L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 23 febbraio 2026

IL GIOVANNI AMENDOLA DI ANTONIO CARIOTI

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH

Antonio Carioti, L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista, liberale, Laterza, febbraio 2026, 265 pp.


È passato un secolo da quel 1926 in cui morirono due delle più insigni personalità dell’antifascismo italiano - Piero Gobetti e Giovanni Amendola - entrambi per le conseguenze fisiche di aggressioni fasciste ed entrambi animati dalla volontà di combattere strenuamente contro il fascismo e in difesa della democrazia, pur avendo di quest’ultima concezioni politicamente e culturalmente molto diverse.

Vi sono, però, altre ricorrenze fondamentali che la storia italiana del 1926 può riportare alla memoria. Con le Leggi speciali («fascistissime») del 1925-26 si aboliva ufficialmente ogni residua libertà istituzionale, e il governo mussoliniano - già fortemente avviato sulla strada della dittatura - assumeva anche formalmente il carattere di regime totalitario. Caratterizzazione che nella sostanza si ritrova nelle ultime analisi di Gobetti e di Amendola.

A gennaio del 1926 si era svolto a Lione il III congresso del Pcd’I, che aveva sancito la fine della direzione bordighiana - ma troppo tardi ormai per poter porre il benché minimo riparo ai disastri da essa provocati - e l’inizio della gramsciana. È, però, un Gramsci che sta per entrare in carcere, non prima di aver scritto a ottobre la celebre lettera di aspra critica a Togliatti. Questi è a Mosca e, abbandonato il sostegno a Bucharin, sta passando totalmente dalla parte di Stalin: parte alla quale resterà ultrafedele sino alla morte del dittatore georgiano e oltre.

Anche in Urss, del resto, la dittatura iniziata a dicembre 1917-gennaio 1918 sta assumendo le caratteristiche di un regime totalitario: le tappe di questa involuzione sono più che note, ma va comunque segnalato che nel 1926 – dopo la lettura per pochi eletti del Testamento di Lenin, così esplicito nel proporre le dimissioni di Stalin - viene sconfitta l’ultima possibilità di opposizione, mentre si prepara l’espulsione dei suoi principali esponenti (in primis Trotsky) che verrà formalizzata l’anno dopo, aprendo la strada al futuro sterminio di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica.

Perché, dunque, iniziare questa riflessione su Amendola partendo dal 1926, cioè dalla fine sua e di ogni parvenza di libertà in Italia e in Urss, cioè nei primi due regimi totalitari della storia moderna, in attesa che si aggiunga il Terzo Reich?

In primo luogo, perché questo è anche lo schema narrativo dello stesso Carioti che apre con l’agguato in quel di Montecatini ad Amendola, principale esponente del cosiddetto Aventino successivo all’uccisione di Giacomo Matteotti, leader del Psu. Prosegue poi con la sua morte a Cannes e con gli strascichi giudiziari nel processo di Pistoia del 1947, conclusosi con otto condanne per omicidio aggravato. Il resto è un lungo flash-back che consente di ripercorrere passo a passo un ventennio decisivo della storia d’Italia, con sue proiezioni estere come la Prima guerra mondiale, l’irredentismo adriatico, il colonialismo in Nordafrica e altro.

In secondo luogo, perché una ricostruzione della biografia politica di una personalità così fortemente impegnata a dare battaglia per le proprie idee, sia con gli scritti sia con l’azione politica, non può prescindere dalla ricostruzione del quadro storico in cui si svolge tale battaglia. E i quadri, ben si sa, sono racchiusi da cornici che ne determinano i limiti. E se il 1926 è il punto d’arrivo, il punto di partenza «politico» è indicato da Carioti nel 1909, quando Amendola comincia a scrivere per La Voce, fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini.

Organo di un’ideale battaglia di rinnovamento civile e culturale, la rivista rappresenta anche una voce radicalmente critica nei confronti di una classe politica dirigente che ha dimostrato ampiamente, e continuerà a dimostrare fino al suo tragico epilogo, di non essere in grado d’interpretare le spinte innovative che la società impone nel suo tempestoso processo di trasformazione.

Il giovane Amendola (nato nel 1882) si trova immediatamente a suo agio in un ambiente segnato da grande vivacità culturale e frequentato da alcuni dei più promettenti intellettuali italiani (come Gaetano Salvemini o il pittore Ardengo Soffici, tanto per fare due nomi). Ha una forte valenza simbolica il fatto che il primo dissidio di Amendola con Prezzolini riguardi proprio un evento sismico, cioè su come intervenire dopo il tragico terremoto di Messina del dicembre 1908.

