L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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domenica 10 giugno 2018

LA DIPLOMAZIA COMPETITIVA DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP: LE QUESTIONI DELL’ONU E DELLA NATO, di Michele Nobile

INDICE: 1. Il problema della diplomazia competitiva - 2. La diplomazia competitiva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dell’Onu - 3. La diplomazia competitiva nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - 4. Motivi e contraddizioni di una politica estera pseudopopulista

© Jim Lo Scalzo
1. Il problema della diplomazia competitiva
La diplomazia di George W. Bush voleva essere «trasformativa», cioè volta a costruire e sostenere Stati democratici in collaborazione con «molti partner internazionali»1. In altri termini, l’esportazione a mano armata della «democrazia» presupponeva la capacità e la volontà di costruire alleanze variabili e su misura dell’intervento militare. Non foss’altro che, al fine di una parziale legittimazione politica, anche l’azione militare unilaterale e al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite doveva combinarsi con il multilateralismo. Senza mai escludere l’azione unilaterale - «se necessario» - in modo simile all’amministrazione Clinton quella di Obama enfatizzò la cooperazione multilaterale e nelle istituzioni internazionali.
In cosa si differenzia l’amministrazione Trump dalle altre?
Uno dei suoi tratti è l’idea della rinascita della competizione geopolitica con la Russia e di quella economica con la Cina, oltre alla critica della teoria della «pace democratica». Tuttavia, ciò va relativizzato.
Con l’esplodere della guerra civile in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia, un altro Presidente avrebbe usato un linguaggio diverso, ma comunque le potenze occidentali non avrebbero potuto accettare supinamente la ricostituzione di una propria sfera d’influenza nell’area europea ex sovietica da parte del Governo russo (il discorso è parzialmente diverso per gli Stati ex sovietici dell’Asia centrale: si veda oltre). E infatti, la principale critica al candidato Trump era, appunto, quella di essere a dir poco accomodante nei confronti di Putin. D’altra parte, con il pivot verso l’Asia e il lancio del Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’amministrazione Obama aveva già iniziato a fare i conti con la politica estera e con la Cina.
Un altro e più specifico tratto della politica estera dell’amministrazione Trump è la competitive diplomacy o «diplomazia competitiva». Ora, si può ben dire che questa sia una nuova formula per una verità antica, ovvero che competizione geopolitica e ricerca di vantaggi economici siano sempre presenti nella politica estera di una grande potenza. Tuttavia, esistono diversi modi di applicare questo principio: è quindi necessario uscire dalle formule generiche ed entrare nel merito. In breve, ritengo che la peculiarità della politica estera statunitense come si è realmente definita nel primo periodo di questa Amministrazione consista nell’estensione della competizione allo stesso tempo sia verso Cina e Russia, sia - con un ovvio distinguo dei metodi - verso gli alleati; sia nella politica economica internazionale, sia in quella della sicurezza nazionale. Questa politica estera è l’espressione di un particolare pseudopopulismo nella politica interna e possiede sue particolari contraddizioni.
In questo articolo metto a fuoco gli effetti della competitive diplomacy in relazione all’Organizzazione delle Nazioni Unite e alla Nato; in un secondo pezzo mi occuperò della politica economica internazionale - in particolare verso la Cina e gli alleati europei - e tenterò una sintesi delle relazioni fra politica estera e politica interna.

