoggiato anche da elementi del Sud, domò la ribellione nel corso dello stesso anno.
È interessante notare che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a prescindere dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva l'unificazione yemenita, suscettibile di diventare un polo di attrazione pericoloso per le pretese di egemonia di Riyad sulla Penisola arabica.
A questo punto possiamo saltare fino al presente secolo.

lunedì 31 ottobre 2016

SETTEMBRE 1939: CONQUISTA E SPARTIZIONE DELLA POLONIA FRA TERZO REICH E UNIONE SOVIETICA. ALL'ORIGINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE, di Michele Nobile

A Stalin, Mosca
La prego di accettare i miei più sinceri complimenti per il suo sessantesimo compleanno. Colgo l'occasione per farle i miei migliori auguri. Le auguro personalmente buona salute e un futuro felice per i popoli dell'amica Unione Sovietica.
(Adolf Hitler, 21 dicembre 1939)

A Stalin, Mosca
Ricordando le storiche ore al Cremlino, che hanno inaugurato la svolta decisiva nei rapporti tra i nostri due grandi popoli, così creando le basi per una duratura amicizia, vi prego di accettare le mie più vive felicitazioni per il suo compleanno.
(Joachim von Ribbentrop, ministro degli Affari esteri del Reich)

A Ribbentrop, Berlino
Grazie, Signor Ministro, per i suoi auguri. L'amicizia di sangue sigillata tra i popoli della Germania e dell'Unione Sovietica mostra tutti i segni di essere forte e duratura.
[Iosif Stalin (Pravda, 25 dicembre 1939)]

Camuffata sotto forma di trattato di non aggressione (con annesso protocollo segreto), l'alleanza di fatto fra l'Unione Sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler stipulata il 23 agosto 1939 risolse il fondamentale problema strategico della Germania: evitare la guerra su due fronti.
Il Patto d'agosto fu quindi la condizione politica e militare per l'invasione nazista della Polonia, perché ne rendeva impossibile la difesa mediante la costituzione di un forte fronte orientale contro la Wehrmacht1, e per questa stessa ragione fu anche la necessaria condizione strategica della sconfitta degli Alleati nel 1940 e dei successi politici e militari del nazismo in Europa fino al 1941. Che fra Hitler e Stalin si fosse stabilita un'alleanza di fatto è confermato dagli eventi successivi.
Nel settembre 1939 non fu solo la Wehrmacht ad aggredire la Polonia: all'attacco nazista del 1° settembre fece seguito l'invasione dell'Armata rossa da oriente, il 17 dello stesso mese. Nel secondo articolo del Protocollo segreto allegato al Patto di non aggressione era stato stabilito, fra l'altro, che «nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area dello Stato polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno definite all'incirca dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San». Inoltre, la decisione circa il «mantenimento di uno Stato polacco indipendente» venne rimandata al corso «degli ulteriori sviluppi politici»2. È quindi indubbio che ad agosto Hitler e Stalin concordarono la divisione delle sfere d'influenza in Polonia e nell'area baltica. Il Patto d'agosto venne rafforzato il 28 settembre da un Trattato di amicizia fra Germania e Urss che ridefinì le frontiere fra i due Stati nella conquistata Polonia, e accompagnato da un altro Protocollo segreto con cui le due potenze si impegnarono a scambiarsi popolazioni e prigionieri di guerra e a collaborare nella repressione della resistenza polacca; iniziarono anche i negoziati per la crescita degli scambi commerciali e la collaborazione militare, con la messa a disposizione del porto di Murmansk per le navi tedesche e della «Base nord» per i sommergibili, nella grande base navale di Zapadnaya Litsa, non lontana da Murmansk.
Tuttavia, una corretta e completa valutazione della duplice invasione e della spartizione della Polonia richiede che si risponda a diverse domande. Innanzitutto a queste: se il Protocollo allegato al Patto d'agosto definiva le sfere d'influenza, da questo scaturivano necessariamente oppure no anche l'invasione sovietica e la spartizione della Polonia? E poi: come si combinarono le prospettive di lungo periodo e l'improvvisazione tattica nelle decisioni sovietiche di invadere la Polonia, di annettere i Paesi baltici e di dichiarare guerra alla Finlandia? Quali erano e che valore avevano le giustificazioni sovietiche dell'invasione della Polonia? Corrisponde al vero che l'entrata dell'Armata rossa in Polonia aveva lo scopo di proteggere i bielorussi e gli ucraini, sui quali «incombeva il pericolo di cadere sotto il dominio tedesco», e che essa fu una «campagna di liberazione, per proteggere la vita e i beni della popolazione della parte occidentale della Bielorussia e dell'Ucraina occidentale», come sostenuto dalla pubblicistica e dalla propaganda sovietica3? È vero che senza l'intervento sovietico «l'Ucraina occidentale e la Bielorussia sarebbero diventate teste di ponte per aggredire l'Unione Sovietica»? Corrisponde al vero che «il governo polacco non era in grado di difendere il paese, abbandonò il popolo polacco al suo destino e fuggì all'estero»4? Per quale ragione e in che modo Stalin e Hitler decisero di cancellare del tutto la Polonia dalla mappa politica d'Europa, non concedendo neanche uno Stato polacco residuale? Quali erano i rapporti tra Mosca e le cancellerie degli Stati liberali in guerra con la Germania nazista? Quale significato politico e militare reale assunse la posizione di formale neutralità dell'Unione Sovietica nella guerra continentale? E quindi: qual era la situazione nel teatro di guerra al momento dell'invasione sovietica e quali furono per l'esercito polacco le conseguenze dell'attacco dell'Armata rossa? Come interagirono nel teatro polacco l'Armata rossa e la Wehrmacht? Come forze tra loro potenzialmente ostili o come alleate di fatto? E ancora: corrisponde o no a verità l'immagine della Wehrmacht tanto potente ed efficace, per armamento e per dottrina operativa, da risultare una macchina da guerra invincibile? È vero o no che con i Patti d'agosto e di settembre l'Unione Sovietica guadagnò tempo e spazio per prepararsi adeguatamente alla guerra con il Terzo Reich? A prescindere dalla valutazione politica ed etico-politica e considerando la questione in base ai criteri dell'approccio «realistico» alla politica internazionale, il calcolo strategico di Stalin nell'estate 1939 era ben fondato? Considerando i rapporti di forza, non sarebbe forse stato preferibile per l'Unione Sovietica battersi nel 1939 invece che subire l'attacco nel 1941?

mercoledì 7 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.

giovedì 1 settembre 2016

77 ANNI DA QUANDO HITLER E STALIN ALLEATI DIEDERO INIZIO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE: ATTUALITÀ POLITICA E PROBLEMI STORIOGRAFICI E TEORICI DEL PATTO NAZI-SOVIETICO, di Michele Nobile