Altri dissidi seguiranno, in questa e in altre fasi della rivista fiorentina, come negli anni in cui Amendola collaborerà con il Corriere della Sera. Una collaborazione intensa e a fasi alterne, fino a quando il deputato di Democrazia liberale (eletto a Sarno, provincia di Salerno) disporrà del quotidiano da lui a lungo sognato: Il Mondo, esistito dal gennaio 1922 all’ottobre 1926.

Essenziali, nell’economia del percorso narrativo, le pagine in cui Carioti (egli stesso da tempo redattore nella pagina culturale del Corriere odierno) ricostruisce l’intensa amicizia intellettuale e politica, più che una semplice collaborazione, di Amendola con Luigi Albertini. Questo combattivo liberale conservatore (antigiolittiano e poi antifascista) fu lo storico direttore del Corriere dal 1900 fino alla sua estromissione nel 1925, dopo aver firmato tra l’altro il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. 

Personalmente ho trovato toccanti le molte pagine che Carioti dedica a ricostruire questo rapporto decisamente insolito tra direttore e redattore, anche perché fu contrassegnato spesso da divergenze. E oggigiorno sarebbe impensabile non solo tanta autonomia e rispetto reciproco, ma anche che il direttore/editore di una testata addirittura aiuti la nascita di un’altra testata che finirà inevitabilmente per essere concorrenziale. Eppure Albertini lo fece nei riguardi de Il Mondo e di molte altre disavventure giornalistiche in cui il suo ex redattore fu coinvolto.

E le disavventure furono veramente tante. In una recensione non si possono nemmeno elencare. Bisogna leggere il libro e approfittare del fatto che Carioti non dà per scontata da parte del lettore la conoscenza di tutte le vicende del primo quarto di Novecento della storia italiana. Nel dare la parola ad Amendola (grazie a cospicui carteggi di vecchia e nuova pubblicazione, libri in parte autobiografici, i molti articoli su giornali e riviste) egli trova sempre un piccolo spazio per chiarire di quale evento si stia trattando, di quale corrente politica o episodio, consapevole che non tutti possono aver letto gli otto volumi di Renzo De Felice o, avendoli letti, sono in grado di collocare con immediatezza un determinato episodio nel suo contesto storico.

Dire che la figura di Amendola che emerge dalle pagine del libro fu una delle più complesse del mondo culturale italiano, è dire poco. In realtà fu complessissima, sia per la quantità di esperienze intellettuali e politiche, sia per l’incompiutezza o la mutevolezza che caratterizzarono quelle esperienze.

Volendo redigere una lista sommaria di tali esperienze (sempre ricavandole dal libro di Carioti) e lasciando intendere che ognuna di esse fu transitoria oppure contraddittoria oppure vissuta in modo del tutto personale, provo a fornire i seguenti punti di riferimento:

Cattolico modernista, ma...

Teosofo misticheggiante, ma...

Massone dal 1905 al 1908, ma... (Passaggio stranamente sfuggito a Carioti)

Libero docente in filosofia (non essendo riuscito a farsi assegnare una cattedra).

Interventista, ma... Arriverà a scrivere che l’origine della «reazione antidemocratica» va cercata proprio nella Grande guerra (p. 220).

Irredentista adriatico, ma... considerato un «rinunciatario» per sue tendenze al compromesso su Dalmazia, Fiume ecc.

Filomonarchico, ma… illuso sino alla fine che il Re potesse intervenire contro Mussolini.

Colonialista, attivo in quanto Ministro delle Colonie nel primo governo Facta, anche spietato, ma...

Anticomunista, ma non altrettanto antisocialista. Dopo la vittoria di Mussolini, aperto alle proposte di Filippo Turati e del socialismo non massimalista (p. 208), tanto da arrivare scrivere che la lotta di classe dei lavoratori avrebbe potuto porre termine all’insurrezionalismo antidemocratico.

Antifascista aventinista, senza se e senza ma, anche quando fu evidente che l’inziativa stava fallendo.

Campione dell’ideale democratico liberale, tanto da ipotizzare - in polemica con i massimalismi e gli estremismi terzinternazionalistici, e non potendo conoscere le posizioni che avrà Giustizia e Libertà, futuro Partito d’Azione - che solo una conquista delle masse a tale ideale avrebbe potuto far cadere il fascismo e aprire una nuova èra al popolo italiano.

A questo riguardo voglio concludere con una nota anch’essa in un certo senso toccante, esposta da Carioti.

