L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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lunedì 23 febbraio 2026

IL GIOVANNI AMENDOLA DI ANTONIO CARIOTI

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH

Antonio Carioti, L’uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista, liberale, Laterza, febbraio 2026, 265 pp.


È passato un secolo da quel 1926 in cui morirono due delle più insigni personalità dell’antifascismo italiano - Piero Gobetti e Giovanni Amendola - entrambi per le conseguenze fisiche di aggressioni fasciste ed entrambi animati dalla volontà di combattere strenuamente contro il fascismo e in difesa della democrazia, pur avendo di quest’ultima concezioni politicamente e culturalmente molto diverse.

Vi sono, però, altre ricorrenze fondamentali che la storia italiana del 1926 può riportare alla memoria. Con le Leggi speciali («fascistissime») del 1925-26 si aboliva ufficialmente ogni residua libertà istituzionale, e il governo mussoliniano - già fortemente avviato sulla strada della dittatura - assumeva anche formalmente il carattere di regime totalitario. Caratterizzazione che nella sostanza si ritrova nelle ultime analisi di Gobetti e di Amendola.

A gennaio del 1926 si era svolto a Lione il III congresso del Pcd’I, che aveva sancito la fine della direzione bordighiana - ma troppo tardi ormai per poter porre il benché minimo riparo ai disastri da essa provocati - e l’inizio della gramsciana. È, però, un Gramsci che sta per entrare in carcere, non prima di aver scritto a ottobre la celebre lettera di aspra critica a Togliatti. Questi è a Mosca e, abbandonato il sostegno a Bucharin, sta passando totalmente dalla parte di Stalin: parte alla quale resterà ultrafedele sino alla morte del dittatore georgiano e oltre.

Anche in Urss, del resto, la dittatura iniziata a dicembre 1917-gennaio 1918 sta assumendo le caratteristiche di un regime totalitario: le tappe di questa involuzione sono più che note, ma va comunque segnalato che nel 1926 – dopo la lettura per pochi eletti del Testamento di Lenin, così esplicito nel proporre le dimissioni di Stalin - viene sconfitta l’ultima possibilità di opposizione, mentre si prepara l’espulsione dei suoi principali esponenti (in primis Trotsky) che verrà formalizzata l’anno dopo, aprendo la strada al futuro sterminio di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica.

Perché, dunque, iniziare questa riflessione su Amendola partendo dal 1926, cioè dalla fine sua e di ogni parvenza di libertà in Italia e in Urss, cioè nei primi due regimi totalitari della storia moderna, in attesa che si aggiunga il Terzo Reich?

In primo luogo, perché questo è anche lo schema narrativo dello stesso Carioti che apre con l’agguato in quel di Montecatini ad Amendola, principale esponente del cosiddetto Aventino successivo all’uccisione di Giacomo Matteotti, leader del Psu. Prosegue poi con la sua morte a Cannes e con gli strascichi giudiziari nel processo di Pistoia del 1947, conclusosi con otto condanne per omicidio aggravato. Il resto è un lungo flash-back che consente di ripercorrere passo a passo un ventennio decisivo della storia d’Italia, con sue proiezioni estere come la Prima guerra mondiale, l’irredentismo adriatico, il colonialismo in Nordafrica e altro.

In secondo luogo, perché una ricostruzione della biografia politica di una personalità così fortemente impegnata a dare battaglia per le proprie idee, sia con gli scritti sia con l’azione politica, non può prescindere dalla ricostruzione del quadro storico in cui si svolge tale battaglia. E i quadri, ben si sa, sono racchiusi da cornici che ne determinano i limiti. E se il 1926 è il punto d’arrivo, il punto di partenza «politico» è indicato da Carioti nel 1909, quando Amendola comincia a scrivere per La Voce, fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini.

Organo di un’ideale battaglia di rinnovamento civile e culturale, la rivista rappresenta anche una voce radicalmente critica nei confronti di una classe politica dirigente che ha dimostrato ampiamente, e continuerà a dimostrare fino al suo tragico epilogo, di non essere in grado d’interpretare le spinte innovative che la società impone nel suo tempestoso processo di trasformazione.

Il giovane Amendola (nato nel 1882) si trova immediatamente a suo agio in un ambiente segnato da grande vivacità culturale e frequentato da alcuni dei più promettenti intellettuali italiani (come Gaetano Salvemini o il pittore Ardengo Soffici, tanto per fare due nomi). Ha una forte valenza simbolica il fatto che il primo dissidio di Amendola con Prezzolini riguardi proprio un evento sismico, cioè su come intervenire dopo il tragico terremoto di Messina del dicembre 1908.

