L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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lunedì 19 febbraio 2018

LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP: QUESTIONI DI METODO, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

INDICE: 1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump? - 2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti - 3. L’eccezionalismo americano e il mito dello splendido isolamento - 4. Limiti o declino della potenza americana? - 5. Il feticismo concettuale: multilateralismo/unilateralismo, unipolarità/multipolarità - 6. Le pericolose contraddizioni della politica estera dell’amministrazione Trump

© Evan Vucci
1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump?
In un importante discorso sulla politica estera dell’aprile 2016, Donald Trump affermò: «siamo totalmente prevedibili. Diciamo tutto. Stiamo inviando truppe. Glielo diciamo. Stiamo inviando qualcos’altro. Teniamo una conferenza stampa. Dobbiamo essere imprevedibili. E dobbiamo essere imprevedibili a partire da ora»1.
In effetti, incertezza e varietà di valutazioni circa il corso della politica estera dell’amministrazione Trump continuano ad essere notevoli. Quel che accomuna critici e sostenitori della politica estera dell’attuale Amministrazione è il timore o la speranza che, mossi dal nazionalismo, gli Stati Uniti possano ritirarsi in quel che si dice isolazionismo.
Diffusa anche ad arte, la confusione è tale che ritengo necessario mettere a fuoco i parametri elementari della politica estera degli Stati Uniti - ciò che un Presidente non farà mai - e alcuni concetti fondamentali, utili anche a comprendere le particolari contraddizioni dell’Amministrazione in carica.
Ricordo che fra gli specialisti statunitensi di politica estera si formò presto un’area di critici irriducibili che ritenevano il miliardario del tutto inadeguato - per preparazione e temperamento - a svolgere le funzioni di capo dell’esecutivo e di comandante in capo.
C’era addirittura chi lo aveva definito una sorta di «candidato manciuriano», cioè un agente degli interessi russi. Fra i critici del candidato Trump si distinse per durezza la maggior parte dei più importanti intellettuali e funzionari neoconservatori del Partito repubblicano2.
Il successo di Trump venne invece salutato con entusiasmo dalla destra xenofoba e nazionalista favorevole all’uscita dall’Unione europea e dalla zona euro. In questo caso, l’entusiasmo per Trump era strumentale e condito con una notevole dose d’ipocrisia che sorvolava sul fatto che in qualsiasi negoziato le loro piccole patrie non conterebbero niente di fronte al gigante nordamericano. Ma Trump è (stato?) apprezzato anche dalla sinistra putiniana e russofila come fosse «un altro colpo all’imperialismo».
Potrebbe anche trattarsi di una combinazione d’incompetenza, d’ignoranza, d’ingenuità e di stupidità, ma più che altro è il risultato della semplice dissoluzione dei criteri più elementari di comprensione e valutazione di ciò che è l’imperialismo, sia esso nordamericano o russo o cinese, integrata da una rielaborazione irrazionale del lutto per la scomparsa Unione Sovietica, surrogata dall’attaccamento a un regime che combina l’aquila zarista con miti e riti di matrice sovietica in nome della continuità storica dello Stato grande-russo.
Per gli alleati e gli opinionisti centristi, l’etichetta dell’isolazionismo serve strumentalmente a prendere posizione nelle contrattazioni diplomatiche. Questi sanno benissimo che un’amministrazione statunitense può fare la voce grossa e battere i pugni sul tavolo, pretendere questo e quello (ad esempio, un contributo più adeguato alle spese della Nato), ma mai rescindere l’alleanza stessa.
Comprendono bene che sono proprio i limiti della grande potenza statunitense - e la dimensione mondiale del capitalismo nordamericano - a rendere indispensabile la riproduzione delle alleanze.
Si delinea così una terza posizione, in pratica un obbligo per chi ha responsabilità di governo e deve necessariamente negoziare con l’amministrazione nordamericana. Se Trump è incompetente e inadeguato, pensano gli ottimisti, un madman incline a pericolosi spropositi, i responsabili del governo e i funzionari che mettono concretamente in opera la politica estera degli Stati Uniti possono moderare le linee del Presidente o ricondurle su binari nei limiti della normalità.
Per gli ottimisti, la National Security Strategy (NSS) del dicembre 2017 muove in questa direzione. Tuttavia, per altri l’interesse di un documento come la NSS dipende da quanto esso sia coerente con la visione del mondo e la personalità del Presidente. Per questo motivo, la NSS 2017 risulta poco attendibile in punti importanti.
L’incertezza è grande ma può essere ridotta, insieme all’ottimismo.