Due dei figli di Giovanni sono spesso evocati nel libro a causa della loro futura storia politica: Ada e soprattutto Giorgio Amendola, il noto e ingombrante dirigente del Pci accusato a suo tempo (in parte a ragion veduta) di aver voluto mutare la linea del Partito in senso liberal-democratico. Ebbene, Carioti osserva (p. 189) che la prospettiva democratica di abbattimento del fascismo (diciamo «dall’interno» per capirci), delineata dal padre, si è realizzata un ventennio dopo nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, quando l’azione congiunta di una parte del fascismo con la monarchia e con settori dell’esercito portò alla caduta di Mussolini, ai due governi Badoglio e all’inserimento del Pci nella politica di unità nazionale: in un certo senso fu una vittoria postuma di papà Giovanni realizzata con il ruolo insostituibile dal Partito cui appartenevano i suoi due figli.

C’è qualcosa di vero, ma a questo quadro sicuramente intrigante manca una componente essenziale. Il fatto che il fascismo aveva subìto cocenti sconfitte in Grecia (tanto da richiedere l’intervento dei tedeschi) e in Nordafrica, mentre gli Alleati erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio e si avviavano a risalire la Penisola.

La conclusione è ovvia: senza il fattore militare - attivo e vincente sul nazifascismo - una caduta del regime mussoliniano, democratica e pacifica, non sarebbe stata possibile. Figurarsi poi la Repubblica di Salò…


ENGLISH


THE GIOVANNI AMENDOLA OF ANTONIO CARIOTI

by Roberto Massari

giovedì 9 gennaio 2025

«BERGOGLIOMANIA» E CRISE

por Osvaldo Coggiola


PORTUGUÊS - ITALIANO - ENGLISH 


Após a publicação do meu artigo sobre «Papa Francisco: especialista em genocídios», recebi muitos comentários: muitos mais do que o habitual, como prova de que o tema é realmente quente. O mais agradável, no entanto, foi o que recebi do querido amigo e companheiro Osvaldo Coggiola (autor do livro que publiquei sobre o Trotskismo na América Latina), que, embora argentino e tendo vivido por muitos anos na Itália, agora é definitivamente brasileiro. Osvaldo me enviou o longo artigo que escreveu em português, publicado pela Boitempo Editorial e em italiano pela revista La Contraddizione, em novembro de 2013. Ele, contente que a parte sobre Bergoglio agora seja retomada pela Utopia Rossa, eu a extraí e estou igualmente feliz em permitir um aprofundamento sobre o tema da cumplicidade que Bergoglio teve com o genocídio geracional ocorrido na Argentina.

(r.m.)


Dopo la pubblicazione del mio articolo su «Papa Francesco: esperto in genocidi», ho ricevuto molti commenti: molti più del solito, a riprova che il tema è davvero scottante. Il più gradito, però, l’ho ricevuto dal caro amico e compagno Osvaldo Coggiola (autore del libro da me pubblicato su Il trotskismo in America latina) che, benché argentino vissuto per molti anni in Italia, è ormai definitivamente diventato brasiliano. Osvaldo mi ha inviato il lungo articolo che scrisse in portoghese che fu pubblicato da Boitempo Editorial e in italiano dalla rivista La Contraddizione, nel novembre 2013. Essendo egli contento che la parte su Bergoglio venga ora ripresa da Utopia rossa, io l’ho estratta e sono a mia volta contento di poter consentire un approfondimento sul tema del rapporto di complicità che Bergoglio ebbe con il genocidio generazionale svoltosi in Argentina.

(r.m.)


After the publication of my article on "Pope Francis: Expert in Genocides," I received numerous comments—far more than usual, proving how controversial this subject is. However, the most appreciated came from my dear friend and comrade Osvaldo Coggiola (author of the book I published on Trotskyism in Latin America), who, although an Argentine who lived for many years in Italy, has definitively become Brazilian. Osvaldo sent me the long article he wrote in Portuguese, published by *Boitempo Editorial* and in Italian by the magazine La Contraddizione in November 2013. Since he is happy for the section on Bergoglio to be revisited in Utopia Rossa, I have extracted it, and I am equally pleased to enable a deeper exploration of the relationship of complicity Bergoglio had with the generational genocide that took place in Argentina.  

(r.m.)


PORTUGUÊS


Em março de 1976, quando da instauração na Argentina de uma das mais sangrentas ditaduras militares da América Latina, Jorge Mario Bergoglio ainda não havia cumprido 40 anos, mas já era “Provincial” (chefe) da Ordem dos Jesuítas no país. Nenhuma fotografia dos anos sucessivos testemunha diretamente qualquer proximidade entre ele e a Junta Militar, diversamente das que evidenciam a enorme proximidade entre a alta hierarquia católica (à qual Bergoglio ainda não pertencia) e o time de assassinos profissionais governante. Bergoglio, porém, longe esteve de se opor à linha seguida pela Igreja de Roma (não só na Argentina, mas em toda a América do Sul atingida por regimes contrarrevolucionários ferozes) [...].