Nella notte del 23 agosto 1939 la Germania nazista e l'Unione Sovietica firmarono un Patto di non aggressione con il quale
«Le due parti contraenti s'impegnano ad astenersi da ogni atto di violenza, da ogni atteggiamento aggressivo e da ogni attacco contro l'altra parte, e questo sia da sole sia assieme ad altre potenze»1.
Così, nell'imminenza dell'aggressione nazista alla Polonia, Stalin si impegnò per dieci anni a intrattenere relazioni pacifiche e amichevoli con il Terzo Reich. Noto come patto Molotov-Ribbentrop, preferisco indicare il trattato del 23 agosto 1939 fra Germania e Unione Sovietica come patto fra Hitler e Stalin, perché questa denominazione rende meglio la sostanza dell'accordo e ben altra è la risonanza emotiva e politica suscitata dall'associazione di quei due nomi.
Al patto era allegato un Protocollo segreto. Nel poscritto alla bozza di trattato di non aggressione trasmessa il 19 agosto da Vjačeslav Michajlovič Molotov - presidente del governo sovietico, il Sovnarkom, e ministro degli Esteri – all'ambasciatore tedesco Friedrich-Werner von der Schulenburg, si specificava che il trattato sarebbe entrato in vigore «soltanto con la firma simultanea di un Protocollo speciale, includente i punti d'interesse delle parti contraenti nell'ambito della politica estera. Il Protocollo sarà parte integrante del Patto»2.
Il poscritto di Molotov fornisce l'interpretazione autentica dell'accordo con Hitler: Protocollo e Patto sono inseparabili. È importantissimo prendere nota di questo fatto perché quella della separabilità o meno del Patto e del Protocollo è ancora oggi questione politicamente scottante. L'affermazione di Molotov è pure indispensabile per comprendere il motivo che spinse Stalin ad accordarsi con Hitler e per stabilire quando venne presa questa decisione a Mosca.
Il Protocollo è inseparabile dal Patto perché ne fu la condizione e la sostanza: fu la disponibilità nazista a concordare con la dirigenza sovietica le sfere d'interesse tra Polonia e Baltico e fino al Mar Nero che convinse Stalin a firmare un patto di non-aggressione con Hitler. Il primo articolo del Protocollo segreto recita infatti che
«Nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area degli Stati baltici (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania), il confine settentrionale della Lituania segnerà il limite tra la sfera d'influenza della Germania e quella dell'Urss; col che le due parti riconosceranno che il territorio di Vilna rientra nella sfera d'interesse della Lituania».
Il secondo articolo stabilì che «nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area dello Stato polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno definite all'incirca dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San». Le parti contraenti decisero di rimandare al corso «degli ulteriori sviluppi politici» il problema del «mantenimento di uno Stato polacco indipendente». Infine, l'Unione Sovietica faceva presente di avere interessi in Bessarabia e la Germania dichiarava di non avere alcun interesse politico in questa zona»3.

mercoledì 30 dicembre 2015

LA «QUESTIONE PALESTINESE», di Pier Francesco Zarcone

Yerushalayim, Gerusalemme, al-Quds
PREMESSA

Trattando il presente articolo di storia e di politica vale la pena ribadire - contro un ricorrente equivoco - che non vi si troverà quel che non esiste: l'obiettività. O meglio, di essa pontificano solo le illusioni dei «benpensanti» educati dal filisteismo borghese, oppure (peggio ancora) la propaganda dolosa di quanti intendono mistificare per «obiettiva» la propria versione/interpretazione delle cose. L'obiettività è un miraggio, non foss'altro perché ciascun essere umano nel corso della sua vita affronta i problemi e le situazioni in base alle esperienze via via pregresse e inclusive di ciò che il filosofo Hans-Georg Gadamer (1900-2002) chiamò «pregiudizi», argomentandone tuttavia la non aprioristica negatività1. D'altro canto,
«chi scrive di Storia ha naturalmente concetti di natura ideologica e teorica più o meno approfonditi. Concetti di classe che rendono inevitabile il differente apprezzamento degli eventi. È lecito che chi scrive di storia abbia già in partenza un apprezzamento generale […]. Non è lecito che si cerchi e si citi, senza verificarne la verità, elementi che comprovino i suoi anteriori apprezzamenti. Tanto meno è lecito omettere, rigettare e combattere elementi di verità incontestabile, di segno contrario»2.
Altrimenti si ha partigianeria, mistificazione ben poco favorevole alla comprensione (propria e degli altri). Tuttavia si può essere di parte senza diventare partigiani. Ovviamente anche l'autore del presente articolo è di parte, in quanto nettamente ostile al sionismo (l'Ebraismo è una religione rispettabile come tante altre), il che oggi comporta l'automatica accusa di antisemitismo. Pazienza, non si muore per questo. L'autore semmai spera di non essere incorso nella partigianeria, scusandosene in anticipo qualora non ci fosse riuscito.
«Questione palestinese» è il nome ormai correntemente dato a una delle maggiori e infinite tragedie collettive dell'età contemporanea. Inutile cercarvi i «buoni» e i «cattivi», convertendosi spesso gli uni negli altri, e viceversa; più facile, invece, trovarvi le ingiustizie e le loro vittime, oltretutto mistificate dalla propaganda partigiana e manichea di matrice sionista, recepita dai grandi media come politicamente corretta e veritiera. Vittime dotate di solide ragioni, ma ancora con la dimostrazione che aver ragione senza avere la forza (compresa quella finanziaria) non serve a nulla. Vale la pena specificare la differenza fra essere vittime ed essere «giusti»; e quindi nel prosieguo dell'esposizione non ci sarà spazio per essi, dei quali d'altronde non si trova traccia in giro, per quanto sopravviva la speranza che sussistano davvero i 36 giusti di cui parla la tradizione mistica ebraica, reggitori spirituali delle sorti del mondo per evitare che sprofondi ancor di più nel caos. Ma, ahimè, costoro sono e restano in stato di mistico occultamento.

