L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

lunedì 27 giugno 2016

È MORTO BEPPE FERRARA

Abbiamo da poco appreso la triste notizia della morte del regista Giuseppe Ferrara, avvenuta a Roma due giorni fa. In questo momento ci stringiamo in un doveroso abbraccio alla famiglia e ai suoi cari. Da parte nostra ci piace ricordarlo nel momento dell'adesione entusiasta - lui che non era più un giovanotto - al progetto internazionalista di Utopia Rossa, di cui riproduciamo di seguito la lettera inviata a Roberto Massari. La memoria del suo cinema di impegno civile resterà incastonata nelle sue pellicole. Ciao Beppe. [la Redazione]

Caro Roberto,

la mia adesione a Utopia Rossa è piena, soddisfatta e direi ricca di entusiasmo. Essa mi appare come la naturale continuazione dell'attività che conduco ormai da decenni in campo cinematografico, dove il mio impegno politico non è mai venuto meno. Naturalmente l'entusiasmo attuale per UR nasce anche dalle insoddisfazioni vissute nelle precedenti esperienze politiche, che vorrei qui ricordare brevemente.
Ricordo di essermi iscritto ventiquattrenne al Psi su presentazione dell'amico regista Lino Del Fra (l'autore tra l'altro di Allarmi siam fascisti!, nel 1962, e La torta in cielo, nel 1970) e di aver vissuto come primo evento negativo l'entrata dei socialisti nella cosiddetta "stanza dei bottoni", voluta da Pietro Nenni e sfociata nella scissione (da me ovviamente approvata) che portò alla nascita del Partito socialista di unità proletaria, il Psiup. Rammento di esser stato l'unico, nella sezione Centro del Psi a Roma, in cui ero iscritto, ad aver votato per Lelio Basso. (Anni dopo avrei scoperto che la brigatista rossa Laura Di Nola, con la quale avevo frequentato il Centro sperimentale di Cinematografia, era stata iscritta alla stessa sezione.)
Seguì un periodo di battaglie giornalistiche all'interno del settimanale del Psiup - Mondo Nuovo - diretto da Lucio Libertini. Dalle colonne di quel giornale attaccai Torello Ciucci (che insieme a Giovanni Gronchi intrallazzava con gli Enti di Gestione Cinema) e Guido Lonero (direttore, altro intrallazzatore ai danni del Festival del cinema di Venezia).
Riuscimmo a far dimettere Lonero e a mettere in difficoltà Ciucci, ragion per cui il segretario di redazione - Salasso - mi richiamò all'ordine, dicendomi che "rompevo i vetri". Da bravo psiuppino nel 1968 diedi man forte a Cesare Zavattini, insieme ad altri registi (come Marco Ferreri, Ugo Gregoretti, Citto Maselli, Pier Paolo Pasolini), nella contestazione del Festival di Venezia. Al Partito, però, non importò nulla di quella battaglia. E alle elezioni politiche del 1972, non avendo raggiunto il "quorum" per eleggere anche un solo parlamentare (benché ne avessimo eletti quasi quaranta nel 1968), il partito si sciolse.
Agli iscritti del Psiup si prospettarono due soluzioni, entrambe assurde: rientrare nel Psi oppure iscriversi al Pci. Io preferii aderire a un minipartito, Democrazia proletaria (nata dalla confluenza di varie correnti di sinistra), che arrivò a candidare come capolista alle elezioni il comico Paolo Villaggio.
Conclusa l'esperienza di Dp, il giudice Carlo Palermo mi convinse ad entrare armi e bagagli nella Rete di Orlando. Lì feci parte della sinistra del movimento insieme a Nando Dalla Chiesa e all'ex sindaco di Torino, Diego Novelli.
Questa è la storia del mio impegno politico all'interno delle organizzazioni partitiche della sinistra italiana. Potrei poi accennare al mio impegno nella lotta contro il fascismo, contro l'imperialismo, contro la mafia e i poteri occulti condotta attraverso lo strumento del cinema - mia professione e grande amore della mia vita. Ma il discorso a questo riguardo sarebbe molto lungo e forse si potrà fare in altra occasione. [Si veda al riguardo il suo magistrale Manuale di regia, pubblicato da Editori Riuniti nel nel 1999 e nel 2004 e ripubblicato dalla Massari editore nel 2014 (nota di R.M.).]

venerdì 24 giugno 2016

LA VITTORIA DELLA DESTRA NEL REFERENDUM INGLESE E IL RIMBECILLIMENTO DELLA SINISTRA ANTIEUROPEA, di Michele Nobile

Al primo impatto ho trovato assai divertente l'idea per cui la decisione degli elettori britannici di uscire dall'Unione europea sarebbe un fatto «di sinistra». Pensandoci meglio, è semplicemente «tragica». Brevissime considerazioni.

1) Innanzitutto, è stata la xenofobia a determinare il successo del leave, del voto per lasciare l'Unione europea, per un margine non grande. La linea anti-migrazione, diretta non soltanto contro gli extracomunitari ma anche verso i cittadini europei, è stata condita, è vero, dalla demagogia antiplutocratica di destra e liberista nei confronti dei burocrati di Bruxelles e delle «banche». Non a caso si tratta di un successo elettorale che fa esultare la destra-destra e l'estrema destra europea, dal Front National alla Lega Nord ad Alba Dorata. Insomma, sul piano concreto e dei grandi numeri, la mobilitazione (elettorale) contro l'Ue si esprime con una forte connotazione nazionalista xenofoba, spesso ultraneoliberista.

