L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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mercoledì 31 agosto 2016

UN PRIMO BILANCIO SULL'INTERVENTO TURCO IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

LE ESIGENZE MILITARI DI ANKARA

Fino al maldestro golpe dello scorso luglio gli Stati Uniti (su cui continuano a gravare sospetti di appoggio almeno indiretto) si erano sempre opposti in modo fermissimo a interventi armati della Turchia in Siria. Giorni fa il ribaltamento di questa posizione e il tradimento ai Curdi dell'Ypg, che sul terreno si erano dimostrati un efficace strumento nella lotta contro l'Isis, perché sui campi di battaglia siriani tanto le truppe di Assad quanto l'Isis avevano concentrato la loro azione essenzialmente sulle altre formazioni jihadiste, privilegiando l'obiettivo della loro eliminazione prima di arrivare allo scontro decisivo tra Damasco e lo pseudocaliffato.
Alla notevole espansione curda nel nord siriano ha fatto seguito l'inizio degli scontri con l'esercito di Damasco nella città di Hasakah, interpretati da alcuni analisi internazionali come un segnale alla Turchia sul fatto che anche il governo siriano considerasse ormai i Curdi una minaccia. In quell'occasione l'intervento dell'aviazione siriana aveva tuttavia provocato una minacciosa reazione statunitense, considerata da molti il segno della solida alleanza instauratasi tra Washington e l'Ypg curdo. Invece gli statunitensi hanno poi dato mano libera alla Turchia proprio contro i Curdi.
La dura reazione turca alla conquista curda di Manbij inizialmente ha forse sorpreso più del dovuto, poiché risulta che lo scorso anno gli Stati Uniti effettuarono un accordo di scambio con la Turchia: un maggiore impegno di Ankara contro l'Isis, superando quelle che sono state definite eufemisticamente "ambiguità" turche, a fronte dell'impedimento dell'espansione curda a ovest dell'Eufrate.
Facciamo riferimento alla mappa allegata: le zone in verde chiaro sono occupate dai Curdi di Siria, in quali prima di Manbij occupavano solo la parte orientale dell'Eufrate e alcuni territori nel nord-ovest. L'interesse turco consiste nell'impedire che i Curdi uniscano le zone verde chiaro occupando territori controllati dall'Isis (in grigio scuro) e da quel che resta dell'Esercito Libero Siriano (verde di media gradazione), mediante i quali potrebbero formare una propria entità ai confini con la Turchia, onde poi meglio collegarsi con il Pkk. Caduta Manbij, non solo l'Ypg non si è ritirata a est dell'Eufrate, come invece i loro tutori statunitensi avevano concordato con Ankara, ma si sono abbandonati a baldanzose dichiarazioni progettuali sull'assetto dei territori occupati e sull'intenzione di conquistarne altri nella stessa zona. Il voltafaccia statunitense è stato immediato, letteralmente "mollando" i Curdi.

CHE CI PUÒ GUADAGNARE WASHINGTON

Si potrebbe dire che ancora una volta Washington ha dimostrato di essere in balia degli eventi nel conflitto siriano, e di non riuscire a realizzare in modo coerente ed efficace iniziative proprie. Senza confutare il merito di questo assunto, non si può tuttavia negare che l'iniziativa turca apre per gli Usa alcune possibilità insperate. Di recente il New York Times ha commentato che gli Stati Uniti hanno effettuato la scelta di sacrificare qualcosa nell'alleanza con i Curdi pur di recuperare i rapporti con la Turchia, importante membro della Nato e (si spera) funzionale alla guerra contro l'Isis. Difficile che così non sia stato.