sabato 21 novembre 2015

ISIS E JIHADISMO: DOPO IL 13 NOVEMBRE, di Pier Francesco Zarcone

LA TRAGICITÀ DEL PRESENTE MOMENTO STORICO

Dopo i recenti attentati jihadisti a Parigi - un ulteriore episodio (e nemmeno dei più rilevanti in termini quantitativi) di una lunghissima catena di orrori di cui non si vede la fine - è difficile restare in silenzio. Ma c'è il problema di cosa dire, tanto più che commentatori di professione e tuttologi di varia tendenza stanno intervenendo in massa, in una profusione di banalità e di pseudoricette sul cosa fare.
L'Isis appare ormai come il nemico numero uno non solo per gli occidentali o i non musulmani, ma anche e soprattutto per gli stessi musulmani che, in definitiva, ne sono le prime vittime: non si dimentichi che a combattere sul campo i jihadisti ci sono proprio dei musulmani di ben diverso orientamento. E qui sta un primo problema.
Non da oggi va registrata l'assenza di protagonisti del passato da cui - in qualche modo, e pur con tutti i noti limiti - ci si poteva aspettare una produzione di anticorpi rispetto al radicalismo omicida degli islamisti. Ci si riferisce alle sinistre dei paesi islamici, al "progressismo" laico - per quanto militar-borghese - al nazionalismo arabo e al ruolo teoricamente esercitabile da élite musulmane non reazionarie. Tutto questo non c'è più, e nemmeno ci si può illudere che vi siano elementi "in sonno", nascosti da qualche parte per motivi tattici. Al riguardo è sintomatica la situazione turca, in fase pesantemente involutiva rispetto al periodo del repubblicanesimo kemalista, laicizzante alla sua maniera. Molti sono gli osservatori che indicano, tra i principali fattori che favoriscono la crescita dell'Isis, l'assenza di una vera sinistra: si tratta di una mera e irrilevante constatazione, non potendo indicare alcun effettivo rimedio terapeutico a breve termine che non sia l'ipotetica ricostruzione di una tale sinistra.
L'assenza dei protagonisti del passato fa sì che la partita oggi si giochi (sulla pelle delle vittime) tra imperialismi e jihadismo, peraltro a sua volta e a modo suo intenzionato a svolgere un ruolo imperialistico o subimperialistico. E quindi (riprendendo una considerazione di Roberto Massari che condivido pienamente) la necessaria azione militare capace di portare alla massiccia eliminazione fisica dei militanti dell'Isis può essere realizzata solo da eserciti e polizie dei principali paesi imperialistici (Russia inclusa, ovviamente). E questo rivela l'impotenza storica a cui l'umanità è approdata, poiché gli assassini (dell'Isis) possono essere eliminati solo da altri assassini (imperialisti), sicuramente in grado di farlo, qualora lo volessero realmente. La tragedia della realtà attuale è anche questa.

mercoledì 21 ottobre 2015

«SYRIANA», di Pier Francesco Zarcone

L'intervento russo in Siria ha scombinato e di molto l'assetto della scacchiera del Vicino e Medio Oriente, e le conseguenze militari e politiche già si vedono. Sul piano militare si assiste ad azioni di bombardamento ben più massicce di quelle finora effettuate dalla scombiccherata "coalizione" messa su da Obama; nella guerra delle opposte propagande si registrano informazioni russe che danno nel mirino tutto il fronte della ribellione, Isis inclusa, mentre gli Stati Uniti accusano la Russia di colpire soprattutto (se non esclusivamente) i cosiddetti ribelli "moderati", cioè la fazione finora sponsorizzata e rifornita da Washington e la cui "moderazione" è solo asserita dal governo statunitense. Probabilmente anche in tale polemica la verità sta nel mezzo, e d'altro canto è ovvio che l'aviazione russa colpisca pure l'Esercito Libero Siriano, altrimenti quale intervento in favore di Assad sarebbe mai? Intanto va preso atto del deciso incremento dell'azione terrestre sviluppata dall'Esercito Arabo Siriano del governo di Damasco col sostegno aereo russo - ne riparleremo in seguito. Comunque non pare che in Iraq l'aviazione occidentale sostenga allo stesso modo l'esercito di Baghdad. Ma poiché la situazione bellica si va evolvendo, se ne devono solo attendere gli sviluppi.

CONSEGUENZE POLITICHE E OBIETTIVI DIVERGENTI DELLE PARTI IN CAUSA

Si tratta di conseguenze multiple. In primo luogo si deve evidenziare l'oggettivo rafforzamento (anche militare) dell'asse sciita nella regione (Iran, Siria di Damasco, Iraq di Baghdad, Hezbollāh libanese, Houthi yemeniti), in parallelo con l'altrettanto palese fallimento della politica di Obama. In relazione a essa la recente dichiarazione del presidente della Repubblica Ceca, Miloš Zeman, sulla mancanza di vere alternative ad Assad è frutto di semplice buon senso, in quanto l'Isis - che sarebbe l'unica alternativa reale - non può essere considerato tale. Interessante notare che in relazione a questo problema le posizioni cominciano a non essere più rigide come ieri: è del 20 ottobre la notizia che addirittura l'Arabia Saudita potrebbe "tollerare" la permanenza di Assad in una fase di transizione, almeno secondo quanto ha detto il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubayr, all'emittente satellitare Al Arabiya.
In merito all'attuale asse Mosca-Teheran, va rimarcato un particolare non molto conosciuto: il piano d'azione russo in Siria è stato elaborato da un generale iraniano (Qassem Soleimani, comandante della forza d'élite Quds, addestrata a operare fuori dall'Iran e direttamente sottoposta ad Ali Khamenei), e Putin l'ha accettato dopo una riunione a Mosca nello scorso luglio.

martedì 3 marzo 2015

LA TRAGEDIA DI «BLASCO», di Roberto Massari

Recensione al libro di Roberto Gremmo La tragedia di «Blasco». Pietro Tresso coi partigiani nella «Montagne Protestante» e nel Meygal (Storia Ribelle, Biella 2014), apparsa in Progetto Comunista, n. 50, marzo 2015.

La tesi centrale è riassunta in quarta di copertina dall'autore/editore: «Testimone diretto dell'eccidio fu il pastore protestante Daniel Besson che nel 1992, in un qualificato convegno di studi, rivelò una circostanza di straordinaria importanza: uno dei caduti sotto il piombo nazi-pétainista sarebbe stato l'italiano Pietro Tresso. Senza saperlo, con quest'affermazione il candido uomo di Fede cancellava centinaia di pagine scritte per raccontare, senza veri dati di fatto, che Tresso detto "Blasco" sarebbe stato assassinato in una formazione di maquis da implacabili e crudeli sicari al servizio di Stalin».
Il libro però, nonostante la promessa del titolo, parla della morte di Tresso solo in poche pagine: nell'introduzione (pp. 3-20, dove si liquidano sbrigativamente quasi tutte le ricerche precedenti) e nelle pagine finali. In mezzo si aprono molte finestre che con la morte del rivoluzionario scledense (di Schio) hanno poco a che vedere.
Nelle pagine 21-92 è delineata una sintesi della sua vita politica, molto schematica, corredata però da materiali inediti (soprattutto documenti di polizia reperiti per lo più nell'Archivio Centrale dello Stato). Non vi è alcun riferimento alla mia ricostruzione della battaglia della NOI (da me premessa nel 1977 alla ripubblicazione del Bollettino omonimo); ma non vengono utilizzati nemmeno i molti dati sulla vita di Tresso contenuti in alcune ricerche più recenti, come L'informatore: Silone, i comunisti e la polizia di D. Biocca-M. Canali (2000), seguìto da tre libri del 2005: Silone. La doppia vita di un italiano di D. Biocca; L'incudine e il martello. Aspetti pubblici e privati del trotskismo italiano di E. Francescangeli (370 pp., prive purtroppo di un Indice dei nomi); Le tre sorelle Seidenfeld di S. Galli. Neanche un cenno al romanzo Il vento contro di S. Tassinari, dedicato a Tresso (2008). E comunque trascura (tranne fugaci richiami) anche lavori «pionieristici» come Blasco di A. Azzaroni (1962), ripreso in Blasco/Pietro Tresso. La vie d'un militant di A. Azzaroni-P. Naville-I. Silone (1965) e Vita di Blasco di P. Casciola e G. Sermasi (1985). Del libro fondamentale sul tema della morte - Assassini nel maquis di P. Broué e R. Vacheron (1996) - parla incidentalmente, ma solo per liquidare i racconti ivi riportati di testimoni presenti nel campo in cui gli stalinisti tennero prigionieri Tresso e gli altri trotskisti, e che molti anni dopo (nel 1991-92) hanno deciso di parlare1.