2) Che si trattasse della tory Thatcher o del laburista Blair, in fatto di neoliberismo i governi britannici sono sempre stati più realisti del re: hanno considerato diverse normative europee troppo «di sinistra», facendo pressione per orientarle in senso più liberista. Il caso più chiaro è dato dal cosiddetto opting-out, cioè il diritto di non applicare decisioni dell'Unione, in particolare per quanto riguarda il «protocollo sociale» (per alcuni anni) e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Nel negoziato tra Cameron e la Commissione europea, l'unico punto di sostanza ottenuto dal primo era la limitazione per quattro anni dei benefici per gli immigrati europei. E dunque, se proprio si vuol essere nazionalisti «di sinistra», la ragione per felicitarsi dell'uscita del Regno Unito dalla Ue è esattamente opposta a quella dominante su questo lato. Bisognerebbe dire, cioè, non che si tratta di un passo necessario per una politica sociale ed economica «popolare» e antiliberista ma che, così, ci si è finalmente liberati di uno Stato che da quasi quarant'anni si è sempre collocato sulla destra del panorama istituzionale dell'Unione, quale che fosse il partito di maggioranza.

3) I dati maggiori del referendum sono la vittoria non ampia del leave the Eu (per poco più di 1,2 milioni di votanti) e la chiarissima spaccatura geografica del voto. In Scozia il voto to remain ha raggiunto il 62%, vincente in tutte le circoscrizioni; in Irlanda del Nord il 56%. Il che obiettivamente crea una situazione imbarazzante per i nazionalisti «di sinistra», perché queste sono le due aree in cui l'aspirazione all'indipendenza dal Regno Unito è da sempre diffusa e intensa, specialmente in Irlanda del Nord dove, per decenni, si è espressa anche al livello della lotta armata. Eppure, il governo scozzese ha annunciato un secondo referendum per l'indipendenza, ma per restare nell'Unione europea; e il Sinn Féin, storico partito nazionalista irlandese e volto legale dell'Irish Republican Army, ha pure annunciato di voler lanciare un referendum per l'unificazione con l'Irlanda, implicitamente rientrando nella Ue. Nei distretti che hanno eletto deputati del Sinn Féin, il voto per restare nell'Unione ha raggiunto il 74% a Belfast West e il 60% in Mid Ulster. La conclusione paradossale è che in Scozia e in Irlanda del Nord l'essere membri dell'Ue è percepito come garanzia dei diritti nazionali, non il contrario. Si profila l'aggravarsi del conflitto fra nazionalismi dentro il Regno Unito.

mercoledì 22 giugno 2016

LA DEMOCRACIA COMO TRAGEDIA, por Enrique Contreras

Los escenarios que han aparecidos históricamente en Venezuela como en el resto de América Latina, acerca de las llamadas democracias, no expresan la verdadera identidad de lo que realmente deberían ser.
La razón colonial ha impedido a los pueblos que el ciudadano la ejerza en toda su dimensión humana –ontológicamente hablando- con su respectiva ética, valores, libertades, disidencias, antagonismos, realidades y sin eso que llaman estado.
Lo que los grupos dominantes llaman democracia, donde la gente vota pero nunca elige, el ciudadano no es autónomo, soberano y sin darse cuenta por esa cotidianidad tramposa que lo envuelve, renuncia a su propia libertad. Acepta de manera sumisa su condición de siervo, pues le teme al partido, al patrón o al gobierno porque puede perder su empleo o aspirar al mismo. Sabe y entiende que la clase que domina, de rebelarse contra ella, cuestionarla o criticarla pone en peligro su estabilidad económica y su movilidad social, eso hace que en el oscuro del subconsciente guarde su miedo.
La democracia que nos han impuesto a través de la razón colonial nos impide la igualdad ante la ley, ante las oportunidades, ante el llamado estado, estado que sólo ha servido para esconder las relaciones de poder y los privilegios de las clases políticas y económicas que impulsan esta tragedia.
Nuestra democracia ha sido simplemente una sombra, un eco, una mala copia de otra cultura política producto del colonialismo. “Mientras el europeo ha venido partiendo, hasta ayer, de la segura creencia en la universalidad de su cultura, nosotros hemos estado partiendo de la no menos segura creencia de la insuficiencia de la nuestra. Mientras Europa crea y recrea a sus clásicos nosotros ignoramos a los nuestros. Y los ignoramos porque partimos del falso supuesto que nos ofrece la comparación de lo nuestro con lo europeo. Partiendo de este supuesto nos empeñamos en no tener nuestros clásicos, sino los clásicos que nos ofrece Europa”. (Fuente: Leopoldo Zea, “Justificación de una tarea”, América como conciencia, México, UNAM, 1972.)

RUPTURA CREADORA

En medio de éste quehacer político hecho cotidianidad, todo esto nos parece normal, pero lo cierto que tales prácticas forman parte de los procesos colonizadores que hemos tenido, porque hasta el momento no existe en nuestros procesos históricos una ruptura creadora que rompa la relación dominante-dominado. Nos impusieron un modo de vida, nos “inventaron” la sociedad en que vivimos y crearon una “democracia” en el marco de una estructura jurídico-político que sólo ha servido para encadenar y condicionar la libertad, atrapando el libre pensamiento, el derecho a disentir, a crear y estableciendo claros privilegios entre los que conforman la sociedad en donde se desarrolla. Se formó en medio de esta “democracia” una clase política llena de privilegios económicos, nos entramparon y nos crearon partidos políticos que sólo han servido para consolidar los beneficios de la clase dominante y “legitimar” y consolidar los intereses de esa misma clase a nombre de progreso, desarrollo, civilización y libertad. Partidos políticos que surgieron para tener el control ideológico y político de la población son espacios panópticos para de esta manera amarrar el pensamiento y evitar los procesos descolonizadores y la rebelión de los saberes que buscan la emancipación de los pueblos.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.