lunedì 29 agosto 2016

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

L'iniziativa turca di invadere una piccola parte del nord siriano e occupare Jarablus induce a forti preoccupazioni politiche e militari, poiché in una situazione come quella siriana l'ingresso di nuovi soggetti - in particolare se "di peso" - complica e incancrenisce, rendendo meno probabile o vicina una soluzione e aumentando invece le probabilità di balcanizzazione o somalizzazione dell'area, nonché l'indebolimento della lotta all'Isis. Tra chi se ne rende conto benissimo c'è sicuramente lo stesso Erdoğan, che tuttavia è mosso da suoi obiettivi specifici.
Lo si può arguire dalla ridicola dichiarazione ufficiale turca secondo cui lo scopo dell'iniziativa militare starebbe nella chiusura del confine con la Siria in funzione anti-Isis. Il ridicolo nasce dal fatto che Ankara avrebbe potuto tranquillamente ordinare alle proprie Forze armate di effettuare tale chiusura dal lato turco, giacché in termini di sicurezza acquisire il controllo di alcuni chilometri quadrati di territorio siriano non serve proprio a nulla.
È palese - e non vi è serio osservatore internazionale a negarlo - che obiettivo del governo turco sono i Curdi dell'Ypg, legati al Pkk, e in particolare impedire loro di completare - mediante la conquista di Jarablus - l'occupazione territoriale necessaria per la definizione di un'entità curda confinante con la Turchia. La successione dei fatti è chiarificatrice. Dopo l'occupazione curda di Manbij, sottratta all'Isis, a Jarablus i Curdi proclamavano la creazione di un nuovo consiglio militare; dopo tre ore da quell'annuncio il capo di tale organismo veniva assassinato e il mandante era additato nel governo turco. Poi, l'occupazione turca di Jarablus e la pretesa di Ankara di avere anche Manbij e l'immediato ritiro curdo a est dell'Eufrate. Ritirata peraltro avvenuta con tempestività. Cioè a dire, gli Stati Uniti, che l'Ypg considera suo alleato, "come da copione" hanno tradito gli ingenui e ambiziosi Curdi, preferendo non creare con la Turchia ulteriori frizioni delle quali potrebbe avvantaggiarsi la Russia.
Non si dimentichi che in Oriente i simboli - e le date simboliche - hanno una grande importanza, ormai scomparsa e incomprensibile in Occidente, e quindi mantengono intatta la loro capacita di espressione: ebbene, gli stessi giornali turchi hanno tenuto a sottolineare che l'ingresso in Siria delle truppe avveniva nel 500º anniversario della battaglia di Marj Dabiq (a nord di Aleppo), che durante la guerra fra Ottomani e Mamelucchi sirio-egiziani (1516-1517) aprì ai primi la strada per la conquista del Vicino Oriente e iniziò la fine dell'Impero mamelucco. Alla sottolineatura commemorativa fatta dalla stampa turca si potrebbe aggiungere che dopo la Grande Guerra la perdita della Siria settentrionale (e di Mosul) fu molto "mal digerita" dalla Repubblica di Turchia - forse nient'affatto metabolizzata - e oggi probabilmente Erdoğan pensa di avere la possibilità di recuperare (almeno parzialmente) quanto non riuscì a Kemal Atatürk. A questo punto si pone il problema se le ambizioni di Erdoğan si fermino qui, o al contrario se non riguardino anche Aleppo (il che sarebbe storicamente naturale) e magari - in prospettiva - Mosul.

venerdì 12 febbraio 2016

LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

Si tratta di un argomento praticamente non trattato dai grandi media. Al massimo ogni tanto si comunica il numero di vittime civili a seguito di scontri e bombardamenti, e si dà notizia di successi militari dell'Isis e di altre formazioni jihadiste, magari dilatandone la portata suscitando il classico effetto di Hannibal ante portas, ma senza inquadrarli nelle oggettive proporzioni tattiche e strategiche. Cosa accada davvero sui campi di battaglia resta sconosciuto ai più, e nella presente fase, alquanto negativa per i cosiddetti takfiri (sinonimo dei jihadisti per il loro tacciare di apostasia i musulmani di orientamento diverso), il silenzio è pressoché totale. Eppure in questi circa quattro anni di guerra in Siria sul piano militare (e politico) ci sono stati sviluppi interessanti.

LE PREMESSE TATTICO-STRATEGICHE

In primo luogo va rimarcata l'opportunità della scelta fin dall'inizio effettuata dal governo di Damasco di fronte a una massiccia e capillare invasione di combattenti stranieri sostenuti (militarmente ed economicamente) dall'esterno. Le opzioni possibili erano due: a) cercare di difendere subito tutto il territorio siriano, con prevedibili esiti disastrosi sul terreno, oppure b) attestarsi nella difesa della capitale e della zona costiera (cioè dell'area con la maggiore concentrazione alawita e sciita in genere). Questa seconda ipotesi implicava il temporaneo abbandono al nemico dei territori orientali – che, seppure in buona parte desertici, presentano risorse energetiche importanti - e poi manovrare da quello "zoccolo duro" territoriale per un'auspicata azione di riconquista. La scelta è caduta sulla seconda opzione.
Al riguardo i grandi media l'hanno generalmente interpretata come segnale o della prossima sconfitta militare dei governativi o di una precisa exit strategy, nel senso che Assad avrebbe fatto della zona costiera il ridotto in cui rifugiarsi e concentrarvi la resistenza dopo il disastro sul campo, dato come inevitabile. La prospettiva strategica alla base di quella decisione era diversa e si basava - in ragione della globale situazione siriana, più complessa e comunque diversa rispetto a quelle di Egitto e Tunisia - sulla vera carta giocabile dal governo damasceno: l'appoggio pratico e concreto da parte di Russia, Iran e Hezbollāh libanese. Era quindi essenziale mantenere aperti i canali aerei, terrestri e marittimi con questi alleati, fornitori di aiuti non solo diplomatici, ma anche militari ed economici. Come infatti è avvenuto.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.