venerdì 16 gennaio 2015

GENS UNA SUMUS: GLI SCACCHI OLTRE LE DIFFERENZE ETNICHE E RELIGIOSE, di Riccardo Vinciguerra e Paolo Moisello

Su proposta del nostro compagno alessandrino - e sommo scacchista - Riccardo Vinciguerra (Mongo), pubblichiamo questa vignetta di Paolo Moisello, in accordo con un clima di ottimismo rivoluzionario che continuiamo a propugnare, nonostante i tragici atti di terrorismo di stampo jihadista succedutisi a Parigi la scorsa settimana (nella redazione di Charlie Hebdo e in un supermercato kosher).
Il disegno è apparso per la prima volta sul sito SoloScacchi.org, gestito con passione da Riccardo assieme ad un 'collettivo' di amici e dedicato al nobile gioco in tutte le sue declinazioni. [la Redazione]

giovedì 24 gennaio 2013

RIFLETTENDO SULL'AGGRESSIONE AL MALI, di Roberto Massari e Pier Francesco Zarcone


LETTERA DI MASSARI A ZARCONE SULL’AGGRESSIONE AL MALI

Caro Zarco, riguardo al tuo articolo sui francesi in Mali, devo dirti che non ho potuto fare a meno di intitolare un tuo paragrafo con la parola "aggressione", che invece non è mai comparsa all'interno del testo - con cui, però, si lasciava capire che di aggressione si tratta, ma senza dirlo esplicitamente.
Ne ho dedotto che in ultima analisi consideri anche tu l'intervento francese in Mali come un’aggressione, ma ti eri semplicemente dimenticato di dirlo.

Che poi tale aggressione sia "comprensibile" in termini economici, politici e fors'anche militari - vedremo nei prossimi giorni - nulla toglie al suo carattere d'intrusione di una vecchia potenza afrocolonialistica nella vita di una vecchia ex colonia afrocoloniale, caduta dalla padella nella brace e dalla brace direttamente sui tizzoni ardenti.
Francamente, se uno mi fermasse per la strada e mi chiedesse. "Ma insomma, tu che critichi sempre queste aggressioni, che cosa proporresti di fare davanti all'espansione del jidasmo?". Gli risponderei: "Caro mio, al punto in cui siamo arrivati non c'è più molto che si possa fare: a macchia di leopardo il problema è destinato a protrarsi indefinitamente, oggi e ieri in Africa, oggi e ieri in Medio Oriente, prima o poi anche nel Centro e Sudest asiatico (e non solo Filippine o Indonesia) .
L'imperialismo affronta ormai da decenni questo problema con gli interventi militari e non viene a capo di nulla. Quindi per lo meno questo è chiaro: che gli interventi militari non funzionano nemmeno sotto questo profilo e tendono a far crescere il problema. Forse se provasse a investire le risorse che spreca per le spese militari nello sviluppo sociale e culturale di questi stessi paesi otterrebbe dei risultati migliori. Ma per farlo dovrebbe suicidarsi in quanto imperialismo. Quindi il serpente si morde la coda. Conclusione che mi pare deducibile anche dalla sostanza del tuo articolo, al di là delle parole con cui lo dici.
Insomma, che gli piaccia o no, l'imperialismo continua ad aver bisogno di queste aggressioni per la propria dinamica interna. A lui non serve il jidaismo: gli serve l'aggressione. Ma senza jidaismo non ci sarebbe aggressione (forse). Quindi necessità che il jidaismo esista, ma che allo stesso tempo non prevalga militarmente. Un autentico vicolo cieco.
Infine, considerazione inter nos da non sottovalutare: l'opinione occidentale è indubbiamente favorevole a questo intervento e lo è per tante ragioni, non tutte riconducibili a interessi corporativi o reazionari (basti pensare alla questione delle donne, alla libertà religiosa, nonché a quella degli ostaggi in Algeria). Sarebbe un errore considerare questa aggressione alla stessa stregua di quelle degli Usa in Vietnam (ma già in Iraq...). Lo sfaldamento del fronte pacifista antiaggressione lo si era visto già all'epoca dell'aggressione all'Afghanistan, cioè al regime fanatico e precapitalistico dei Talebani (i 110 Forchettoni rossi italiani che votarono a favore di quell’intervento non furono un incidente di percorso); poi lo si vide in Libia (cioè nell'aggressione alla dittatura feroce di Gheddafi, un regime capitalistico condannabile da tutti i punti di vista). Ora lo si vede in Mali. E nessuno recrimina per le stragi di islamisti fatte dal governo algerino alcuni anni fa  onde non accettare la sconfitta elettorale all'interno del proprio sistema parlamentare. La nostra cattiva coscienza collettiva ha semplicemente rimosso quella storia sanguinosa, antidemocratica ma apparentemente "politicamente corretta".
Quindi attenzione anche al rischio di settarismo da parte mia e nostra nell'utilizzo dei termini. Di aggressione si tratta, ma non tutte le aggressioni sono uguali e non tutte vengono vissute allo stesso modo dalla popolazione civile. È facile perdere la bussola in un marasma simile. (Pensa al Centrosinistra italiano che vede Bersani schieratissimo con l'aggressione – così come con tutte le altre aggressioni precedenti - mentre Vendola dice timidamente che si tratta di un errore). In Francia sembrano averla persa in molti, comprese le correnti di pensiero che furono in prima linea nella solidarietà con la lotta del popolo algerino.
Ciao
Roberto