Altri dissidi seguiranno, in questa e in altre fasi della rivista fiorentina, come negli anni in cui Amendola collaborerà con il Corriere della Sera. Una collaborazione intensa e a fasi alterne, fino a quando il deputato di Democrazia liberale (eletto a Sarno, provincia di Salerno) disporrà del quotidiano da lui a lungo sognato: Il Mondo, esistito dal gennaio 1922 all’ottobre 1926.

Essenziali, nell’economia del percorso narrativo, le pagine in cui Carioti (egli stesso da tempo redattore nella pagina culturale del Corriere odierno) ricostruisce l’intensa amicizia intellettuale e politica, più che una semplice collaborazione, di Amendola con Luigi Albertini. Questo combattivo liberale conservatore (antigiolittiano e poi antifascista) fu lo storico direttore del Corriere dal 1900 fino alla sua estromissione nel 1925, dopo aver firmato tra l’altro il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. 

Personalmente ho trovato toccanti le molte pagine che Carioti dedica a ricostruire questo rapporto decisamente insolito tra direttore e redattore, anche perché fu contrassegnato spesso da divergenze. E oggigiorno sarebbe impensabile non solo tanta autonomia e rispetto reciproco, ma anche che il direttore/editore di una testata addirittura aiuti la nascita di un’altra testata che finirà inevitabilmente per essere concorrenziale. Eppure Albertini lo fece nei riguardi de Il Mondo e di molte altre disavventure giornalistiche in cui il suo ex redattore fu coinvolto.

E le disavventure furono veramente tante. In una recensione non si possono nemmeno elencare. Bisogna leggere il libro e approfittare del fatto che Carioti non dà per scontata da parte del lettore la conoscenza di tutte le vicende del primo quarto di Novecento della storia italiana. Nel dare la parola ad Amendola (grazie a cospicui carteggi di vecchia e nuova pubblicazione, libri in parte autobiografici, i molti articoli su giornali e riviste) egli trova sempre un piccolo spazio per chiarire di quale evento si stia trattando, di quale corrente politica o episodio, consapevole che non tutti possono aver letto gli otto volumi di Renzo De Felice o, avendoli letti, sono in grado di collocare con immediatezza un determinato episodio nel suo contesto storico.

Dire che la figura di Amendola che emerge dalle pagine del libro fu una delle più complesse del mondo culturale italiano, è dire poco. In realtà fu complessissima, sia per la quantità di esperienze intellettuali e politiche, sia per l’incompiutezza o la mutevolezza che caratterizzarono quelle esperienze.

Volendo redigere una lista sommaria di tali esperienze (sempre ricavandole dal libro di Carioti) e lasciando intendere che ognuna di esse fu transitoria oppure contraddittoria oppure vissuta in modo del tutto personale, provo a fornire i seguenti punti di riferimento:

Cattolico modernista, ma...

Teosofo misticheggiante, ma...

Massone dal 1905 al 1908, ma... (Passaggio stranamente sfuggito a Carioti)

Libero docente in filosofia (non essendo riuscito a farsi assegnare una cattedra).

Interventista, ma... Arriverà a scrivere che l’origine della «reazione antidemocratica» va cercata proprio nella Grande guerra (p. 220).

Irredentista adriatico, ma... considerato un «rinunciatario» per sue tendenze al compromesso su Dalmazia, Fiume ecc.

Filomonarchico, ma… illuso sino alla fine che il Re potesse intervenire contro Mussolini.

Colonialista, attivo in quanto Ministro delle Colonie nel primo governo Facta, anche spietato, ma...

Anticomunista, ma non altrettanto antisocialista. Dopo la vittoria di Mussolini, aperto alle proposte di Filippo Turati e del socialismo non massimalista (p. 208), tanto da arrivare scrivere che la lotta di classe dei lavoratori avrebbe potuto porre termine all’insurrezionalismo antidemocratico.

Antifascista aventinista, senza se e senza ma, anche quando fu evidente che l’inziativa stava fallendo.

Campione dell’ideale democratico liberale, tanto da ipotizzare - in polemica con i massimalismi e gli estremismi terzinternazionalistici, e non potendo conoscere le posizioni che avrà Giustizia e Libertà, futuro Partito d’Azione - che solo una conquista delle masse a tale ideale avrebbe potuto far cadere il fascismo e aprire una nuova èra al popolo italiano.

A questo riguardo voglio concludere con una nota anch’essa in un certo senso toccante, esposta da Carioti.

Due dei figli di Giovanni sono spesso evocati nel libro a causa della loro futura storia politica: Ada e soprattutto Giorgio Amendola, il noto e ingombrante dirigente del Pci accusato a suo tempo (in parte a ragion veduta) di aver voluto mutare la linea del Partito in senso liberal-democratico. Ebbene, Carioti osserva (p. 189) che la prospettiva democratica di abbattimento del fascismo (diciamo «dall’interno» per capirci), delineata dal padre, si è realizzata un ventennio dopo nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, quando l’azione congiunta di una parte del fascismo con la monarchia e con settori dell’esercito portò alla caduta di Mussolini, ai due governi Badoglio e all’inserimento del Pci nella politica di unità nazionale: in un certo senso fu una vittoria postuma di papà Giovanni realizzata con il ruolo insostituibile dal Partito cui appartenevano i suoi due figli.