2. La diplomazia competitiva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dell’Onu
La National Security Strategy del dicembre 2017 (NSS 2017) riconosce la storica importanza del contributo degli Stati Uniti alla costruzione delle istituzioni dell’ordine internazionale nel secondo dopoguerra e, in particolare, che essi «hanno guidato la creazione di un gruppo di istituzioni finanziarie e altri forum economici che stabilirono regole eque e costruirono strumenti per stabilizzare l’economia internazionale, rimuovendo i motivi d’attrito che avevano contribuito all’esplodere delle due guerre mondiali»2. E nel presente, l’Amministrazione dichiara d’impegnarsi a svolgere il ruolo di leader - non di ritirarsi - negli accordi e nelle istituzioni «che modellano molte delle regole che riguardano gli interessi e i valori degli Stati Uniti»3.
Questi sono i parametri fondamentali della politica estera di qualsiasi amministrazione statunitense - qualcosa che dovrebbe esser dato per ovvio - che qui sono ritualmente ribaditi. Il problema dunque non è il presunto e impossibile isolazionismo degli Stati Uniti. La problematicità della politica estera dell’amministrazione Trump relativamente alle alleanze e alle istituzioni internazionali si pone su un altro piano.
Innanzitutto, ricordo che nel XXI secolo la soglia per intraprendere un’azione militare preventiva da parte del governo degli Stati Uniti si è notevolmente abbassata. Non bisogna pensare soltanto a operazioni in grande stile come le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, ma pure ad azioni mirate su piccola scala, come la serie di attacchi eseguiti mediante l’uso di droni armati - anche al di fuori di zone in guerra. Per definizione, questo tipo d’azioni prescinde dal consenso del Consiglio di sicurezza dell’Onu e spesso anche da quello dello Stato in cui esse avvengono.
I Presidenti repubblicani hanno una lunga storia di polemiche nei confronti delle Nazioni Unite e delle numerose agenzie specializzate in cui si articola l’organizzazione, ad esempio intorno alle risoluzioni concernenti Israele, l’aborto, le regole d’ingaggio dei caschi blu e la non condanna di determinate violazioni dei diritti umani (per la Russia in Cecenia e per la Cina in Tibet). In concreto, ciò si è espresso nella minaccia o nel fatto di sospendere il contributo finanziario statunitense: per questo motivo, Obama saldò gli arretrati dovuti all’Onu ereditati da Bush figlio. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha elevato notevolmente la qualità della critica alle Nazioni Unite. Nella NSS 2017 sembra che queste siano state snaturate: «gli attori autoritari hanno da tempo riconosciuto il potere degli organismi multilaterali e li hanno utilizzati per far avanzare i propri interessi e limitare la libertà dei propri cittadini»4; secondo l’attuale Amministrazione, in passato gli Stati Uniti hanno consentito l’utilizzo delle istituzioni internazionali contro gli interessi nazionali del Paese.
A parte il fatto che non si comprende - se non come capo d’accusa imputato alle suddette istituzioni - perché gli «attori autoritari» abbiano bisogno anche degli organismi multilaterali per opprimere i loro cittadini, da ciò consegue che, da una parte, gli Stati Uniti si impegnano internazionalisticamente nella guida delle istituzioni internazionali; dall’altra, riconosciuto che in queste istituzioni internazionali esiste una competition for influence, gli Stati Uniti proteggeranno nazionalisticamente la sovranità nordamericana e non cederanno «a coloro che rivendicano l’autorità sui cittadini americani e sono in conflitto con il nostro quadro costituzionale»5 - pare trattarsi di un riferimento alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia.
L’impegno nelle istituzioni multilaterali si presenta del resto selettivo: «tuttavia, le istituzioni non sono tutte uguali. Gli Stati Uniti si impegneranno prioritariamente in quelle organizzazioni che servono gli interessi americani, per assicurarsi che si rafforzino e sostengano gli Stati Uniti, i nostri alleati e i nostri partner»6. Nella NSS 2017 le Nazioni Unite sono citate solamente due volte: la prima come riferimento storico, mentre nella seconda se ne auspica la riforma - non si tratta di una novità - affinché ritorni ai suoi princìpi fondativi. Per fare un confronto: nella NSS 2010 le Nazioni Unite erano citate almeno dieci volte. Lì si ammetteva le difficoltà delle istituzioni nate dopo la Seconda guerra mondiale di fronte alle inedite minacce, ma nelle NSS dell’amministrazione Obama l’«architettura internazionale» doveva essere difesa e rafforzata, negando alle «nazioni che sfidano le norme internazionali o che non rispettano le loro responsabilità sovrane gli incentivi che derivano da una maggiore integrazione e collaborazione con la comunità internazionale»7, non riducendo gli sforzi degli Stati Uniti in talune istituzioni. Obama faceva continuo riferimento a norme e a più vaghi standard internazionali validi anche per gli Usa; al contrario, la NSS 2017 si riferisce al diritto solo nei termini della law enforcement da parte del Governo nordamericano e del rispetto della rule of law all’interno degli altri Stati. Si dirà giustamente che la normalizzazione della guerra preventiva da parte delle amministrazioni di Bush Jr. e di Obama sia un colpo letale al diritto internazionale - non soltanto allo jus ad bellum, ma anche allo jus in bello - tuttavia la prospettiva apertamente nazionalistica dell’amministrazione Trump non solo rafforza il fatto esistente, ma lo estende ad altri campi della politica internazionale.
Nel bilancio presentato dall’Amministrazione al Congresso, ad inizio 2018, era chiaro l’intento di ridurre di circa un terzo i fondi per gli impegni internazionali di natura non militare. Particolarmente colpiti erano il finanziamento per United Nations Population Fund (Unfpa) e United Nations Children’s Fund (Unicef). Si tratta di agenzie la cui attività, per quanto complessivamente insufficiente, può fare comunque la differenza tra la vita e la morte: aiuti alimentari e sanitari, per i rifugiati, per i disastri, per l’istruzione, per il controllo delle nascite. In questo il Congresso non ha seguito l’Amministrazione, ma si sa che il problema si ripresenterà con il prossimo bilancio.
Consideriamo come esempio il bilancio dell’Unicef, che si occupa dell’assistenza umanitaria ai bambini. Nel 2016 le entrate totali furono di 4,8 miliardi di dollari, di cui 3,5 da interessi, servizi di approvvigionamento e altre fonti; il rimanente, classificato come «risorse regolari», conseguiva dal finanziamento da parte di governi e organizzazioni intergovernative e dalla raccolta di fondi da donatori privati e organizzazioni non governative. Nel complesso, 119 governi contribuirono al finanziamento dell’Unicef con 562 milioni di dollari, poco più del 10% delle entrate totali dell’agenzia e il 43% delle «risorse regolari»8. Il contributo più alto fu quello della Svezia con 132,5 milioni di dollari, seguita dagli Stati Uniti con 117. Per fare un paragone: il prezzo di un singolo caccia multiruolo F-35 varia a seconda della versione, del volume degli ordini e del momento, ma ora si aggira - più o meno - attorno ai cento milioni di dollari.
Ragioniamo ora sulla faccia militare delle Nazioni Unite: le missioni di mantenimento della pace (peacekeeping). Il costo complessivo di queste missioni è di 6,8 miliardi di dollari e l’amministrazione Trump intende ridurre il suo contributo finanziario dal 28 al 25% del totale: tuttavia, questo ammonta a circa lo 0,2% del bilancio del Dipartimento della Difesa. Si deve inoltre tener conto che, della forza complessiva di 104 mila persone (fra militari, agenti di polizia e civili) impegnate nel 2018 in 15 missioni, i contributi maggiori vengono dall’Etiopia (8.331), dal Bangladesh (7.007), dall’India (6.711) e dal Ruanda (6.548); dall’Italia 1.074, dalla Francia 835, dalla Germania 829 e dagli Stati Uniti 539. Di certo non sono i contributi ad agenzie e missioni sotto bandiera delle Nazioni Unite che alimentano il debito pubblico degli Usa, né quest’ultime comportano al momento che si versi il sangue di militari statunitensi più che di altri paesi.