L’INTERVENTO FRANCESE IN MALI COME SPUNTO PER PROBLEMI IDEOLOGICI, DI COSCIENZA E POLITICI, di Pier Francesco Zarcone

Una questione complessa
Non è affatto raro che di fronte alla complessità del divenire storico sia tutt’altro che agevole effettuare scelte in linea con una ferrea coerenza ideologica (con inerente “salvataggio della propria anima”). Infatti non è sempre agevole (e a volte n on è addirittura possibile), ricavare il “che fare?” attuale o l’atteggiamento da assumere in base a schemi che – piaccia o no – sono necessariamente tarati su fasi storiche ben precise e diverse. Con la conseguenza che spesso gli stessi valori soggiacenti a detti schemi rischiano di rimanere solo sullo sfondo, nel cielo del “dover essere”. Difficoltà del genere sono state vissute, per esempio, dagli anarchici che - come tali e in prima persona - hanno partecipato a processi rivoluzionari, nel cui corso hanno dovuto adottare iniziative a dir poco spurie, ma finalizzate alla difesa della Rivoluzione (si pensi alla temibile Ceka degli anarchici in Spagna). Il fine programmatico si è dovuto coniugare irrimediabilmente con la realpolitik. Senza dubbio o stesso vale quando si parla di atteggiamento da assumere di fronte a certi eventi.

Rientra perfettamente in questo quadro problematico l’intervento militare francese in Mali, assumibile come spunto per riflessioni, anche antipatiche, tenuto conto del suo appartenere a un ambito su cui le sinistre da tempo si sono divise, spesso vendendosi per il classico “piatto di lenticchie”.  
Il cui carattere neocolonialista dell’azione francese non può venire occultato, né dalle pur esistenti motivazioni umanitarie né dalla richiesta di aiuto fatta da una specie di governo fantasmatico che in fondo rappresenta solo sé stesso. Resta tuttavia il problema del cosa fare e come porsi di fronte alla virulenta azione armata transnazionale dei jihadisti islamici. Abbiamo già sottolineato come ormai sia in atto lo scontro fra essi e tutto il resto, e come il jihadismo sia considerabile a tutti gli effetti un pericoloso nemico anche e soprattutto per le componenti laiche e di sinistra del mondo intero (e di quello musulmano prima di tutto). È bene ricordarlo, trattando qui dell’atteggiamento da assumere verso un nemico mortale, oltre tutto non alieno dal fare opportunistici affari con il capitalismo.  
Fuor di discussione che la questione sia di estrema complessità: un “nodo gordiano” non facilmente scioglibile.
Il 21 gennaio su La Stampa è comparso un interessante reportage dal Mali in cui si cerca anche di far capire quale sia in questo paese l’atteggiamento popolare verso la presenza dei soldati di Parigi. Che qualche maliano parteggi per i jihadisti è comunque scontato, ma quel che colpisce è la franchezza priva di fronzoli con cui un locale grida ai soldati francesi «Stavolta non limitatevi a cacciarli [i hihadisti], sterminateli tutti». È un atteggiamento assai condiviso anche in Occidente, e non ne sono immuni neppure settori della sinistra, quand’anche qui in parecchi preferiscano dirlo francamente. Tutto questo è ahimè comprensibile di fronte alla realtà del jihadismo, fatto di fanatici sanguinari, incolti altresì in un’ottica islamica, prontissimi a usare omicidio e mutilazione verso quanti la pensano diversamente: un’ennesima dimostrazione di come quando un’ideologia (laica o religiosa che sia) legittima lo sfogo della cattiveria umana sui deboli e gli indifesi, allora certa gente accorre sollecita.

lunedì 21 gennaio 2013

PERCHÉ L’AGGRESSIONE FRANCESE IN MALI?, di Pier Francesco Zarcone


Cosa è successo prima
Preliminarmente va chiarito che il Mali è uno dei classici frutti della spartizione coloniale disegnata a tavolino con attribuzione di indipendenza solo formale: costituito nel 1960, è uno Stato fasullo, per non dire fallito, con povertà diffusa, economicamente subordinato alla Francia e con grossi problemi etnici al suo interno. Anche qui corruzione diffusa a tutti i livelli, a partire dal coinvolgimento di politici maliani nei traffici di armi, droga ed esseri umani, compreso il fatto che l’ex presidente Amadou Toumani Touré e i suoi ministri hanno intascato milioni di dollari ricevuti dal Fondo monetario internazionale per la lotta contro l’Aids.  
Al momento dell’intervento francese il governo del Mali aveva perso il controllo su circa il 60% del territorio a motivo della rivolta separatista dei Tuareg del Nord. I numeri della popolazione Tuareg sono controversi anche per la mancanza di censimenti capaci di dirimere la controversia: si va da un totale di 3.000.000 alla cifra più bassa di circa 1.600.000: essi sono stati divisi dalla spartizione coloniale in ben 5 Stati: Mali, Algeria, Niger, Burkina Faso e Libia. In Mali sarebbero tra i 400.000 e i 500.000.
Tuareg del Mali in un campo profughi (fotografia di Pino Bertelli, gennaio 2013) 




















A fine gennaio dello scorso anno i Tuareg maliani avevano dato un forte impulso alla lotta armata contro il governo del Paese, contro cui combattevano da anni. L’impressione era che i Tuareg fossero guidati dal Mnla o Movimento per la Liberazione dell’Azawad, nome con cui essi designano il Nord del Mali. In questa regione – abitata da varie popolazioni essenzialmente nomadi: Tuareg, Arabi, Peul, Sonrhaïs – i Tuareg lamentano di essere vittime di pesanti discriminazioni che ne fanno cittadini di serie B. 

Verso la fine di marzo 2012 Toumani Touré è stato deposto da un golpe militare guidato dal capitano Amadou Sanogo, ma il governo di transizione – teoricamente capeggiato da Diocounda Traoré come Presidente (il Primo ministro è Cheick Modibo Diarra) - è sprofondato nel caos politico (conflitto fra Traoré e Diarra) aggravato dal fatto che i Tuareg, malamente alleatisi con vari gruppi islamici jihadisti e successivamente da questi soverchiati, avevano praticamente conquistato tutto l’Azawad, comprese le città di Kidal, Gao e Timbuctu. Di questa alleanza si parla almeno da gennaio dello scorso anno, e a febbraio – dopo i massacri efferati compiuti dai ribelli nella città nord-orientale di Aguelhock – fu il ministro francese per lo Sviluppo, Henri de Raincourt, a denunciare il ricorso dei ribelli a metodi tipici di al-Qaida.
Il governo francese non condannò il golpe di Sanogo, e anzi in certi ambienti si diffuse l’opinione che in realtà la Francia giocasse due carte nella partita maliana: cioè che appoggiasse sia i ribelli Tuareg dell’Mnla sia i golpisti di Bamako. I Tuareg dell’Mnla sono presto entrati in conflitto con i jihadisti, subendo una sconfitta che ha fatto cadere nella mani di questi ultimi quasi tutto l’Azawad. Oggi – almeno in base alle dichiarazioni rese il 14 gennaio di quest’anno da un esponente dell’Mnla, Moussa Ag Assarid – i militanti di questa organizzazione (presenti ancora nell’estremo Nord del paese) sarebbero disposti a unirsi alle forze francesi nella lotta contro i jihadisti. Se ciò fosse (e forse così sarà) la partita doppia attribuita a Parigi diverrebbe palesemente più complicata.
Dei jihadisti la stampa internazionale ha diffuso varie notizie, soffermandosi sulla situazione di tipo talebano imposta nei territori conquistati (rigida applicazione della loro interpretazione della sharía, semireclusione per le donne, niente musica né gioco dal calcio, alcoolici manco a dirlo ecc.). Meno note sono invece le gesta dei Tuareg, all’opposto dello stereotipo dei “romantici Uomini Blu” ancora radicato nell’immaginario collettivo occidentale (saccheggi, stupri, arruolamento forzato di bambini, detenzioni arbitrarie, esecuzioni sommarie e quant’altro).