Seu cúmplice [de las Forças Armadas]   na tarefa mortífera foi a Igreja Católica, que na Argentina sempre foi um bastião da oligarquia dominante a ponto de Perón ter sido excomungado no seu primeiro governo (1946-1955) e os tanques do golpe de 1955 terem sido pintados com cruzes e a frase “Cristo vence!”. Na Argentina o catolicismo ainda é religião oficial e o Estado paga os salários do clero com o dinheiro público. Até recentemente, a principal cerimônia de comemoração da independência nacional era uma missa na catedral. Encarregada em 1976 pelos militares do ministério da educação, com Ricardo Bruera, a Igreja promoveu o pior processo educacional obscurantista já conhecido na Argentina (a teoria dos conjuntos, por exemplo, foi banida do ensino escolar da matemática, por partir de um “princípio comunista”). Monsenhor Plaza (arcebispo de La Plata) distribuía crucifixos nos campos de extermínio (onde os detidos sofriam as piores torturas antes de serem mortos), enquanto Monsenhor Bonamin (capelão do Exército) benzia os “grupos de tarefa” encarregados de sequestrar, torturar e matar; não faltando os que, como o padre e capelão militar Christian Von Wernich, hoje condenado pela justiça, montaram um lucrativo comércio de venda de informações (falsas) aos desesperados parentes dos desaparecidos.

Trinta e cinco anos depois dos fatos, o cardeal argentino Primatesta referiu-se a uma carta de “Emilio Mignone, padre de la detenida-desaparecida Mónica Candelaria Mignone, y una de las más altas personalidades laicas del catolicismo argentino. Mignone había sido ministro de Educación en la provincia de Buenos Aires en la década de 1940 y viceministro de Educación nacional en la de 1960. El fundador del CELS [Mignone] le escribió a Primatesta que el sistema del secuestro, el robo, la tortura y el asesinato, “agravado con la negativa a entregar los cadáveres a los deudos, su eliminación por medio de la cremación o arrojándolos al mar o a los ríos o su sepultura anónima en fosas comunes” se realizaba en nombre de “la salvación de la ‘civilización cristiana’, la salvaguardia de la Iglesia Católica”. Agregó que la desesperación y el odio iban ganando muchos corazones”. A um jornalista espanhol, Videla disse: “Mi relación con la Iglesia Católica fue excelente, muy cordial, sincera y abierta”, porque “fue prudente, no creó problemas ni siguió la “tendencia izquierdista y tercermundista” de otros Episcopados”. Condenava “algunos excesos”, mas “sin romper relaciones”. Con Primatesta, até “llegamos a ser amigos”. A Igreja Católica argentina, portanto, sabia, calou, ocultou e até deu a benção (ao genocídio) […].

domenica 5 gennaio 2025

PAPA FRANCESCO: UN ESPERTO IN GENOCIDI

di Roberto Massari 


BILINGUE: ITALIANO - ENGLISH


Quando papa Francesco parla di genocidio da parte del governo israeliano, dobbiamo prenderlo sul serio perché è un esperto in materia. In primo luogo perché Francesco è il capo supremo di un’istituzione religiosa - la Chiesa cattolica - che ha dato il massimo contributo ideologico allo sterminio degli ebrei prima del nazismo. All’antisemitismo nazista la Chiesa aveva preparato la strada nel corso di più di un millennio e mezzo di persecuzioni antiebraiche e rendendo istituzionale l’antisemitismo cruento fin dove poteva arrivare il suo braccio secolare.

Non vi sono dubbi, però, che il contributo decisivo al genocidio ebraico lo ha dato col suo sostegno politico al nazifascismo, alla sua politica razziale e alle sue avventure militari. Ma lo ha dato soprattutto col rifiuto di muovere anche solo un dito per bloccare la «soluzione finale» in paesi come Germania, Austria, Ungheria, Slovacchia, Croazia e, nel suo piccolo, anche in Italia. Pio XI e Pio XII sono stati papi apertamente filonazisti, anche se il primo, verso la fine della sua vita, ebbe qualche ripensamento, che comunque Pio XII riuscì a non far emergere onde mantenere buoni rapporti col nazismo. Anzi, fu eletto papa proprio per questo... 

Papa Pio XI e il cardinale Eugenio Pacelli (come Nunzio apostolico in Germania dal 1920 e poi Segretario di stato), furono strenui sostenitori ufficiali del nazismo fin dalla sua nascita. Il Vaticano fu il primo Stato a riconoscere il nuovo regime nel 1933, al quale poi concesse tutto il sostegno possibile, con dissidi riguardanti quasi solo la libertà d’azione della Chiesa in Germania. 