3. La diplomazia competitiva nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato)
Il candidato Trump suscitò un gran vespaio quando dichiarò:
«Penso che la Nato sia obsoleta. La Nato è stata fatta in un momento in cui c’era l’Unione Sovietica, che era ovviamente più grande, molto più grande della Russia odierna. Non sto dicendo che la Russia non sia una minaccia. Ma abbiamo altre minacce. Abbiamo la minaccia del terrorismo e la Nato non discute il terrorismo, la Nato non è destinata al terrorismo. La Nato non ha i Paesi giusti per combattere il terrorismo»10.
Nella National Security Strategy del presidente Trump si legge:
«Gli alleati e i partner sono una grande forza degli Stati Uniti. Ampliano direttamente le capacità politiche, economiche, militari, di intelligence e altre ancora degli Stati Uniti. Insieme, gli Stati Uniti, i nostri alleati e i nostri partner rappresentano oltre la metà del Pil globale. Nessuno dei nostri avversari ha coalizioni comparabili. Incoraggiamo coloro che vogliono unirsi alla nostra comunità di Stati democratici e migliorare le condizioni dei loro popoli»11.
Questa dichiarazione esprime l’ovvia ragione per cui le alleanze sono indispensabili alla maggiore potenza mondiale e dimostra l’assurdità di attribuire alla politica estera statunitense un carattere isolazionista. La NSS 2017, le dichiarazioni del presidente, del vicepresidente e del segretario della Difesa distruggono pure l’altrettanto assurdo timore - o la folle speranza - che gli Stati Uniti possano fare a meno della Nato: ribadiscono la fedeltà degli Usa all’Alleanza atlantica e all’articolo V del Trattato di Washington, secondo il quale l’aggressione a uno dei firmatari sarà considerata un attacco contro tutti gli altri e gli Stati Uniti si impegneranno a rispondere con tutti i mezzi necessari a contrastarlo; la NSS ricorda che il deterrente nucleare statunitense protegge oltre trenta fra alleati e partner. Dall’Europa all’Oceano Pacifico, le alleanze sono indispensabili per mantenere l’equilibrio del potere internazionale e promuovere la prosperità; ed è per questo motivo che nella NSS 2017 si dice che la Russia punta a dividere gli Stati Uniti dai suoi alleati, mentre l’Amministrazione intende invece lavorare con alleati e partner nei campi della sicurezza e dell’economia e rafforzare i vincoli reciproci12.
Le affermazioni del candidato Trump preoccuparono gli alleati e rallegrarono i «sinistri» con paraocchi putiniani e da nazionalista granderusso. A ben vedere, benché esprimendosi sopra le righe - alla fin fine era in campagna elettorale - il candidato Trump si riferiva alla particolare minaccia del terrorismo - e la Russia rimaneva tra le minacce - e al contributo finanziario degli alleati alla difesa comune. In ogni caso, Trump ha fatto esplicitamente autocritica nella conferenza stampa del 12 aprile 2017 con il segretario della Nato, Jens Stoltenberg: «ho detto che [la Nato] era obsoleta; non lo è più»13. Ha però continuato a insistere su quella che per lui è sempre stata la questione centrale: i soldi.
Nelle precedenti amministrazioni, la questione dei costi per le missioni militari non era affatto ignorata. Ad esempio, nella sezione della NSS clintoniana del luglio 1994 che descrive i criteri per decidere i modi e i livelli di partecipazione degli Stati Uniti a specifiche operazioni militari, in quarto luogo si specifica che «il nostro impegno deve soddisfare ragionevoli soglie di costo e di fattibilità. Saremo più inclini ad agire dove c’è ragione di credere che la nostra azione porterà un miglioramento duraturo. D’altra parte, il nostro coinvolgimento sarà più circoscritto quando altri attori regionali o multilaterali saranno in posizione migliore della nostra per agire»14. Nella NSS 2002, la stessa che consacrò la «guerra al terrore» dell’unilateralista Bush Jr., un intero capitolo è dedicato a «sviluppare agende per l’azione cooperativa con gli altri principali centri del potere globale», ovvero l’Unione europea - di cui si saluta lo sforzo di forgiare una propria politica estera e militare - il Giappone, la Russia, la Cina e l’India, «una delle due maggiori democrazie del mondo». Dal punto di vista strettamente economico, della Nato si diceva che avrebbe dovuto sviluppare nuove capacità e strutture - come una forza d’intervento rapida - e che occorreva far leva sulle «opportunità tecnologiche e le economie di scala nella nostra spesa per la difesa allo scopo di trasformare le forze militari della Nato in modo che possano dominare potenziali aggressori e diminuire le nostre vulnerabilità15. E quanto alla strategia di Obama, la NSS 2010 prevedeva la revisione e razionalizzazione dei programmi del Dipartimento della Difesa e la riduzione della spesa militare degli Usa, ma non richiedeva aumenti della spesa agli alleati europei - «la pietra angolare dell’impegno degli Stati Uniti con il mondo» - con i quali si doveva però potenziare la cooperazione economica complessiva. Il problema di Obama era che, «quando usiamo troppo la nostra forza militare, o non investiamo in o non impieghiamo strumenti complementari o agiamo senza i partner, allora le nostre Forze armate sono sovraccaricate (overstretched), gli americani sopportano un carico maggiore, e la nostra leadership in tutto il mondo è identificata in modo troppo ristretto con la forza militare»16. Di qui l’enfasi sulla divisione del lavoro fra le istituzioni locali, nazionali e globali, le diverse agenzie internazionali, i programmi «per rafforzare le capacità regionali per il mantenimento della pace e la gestione dei conflitti per migliorare l’impatto e condividere gli oneri»17, lo spostarsi del dialogo intorno al coordinamento delle politiche economiche, dal G8 al G20.