C’è qualcosa di vero, ma a questo quadro sicuramente intrigante manca una componente essenziale. Il fatto che il fascismo aveva subìto cocenti sconfitte in Grecia (tanto da richiedere l’intervento dei tedeschi) e in Nordafrica, mentre gli Alleati erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio e si avviavano a risalire la Penisola.

La conclusione è ovvia: senza il fattore militare - attivo e vincente sul nazifascismo - una caduta del regime mussoliniano, democratica e pacifica, non sarebbe stata possibile. Figurarsi poi la Repubblica di Salò…


ENGLISH


THE GIOVANNI AMENDOLA OF ANTONIO CARIOTI

by Roberto Massari


Antonio CariotiL'uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista, liberale (The man who challenged Mussolini. Giovanni Amendola, Antifascist, Liberal), Laterza, February 2026, 265 pp.


A century has passed since that year 1926, in which two of the most illustrious figures of Italian anti-fascism died – Piero Gobetti and Giovanni Amendola – both from the physical consequences of fascist assaults, and both animated by the will to fight strenuously against fascism and in defense of democracy, even though their conceptions of the latter were politically and culturally very different.

There are, however, other fundamental anniversaries that the Italian history of 1926 can bring to mind. With the Special Laws ("fascistissime") of 1925-26, every residual institutional freedom was officially abolished, and Mussolini's government – already well advanced on the path to dictatorship – also formally assumed the character of a totalitarian regime. This characterization is substantially found in the final analyses of Gobetti and Amendola.

In January 1926, the III Congress of the PCd'I (Communist Party of Italy) was held in Lyon, and it sanctioned the end of the Bordighist leadership – but too late now to remedy even minimally the disasters it had caused – and the beginning of the Gramscian one. However, it was a Gramsci about to enter prison, not before writing the famous letter in October harshly criticizing Togliatti. The latter was in Moscow and, having abandoned his support for Bukharin, was completely shifting to Stalin's side: a side to which he would remain ultra-faithful until the death of the Georgian dictator and beyond.

In the USSR, moreover, the dictatorship that began in December 1917-January 1918 was also taking on the characteristics of a totalitarian regime: the stages of this involution are more than well known, but it should still be noted that in 1926 – after the reading, to a select few, of Lenin's Testament, so explicit in proposing Stalin's removal,– the last possibility of opposition was defeated, while the expulsion of its main exponents (primarily Trotsky) was being prepared, which would be formalized the following year, opening the way for the future extermination of almost the entire old Bolshevik guard.

Why, then, begin this reflection on Amendola starting from 1926, that is, from his end and from the end of any semblance of freedom in Italy and the USSR, that is, in the first two totalitarian regimes of modern history, waiting for the Third Reich to be added?

Firstly, because this is also the narrative structure of Carioti himself, who opens with the ambush of Amendola in Montecatini, the main exponent of the so-called Aventine Secession following the killing of Giacomo Matteotti, leader of the PSU (Unitary Socialist Party). He then continues with his death in Cannes and the judicial aftermath in the 1947 trial in Pistoia, which ended with eight convictions for aggravated murder. The rest is a long flashback that allows us to retrace step by step a decisive twenty-year period in Italian history, with its foreign projections such as the First World War, Adriatic irredentism, colonialism in North Africa, and more.

Secondly, because a reconstruction of the political biography of a personality so strongly committed to fighting for his ideas, both through his writings and political action, cannot ignore the reconstruction of the historical framework in which this battle took place. And frameworks, as is well known, are enclosed by frames that determine their limits. And if 1926 is the point of arrival, the "political" starting point is indicated by Carioti as 1909, when Amendola began writing for La Voce, founded in 1908 by Giuseppe Prezzolini and Giovanni Papini.

An organ of an ideal battle for civil and cultural renewal, the magazine also represented a radically critical voice towards a ruling political class that had amply demonstrated, and would continue to demonstrate until its tragic epilogue, that it was incapable of interpreting the innovative impulses that society imposed in its tumultuous process of transformation.

The young Amendola (born in 1882) immediately felt at ease in an environment marked by great cultural vibrancy and frequented by some of the most promising Italian intellectuals (like Gaetano Salvemini or the painter Ardengo Soffici, just to name two). It is highly symbolic that Amendola's first disagreement with Prezzolini concerned precisely a seismic event, namely how to intervene after the tragic Messina earthquake of December 1908.