Insieme alla Chiesa protestante tedesca, il Vaticano non fece nulla per arginare la deportazione degli ebrei nei lager della morte dai Paesi sotto il controllo del nazismo, compresa l'Italia. Per cercare di nascondere questa realtà ci sono storici (come Andrea Riccardi, capo della Comunità di S. Egidio), impegnati ad attirare l’attenzione su qualche migliaio di ebrei salvati da istituzioni cattoliche durante l’occupazione nazista, con lo scopo molto preciso di mascherare il decennio di collaborazione della Chiesa cattolica con il nazismo e la sua complicità nello sterminio antiebraico, sia nei Paesi di lingua tedesca, sia in quelli occupati durante la guerra. 

Pio XII fu un accanito sostenitore del nazismo (e quindi indirettamente della soluzione finale) finché le sorti militari di Hitler non cominciarono a declinare, quando ormai, però, il genocidio era stato in gran parte compiuto. 

In precedenza, la Chiesa cattolica aveva dato il suo benestare alle Leggi razziali italiane, contestando solo le parti in contrasto col Concordato mussoliniano, in particolare per quanto riguardava i matrimoni misti e la discriminazione applicata anche agli ebrei convertiti. È una delle pagine più vergognose della Chiesa italiana di cui raramente si sente parlare, specie da parte degli storici compiacenti, come il Riccardi sopra nominato. Tutto ciò è storia nota e comunque descritta dettagliatamente in un celebre libro di Karlheinz Deschner (Mitt Gott un den Fascisten, 1965), che ho avuto l’onore di pubblicare in Italia (Con Dio e con i fascisti, 2016), seguìto da Vaticano, Olocausto e fascismi, 2017, a cura di D. Barbieri e P. Gorenflos. Lì si possono trovare tutti i dati, i documenti e gli eventi che dimostrano il sostegno del Vaticano al genocidio antiebraico in tutti i Paesi controllati dal nazismo. E da quel patrimonio ideologico proviene anche papa Francesco. 

Questi, però, ebbe rapporti con un altro genocidio atipico, un «genocidio culturale» (secondo la definizione che ne diede Julio Cortázar nel dicembre 1983), ma che andrebbe considerato come un «genocidio generazionale»: quasi un’intera generazione radicale, il meglio del mondo politico e culturale «la meglio gioventù» argentina, che fu sterminata dalla dittatura di Jorge Rafael Videla († 1981), negli anni terribili (1976-1983) che videro lo sterminio di circa 20-30.000 persone, i cosiddetti desaparecidos, molte delle quali torturate prima di essere uccise. 

Jorge Mario Bergoglio, prima di diventare papa, nelle vesti di Superiore Provinciale dei gesuiti in Argentina (1973-1979), mantenne rapporti di cordiale collaborazione con il regime militare. Egli era il dirigente numero due del cattolicesimo argentino, e in quanto tale era dotato di un enorme potere in un Paese fondamentalmente cattolico (il numero uno era Pio Laghi, Nunzio apostolico in Argentina dal 1974 al 1980, noto per le sue aperte dichiarazioni a favore dei militari e per i rapporti di amicizia che manteneva col generale Emilio E. Massera e con la P2 di Licio Gelli). Eppure il Bergoglio capo dei gesuiti non mosse un dito per impedire lo sterminio dei suoi connazionali colpevoli solo di volere più libertà e giustizia sociale. Fu invece addirittura complice nell’imprigionamento di due gesuiti impegnati nel lavoro sociale. Tutto ciò all’epoca era noto in Argentina, continua ad essere noto anche se si preferisce dimenticare per nazionalismo verso un papa argentino, ci furono due libri di un grande giornalista (Horacio Verbitsky) e qualcosa scrissi anch’io al momento dell’elezione. 

Lo sterminio orrendo del mondo progressista argentino non fu un genocidio nel senso stretto e ufficiale del termine (non fu cioè un progetto di eliminazione di una determinata etnia o classe sociale), ma lo fu nella sostanza: fu un «genocidio sui generis» interrotto solo dalla caduta della dittatura.

Papa Francesco, come attuale e massimo esponente di queste due tradizioni «religiose» - provenienti dal sostegno decennale alla dittatura nazista e dal sostegno settennale a quella argentina - è quindi un esperto in genocidi

Non a caso le sue ultime dichiarazioni contro il diritto del popolo israeliano a difendersi dagli attacchi dell’Iran e dei suoi emissari in Libano, Siria, Giordania, Gaza e Yemen, sono state rilasciate nel colloquio con un altro grande esperto in genocidi: Abolhassan Nav, il rettore iraniano con cui Francesco si è intrattenuto alcuni giorni fa. Convinto di poter mentire impunemente (anche davanti al Papa) costui ha affermato che l’Iran non ce l’ha con gli ebrei ma solo con Netanyahu. Troppo modesto: il regime iraniano propone dal 1979 (l’anno in cui Bergoglio abbandonava la carica di Provinciale dei gesuiti per dedicarsi più liberamente alla battaglia contro la Teologia della liberazione) lo sterminio degli ebrei che vivono in Israele. 