domenica 8 aprile 2018

GUERRA COMMERCIALE, SKRIPAL’, ARSENICO E VECCHI MERLETTI, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Mindaugas Bonanu
Come il resto dell’umanità, chi scrive non dispone di alcun mezzo per individuare il mandante del tentato omicidio dell’ex agente doppiogiochista russo Sergej Skripal’ e di sua figlia. Azzardo però qualche ragionamento, giusto per sgombrare il campo dalle fantasie e mettere a fuoco i problemi reali.
È vero che a volte personaggi sgraditi al Cremlino incorrono in gravissime e misteriose patologie. Uno dei casi celebri è quello di Viktor Juščenko, candidato alle presidenziali dell’Ucraina nel 2004, in una campagna elettorale durante la quale, fra l’altro, Putin viaggiò per ben sette volte in quel Paese per appoggiare il concorrente Janukovyč.
Fra gli altri ci sono: Aleksandr Litvinenko, esule ex funzionario dei Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa (Fsb) e critico di Putin, avvelenato mortalmente col polonio a Londra, nel 2006; la giornalista Anna Politkovskaja, distintasi per i suoi servizi sulla guerra in Cecenia, ammazzata a colpi di pistola a Mosca, pure lei nel 2006; Boris Berezovskij, al tempo di El’tsin il più influente degli oligarchi russi, altro esule critico di Putin morto in circostanze poco chiare a Londra, nel 2013; e Boris Nemtsov, capo del partito Sojuz Pravych Sil [Unione delle forze di destra], assassinato nel 20151.
Tuttavia, non si comprende quale interesse possa avere Mosca a eliminare Skripal’, rischiando una crisi internazionale. Perché uccidere un individuo già regolarmente liberato nel 2010, nel quadro di uno scambio di «spioni» arrestati con gli Stati Uniti? Quali altre terribili rivelazioni avrebbero potuto esserci otto anni dopo e dopo esser stato certamente interrogato - subito e a lungo - dai servizi competenti?
E poi, perché eliminarlo con un mezzo così sofisticato come il nervino, la cui origine potrebbe essere rintracciata? Non sarebbe stato meglio simulare un incidente automobilistico? Una tegola in testa? Un colpo di pistola o il classico arsenico, così anonimi, sono forse passati di moda?
D’altra parte, non si capisce neanche perché Skripal’ dovesse essere eliminato da qualche servizio «occidentale». Per alzare ulteriormente la tensione con Mosca le motivazioni non mancano e, volendo, se ne possono fabbricare di più grosse ed emotive per l’opinione pubblica.
La verità è che in casi come questi la fantasia può galoppare liberamente. Skripal’ non potrebbe essere stato avvelenato da altri attori interessati ad accrescere la tensione fra Russia e «Occidente»?
Congetturiamo: responsabili non potrebbero essere agenti della Corea del Nord, interessata a neutralizzare le pressioni russe verso un accordo con gli Stati Uniti, oppure agenti dell’Isis o del regime di Assad? Oppure gli indipendentisti ceceni? O anche, perché no, a usare il nervino non potrebbero essere stati i sofisticati killer di un’occulta «Spectre» di affaristi legati al complesso militare-industriale?
A dire il vero non soltanto non possiedo i mezzi, ma nemmeno m’interessa sapere chi ha avvelenato Sergej Skripal’ e la figlia. Dal punto di vista della storia mondiale e degli interessi dei comuni cittadini, la cosa è irrilevante. Non ho bisogno di una verità giudiziaria per sapere che - volendo - gli Stati possono agire senza scrupoli, ammazzare e massacrare. Esiste la ragion di Stato, ma Stati buoni non esistono.
Ricordo bene, per fare un altro esempio, che nel luglio 1985 i servizi segreti francesi fecero saltare in aria la nave di Greenpeace Rainbow Warrior, che protestava contro le esplosioni nucleari nella Polinesia francese, causando la morte di un uomo. Presidente era allora il «compagno» Mitterand… dell’Union de la gauche.
Due fra i sabotatori della Direction générale de la sécurité extérieure vennero arrestati dalla polizia neozelandese, processati e condannati a dieci anni. Il ministro della Difesa francese fu costretto a dimettersi, ma la Nuova Zelanda, posta sotto ricatto economico da parte della Francia, fu costretta a un accordo per cui i due assassini vennero prima trasferiti sotto custodia francese, poi liberati e infine promossi di grado.
Quanto accaduto alla Rainbow Warrior è cristallino, al contrario del caso Skripal’ e in genere dei veri complotti storicamente rilevanti, che hanno la spiacevole caratteristica di rimanere segreti nella fase di preparazione, ma di rivelarsi nell’attuazione; i colpi di Stato ne sono un facile esempio.
Per cui lascio volentieri le indagini agli organi competenti e le congetture ai patiti delle spy stories e ai complottisti d’ogni risma, che hanno già la risposta preconfezionata secondo le loro personali paranoie e simpatie politiche.
La personalizzazione e la divisione manichea degli attori politici in buoni e cattivi - naturalmente i cattivi sono astutissimi e infingardi, benché destinati alla sconfitta - sono proprie di una visione del mondo infantile e manipolabile con facilità.

Altro è importante in questa vicenda sozza, quali che siano i mandanti: la raffica di massicce espulsioni di diplomatici russi dai paesi Nato e di diplomatici dei paesi Nato dalla Russia. Per molti commentatori, insieme all’incombente guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, questa vicenda sembra il preludio a una nuova Guerra Fredda.
Tuttavia, bisogna anche stare attenti a non arrivare a conclusioni affrettate che possono distrarre l’attenzione dalle questioni di fondo.
Si può ricordare che nel 1986 gli Stati Uniti espulsero 80 diplomatici sovietici dopo l’arresto di un giornalista russo-americano a Mosca, e i sovietici, a loro volta, contraccambiarono. Eppure, l’anno successivo Reagan e Gorbačëv firmarono il trattato sui missili a medio raggio e tre anni dopo la Seconda guerra fredda venne dichiarata ufficialmente chiusa.
