L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

martedì 11 luglio 2017

DONALD TRUMP: «VEDETTE» PSEUDOPOPULISTA DELLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO, di Michele Nobile

INDICE: 1. La questione Trump - 2. Donald Trump come vedette della società dello spettacolo - 3. La psicopatologia politica e l’impossibile psicoanalisi di Donald Trump - 4. Come movimento e come regime il populismo è cosa qualitativamente diversa dallo pseudopopulismo di Trump - 5. I contenuti del programma di Trump, per quel che conta, non sono qualitativamente nuovi: particolare è l’intensità con cui sono stati trasmessi - 6. La questione fondamentale trascurata nei discorsi sul populismo o fascismo di Trump: lo stato della lotta fra le classi - 7. Trump come espressione della postdemocrazia - Bibliografia

1. La questione Trump
È normale che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti alimentino aspettative e timori nei confronti di questo o quel candidato al ruolo di leader della superpotenza mondiale. Tuttavia Barack Obama e Donald Trump hanno suscitato reazioni emotive fuori dell’ordinario e cariche di un’enorme valenza politica. Da Obama, il messia nero, tanti si aspettavano la liquidazione del cosiddetto neoliberismo, allora sprofondato nella più grave crisi del dopoguerra, e un nuovo New Deal. A Trump è invece imputato l’intento di voler operare un fondamentale cambiamento del sistema politico degli Stati Uniti, di voler alterare, se non la sacrosanta e più che bicentenaria Costituzione formale, la Costituzione materiale del Paese; da qui i discorsi su un nuovo regime variamente aggettivato: populista, autoritario, bonapartista, criptofascista, fascista… E ciò non soltanto per via delle sue proposte ma - forse ancor più - per l’impressione suscitata dal suo stile comunicativo, dall’immagine che egli ha voluto trasmettere.
Se la memoria non m’inganna un tale livello di emotività, che potrebbe dirsi isterico, non si verificò neanche a proposito delle elezioni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, una coppia che realmente segnò una discontinuità storica. Reagan era un esponente del rinnovato attivismo conservatore della new right repubblicana, designato in una convention che aveva rimosso dal programma del partito il sostegno per l’Equal Rights Amendment - presente dal 1940 - e inserito la proposta di un bando costituzionale dell’aborto: i suoi intenti, quindi, erano chiari. Egli appariva come il visionario di una nuova epoca di prosperità americana mediante la riduzione delle tasse - per i ricchi - e la liberazione delle corporations dalle oppressive regolazioni del big government; il moralista fautore del taglio delle spese per il welfare state, improduttivo alimento dell’ozio e del vizio alle spalle dei cittadini virtuosi; era il «falco» deciso a farla finita con la «sindrome del Vietnam»; l’impavido avversario di quello che poi definì l’«impero del male» e dei suoi accoliti nel mondo; l’amico generoso dei freedom fighters controrivoluzionari; era il capo determinato a far rifluire l’onda lunga del Watergate per restaurare in tutta la sua autorità il ruolo del Presidente - la «presidenza imperiale» - dentro e fuori del Paese1. Tuttavia, per quanto Reagan si collocasse sulla destra dello spettro politico repubblicano, egli non fece gli errori di Goldwater; al contrario, nella campagna elettorale si mostrò pacato e ragionevole, riuscendo ad attrarre sia l’opinione pubblica conservatrice e fondamentalista che quella moderata. Nel giro di un quindicennio un effetto del successo di Reagan fu l’emarginazione nel Partito repubblicano della componente moderata e il divenire normalità di quello che tra gli anni ‘50 e ‘60 Richard Hofstadter definiva pseudoconservatorismo, caratterizzato dallo stile paranoide in politica2. Per i Repubblicani Reagan rimane un eroe, ma oggi egli apparirebbe come un moderato incline al compromesso. Donald Trump è un sottoprodotto di questo processo.
Non che ai tempi dell’ascesa di Reagan al potere mancassero preoccupazione e passione nella sinistra, ma tutto sommato l’analisi era più controllata, più ponderata. Di Reagan non si vedeva solo lo stile di grande comunicatore - non era forse un ex attore? - ma anche il culmine della southern strategy, di cambiamenti strutturali e territoriali del capitalismo statunitense3, nell’economia mondiale e nei rapporti di forza tra le classi.
La spettacolarizzazione mediatica ha fatto enormi progressi e ora le sue luci ingigantiscono sul palcoscenico politico le immagini di attori umanamente e intellettualmente mediocri, astuti naviganti ma poveri di idee e di ideali; e penso che in questo campo la politica europea - quella italiana in particolare - sia da tempo impegnata a dimostrare perversamente il vantaggio di cui può godere l’«ultimo arrivato».
Trump è a suo modo un «fenomeno» e grandi sono i poteri del «Potus», del President of the United States. Tuttavia egli resta «solo» l’esponente politico del più ricco e potente capitalismo del mondo, la cui economia si estende ben oltre i confini nazionali, e di un gigantesco insieme di istituzioni, apparati burocratici, reti politiche, di uno Stato federale e liberale: si tratta di un formidabile insieme di forze che delimita i parametri d’azione del Presidente. Del personaggio va colta la particolarità dell’immagine spettacolare, ma anche i motivi per cui non rappresenta affatto una rottura dell’ordine politico statunitense, un nuovo regime politico o un nuovo regime d’accumulazione.
Ovviamente ho presente gli atti del presidente Trump, gli executives orders, i memorandum ecc. Qui però non intendo entrare più di tanto nel merito degli atti. Mi propongo di trattare un argomento preliminare: le interpretazioni del fenomeno Trump.