Khomeyni lo proponeva anche prima, ma senza stare al governo. E il regime barbaro e dittatoriale dell’Iran lo ribadisce ogni giorno, oltre a finanziare milizie e gruppi terroristici che dovrebbero metterlo in pratica. Israele (anche grazie all’aiuto degli Usa) impedisce che il genocidio avvenga, ma resta il fatto che il mondo mussulmano sciita (e non più nella sua grande maggioranza quello mussulmano sunnita e di altre correnti religiose), il genocidio degli ebrei israeliani lo dichiara come proprio programma irrinunciabile. Francesco avrebbe dovuto ricordarglielo. 

Nel carteggio sotto riportato, dedicato alla complicità di Bergoglio con i militari argentini, avevo fatto una previsione sul comportamento del nuovo Papa: 

«La buona è che il nuovo Papa dovrà stare attento non solo a non benedire altri dittatori e feroci aguzzini (come hanno sempre fatto i suoi predecessori, da Paolo VI in poi), ma dovrà anche dimostrare con le azioni che quelli sono “errori di gioventù” e che oggi è diventato molto più buono, sia verso i poveri che verso gli oppressi. Chissà che alla fine non ci guadagnino qualcosa anche i gay e i malati terminali. Per l’atteggiamento verso le donne, invece, continuo a vederla brutta». 

Ebbene, la mia profezia si è rivelata infondata, anche se il comportamento politico di questo Papa era sembrato nei primi anni più umano di quello dei suoi predecessori. Avevo sbagliato. Tutte le recenti dichiarazioni di Francesco contro il diritto di Israele a difendersi - che in ultima analisi riguardano il diritto di Israele ad esistere, viste le intenzioni genocide dei suoi avversari - dimostrano una sua profonda insensibilità riguardo alle aggressioni delle quali Israele è vittima. Ma anche, tema cristiano per eccellenza, insensibilità verso le sofferenze che Hamas ha inflitto al proprio popolo, usandolo come carne da macello dopo il pogrom del 7 ottobre, e insensibilità verso le vittime del pogrom, gli ostaggi in primo luogo. 

E pensare che se un papa veramente cristiano avesse fatto semplicemente il proprio mestiere, e avesse chiesto di poter incontrare alcuni degli ostaggi da mesi trattenuti in condizioni disumane, forse la loro liberazione si sarebbe avvicinata. Ma del resto, come è noto, d’incontrare gli ostaggi non lo hanno chiesto le Nazioni unite, la Croce rossa, Amnesty, il Tribunale dell’Aia e nessuna Ong, che io sappia. Perché papa Francesco sarebbe dovuto uscire dal coro di coloro che simpatizzano per Hamas, e tramite Hamas per il regime iraniano e tramite il regime iraniano per la guerra atomica?

Pax et bonum 

Roberto 


Allegati 


PAPA FRANCESCO E LA DITTATURA MILITARE ARGENTINA

di Roberto Massari


Carteggio con don F.*

[Apparso in www.utopiarossa.blogspot.com, costituisce una delle rare analisi scritte e pubblicate in Italia sulle trascorse complicità di papa Francesco con la dittatura militare argentina del generale Videla. Le lettere furono indirizzate a un sacerdote (molto preparato sotto il profilo teologico) che era interessato a conoscere la verità sulla questione. Per ovvie ragioni non pubblichiamo qui le sue risposte né la critica di un altro sacerdote (argentino) intervenuto a un certo punto nella discussione (n.d.r.).]

lunedì 20 maggio 2024

UN FILOSOFO FASCISTA PER PUTIN

di Jurij Dunaev

(con questo articolo inizia la collaborazione del compagno Jurij Dunaev con Utopia Rossa) 


BILINGUE: ITALIANO - РУССКИЙ


Mosca - Nel grigiore del dibattito intellettuale in Russia di questi ultimi anni, ha destato un certo interesse nei giorni scorsi una polemica sulla figura del filosofo russo Ivan Il’in, sostenitore dei Bianchi durante la guerra civile russa, esule in Occidente in epoca sovietica e poi diventato negli anni 2000 “il pensatore più apprezzato” da Vladimir Putin. Fin qui nulla di male: non è un delitto essere stati anticomunisti, vieppiù in URSS. Tuttavia Il’in non fu solo acerrimo nemico di Lenin e di Stalin, ma anche un aperto simpatizzante prima di Hitler e Mussolini e poi, nel dopoguerra, dei dittatori della penisola iberica Franco e Salazar che glorificò più volte nei suoi scritti. 