2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti
Dalla guerra ispano-americana del 1898 e dall’inizio della costruzione di una flotta oceanica voluta da Theodore Roosevelt (assistente del segretario della Marina nel 1897-1898, sotto McKinley, e presidente dal 1901 al 1909), e sicuramente dalla Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno acquisito la capacità di proiettare la propria potenza militare su tutto il pianeta; e in misura maggiore di qualsiasi altro Paese avanzato, il capitalismo statunitense si estende ben oltre i confini politici nazionali, continuando a mantenere una posizione strutturalmente centrale nell’economia mondiale.
In questo contesto, l’attenzione deve concentrarsi sui doveri costituzionali del Presidente degli Stati Uniti come capo dell’esecutivo e comandante in capo - preservare, proteggere e difendere l’America e la Costituzione.
L’America e lo «stile di vita americano», ovviamente, non sono più quelli dei Padri fondatori, sicché gli interessi impliciti in quei doveri sono ora enormemente più grandi e complessi di quelli originari.
Conseguentemente, dalla Grande Depressione e specialmente dalla Seconda guerra mondiale e dall’inizio della Guerra Fredda, le dimensioni degli apparati che costituiscono l’esecutivo e i poteri del Presidente sono cresciuti in modo da alterare l’originario equilibrio costituzionale.
La presidenza è imperiale anche nella politica interna, ma è nella politica estera e nell’uso della forza militare che essa ha prosperato nel modo più drammatico3.

E quindi, un Presidente non rinuncerà mai al ruolo degli Stati Uniti come potenza «la cui leadership è indispensabile» (George H.W. Bush, NSS 1991, p. 2) al «mondo libero» e all’ordine mondiale: «siamo inevitabilmente (inescapably) il leader, l’anello connettivo in un’alleanza globale delle democrazie (George H.W. Bush, NSS 1990, p. 2); «la necessità della leadership americana all’estero rimane forte come sempre» (Bill Clinton, NSS 1996, p. IV); «l’America non può conoscere pace, sicurezza e prosperità ritirandosi dal mondo. L’America deve guidare con le azioni e con l’esempio» (George W. Bush, NSS 2006, p. 49); qualsiasi strategia «di sicurezza nazionale deve iniziare con una verità innegabile - l’America deve guidare», tuttavia rinnovando la sua leadership (Barack Obama, NSS 2015, p. I); «il mondo intero è sollevato dal rinnovamento dell’America e dal riemergere della leadership americana (Donald Trump, NSS 2017, p. II)4.
È interessante come sia Obama che Trump leghino la leadership mondiale al rinnovamento interno e all’economia, seppur in modi molto diversi - se non opposti.
La nozione secondo cui gli Stati Uniti debbano orientare gli sviluppi della società mondiale costituisce il nocciolo politico di quel che si dice egemonia, termine che ha acquisito una varietà di significati - specialmente quando applicato alle relazioni internazionali5 - ma che qui intendo nel senso gramsciano: non mero dominio, ma «combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso», così da conseguire la «direzione intellettuale e morale»6.
È parte integrante dell’esercizio dell’egemonia il fatto che la combinazione di forza e consenso presenti variazioni estreme nelle differenti regioni del mondo. Occorre però enfatizzare che l’efficacia della politica estera di un’amministrazione statunitense nell’esercitare la leadership nei confronti degli alleati consiste proprio nel saper mantenere l’equilibrio tra forza e consenso.
Il fatto che i governanti dell’Europa e del Giappone temano l’isolazionismo nazionalistico degli Stati Uniti, ma non il loro impegno internazionalistico, è la migliore testimonianza di quanto sia stata interiorizzata l’egemonia nordamericana. Il discorso può allargarsi all’influenza culturale e al fatto che gli Stati Uniti rimangono un eccezionale polo d’attrazione per l’immigrazione.
La posizione di guida è irrinunciabile sia nel caso di una politica che possa dirsi «realista» e orientata al mantenimento dell’equilibrio di potenza internazionale, sia nel caso essa appaia animata da un attivismo «idealista» di tipo wilsoniano; sia nel caso di un approccio di «realismo difensivo» - orientato al mantenimento dello statu quo - sia nel caso opposto di «realismo offensivo», volto a prevenire l’emergere di un competitore.