Ombre sul ruolo della Francia antecedente all’intervento
Il ruolo della Francia nella rivolta tuareg risulta dall’esterno notevolmente ambiguo. Nello specifico va detto che c’è stato uno zampino francese in tale rivolta (così come probabilmente è stato per la rivolta di Bengasi in Libia). È dall’aprile dello scorso anno che si vocifera di un accordo tra il governo francese e l’Mnla: quest’ultimo, a fronte del sostegno politico, finanziario e strategico francese si sarebbe impegnato a ripulire la zona dai jihadisti e a garantire l’affidamento delle risorse petrolifere dell’Azawad a società francesi. Palesemente si è verificata una situazione diversa, e qualcosa è andato storto. Resta però aperto l’interrogativo su chi abbia fornito ai Tuareg le armi e la logistica necessarie a concretizzare la rivolta, che non è un gioco da bambini. Il fornitore deve per forza essere di un certo calibro.
La questione però si complica, e assai, in una prospettiva internazionale. Secondo il notissimo settimanale Le Canard Enchaîné non va affatto escluso un ruolo dell’ormai famigerato emirato del Qatar nell’attività jihadista in Mali, e della cosa sarebbe consapevole da molto tempo lo stesso governo francese. Addirittura il 6 giugno dell’anno scorso Le Canard Enchaîné ha pubblicato un  articolo dal significativo titolo “Il nostro amico Qatar finanzia gli islamici del Mali”! 
Tuttavia – e qui sta la complicazione – sempre secondo tale periodico sarebbero in atto trattative “discrete” tra il Qatar e la gigantesca società francese Total per coordinare lo sfruttamento delle risorse naturali maliane, con grande disappunto dell’Algeria, che non vede per niente di buon occhio l’espansione del Qatar, tra l’altro notoriamente finanziatore del radicalismo islamico (del quale gli Algerini curano ancora le ferite ricevute).

Tuareg del Mali in un campo profughi (fotografia di Pino Bertelli, gennaio 2013





















Si affaccia qualcun altro sullo scenario maliano?
Per il momento il ruolo della Gran Bretagna appare ancora marginale. Dal ministro britannico William Hague sappiamo però che il suo paese sta finanziando la costruzione di una base militare al confine algerino per la lotta contro al-Qaida nel Maghreb.
In atto anche gli Stati Uniti sembrano restare fra le quinte. Sembrano. Se è difficile affermare che il golpista capitano Sanogo abbia legami attuali con gli Stati Uniti, al di là dell’aver ricevuto una formazione militare a Quantico, in Virginia, più facile è invece affermare l’interesse statunitense per il Sahel, ricco di giacimenti minerari e frontiera fra Africa araba e Africa nera. Al riguardo abbiamo l’apporto del Washington Post, dove il 13 giugno 2012 è comparso un articolo illuminante più per ciò che non dice. Secondo questo giornale Forze Speciali Usa, con l’apporto di mercenari (contractors) e militari africani, sarebbero all’opera in Mauritania, Nigeria e Mali con operazioni segrete in funzione antislamista e con l’obiettivo di evitare il delinearsi di situazioni che poi portino a scenari tipo Afghanistan e Iraq. Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti hanno costituito una rete di piccole basi aeree per azioni di spionaggio circa i movimenti degli islamisti e per l’intervento di droni. 

fotografia di Pino Bertelli, gennaio 2013
Premessa di metodo circa il discorso sull’intervento 
Per rispondere all’interrogativo posto dal titolo da noi posto all’inizio, non è male utilizzare la distinzione interpretativa (tipica in diritto) fra causa e motivo dell’azione. Non si tratta di due sinonimi, giacché il primo termine attiene a qualcosa di strutturale, mentre il secondo si inquadra nel contingente (per esempio, nella compravendita la causa è lo scambio di cosa contro prezzo, il motivo è il bisogno di una certa cosa in un dato momento).
Prima di applicare questa distinzione all’operazione francese in Mali ricordiamo che in linea di massima esiste una regola non scritta per cui sono le ex (?) vere potenze coloniali (cioè Francia e Gran Bretagna) a fare fronte ai problemi che insorgono nelle ex (?) colonie, salvo loro debordamenti di rilevanza strategica tali da implicare interventi di terze forze di maggior calibro. Questa regola la Francia l’ha sempre gelosamente difesa e messa in atto (si ricordi l’intervento nella crisi della Costa d’Avorio) e d’altro canto è l’unico paese a tenere basi militari (come quella di N’Djamena, da cui partono i raid aerei) nei vecchi territori coloniali; nello stesso Mali dispone di basi a Bamako e Tessalit.