Mostrò aperto sostegno anche al nazismo in Germania al momento della sua ascesa con un articolo pubblicato sulla rivista Vozraždenija il 17 maggio 1933, Il nazionalsocialismo, la via russa. In questo saggio il filosofo si lamentava che «l’Europa non capisce il movimento nazionalsocialista» e chiedeva agli ebrei di «farsi da parte»: «Mi rifiuto categoricamente di vedere gli eventi degli ultimi tre mesi in Germania dal punto di vista degli ebrei tedeschi, che hanno perso la loro posizione giuridica in pubblico, sofferto finanziariamente o addirittura sono fuggiti dal Paese». Il nazismo andava invece valutato come «un movimento di passione nazionale e politica, concentrata in dodici anni, che per anni, sì, anni, ha versato il sangue dei suoi aderenti nelle battaglie con i comunisti». Il nazismo non sarebbe stato altro che «una reazione agli anni del dopoguerra. di decadenza e sconforto, una reazione di dolore e rabbia... Che cosa ha fatto Hitler? Ha fermato il processo di bolscevizzazione in Germania e ha reso un grande servizio a tutta l’Europa».

Recentemente il governo russo ha deciso di dedicare a questa figura Il centro di formazione dell'Università statale russa per le discipline umanistiche, provocando l’irata reazione del Partito Comunista.

La polemica per tale discutibile decisione è apparsa patetica da una parte ma, da un altro punto di vista, paradigmatica. Patetica perché promossa dai comunisti di Gennady Zjuganov che non sapendo ormai come distinguersi da Putin, utilizzano argomenti di carattere culturale pur di far parlare di sé. Un partito che rivendica i gulag e il totalitarismo e ritiene giustificabile ancora oggi il patto Ribentropp-Molotov del 1939, dovrebbe avere ben pochi titoli per parlare di antifascismo. Anche perché più volte lo stesso Zjuganov ha sostenuto nei suoi scritti (pubblicati in Italia dalla casa editrice di estrema destra “All’insegna del Veltro”) “la necessità di un piano per unire le correnti storiche rosse e bianche nella lotta al Mondialismo”. 

La diatriba quindi avrebbe potuto essere lasciata, per dirla con Marx, alla “critica roditrice dei topi” se non avesse incontrato la reazione piccata delle massime autorità del Cremlino. Il Presidente della Duma Vjačeslav Volodin, ha affermato che “non è questo il momento di iniziare dispute di questo tipo quando i nazisti di Washington e Bruxelles hanno scatenato una guerra contro la Russia, prefiggendosi il compito di infliggere una sconfitta strategica al nostro Paese”. Ha citato a questo proposito lo stesso Il’in, affermando che "gli stranieri sosterranno e inciteranno ogni tipo di odio, mentre la Russia deve purificarsi e liberarsi da queste forze distruttive e spegnere, sradicare da sé questo spirito di guerra civile che la minaccia". 

Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha sentito anche lui il bisogno di intervenire nella contesa, sottolineando che “il Presidente ha effettivamente citato ripetutamente Ilyin ed è inaccettabile che si attacchi in questo contesto anche Aleksander Dugin”, l’ideologo neofascista russo che più si impegna per far conoscere l’opera del filosofo cultore della “Russia sovrana”. 

È un caso che l’entourage del Presidente russo si accalori così tanto per promuovere e difendere una figura così controversa? No di certo. Come a Roma i sostenitori più o meno aperti del regime di Putin utilizzano ogni genere di argomenti per la loro crociata antioccidentale, a Mosca si mettono insieme il diavolo di Stalin con l’acqua santa di Il’in pur di attaccare “le plutocrazie occidentali”.


РУССКИЙ

sabato 7 gennaio 2023

PIETRA D’INCIAMPO PER OTELLO DI PEPPE D'ALCIDE

militante antifascista, comunista, assassinato alle Fosse Ardeatine

Otello Di Peppe D’Alcide (Chieti 1890, ebanista) è mio nonno materno. Mi batto da sempre per il rispetto della sua memoria: e per questo mi costituii parte civile in tutti e tre i gradi del processo contro Priebke (oltre alla comparsa in Corte Costituzionale); per questo da anni chiedo inutilmente ai vari Sindaci di Chieti di dedicargli una strada e finalmente - grazie all’impegno di una sua nipote (mia cugina Silvia Zerenghi) - siamo riusciti ad ottenere che si metta una pietra d’inciampo a Roma, via Silla 6, dove Otello aveva la sua bottega d’ebanista e dove l’arrestò la Gestapo, prima di farlo torturare a via Tasso e rinchiuderlo a Regina Coeli, condannato a tre anni di carcere.