Un Presidente non rinuncerà mai all’assoluta superiorità militare degli Stati Uniti sulla scena mondiale, a fare in modo «di assicurare che continui la superiorità militare americana» (NSS 2017, p. 3). Cosa comporta questo? Un imponente arsenale nucleare; ma, al di sotto della soglia nucleare:
«… le Forze armate degli Stati Uniti saranno simultaneamente in grado di difendere la madrepatria; condurre operazioni di controterrorismo distribuite e di alto livello; e in più regioni, scoraggiare l’aggressione e assicurare gli alleati attraverso la presenza e l’impegno avanzato. Se in un dato momento la deterrenza fallirà, le forze degli Stati Uniti saranno in grado di sconfiggere un avversario regionale in una campagna su larga scala in più fasi e di negare gli obiettivi - o di imporre costi inaccettabili - a un secondo aggressore in un’altra regione»7.
Almeno dalla fine della Guerra Fredda e per tutte le amministrazioni, il criterio che definisce il primato militare degli Stati Uniti è la capacità di condurre operazioni militari e vincere in two major regional conventional contingencies o major regional conflicts, cioè in due teatri importanti e che interessino consistenti forze nemiche.
Il motivo per cui agli Stati Uniti occorre poter intervenire in due teatri, calibrando le priorità e il ritmo dello sforzo, è semplice: impedire che un avversario ritenga di poter cogliere l’opportunità di agire mentre le forze americane sono bloccate in un teatro distante.
Operativamente, è questo che definisce la potenza americana e nello stesso tempo i suoi limiti, che impongono di selezionare aree e modi d’intervento. La «grande strategia» efficace è quella che impiega la potenza nella consapevolezza dei suoi limiti.

domenica 16 aprile 2017

TRUMP E LA «MADRE DI TUTTE LE BOMBE», di Pier Francesco Zarcone

Il lancio in Afghanistan di uno dei più devastanti ordigni non nucleari non vale per il suo immediato esito tattico sul campo di battaglia: se è vero che ha causato la morte di 36 o 94 miliziani dell'Isis (secondo l'Isis, invece, non ci sarebbero state vittime), allora questo risultato mal si concilia con la spesa di ben 14,6 milioni di dollari, perché tanto costa una bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast (MOAB), creativamente definita dai militari "Madre di tutte le bombe", anche in base alle lettere del suo acronimo (pare che la Russia disponga di un ordigno similare detto "Padre di tutte le bombe", di potenza quattro volte superiore). A questa spesa bisogna aggiungere quella a suo tempo sostenuta dai contribuenti statunitensi per la costruzione dei tunnel da poco bombardati. Secondo l'ex analista Edward Snowden si tratterebbe infatti delle gallerie sotterranee fatte costruire dalla Cia nel 1980 - all'inizio del conflitto afghano scoppiato in seguito all'invasione sovietica - per proteggere i mujahidin islamisti.
Poiché abbiamo detto e ripetuto che il diritto internazionale oggettivo non esiste più, sostituito dal diritto internazionale soggettivo creato dagli Usa a proprio uso e consumo, non desti meraviglia il fatto che l'uso della MOAB sul territorio di uno Stato formalmente sovrano sia avvenuto su semplice comunicazione al governo afghano, e non già in base al consenso previo di questo.
La MOAB è un ordigno terrificante, pur non generando radiazioni, e il suo utilizzo costituisce il pericoloso e incosciente avvicinarsi al confine dell'abisso. Per ora si tratta di un ulteriore palese messaggio da parte di chi poco tempo fa era stato erroneamente considerato un isolazionista, da contrapporre alla guerrafondaia Hillary Clinton. Un errore di prospettiva notevole, bisogna ammetterlo.
I destinatari minori del messaggio - per il terrore generato da questa super bomba - sono gli Afghani che appoggiano Isis e Talebani, o che ne fanno parte. Si dice che le esibizioni muscolari di questo emulo della Sfida all'O.K. Corral manifestino una carenza di strategia. Sarà, ma riflettendo si può dissentire. Non si vogliono certo smentire gli addetti ai lavori, secondo i quali alla Casa Bianca le decisioni sono prese e variano di ora in ora. Semmai sosteniamo che al di là di ciò esiste una strategia definibile come il ritorno in grande e a tutto campo dell'imperialismo statunitense guerrafondaio e del suo autarchico ruolo di gendarme del mondo. Non ci si deve fermare al fatto che nel caso di Trump (soggettivamente assunto) - personaggio psichicamente instabile e, se possibile, meno colto di George W. Bush - risulti in primo piano il "menare le mani" senza apparente coordinazione, ma si deve fare attenzione alle coincidenze non casuali: il lancio della MOAB è avvenuto lo stesso giorno in cui a Mosca si apriva un vertice fra Russia, Cina e Iran per cercare una soluzione politica alla quasi ventennale guerra in Afghanistan. È come se Trump avesse affermato, per fatti conseguenti, il suo "no" a una pace russo-cino-iraniana.