Il motivo dell’intervento francese risulta da un semplice sguardo alla carta geografica. La posizione assolutamente strategica del Mali nell’area subsahariana fa sì che la sua trasformazione in santuario di un radicalismo islamico jihadista e in espansione – con la certezza che poi tornerà a devastare l’Algeria, metterà a subbuglio Mauritania e Niger, potrebbe agire in Marocco e Tunisia (ricordiamoci dell’Aqmi-al-Qaida per il Maghrib islamico) , creare canali di collegamento con il Boko Haram nigeriano e magari creare in Egitto situazioni ancor peggiori delle attuali, per fermarci qui – non sia tollerabile per la sua pericolosità presente e futura.
Detto più sinteticamente, una vittoria dei jihadisti in Mali destabilizzerebbe tutta l’area e aprirebbe loro la via a due direttrici di marcia strategicamente rilevanti: verso il Maghreb e verso l’Africa Occidentale. 
Dal punto di vista formale la Francia ha l’appoggio dell’attuale governo di transizione del Mali e sul piano “umanitario” ha a suo attivo il fatto che i jihadisti sono considerati come la peste dalla maggior parte della popolazione locale (i profughi sono più di 200.000), sia per la loro violenza e le intollerabili condizioni di vita imposte nelle zone conquistate, sia per l’essere portatori di un’ottusa concezione dell’Islam estraneo alla religiosità maliana (molto influenzata dal sufismo).
Ai fini del consolidamento di ciò che definiamo il motivo, sarà importante l’arrivo di contingenti di altri Stati africani dell’Ecowass (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), cioè di Burkina Faso, Costa d’Avorio, Nigeria e forse Senegal. E soprattutto la ricostituzione della capacità operativa dell’esercito del Mali.
A questo punto dobbiamo dire qualcosa proprio sui ribelli islamisti. Il loro numero non è sicuramente elevato: potrebbero non arrivare ai 2.000 combattenti, non tutti maliani. Tra essi si trovano jihadisti algerini, tuareg che erano stati agli ordini di Gheddafi, gruppi legati al traffico della droga e criminali specializzati in sequestri di persona. Il numero però non è significativo, poiché si dovrà vedere come se la caveranno fra le sabbie una volta che abbiano perduto il controllo delle città in precedenza conquistate d’impeto.
Che i jihadisti siano pochi non dice niente nell’immediato e va pure evitato di considerarli un banda di sciamannati di poco conto, eliminabili con semplici operazioni di polizia: si tenga presente che dei combattenti possono dare filo da torcere al nemico se ben armati, equipaggiati e addestrati oltre che adeguatamente motivati psicologicamente. Tutto questo esiste già. I jihadisti sono degli esaltati sunniti, indottrinati da gente saudita o del Qatar, finanziati dall’esterno, spietati con gli stessi musulmani che non la pensino come loro. In più dispongono di una montagna di armi e munizioni e di circa 200 pickup 4x4 armati. È prevedibile che sul piano militare la partita per la Francia di rivelerà dura.
Con questa notazione dobbiamo rifarci all’abbattimento del regime di Gheddafi (Mu’ammar al-Qadhdhaafii) in Libia. Nel caos politico seguìto a questo avvenimento, con una visibile presenza del radicalismo islamico in quel Paese, soldi e materiale bellico in grande quantità – sia dell’esercito libico sia forniti dal Qatar ai ribelli anti-Gheddafi su autorizzazione statunitense – sono finiti nelle mani dei jihadisti sahariani. Sul piano della “catena di comando” non vi è dubbio che i ribelli maliani dispongano dell’esperienza di terroristi sperimentati provenienti dall’Algeria, dalla Mauritania, dalla Giordania e perfino dal Pakistan. Gente dura e abituata a combattere.
La tentazione di fare un parallelo fra l’Afghanistan e il Mali odierno esiste, a cominciare dal trattarsi di un territorio in sé ostile e difficile per chi non sia abituato a viverci. Tuttavia – almeno allo stato delle cose – si potrebbero opporre delle obiezioni di fondo. La distesa piatta del Sahara nulla ha a che vedere con le montagne afghane: è più simile a un immenso mare, il che rende il ruolo dell’aviazione, degli elicotteri da combattimento e dei droni assai efficace. Vi è poi il fatto della frammentazione dei ribelli maliani in più organizzazioni, quasi tutte islamiche, ma non tutte: infatti oltre all’Ansar Dine (maliana), all’Aqmi (algerina ma molto ramificata nel Maghreb) e alla Mujao (mauritana) esiste sempre – seppure al momento sconfitta - anche l’organizzazione autonomista tuareg Mnla, che si dice essere di impostazione “laica”, o comunque non radicale islamica.
In base alla realtà di ciò che chiamiamo il motivo, con la sua rilevanza strategica, Hollande può sostenere, con plausibilità formale e apparente, che la Francia non agisce per suo calcolo economico e politico. E d’altro canto il Mali per il suo Pil (prodotto interno lordo) è collocato dalla Banca Mondiale al 170º posto su una lista di 192 paesi, come fornitore della Francia si colloca al 165º posto e come suo cliente è l’87º, infine in quel paese vivono solo 5.000 francesi.
La situazione, però, muta abbastanza se ci rivolgiamo alla causa dell’intervento francese.

Cause e motivi dell’aggressione francese
Il Mali è una vera e propria cornucopia di materiali a vario motivo preziosi. È ricco di petrolio e di risorse energetiche notevoli. Nel Nord del paese – cioè proprio la zona di maggior subbuglio politico/militare – ci sarebbe un mare di petrolio e gas in quattro bacini: Taoudeni (presso Algeria e Mauritania), Tamesna (fra Mali e Niger), nella regione di Gao e nella faglia di Nara. Inoltre a 60 km. dalla capitale Bamako è stato scoperto un enorme giacimento di gas (98,8% idrogeno e 2% metano e azoto) a soli 107 m. di profondità, dal quale in prospettiva potrebbe partire l’approvvigionamento per tutta l’Africa occidentale a prezzi incredibilmente più bassi degli attuali. Nel sottosuolo, inoltre, contiene oro e di recente è stata inaugurata la miniera di Kodieran, da cui potrebbero essere estratte 1.000 tonnellate al giorno. Possiede anche il coltan (materia prima per la fabbricazione di telefonini) e per quanto riguarda l’uranio nella zona di Falea (a 350 km. a occidente di Bamako) è stato scoperto un enorme giacimento che, secondo le valutazioni riportate da Le Figaro, sarebbe di almeno 12.000 tonnellate, seppure al momento giaccia dove si trova per le difficoltà ambientali finora non superate dalle imprese interessate allo sfruttamento. Certo è che se il Mali cadesse nelle mani dei jihadisti ogni prospettiva futura sfumerebbe del tutto, con l’aggravante (non solo per la Francia) del notorio uso che si fa dell’uranio.
Tutte queste risorse fanno gola a varie imprese del settore e le hanno richiamate in territorio maliano. Ricordiamo, oltre alla Petroma (Societé d’exploitation du Mali), la francese Total, le canadesi Bumigeme e ABF Mines, l’algerina Sonatrach (mediante la sua controllata Sipex Internationale) nonché l’italiana ENI.
Tutta la critica situazione maliana si proietta inoltre sull’importantissima Algeria (come dimostra il recente attacco jihadista all’impianto di In Amenas, in atto mentre scriviamo), fornitrice all’Europa del 20% del fabbisogno di gas naturale, e sul Niger, paese il quale (povertà sociale a parte) è nel mondo il quarto fornitore di uranio, in particolare per la Francia alla quale – tramite l’Areva, società pubblica – invia un buon terzo dell’uranio usato dai 58 reattori nucleari del gruppo francese Edf. Non si trascuri il fatto che in quel paese la medesima Areva è impegnata nell’apertura di una gigantesca miniera di uranio a Imouraren, in prospettiva la seconda miniera del mondo dalla quale si prevede l’estrazione di almeno 5.000 tonnellate all’anno.
Esiste poi la Mauritania (altro paese poverissimo) in cui la francese Total (già impegnata in Nigeria e Angola) sta realizzando operazioni di sfruttamento di sempre maggiore rilevanza economica (e non solo). La causa, quindi, fa da struttura al motivo, e il motivo – pur con la sua autonomia - è legato alla causa.