L’appuntamento è alle 15,30 di lunedì 9 gennaio, in via Silla n. 6, accanto alla metro Ottaviano. Saranno presenti la figlia Clara (Roma 1930), nipoti e pronipoti. Chi vive in zone limitrofe (Trionfale, Medaglie d’oro, Milizie, Risorgimento, Mazzini) è invitato a partecipare alla breve cerimonia. Si prega anche di far circolare questo invito.
    Roberto Massari
 



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

lunedì 1 maggio 2017

ANCORA SU GRAMSCI, TROTSKY E LA NOI, di Roberto Massari

A continuazione del discorso affrontato con lo scritto dello scorso 27 aprile («E se Gramsci, oltre che stimare Trotsky, lo avesse anche capito?»), riproponiamo un ulteriore contributo di Massari: il testo era originariamente apparso nel mensile del Pdac Progetto Comunista (n. 42, ottobre-novembre 2013, p. 12) come commento all'articolo di Francesco Ricci «A proposito del "quaderno scomparso": Gramsci tradito», pubblicato nel n. 40 - giugno 2013 - della stessa rivista, ed era stato ripreso a suo tempo in questo blog. [la Redazione]

Foto segnaletica di Antonio Gramsci nel carcere di Formia, 1933
Caro Francesco [Ricci],

riguardo al tuo articolo su Gramsci non posso che essere generalmente d'accordo e anzi, stimolato da te, sono andato a comprarmi L'enigma del quaderno di Lo Piparo1 e l'ho subito divorato. Penso invece che tu non abbia colto bene lo spirito della mia introduzione al Bollettino della Noi, quando scrivi:
«Non ci convincono le conclusioni di Massari, che tende a ridimensionare i gravi errori di Gramsci (pur riconoscendoli) e che finisce col sostenere […] che in sostanza la stessa Noi, e cioè la prima forma di trotskismo in Italia, nacque sotto il segno di Trotsky e Gramsci. Conclusione zoppicante, perché Tresso e gli altri fecero appunto ciò che Gramsci non fece […] cioè si schierarono con Trotsky e dunque proseguirono con lui "l'ultima battaglia di Lenin", quella contro la degenerazione burocratica dell'Internazionale comunista». Anche se prosegui riconoscendomi di essere stato il primo a richiamare l'attenzione su «questa differenziazione tra vari periodi di Gramsci».
Penso che rileggendo a freddo le righe che hai scritto ti accorgerai anche tu della sfasatura temporale che c'è nelle tue cortesi critiche al mio riguardo. Sfasatura che riguarda non solo la seconda metà degli anni '30, quando la Noi diventa sezione italiana del nascente movimento per la Quarta internazionale. Leonetti farà da segretario (o perlomeno da riferimento politico-organizzativo diretto per Trotsky) fin quasi alla fondazione, per poi tirarsi via. Tresso parteciperà invece alla fondazione della Quarta e rappresenterà il trotskismo dopo il 1938 fino al suo assassinio.
Ebbene, tutto ciò nel 1929-30 è ben lungi dall'accadere o dal potersi immaginare. E se quindi è vero che Gramsci in carcere non parteciperà a questo processo positivo di costruzione di un'alternativa allo stalinismo-togliattismo, è anche vero che non parteciperà ad altro e le sue posizioni in carcere, nel bene o nel male, non avranno alcuna conseguenza diretta sulla politica dell'età sua contemporanea. L'avranno molto di più nel dopoguerra.
Ma la sfasatura riguarda anche il periodo di formazione della Noi. Dico alcune cose, andando a memoria e quindi col beneficio di poter sbagliare qualche data. Ma importa la sostanza.

1) La Noi si manifesta nel 1929-30, cioè nel pieno del cosiddetto Terzo periodo (ultrasinistro) dell'Ic. La sua battaglia in Italia si svolge ancora su due fronti: da un lato ci sono i bordighisti, che continuano a non capire niente della natura del fascismo e della necessità del fronte unico per sconfiggerlo, e dall'altro ci sono, come chiamarli, i «togliattiani», che tali sono solo perché diventati anche stalinisti, ma che al momento sembrano convergere oggettivamente in alcune cose con il bordighismo. La Noi deve combattere contemporaneamente contro la stalinizzazione e contro l'ultrasinistrismo del Terzo periodo. La degenerazione staliniana è avanzatissima. Dal mio punto di vista (a posteriori) posso dire che invece era completata integralmente, ma di questo purtroppo Trotsky si stava rendendo conto solo parzialmente, visto che ancora si illudeva di poter riformare il Pcr, l'Ic e di conseguenza i partiti stalinizzati - nel 1929 (!), col Gulag ormai avviatissimo, la distruzione di qualsiasi opposizione e di qualsiasi fermento operaio, dopo la tragedia in Cina e l'avvio dello sterminio dei popoli sovietici con la collettivizzazione forzata…

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.