2. Donald Trump come vedette della società dello spettacolo
Il personaggio pubblico Donald Trump è innanzitutto una vedette della società dello spettacolo; dello spettacolo come fatto sociale totale, non come àmbito particolare di una società nazionale; per società dello spettacolo intendo la società mondiale contemporanea, dominata da una specifica configurazione storica del capitalismo e dalle sue contraddizioni4. È uno spettacolo in cui si recitano parti diverse su palchi distinti, le cui scene possono apparire desincronizzate, le une barbaramente arcaiche e le altre futuristicamente postmoderne. Tuttavia si tratta di un’unica società, i cui apparenti anacronismi sono parte di una totalità che continua e trasforma la struttura spazio-temporale di base del capitalismo mondiale: lo sviluppo ineguale e combinato5. In questa prospettiva Osama bin Laden, Donald Trump e Vladimir Putin sono vedettes del medesimo spettacolo mondiale, potenziato dai nuovi mezzi di comunicazione di massa.
La vedette è un’immagine di successo creata nel e dal potere: successo che nel caso del Presidente eletto Donald Trump si misura in voti e nell’accesso alle leve del potere supremo degli Stati Uniti. Tuttavia la vedette non è, propriamente parlando, un’individualità.
I discorsi e la gestualità di Trump trasmettono deliberatamente un messaggio politico, ma non sono utili per sondare le profondità della psiche della vedette. Non ha senso psicoanalizzare un soggetto i cui discorsi sono scritti da altri - esperti di marketing - e i cui gesti sono deliberatamente tesi a trasmettere l’immagine di un uomo lontano dalle buone maniere e dai compromessi dietro le quinte dell’élite politica e culturale. Questa figura può invece essere intesa come un’allegoria, l’espressione condensata di forze che comprendono e trascendono la sua umana singolarità.
Di Trump si può allora dire che egli è sintesi compiuta del capitalismo contemporaneo, che eleva a spettacolo i flussi finanziari e nel quale la spettacolarizzazione è un ingrediente necessario dell’inflazione dei titoli finanziari e della speculazione a credito su virtuali rendimenti futuri.
Come businessman, Donald Trump è espressione dello sviluppo della logica del settore emblematico di questo capitalismo: quello che negli Stati Uniti è definito «fire» - finance, insurance, and real estate - ovvero finanza, assicurazioni e immobiliare. È stato un agente di alto livello dell’intreccio fra speculazione immobiliare e credito bancario, che ha costruito ad arte la propria immagine per assurgere al ruolo di vedette conducendo operazioni spettacolari oltre che redditizie, ma con eccezioni importanti. Negli stessi brillanti anni ‘80 reaganiani, quelli degli yuppies (young urban professionals), dei titoli spazzatura e degli spezzatini finanziari, il costruttore Trump fece uno strumento commerciale del proprio nome e della narcisistica ostentazione del suo stile di vita, popolarizzato da rotocalchi e trasmissioni come Lifestyles of the Rich and Famous. Acquistò una dimora storica di 118 camere a Mar-a-Lago in Florida - costruita negli anni ‘20 per ospitare i presidenti statunitensi e gli ospiti stranieri di alto rango - un mega-yacht di 85 metri, un jet privato e una lunga sfilza di edifici tutti battezzati col nome Trump, di cui il Trump Tower è il più noto oltre che il luogo della sua epifania politica, della decisione di vendere la propria immagine anche nel mercato elettorale.