venerdì 11 novembre 2016

PRESIDENZIALI USA: TRUMP VINCE PERDENDO MENO DI HILLARY, di Michele Nobile

La vittoria elettorale di Donald Trump ha suscitato notevole clamore, quasi fosse destinato a diventare un novello Ronald Reagan. Certamente, la conquista della presidenza e delle due camere da parte di repubblicani radicalizzati verso destra è cosa che promette male per i lavoratori, i comuni cittadini statunitensi e gli immigrati. Non a caso Trump ha ricevuto sincere congratulazioni dalla destra pseudopopulista europea: da Marine Le Pen e dal padre, dall'ungherese Viktor Orbán, dall'austriaco Heinz-Christian Strache, l'olandese Geert Wilders, dal britannico Farage, dagli italiani Matteo Salvini, Roberto Fiore (Forza Nuova), via via fino a Putin, il caso più significativo. Non che nella postdemocrazia europea socialiberisti tipo Hollande o Renzi promettano chissà cosa…
Tuttavia, per le ragioni che seguono, non ritengo che il successo di Trump, in realtà un insuccesso di Hillary Clinton, costituisca una svolta per l'opinione pubblica statunitense, di sicuro non nel senso di una rivolta indirizzata a destra e in senso xenofobo dei forgotten men and women – un'allusione che evita termini sgradevoli come working class o working poor o unemployed. La questione cruciale - tanto più con le tendenze elettorali della postdemocrazia - è che la ripartizione dei voti validi è determinante ai fini istituzionali e del governo ma può non essere significativa per comprendere lo stato d'animo di un popolo in quel determinato momento o delle tendenze profonde e delle motivazioni1. Ed è questo che mi interessa ora. Per questo, però, occorre andare oltre il fuoco d'artificio del dato istantaneo e aggregato sui voti validi, altrimenti si resta abbagliati dallo spettacolo pirotecnico. E Trump in questo è stato bravo, come Berlusconi a suo tempo.

Diamo i numeri: ha vinto chi ha perso meno
La prima considerazione da fare è che Trump non ha vinto con il consenso del 47,7% degli elettori statunitensi, ma dei votanti. Questa è una percentuale calcolata sui voti validi, non sul totale degli elettori, o meglio sul totale della voting-eligible population (Vep), l'insieme di coloro - maggiori di 18 anni - che hanno diritto di voto, a sua volta da distinguere dalla voting-age population (Vap), popolazione in età di voto di cui una parte non è registrata o è stata privata del diritto di voto a causa di condanne penali. Ebbene, calcolato sul totale degli elettori (Vep) di 231.556.622, il consenso per Trump è al 25,8%, quello per Clinton al 25,9%. Nel 2008 Obama ottenne il 32% del consenso sul totale degli elettori, il 52,9% dei voti validi.
Il motivo è ovvio - benché puntualmente trascurato - ed è l'alto tasso di astensione dal voto: 99,8 milioni di persone. È fatto arcinoto che il drastico declino della partecipazione elettorale negli Stati Uniti avvenne durante la cosiddetta Progressive Era, tra la fine del XIX e i primi due decenni del XX secolo, riducendosi da circa l'80% al 50-60% per le elezioni presidenziali e al 40-50% per le legislative. Questi sono dati stabili oramai da un secolo, per cui il punto veramente interessante è: come si colloca nella serie storica la partecipazione a queste elezioni?
Nel secondo dopoguerra la partecipazione elettorale raggiunse il massimo del 64% nelle presidenziali del 1960 - quelle vinte da JFK, un record ineguagliato dal 1908 - cadde di 6 punti di percentuale tra le elezioni del 1968 e del 1972, iniziando una tendenza al calo interrotta dal primo successo di Reagan nel 1980 e in modo più significativo dalle presidenziali del 1992 – le prime vinte da Bill Clinton, partecipazione al 58%2. Nel 1996 Clinton venne rieletto, ma la partecipazione cadde al minimo storico dal 1948 (o dal 1836): sotto il 52%. Nelle successive tornate elettorali per la presidenza - quelle vinte da Bush Jr. - la tendenza fu alla crescita, specialmente tra il 2000 e il 2004: dal 54% al 60% (ma nel 2000 Bush ottenne la presidenza solo grazie al particolare sistema di elezione indiretta, perché nel voto popolare Gore era in vantaggio di mezzo milione di voti). La prima vittoria di Barack Obama nel 2008 vide solo un modesto aumento della partecipazione - al 61,6%, il tasso più alto dal 1972 - ma la seconda vittoria, nel 2012, si verificò in concomitanza di un calo di 3 punti, al 58,6%, pari a 129 milioni di votanti. Ebbene, la partecipazione alle elezioni presidenziali del 2016 è ulteriormente calata al 56,8%. Questo perché quasi 9 milioni di americani si sono astenuti dal voto relativamente alle presidenziali del 2008 e 6 milioni rispetto a quelle del 20123.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.