Una non-conclusione
Del Mali ci si dovrà interessare ulteriormente nel futuro prossimo. Intanto va preso atto di quanto sia stato fallimentare per l’imperialismo l’intervento in Libia, in sé e in prospettiva. Coniugando la crisi maliana con le situazioni e i fermenti in atto nel mondo musulmano, non vi è dubbio che lo scontro globale con il radicalismo islamico sia ormai ben più di una prospettiva, dentro e fuori da quel mondo. Ma ancora una volta si deve sottolineare l’inefficacia delle misure meramente militari per sconfiggere i jihadisti & C (lasciando da parte per il momento considerazioni d’ordine etico, sociale o giuridico).
Resta un punto interrogativo su chi potrà e vorrà incentivare le misure politiche, economiche e sociali necessarie a tagliare la metaforica erba sotto i piedi dei jihadisti. Sul piano degli auspici c’è solo da sperare che gli Stati Uniti non intervengano con uno dei loro tipici “aiuti” devastanti, in quanto la situazione è già abbastanza grave di per sé.
E proprio alla luce di quanto accaduto in Libia e di quanto sta accadendo in Mali e del suo retroterra non casualmente il New York Times di recente ha sostenuto che queste esperienze dovrebbero essere di monito per Obama riguardo all’ipotesi di un intervento diretto in Siria, dove gli aiuti forniti via Qatar stanno palesemente rafforzando i jihadisti che combattono con il cosiddetto “Esercito Libero Siriano”, tenuto conto (a prescindere dal giudizio sul regime di al-Assad) del disastro assoluto che sarebbe la caduta della Siria nelle mani di forze che destabilizzerebbero tutto il Vicino Oriente, e non solo. Ma questa è un’altra storia.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 15 dicembre 2011

L'ISLAM «MODERATO»: MA CHE COS'È? (Mondo arabo in rivolta XXVI), di Pier Francesco Zarcone

Il "luogo comune"
In ogni ambito della vita umana il più insidioso, ricorrente e tenace nemico risponde al nome di "luogo comune". Per il fatto di esprimersi con le parole, esso rientra appieno nel famoso ammonimento di Nanni Moretti: «chi parla male, pensa anche male». Infatti il luogo comune fa davvero pensare male, poiché si sovrappone, si sostituisce del tutto alla realtà a cui si riferisce. Quando se ne forma uno, poi sono dolori per chi pretenda di voler vedere le cose in termini più effettivi. Non che il luogo comune impedisca le analisi oggettive, però ne rende i risultati non facilmente assimilabili dagli altri.
Il luogo comune oggetto del nostro esame è quello dell'Islam "moderato", che ormai si è conquistato un posto "indiscusso" nell'ideario dei mass media e – ahimè – dei politici (in buona o mala fede).
Innanzitutto c'è da chiarire a cosa effettivamente ci si riferisca con questa espressione, e capirlo non è difficile se si sgombera il campo dal concetto di Islam in quanto religione. "Moderato" è un aggettivo di relazione, implicante un giudizio di esistenza riguardo a due parti (di uno stesso insieme o di due realtà distinte): la moderata e l'estremista.

È corretto parlare di Islam?
Islam è un concetto astratto, con il quale evidentemente incontrarsi e dialogare è "alquanto arduo", giacché il Corano è qualcosa di statico con cui non si interloquisce. Semmai ci si incontra e si dialoga con le persone, che possono essere moderate o immoderate. Il fatto è che le religioni - in sé e per sé – sono quello che sono, e soltanto in un'ottica comparativa interreligiosa va applicato un giudizio di maggiore o minore rigidità. Prendiamo il fenomeno più affine all'islamismo a motivo della stessa matrice etno-culturale: l'ebraismo biblico. Anch'esso è quel che è; e anche nel suo testo sacro – come del resto nel Corano – è possibile trovare tutto e il contrario di tutto.
In entrambi i casi, però, intervengono le interpretazioni (cioè le persone che le creano o vi aderiscono) a definire storicamente le diverse correnti e/o sfumature teologiche alle quali possono essere attribuiti i giudizi di "estremista" oppure di "moderato". Questo fa sì che anche a livello concettuale nessuna religione sia monolitica. Il che vale anche per l'Islam, a parte magari il periodo della vita del profeta Muhāmmad, giacché dopo c'è stata la frammentazione nelle due sfere fondamentali del Sunnismo e dello Sciismo, a loro volta articolatesi in varie correnti e sottocorrenti, ciascuna con i suoi moderati ed estremisti.
Questo come premessa.

domenica 24 aprile 2011

FRANCIA E TURCHIA TORNANO RIVALI (Mondo arabo in rivolta X) di Pier Francesco Zarcone


Da non molto la Turchia è uscita dal ripiegamento su se stessa dovuto alla rivoluzione kemalista e al suo sforzo di costruire un paese moderno e laico a imitazione dell’Europa. Al massimo le proiezioni all’esterno si concentravano nel ricorrente conflitto con la Grecia per Cipro e le acque territoriali dell’Egeo. Il kemalismo, però, dietro di sé aveva secoli e secoli di passato ottomano, con Costantinopoli diventata capitale del mondo turco/arabo, di un Impero che andava dal confine orientale del Marocco fino a quello orientale della Mesopotamia, includendo la Penisola araba. Questo passato unico dei Turchi – a parte quello ormai perduto dei secoli di permanenza nelle steppe asiatiche – nella nuova Turchia era rimasto solo addormentato in un sonno profondo, ma non era morto. E ora si assiste a un inusuale dinamismo della sua politica estera che si proietta sia verso le aree musulmane balcaniche (fino al 1911 parte dell’Impero ottomano) sia verso la “Mezzaluna Fertile” (ovvero il Vicino Oriente, fino al 1918 inserito anch’esso nell’Impero ottomano).

Paese euroasiatico e ponte fra due mondi, dopo lungo e inutile bussare alla porta dell’Unione Europea la Turchia - pur restando con un piede davanti alla soglia della vilmente sdegnosa Europa “cristiana” - con l’altro si è decisa a muovere verso oriente e verso sud, con una possibilità d’influenza e di mediazione non indifferente, anche per la sua oggettiva forza militare, che è di tutto rispetto. Se vogliamo dare un inizio approssimativo all’autonomia della politica estera turca rispetto agli Stati Uniti, alleati nella Nato, va probabilmente collocato nel momento del rifiuto di Ankara a concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree anatoliche per la seconda guerra contro l’Iraq.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.