Ad Atlantic City Trump costruì o acquistò diversi casinò: Trump Plaza, Trump Castle e il più costoso al mondo, il Trump Taj Mahal, nel cui nome si fondono in un’evocazione favolosa il padrone, il denaro e il fascino dell’esotico. Ovviamente il Trump Taj Mahal è un pastiche postmodernista che non ha nulla a che fare con l’autentico. Questo interesse per i casinò è sintomatico: il casinò è il perfetto emblema del casino capitalism - denaro, lusso, effimero, credito e titoli spazzatura - ma ha anche i difetti di quest’ultimo: azzardo e calcolo del rischio, spettacolarizzazione del flusso di denaro e incertezza, trionfo e caduta tra violente oscillazioni. A un certo momento, ad esempio, quando al boom subentra la recessione, imprese poco redditizie - oppure avviate o acquistate con finanziamenti che speculano su profitti virtuali - possono non riuscire a far fronte ai debiti. Ciò è ancor più vero per quella combinazione di spettacolo, intrattenimento, speculazione finanziaria e immobiliare prediletta dal businessman Trump. Ragion per cui diverse delle sue imprese più spettacolari non sfuggirono alla dichiarazione di bancarotta: i suoi casinò (nei primi anni ’90), la società Trump Hotels and Casino Resorts (nel 2004) e la Trump Entertainment Resorts (nel 2009), come era stata ridenominata la precedente; dovette cedere anche la Trump Airlines, in preda ai debiti.
Risultati non proprio entusiasmanti. Tuttavia Trump riuscì a ridurre i danni accordandosi con i creditori, cedendo consistenti porzioni dei pacchetti azionari delle imprese in questione e accettando posizioni onorifiche: la bancarotta di diverse sue operazioni non comportò quella personale di Donald Trump, né della sua immagine. A questi non si applicò la famosa frase you’re fired! con cui proclamava il fallimento dei partecipanti allo show televisivo The Apprentice. L’abilità di Trump consistette nella separazione della sua immagine, come rappresentazione del casino capitalism, dalla sua realtà. Egli era già una vedette, un nome dotato del valore d’uso di convertirsi in denaro, quindi in grado di attrarre investitori nonostante la bancarotta di alcune sue imprese. Era un autoproclamatosi artista degli affari, capace di minacciare una causa legale a chi lo qualificava come un semplice milionario - invece che miliardario - e di narrare le sue avventure d’affari e d’amore in modo autocelebrativo in libri quali Trump: surviving at the top (1990) e Trump: the art of the comeback (1997). E poiché, come gli affari, l’amore può essere rischiosamente costoso, specialmente quando finisce e si è ricchi e famosi, il consiglio di Trump è di essere previdenti e di garantirsi dalla bancarotta amorosa con adeguato contratto: anche questa un’arte in cui pare eccellere, come s’intende dal titolo di un capitolo di Trump: the art of the comeback: «The art of the prenup: the engagement wring», dove prenup sta per prenuptial agreement.
In Trump il concreto dell’individualità umana si trasfigura nell’immagine del denaro che produce denaro: Trump è un brand vendibile per alimentare lo spettacolo sociale. Ed è esattamente questo che egli fece - ancor più e meglio di prima - a partire dagli anni ‘90. La vedette del casino capitalism ascese a vette più alte in termini di notorietà, aprendosi la via alla audience più ampia, quella degli spettatori-elettori.
Ronald Reagan era stato un attore mediocre, emerso come oratore politico per la destra del Partito repubblicano nella campagna presidenziale di Barry Goldwater; e quando Arnold Schwarzenegger fu eletto governatore della California egli era ancora una star cinematografica, la prima ad assurgere a un importante ruolo politico di governo. È naturale che nella società dello spettacolo il cinema e la televisione siano canali per una rapida carriera politica. Anche se, in Italia, Berlusconi era proprietario di un impero televisivo, ma non una star televisiva. Donald Trump è invece una vera e propria star televisiva ed è la prima fra queste ad assurgere al massimo livello di una grande potenza. Il successo televisivo di Trump non era quello di una vedette politica, ma dell’immagine dell’affarista protagonista e giudice di un game show, The Apprentice, trasmesso dalla rete NBC per quattordici stagioni a partire dal 2004. Trump aveva già la sua notorietà ma, come egli giustamente notò, avere una audience televisiva di 20 milioni di persone (nella prima stagione) significa un salto di qualità. Una porta aperta per giocare in proprio, che fu già tentato di attraversare in vista delle elezioni presidenziali del 2000.
Ma il suo tempo non era ancora arrivato.