E poi, nel 2001 Stati Uniti e Russia espulsero 53 diplomatici a testa, ma - nonostante altri problemi maggiori – ciò non impedì che le due potenze continuassero a collaborare nella «guerra al terrore» e che, durante le celebrazioni dell’anniversario della fondazione di San Pietroburgo, Putin dicesse del Presidente americano: «le nostre opinioni coincidono su molte questioni. Ed è proprio questo che mi permette di chiamare il presidente Bush mio amico, non solo personalmente - perché personalmente mi piace molto - ma anche come mia controparte e Presidente di una nazione amica»2.
Certo, occorre contestualizzare… ed è questo il punto.
L’uso del termine «Guerra Fredda» - senza ulteriori qualifiche - è popolarissimo per l’intero secondo dopoguerra ma anche fuorviante, e lo stesso vale per il quadro attuale dei rapporti fra Russia e «Occidente».
Ritengo corretta la periodizzazione proposta da Fred Halliday: questa distingue Prima guerra fredda (1946-1953), antagonismo oscillatorio (1953-1969), distensione (1969-1979) e Seconda guerra fredda (dal 1980, terminata di fatto con il vertice di Reykjavík fra Gorbačëv e Reagan nell’ottobre 1986)3.
La fase dell’antagonismo oscillatorio fu caratterizzata da negoziati e ripetuti tentativi di ridurre le tensioni fra i due campi, ciascuno fallito a causa di eventi in parte fuori dal controllo delle due potenze, ma che necessariamente le coinvolgevano e le contrapponevano.
Si trattò quindi di una fase che combinava aspetti della Guerra Fredda con aspetti della distensione e che, a differenza di queste ultime, si sarebbe definita con chiarezza retrospettivamente più che nel suo farsi.
Ebbene, tutto sommato è a questo che somigliano i rapporti fra gli Stati Uniti e la Russia di Putin: tant’è vero che il terrorismo jihadista (e per la Russia in particolare, il terrorismo ceceno) è avversario comune; e i flussi di energia dalla Russia all’Europa occidentale sarebbero stati impensabili durante la Prima guerra fredda (questi flussi iniziarono durante la distensione e furono tra i motivi del rinvio delle riforme sovietiche e della paradossale «maledizione delle risorse» che ancora affligge l’economia russa).
Esiste inoltre una ragione fondamentale per cui occorre fare molta attenzione ad assimilare i rapporti contemporanei fra Russia e «Occidente» alla Guerra Fredda, che era un contrasto fra sistemi sociali diversi: l’imperialismo capitalistico da una parte e lo pseudosocialismo totalitario dall’altra.
Nel XXI secolo né il «comunismo» sovietico né quello maoista esistono più. Abbiamo solo capitalismi, e quelli della Russia e della Cina sono anche imperialismi (nel senso proprio e strutturale che prescinde da una politica più o meno aggressiva; almeno per i marxisti, ciò dovrebbe essere ovvio).
Porre la questione come se si trattasse della Guerra Fredda è un modo per alimentare tensione e confusione. Oppure per crearsi la consolatoria illusione di rivivere i vecchi tempi «gloriosi»: cosa ancor più sbagliata quando si consideri - oltretutto - che Putin e Trump sono entrambi collocabili alla destra dello spettro politico: tradizionalisti, nazionalisti, autoritari, militaristi e maschilisti.
Comunque, è dalla crisi ucraina e dall’annessione della Crimea che il pendolo tende verso il gelo: l’attuale crisi diplomatica rientra nel quadro, ma non si può escludere l’alleggerimento della tensione. Si vedrà.
Quanto all’iniziativa protezionistica dell’amministrazione Trump, questa era attesa da tempo.
Per cui, coincidenza tra i due fatti? Sì, con molta probabilità. Anche perché muoversi verso la Guerra Fredda allo stesso tempo con Russia e Cina sarebbe mossa alquanto stupida, ed ancor più stupido sarebbe far questo mentre si minaccia o si intraprende effettivamente una guerra commerciale con gli alleati.
Si può fantasticare che dietro l’avvelenamento di Skripal’ ci sia la machiavellica Commissione europea, che intende così impedire a Trump di baciare la guancia di Putin? O che sia un trucco degli avversari della Brexit? L’elenco delle trame possibili si può allungare.
Non c’è dubbio che esista un negoziato con la Cina e che a marzo essa abbia inizialmente risposto in modo moderato alle tariffe statunitensi, promettendo concessioni; intanto pare che Commissione europea e Gazprom stiano arrivando a un accordo per chiudere un caso di antitrust assai costoso che risale al 2011; e rimane da definire l’incontro a Washington proposto da Trump a Putin durante la telefonata di congratulazioni per la terza rielezione del presidente russo (quindi, due settimane dopo l’avvelenamento degli Skripal’).
A mio parere, la questione cruciale è che quando ben contestualizzata, lungi dall’essere frutto della strategia di una regia, la scena dei rapporti con la Russia appare abbastanza pasticciata e suscettibile di sviluppi molto diversi.
È vero però che non si tratta di sola casualità. È il tipo di situazione che mette in luce le contraddizioni intrinseche alla politica estera dell’amministrazione Trump.
L’impeto protezionistico risponde a esigenze di legittimazione interna - sulla base delle promesse elettorali - ma è in contrasto con la divisione internazionale del lavoro e la riproduzione del capitale statunitense su scala mondiale. Si delinea un conflitto fra la politica economica internazionale degli Stati Uniti e la sua politica delle alleanze e della sicurezza nazionale.
Il protezionismo è anche un modo per non attuare serie riforme socioeconomiche negli Usa. In fondo alle contraddizioni della politica estera dell’amministrazione Trump c’è il conflitto latente fra questa e il popolo dei comuni cittadini nordamericani, compresi gli operai maschi bianchi che l’hanno votato.
Per il mondo, questo è molto più importante che storie di spie, arsenico e vecchi merletti ideologici.