Other disagreements would follow, in this and other phases of the Florentine magazine, as in the years when Amendola collaborated with the Corriere della Sera. An intense collaboration, with alternating phases, until the deputy of Liberal Democracy (elected in Sarno, in the province of Salerno) would have at his disposal the daily newspaper he had long dreamed of: Il Mondo, which existed from January 1922 to October 1926.

Essential to the narrative arc are the pages in which Carioti (himself a longtime columnist in the cultural page of today's Corriere) reconstructs the intense intellectual and political friendship, more than a simple collaboration, between Amendola and Luigi Albertini. This combative conservative liberal (anti-Giolitti and later anti-fascist) was the historic editor of the Corriere from 1900 until his ousting in 1925, after having signed, among other things, the Manifesto of Anti-Fascist Intellectuals drafted by Benedetto Croce.

Personally, I found touching the many pages that Carioti dedicates to reconstructing this decidedly unusual relationship between editor and contributor, also because it was often marked by disagreements. And nowadays it would be unthinkable not only to have such autonomy and mutual respect, but also for the editor of a newspaper to actually help the birth of another newspaper that would inevitably end up being competitive. Yet Albertini did so regarding Il Mondo and many other journalistic misadventures in which his former contributor was involved.

And the misadventures were truly many. In a review, one cannot even list them. One must read the book and take advantage of the fact that Carioti does not take for granted the reader's knowledge of all the events of the first quarter of the twentieth century in Italian history. In giving the floor to Amendola (thanks to substantial correspondence, both old and newly published, partly autobiographical books, and the many articles in newspapers and magazines), he always finds a small space to clarify which event is being discussed, which political current or episode, aware that not everyone may have read Renzo De Felice's eight volumes or, having read them, is able to immediately place a specific episode in its historical context.

To say that the figure of Amendola that emerges from the pages of the book was one of the most complex in Italian cultural world is an understatement. In reality, he was extremely complex, both for the quantity of his intellectual and political experiences, and for the incompleteness or mutability that characterized those experiences.

Wanting to draw up a summary list of such experiences (always derived from Carioti's book) and implying that each of them was transient, contradictory, or experienced in a very personal way, I will try to provide the following reference points:

A modernist Catholic, but...

A mystical Theosophist, but...

A Freemason from 1905 to 1908, but... (A passage strangely missed by Carioti)

Freelance lecturer in philosophy (having failed to secure a professorship).

An interventionist, but... He would come to write that the origin of the "anti-democratic reaction" was to be found precisely in the Great War (p. 220).

An Adriatic irredentist, but... considered a "renouncert" for his tendencies towards compromise on Dalmatia, Fiume, etc.

Pro-monarchy, but... deluded until the very end that the King could intervene against Mussolini.

A colonialist, active as Minister of the Colonies in the first Facta government, even ruthless, but...

Anti-communist, but not equally anti-socialist. After Mussolini's victory, open to proposals from Filippo Turati and non-maximalist socialism (p. 208), to the point of writing that the workers' class struggle could put an end to anti-democratic insurrectionalism.

An Aventine anti-fascist, without ifs or buts, even when it became clear that the initiative was failing.

Champion of the liberal democratic ideal, so much so that he hypothesized – in polemic with the maximalisms and Third International extremisms, and not having the possibility to know the positions that Giustizia e Libertà (Justice and Liberty), the future Partito d’Azione (Action Party), would hold – that only a conquest of the masses by this ideal could bring down fascism and open a new era for the Italian people.

In this regard, I want to conclude with a note as explained by Carioti, that is also, in a certain sense, touching-

Two of Giovanni's children are often evoked in the book due to their future political history: Ada and above all Giorgio Amendola, the well-known and cumbersome leader of the PCI (Italian Communist Party) accused in his time (partly with good reason) of having wanted to change the Party's line in a liberal-democratic direction. Well, Carioti observes (p. 189) that the democratic perspective of overthrowing fascism (let's say "from within" to be clear), outlined by the father, was realized twenty years later in the session of the Grand Council of Fascism on July 25, 1943, when the joint action of a part of fascism with the monarchy and sectors of the army led to the fall of Mussolini, the two Badoglio governments, and the inclusion of the PCI in the politics of national unity: in a certain sense, it was a posthumous victory for father Giovanni, achieved with the indispensable role of the Party to which his two children belonged.

There is some truth to this, but this certainly intriguing picture lacks an essential component. The fact that fascism had suffered bitter defeats in Greece (to the extent of requiring German intervention) and in North Africa, while the Allies had landed in Sicily on July 10 and were beginning to advance up the Peninsula.

The conclusion is obvious: without the military factor – active and victorious over Nazi-fascism – a democratic and peaceful fall of the Mussolini regime would not have been possible. Let alone the Republic of Salò...



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.