sabato 8 luglio 2017

AMERICA LATINA: UN FUTURO ECONOMICO MOLTO INCERTO, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Pubblichiamo per i lettori del nostro blog un estratto dall’opuscolo di Andrea Vento Il continente americano. L’America latina (Giga Autoproduzioni, 2017, pp. 36). [la Redazione]

Gli effetti delle politiche sociali dei governi progressisti

Il miglioramento delle condizioni sociali è un fenomeno strutturale che investe l’intera America latina ormai dall’inizio del nuovo millennio: la quota di persone in povertà (grafico 1)1 registra infatti, nell’intervallo 2000-2010, una diminuzione sia nel dato generale dell’intera macroregione - che si attesta poco sopra il 30% - sia all’interno dei singoli paesi. La diffusione della povertà assume tuttavia dimensioni piuttosto eterogenee all’interno dei vari stati, disparità che riguardano anche l’entità della riduzione, che risulta particolarmente spiccata in Perù, Venezuela e Cile. Ciò nondimeno rimangono critiche le condizioni sociali in alcuni paesi - in prevalenza centroamericani (Honduras e Nicaragua) - in cui nel 2010 più della metà della popolazione risulta ancora sotto la soglia di povertà, non dimenticando Haiti, lo stato con la situazione più critica, con circa l’80% dei suoi abitanti che patisce questa condizione e il 54% che cerca di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Questo quadro fa sì che il paese caraibico si collochi al penultimo posto nella relativa classifica mondiale.
Più complessa risulta la lettura della dinamica della distribuzione del reddito fra le classi sociali all’interno dei diversi paesi. Se l’intera macroregione ha evidenziato (grafico 2)2 una riduzione delle profonde sperequazioni socioeconomiche grazie alle politiche redistributive messe in atto dai governi progressisti, alcuni stati hanno visto aumentare i già cospicui squilibri. La Colombia, l’Honduras, la Repubblica Dominicana, il Costa Rica e soprattutto il Guatemala, stati accomunati dalla presenza di governi di destra, neoliberisti e filostatunitensi, si sono caratterizzati per un ulteriore aumento delle differenze reddituali.

La crisi dei governi progressisti

I segnali che giungono da diversi paesi - Brasile in particolare - sembrerebbero indicare che il ciclo dei governi progressisti latinoamericani stia cominciando a segnare il passo, nonostante abbia costituito una fase storico-geopolitica inedita per il subcontinente, oltre ad aver rappresentato l’area di resistenza più avanzata su scala globale al neoliberismo. I risultati ottenuti in termini di avanzamento democratico, riconoscimento dei diritti delle comunità amerindie, progresso sociale e riappropriazione di sovranità economica sono sicuramente inconfutabili e apprezzabili. Tuttavia i limiti - soprattutto in campo economico - che hanno condizionato la maggior parte di questi stati hanno poi creato i presupposti affinché all’inizio del 2015 gli elementi di criticità, espressi in termini di difficoltà economiche e malessere sociale, iniziassero ad assumere dimensioni preoccupanti.
Le problematiche che hanno afflitto i governi progressisti - sudamericani in particolare - sono riconducibili principalmente a cinque elementi, legati sia alle politiche interne che al ciclo economico-finanziario internazionale:

• mancato superamento del modello economico estrattivista;
• mancata attuazione di riforme strutturali incisive in campo economico e fiscale;
• attuazione di sole politiche redistributive attraverso programmi sociali;
• stagnazione/recessione del Brasile;
• contrazione della domanda internazionale, soprattutto cinese.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.