giovedì 29 marzo 2018

CINA E RUSSIA NELLA «NATIONAL SECURITY STRATEGY» DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Con questo articolo - preceduto da «La politica estera degli Stati Uniti e le contraddizioni di Trump: questioni di metodo» - Michele Nobile inizia ad approfondire l’analisi della politica estera dell’amministrazione Trump partendo dalla National Security Strategy recentemente pubblicata. [la Redazione]

INDICE: Premessa - 1. La definizione del problema della sicurezza nazionale - 2. La teoria della pace democratica nelle precedenti amministrazioni - 3. La visione del mondo della NSS 2017 e la critica della teoria della pace democratica - 4. Cina e Russia nelle precedenti NSS - 5. Cina e Russia nella NSS 2017: minacce alla sicurezza nazionale - 6. Le relazioni fra Cina e Russia nella strategia americana - 7. Conclusione provvisoria

Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Pechino, 9 novembre 2017 © Nicolas Asfouri
Premessa
Alla fine del 2017 l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua National Security Strategy (NSS), il rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale che il Presidente degli Stati Uniti è tenuto a presentare annualmente al Congresso. È legittimo chiedersi quale interesse possa avere un documento come una NSS dal momento che sicuramente non contiene piani d’azione militare, neanche in termini generali.
Una NSS è frutto di compromessi in seno all’amministrazione ed è spesso scavalcata da sviluppi non previsti; d’altra parte, la disponibilità dei mezzi previsti per conseguire gli obiettivi indicati può anche andare oltre la durata dell’amministrazione che l’ha prodotta - e di non pochi anni.
I dubbi aumentano di fronte a un presidente come Trump - contestato dagli specialisti di politica estera e militare del suo stesso partito - e alla serie di dimissioni di personale di alto livello, sia per contrasti col presidente che imposte dai risultati delle indagini.
Dei trenta Segretari di Stato del XX secolo, Rex Tillerson è fra i sei che sono rimasti in carica per meno tempo, e nel periodo successivo alla Guerra Fredda solo Lawrence Eagleburger è durato meno. L’amministrazione Trump è al terzo Consigliere per la sicurezza nazionale in poco più di un anno, mentre nell’arco di otto anni Clinton e Bush Jr. ne hanno avuti soltanto due e Obama tre.
Oltretutto, non si può dire che il segretario di Stato e il consigliere per la sicurezza nazionale designati da Trump - Mike Pompeo, nominato direttore della Cia, e John Bolton, già ambasciatore presso le Nazioni Unite sotto George W. Bush - siano personaggi indicativi di un orientamento moderato: sono decisamente «falchi» scelti esclusivamente per la loro vicinanza politica al presidente.
Inoltre, benché tutte le varianti della NSS rendano un omaggio rituale ai «valori americani», suona strano leggere in un documento introdotto da Donald Trump che «gli Stati Uniti rigettano il bigottismo e l’oppressione» e che si impegnano a difendere i diritti delle donne e delle ragazze (NSS 2017, pp. 11 e 14).
In termini più sostanziali, come ampiamente prevedibile in alcuni punti, ad esempio sulla Russia e sulla Nato, la NSS 2017 appare in contrasto con i timori e le speranze suscitate da Trump prima delle elezioni. Pertanto ci si può chiedere quanto il documento rifletta il pensiero del presidente e quindi quanto sia affidabile.
È sorprendente che il messaggio di Trump che precede l’ultima NSS parli di «potenze rivali» aggressive nei confronti degli interessi americani nel mondo, senza però nominare Cina e Russia; poi, nel discorso del 18 dicembre 2017 con cui presentò il documento, Trump ha citato la telefonata di ringraziamento di Putin per le informazioni fornite dalla Cia utili a sventare un grave attentato terroristico pianificato a San Pietroburgo, ma ha anche detto che gli Stati Uniti affrontano «potenze rivali, la Russia e la Cina, che cercano di sfidare l’influenza, i valori e la ricchezza americani», precisando che, «in base alla mia direzione, questo documento è stato in elaborazione per oltre un anno. Ha l’approvazione del mio intero Gabinetto».
Non è affatto insolito che una NSS sia pubblicata oltre i termini prescritti dalla legge, ma quest’ultima frase appare come una precisazione superflua, una rassicurazione che sembra sottintendere il contrario.
Quanto al resto, il discorso si differenzia dalla NSS solo per i toni ancor più trionfalistici e per l’autocelebrazione della presunta identità fra il Popolo e il presidente, eletto con quasi tre milioni di voti in meno della concorrente Hillary Clinton:
«Ma l’anno scorso tutto ciò è cominciato a cambiare. Il popolo americano ha respinto i fallimenti del passato. Avete riscoperto la vostra voce e reclamato la proprietà di questa nazione e del suo destino.
Il 20 gennaio 2017 sono salito sui gradini del Campidoglio per annunciare il giorno in cui il popolo è di nuovo il governante della sua nazione (applausi). Grazie. Ora, meno di un anno dopo, sono orgoglioso di riferire che il mondo intero ha udito la notizia e ha già visto i segni. L’America sta tornando, e sta tornando forte».
Il rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale venne istituito nel 1986 dal Goldwater-Nichols Act: da allora ne sono stati pubblicati diciassette. Ebbene, se si confronta la NSS 2017 con quelle successive al crollo dell’Unione Sovietica, è chiaro che si tratta di un documento molto originale, pressoché alla pari con la NSS 2002 di Bush figlio, che formulava la dottrina della «guerra preventiva».
Sebbene da una NSS non sia possibile dedurre cosa esattamente un’amministrazione farà e quando, si possono tuttavia trarre indicazioni di massima circa la percezione delle minacce alla sicurezza nazionale e l’atteggiamento con cui si intende affrontarle.
La NSS 2017 contiene relativamente poco circa i diritti umani e la promozione della democrazia - cosa che può gratificare i simpatizzanti del presidente Putin e del leader supremo della Corea del Nord - ma la prospettiva delineata, che in termini enfatici si potrebbe chiamare grand strategy, non è meno pericolosa della decisione che portò alle invasioni di Afghanistan e Iraq.
Forse lo è ancor di più, sul piano dei rapporti con le potenze nucleari Cina e Russia e per motivi che non discendono soltanto dai vincoli posti dal Congresso, ma che sono intrinseci al concetto di America First come definito da Trump.
La visione del mondo contenuta nella NSS 2017 è sostanzialmente in linea con quella di Trump; tuttavia, nella sua concretizzazione questa stessa visione può comportare notevoli oscillazioni e confusione nella condotta della politica estera statunitense non solo a causa dell’opposizione interna, ma perché è internamente contraddittoria: questo potrebbe essere il motivo dei disaccordi personali nell’Amministrazione, in cui parti differenti spingono sui poli che costituiscono la contraddizione.
La struttura della NSS 2017 è costituita da un messaggio dello stesso Trump, un’introduzione e quattro capitoli relativi ad altrettanti pilastri della sicurezza nazionale, più un capitolo che applica la strategia nelle regioni del mondo.
Formalmente, ogni capitolo presenta delle azioni prioritarie per conseguire gli obiettivi indicati, una novità che appare tesa a dare concretezza, ma che in realtà è solo stilistica; e pure i quattro pilastri od obiettivi - proteggere il popolo americano, promuovere la prosperità in America, preservare la pace attraverso la forza e far progredire l’influenza dell’America - sono banalità presenti in ogni NSS.
La peculiarità di questo documento va ricercata nel modo in cui si definiscono concretamente quegli obiettivi, innanzitutto nella definizione del problema della sicurezza nazionale e delle minacce.

1. La definizione del problema della sicurezza nazionale
Il messaggio a firma Donald Trump che funge da prefazione alla NSS 2017 è un’arrogante rivendicazione dei presunti successi dell’Amministrazione, incluso l’aver «schiacciato i terroristi dello Stato islamico di Siria e Iraq (Isis)», che è però fatto rivendicato da tutti gli attori interessati prima che Trump s’insediasse.
L’elenco dei problemi ereditati dalle precedenti amministrazioni è lungo: «Stati canaglia», terrorismo internazionale, potenze aggressive, immigrazione incontrollata, cartelli criminali, ineguale distribuzione degli oneri della difesa tra Stati Uniti e alleati, scorrettezza nei rapporti economici.
Alla luce di ciò, i successi vantati con tono trionfalistico risaltano ancor di più: l’amministrazione Trump sta già «tracciando un corso nuovo e molto diverso». Il presidente si atteggia a salvatore della Patria, come colui che ha ripristinato la fiducia nei valori americani e la posizione dell’America nel mondo - «dopo un anno, il mondo sa che l’America è prospera, è sicura ed è forte» (NSS 2017, p. II).
Tuttavia, una nota d’allarme risuona sia nel messaggio di Trump che nel corpo della stessa NSS: «Gli Stati Uniti si trovano davanti ad un mondo straordinariamente pericoloso, pieno di una vasta gamma di minacce che si sono intensificate negli ultimi anni» (NSS 2017, p. I). Apparentemente sembra una contraddizione, ma la nota allarmistica svolge diverse funzioni.
Innanzitutto, mantenere elevato l’allarme circa il terrorismo e gli «Stati canaglia» è una necessità intrinseca alla dottrina della guerra e delle operazioni militari preventive, che è ormai una delle possibilità d’azione apertamente indicate da tutte le amministrazioni statunitensi, sia pure con formule diverse.
La formalizzazione di questa dottrina è uno stravolgimento dello jus ad bellum (il diritto ad entrare in guerra), con implicazioni anche per lo jus in bello (le norme che regolano il modo di fare la guerra, per esempio circa il trattamento dei prigionieri e della popolazione civile).
Perfino in un’interpretazione assai ampia e assai discutibile delle norme del diritto internazionale, uno dei criteri vincolanti - e non l’unico - che può giustificare come legittima difesa un’azione militare che anticipi l’attacco del nemico è quello dell’imminenza dell’aggressione.
Tuttavia, per quanto possa ammantarsi di formali riferimenti alle necessità dell’autodifesa, nella logica della guerra preventiva formalizzata dalla NSS 2002 la nozione di imminenza dell’attacco è svincolata da precisi riferimenti temporali e materiali, e quindi svuotata di significato reale.
La principale giustificazione della guerra e di operazioni militari preventive è diventata la possibilità e l’intenzione che entità definite come terroristiche o «Stati canaglia» si procurino armi di distruzione di massa; ciò equivale anche ad affermare che per queste entità il possesso di armi di distruzione di massa coincida con la certezza del loro utilizzo in un futuro e in un luogo indeterminati. La guerra od operazioni militari preventive vengono così giustificate a priori.
Anticipo una questione trattata più ampiamente in un prossimo articolo: seppur con obiettivi differenti, in pratica la logica della guerra preventiva è fatta propria anche da Cina e Russia, con modalità complesse - non solo militari, ma anche economiche e (dis)informative - spesso indicate dagli specialisti occidentali come «guerra ibrida» e nella discussione sovietica e russa con un’espressione che può essere tradotta come «controllo riflessivo». Questo è uno dei problemi con cui si confronta la NSS 2017 e uno dei motivi per cui suona l’allarme: la più ampia varietà di mezzi e modalità d’intervento della politica estera cinese e russa.
Inoltre - chiara stoccata alle Amministrazioni di Obama - la nuova NSS attacca «le eccessive regolazioni e l’alto livello delle tasse che hanno soffocato la crescita e indebolito la libera impresa», ridotto il credito e la creazione di posti di lavoro, anche a causa del peso di un’eccessiva regolazione ambientalistica, così da incrinare pure i presupposti economici della sicurezza nazionale (p. 2 e capitolo sulla promozione della prosperità in America).
Nel messaggio di Trump premesso alla NSS, l’ineguale condivisione degli oneri per la sicurezza fra gli Stati Uniti e gli alleati è indicata come una delle ragioni che hanno incoraggiato gli avversari a intraprendere azioni pericolose - il punto si ripropone poi nel documento. Ovviamente non sono affatto poste in discussione le alleanze, ma i termini con cui gli altri Stati vi contribuiscono.
Tuttavia, la lista delle inadempienze non si ferma qui. Essa copre tutti gli anni ‘90, comprendendo le Amministrazioni di Bush padre e di Clinton, e implicitamente anche quelle di Bush figlio. Nella NSS 2017 è fondamentale la critica dell’idea che la superiorità militare statunitense fosse garantita, come lo è la critica del concetto wilsoniano (da Woodrow Wilson, presidente dal 1913 al 1921) di «pace democratica» che, sia pur declinato in modi diversi, è stato al centro della politica estera perseguita dagli Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda.

lunedì 19 febbraio 2018

LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP: QUESTIONI DI METODO, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

INDICE: 1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump? - 2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti - 3. L’eccezionalismo americano e il mito dello splendido isolamento - 4. Limiti o declino della potenza americana? - 5. Il feticismo concettuale: multilateralismo/unilateralismo, unipolarità/multipolarità - 6. Le pericolose contraddizioni della politica estera dell’amministrazione Trump

© Evan Vucci
1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump?
In un importante discorso sulla politica estera dell’aprile 2016, Donald Trump affermò: «siamo totalmente prevedibili. Diciamo tutto. Stiamo inviando truppe. Glielo diciamo. Stiamo inviando qualcos’altro. Teniamo una conferenza stampa. Dobbiamo essere imprevedibili. E dobbiamo essere imprevedibili a partire da ora»1.
In effetti, incertezza e varietà di valutazioni circa il corso della politica estera dell’amministrazione Trump continuano ad essere notevoli. Quel che accomuna critici e sostenitori della politica estera dell’attuale Amministrazione è il timore o la speranza che, mossi dal nazionalismo, gli Stati Uniti possano ritirarsi in quel che si dice isolazionismo.
Diffusa anche ad arte, la confusione è tale che ritengo necessario mettere a fuoco i parametri elementari della politica estera degli Stati Uniti - ciò che un Presidente non farà mai - e alcuni concetti fondamentali, utili anche a comprendere le particolari contraddizioni dell’Amministrazione in carica.
Ricordo che fra gli specialisti statunitensi di politica estera si formò presto un’area di critici irriducibili che ritenevano il miliardario del tutto inadeguato - per preparazione e temperamento - a svolgere le funzioni di capo dell’esecutivo e di comandante in capo.
C’era addirittura chi lo aveva definito una sorta di «candidato manciuriano», cioè un agente degli interessi russi. Fra i critici del candidato Trump si distinse per durezza la maggior parte dei più importanti intellettuali e funzionari neoconservatori del Partito repubblicano2.
Il successo di Trump venne invece salutato con entusiasmo dalla destra xenofoba e nazionalista favorevole all’uscita dall’Unione europea e dalla zona euro. In questo caso, l’entusiasmo per Trump era strumentale e condito con una notevole dose d’ipocrisia che sorvolava sul fatto che in qualsiasi negoziato le loro piccole patrie non conterebbero niente di fronte al gigante nordamericano. Ma Trump è (stato?) apprezzato anche dalla sinistra putiniana e russofila come fosse «un altro colpo all’imperialismo».
Potrebbe anche trattarsi di una combinazione d’incompetenza, d’ignoranza, d’ingenuità e di stupidità, ma più che altro è il risultato della semplice dissoluzione dei criteri più elementari di comprensione e valutazione di ciò che è l’imperialismo, sia esso nordamericano o russo o cinese, integrata da una rielaborazione irrazionale del lutto per la scomparsa Unione Sovietica, surrogata dall’attaccamento a un regime che combina l’aquila zarista con miti e riti di matrice sovietica in nome della continuità storica dello Stato grande-russo.
Per gli alleati e gli opinionisti centristi, l’etichetta dell’isolazionismo serve strumentalmente a prendere posizione nelle contrattazioni diplomatiche. Questi sanno benissimo che un’amministrazione statunitense può fare la voce grossa e battere i pugni sul tavolo, pretendere questo e quello (ad esempio, un contributo più adeguato alle spese della Nato), ma mai rescindere l’alleanza stessa.
Comprendono bene che sono proprio i limiti della grande potenza statunitense - e la dimensione mondiale del capitalismo nordamericano - a rendere indispensabile la riproduzione delle alleanze.
Si delinea così una terza posizione, in pratica un obbligo per chi ha responsabilità di governo e deve necessariamente negoziare con l’amministrazione nordamericana. Se Trump è incompetente e inadeguato, pensano gli ottimisti, un madman incline a pericolosi spropositi, i responsabili del governo e i funzionari che mettono concretamente in opera la politica estera degli Stati Uniti possono moderare le linee del Presidente o ricondurle su binari nei limiti della normalità.
Per gli ottimisti, la National Security Strategy (NSS) del dicembre 2017 muove in questa direzione. Tuttavia, per altri l’interesse di un documento come la NSS dipende da quanto esso sia coerente con la visione del mondo e la personalità del Presidente. Per questo motivo, la NSS 2017 risulta poco attendibile in punti importanti.
L’incertezza è grande ma può essere ridotta, insieme all’ottimismo.

2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti
Dalla guerra ispano-americana del 1898 e dall’inizio della costruzione di una flotta oceanica voluta da Theodore Roosevelt (assistente del segretario della Marina nel 1897-1898, sotto McKinley, e presidente dal 1901 al 1909), e sicuramente dalla Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno acquisito la capacità di proiettare la propria potenza militare su tutto il pianeta; e in misura maggiore di qualsiasi altro Paese avanzato, il capitalismo statunitense si estende ben oltre i confini politici nazionali, continuando a mantenere una posizione strutturalmente centrale nell’economia mondiale.
In questo contesto, l’attenzione deve concentrarsi sui doveri costituzionali del Presidente degli Stati Uniti come capo dell’esecutivo e comandante in capo - preservare, proteggere e difendere l’America e la Costituzione.
L’America e lo «stile di vita americano», ovviamente, non sono più quelli dei Padri fondatori, sicché gli interessi impliciti in quei doveri sono ora enormemente più grandi e complessi di quelli originari.
Conseguentemente, dalla Grande Depressione e specialmente dalla Seconda guerra mondiale e dall’inizio della Guerra Fredda, le dimensioni degli apparati che costituiscono l’esecutivo e i poteri del Presidente sono cresciuti in modo da alterare l’originario equilibrio costituzionale.
La presidenza è imperiale anche nella politica interna, ma è nella politica estera e nell’uso della forza militare che essa ha prosperato nel modo più drammatico3.

E quindi, un Presidente non rinuncerà mai al ruolo degli Stati Uniti come potenza «la cui leadership è indispensabile» (George H.W. Bush, NSS 1991, p. 2) al «mondo libero» e all’ordine mondiale: «siamo inevitabilmente (inescapably) il leader, l’anello connettivo in un’alleanza globale delle democrazie (George H.W. Bush, NSS 1990, p. 2); «la necessità della leadership americana all’estero rimane forte come sempre» (Bill Clinton, NSS 1996, p. IV); «l’America non può conoscere pace, sicurezza e prosperità ritirandosi dal mondo. L’America deve guidare con le azioni e con l’esempio» (George W. Bush, NSS 2006, p. 49); qualsiasi strategia «di sicurezza nazionale deve iniziare con una verità innegabile - l’America deve guidare», tuttavia rinnovando la sua leadership (Barack Obama, NSS 2015, p. I); «il mondo intero è sollevato dal rinnovamento dell’America e dal riemergere della leadership americana (Donald Trump, NSS 2017, p. II)4.
È interessante come sia Obama che Trump leghino la leadership mondiale al rinnovamento interno e all’economia, seppur in modi molto diversi - se non opposti.
La nozione secondo cui gli Stati Uniti debbano orientare gli sviluppi della società mondiale costituisce il nocciolo politico di quel che si dice egemonia, termine che ha acquisito una varietà di significati - specialmente quando applicato alle relazioni internazionali5 - ma che qui intendo nel senso gramsciano: non mero dominio, ma «combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso», così da conseguire la «direzione intellettuale e morale»6.
È parte integrante dell’esercizio dell’egemonia il fatto che la combinazione di forza e consenso presenti variazioni estreme nelle differenti regioni del mondo. Occorre però enfatizzare che l’efficacia della politica estera di un’amministrazione statunitense nell’esercitare la leadership nei confronti degli alleati consiste proprio nel saper mantenere l’equilibrio tra forza e consenso.
Il fatto che i governanti dell’Europa e del Giappone temano l’isolazionismo nazionalistico degli Stati Uniti, ma non il loro impegno internazionalistico, è la migliore testimonianza di quanto sia stata interiorizzata l’egemonia nordamericana. Il discorso può allargarsi all’influenza culturale e al fatto che gli Stati Uniti rimangono un eccezionale polo d’attrazione per l’immigrazione.
La posizione di guida è irrinunciabile sia nel caso di una politica che possa dirsi «realista» e orientata al mantenimento dell’equilibrio di potenza internazionale, sia nel caso essa appaia animata da un attivismo «idealista» di tipo wilsoniano; sia nel caso di un approccio di «realismo difensivo» - orientato al mantenimento dello statu quo - sia nel caso opposto di «realismo offensivo», volto a prevenire l’emergere di un competitore.

Un Presidente non rinuncerà mai all’assoluta superiorità militare degli Stati Uniti sulla scena mondiale, a fare in modo «di assicurare che continui la superiorità militare americana» (NSS 2017, p. 3). Cosa comporta questo? Un imponente arsenale nucleare; ma, al di sotto della soglia nucleare:
«… le Forze armate degli Stati Uniti saranno simultaneamente in grado di difendere la madrepatria; condurre operazioni di controterrorismo distribuite e di alto livello; e in più regioni, scoraggiare l’aggressione e assicurare gli alleati attraverso la presenza e l’impegno avanzato. Se in un dato momento la deterrenza fallirà, le forze degli Stati Uniti saranno in grado di sconfiggere un avversario regionale in una campagna su larga scala in più fasi e di negare gli obiettivi - o di imporre costi inaccettabili - a un secondo aggressore in un’altra regione»7.
Almeno dalla fine della Guerra Fredda e per tutte le amministrazioni, il criterio che definisce il primato militare degli Stati Uniti è la capacità di condurre operazioni militari e vincere in two major regional conventional contingencies o major regional conflicts, cioè in due teatri importanti e che interessino consistenti forze nemiche.
Il motivo per cui agli Stati Uniti occorre poter intervenire in due teatri, calibrando le priorità e il ritmo dello sforzo, è semplice: impedire che un avversario ritenga di poter cogliere l’opportunità di agire mentre le forze americane sono bloccate in un teatro distante.
Operativamente, è questo che definisce la potenza americana e nello stesso tempo i suoi limiti, che impongono di selezionare aree e modi d’intervento. La «grande strategia» efficace è quella che impiega la potenza nella consapevolezza dei suoi limiti.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.