L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

mercoledì 9 marzo 2011

Gli scioperi puramente dimostrativi della Cgil “che non vogliamo”, di Andrea Furlan

La maggioranza della Cgil e l’accordo separato di Cisl e Uil
Dopo l'accordo agli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori, che hanno sancito per quei lavoratori la fine del Ccnl (Contratto collettivo nazionale) e dello Statuto dei lavoratori, la strategia politica della Confindustria e del Governo procede senza soste nell'estensione dei contenuti dell'accordo a tutto il resto del mondo del lavoro. Infatti, la stessa sorte – subire, cioè, un accordo capestro stile Fiat - è toccata ai lavoratori del Pubblico impiego e in questi giorni ai lavoratori del Commercio. Appare evidente che dopo il terzo accordo sindacale separato, dove Cisl e Uil dimostrano sempre di più essere complici del progetto politico messo in campo dalla Confindustria, la strategia politica decisa al congresso nazionale della Cgil di riconquistare l'unità sindacale con Cisl e Uil su basi e regole diverse da quelle definite da Cisl, Uil, Governo e Confindustria, è definitivamente tramontata.
L'errore di analisi politica da parte della maggioranza della Cgil sull'accordo separato che Cisl e Uil hanno firmato con Governo e Confindustria sulle regole della contrattazione a gennaio del 2009 è stato quello di credere che quell'accordo - che in peggio seguiva la logica concertativa del luglio ‘93 istituendo l'Ipca [Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione] sul calcolo del salario e il sistema delle deroghe sulla parte normativa - sarebbe stata solamente una parentesi facilmente recuperabile e non invece un progetto politico ben preciso, funzionale al padronato per distruggere i diritti dei lavoratori e superare così la crisi economica.
Era evidente che né il Governo e la Confindustria, né tantomeno Cisl e Uil, erano disposti a mediare con la Cgil sui sacrifici che il padronato italiano chiede ai lavoratori. Semplicemente, la vecchia concertazione sindacale degli anni ‘90 e primi anni duemila, per il padronato è praticamente sepolta. Per questo al tavolo delle trattative nei confronti della Cgil, la quale era disposta a rinunciare a una parte della sua linea politica per non rimanere fuori dagli accordi sindacali (come dimostrato alla Fiat e nella trattativa del Commercio), Cisl e Uil hanno presentato il conto: o la Cgil firma tutto quanto già stabilito nelle linee guida della riforma contrattuale e riconosce gli accordi alla Fiat, oppure è fuori dal tavolo delle trattative.
Per ripararsi dalla crisi economica - che ovviamente non colpisce solo i lavoratori, ma comincia anche a minare la stabilità delle burocrazie sindacali - Cisl e Uil hanno coscientemente scelto una precisa strada da percorrere che porta dritto verso la trasformazione dal sindacato contrattuale al sindacato corporativo dei servizi. Una trasformazione che, dentro la logica degli enti bilaterali (strutture paritetiche formate da sindacalisti e rappresentanti dei padroni), fa diventare il sindacato un certificatore delle scelte legislative compiute dai governi della borghesia affossando definitivamente la contrattazione e la democrazia sindacale. Tale obbiettivo, di portare in dote al capitale la fine del sindacato contrattuale e conflittuale, Cisl e Uil l'hanno barattata con il Governo in cambio di una presenza stabile del loro apparato burocratico dentro le strutture degli enti bilaterali e dentro gli enti statali regionali dove, attraverso la gestione dei corsi di formazione, Cisl e Uil gestiscono notevoli risorse economiche che garantiscono la sopravvivenza dei privilegi dei loro parassitari apparati burocratici.
La cecità politica del gruppo dirigente di maggioranza della Cgil, che ancora oggi continua a perseguire in modo scellerato il "patto per lo sviluppo" con la Confindustria, tentando di riagganciarsi al nuovo corso della concertazione, ha consentito al Governo e al padronato di conseguire indisturbati importanti risultati che hanno determinato - con l'adozione di provvedimenti come il collegato al lavoro, la riforma contrattuale, gli accordi di Mirafiori e Pomigliano - un pauroso spostamento dei rapporti di forza tra le classi a favore del sistema delle imprese scaricando i costi della crisi economica sui lavoratori.

Il triangolo Cgil-Pd-Governo
La Cgil di Susanna Camusso, continua a fare finta che non vi sia un legame organico sul piano degli obbiettivi, tra il Governo Berlusconi e la Confindustria di Emma Marcegaglia. Tale atteggiamento politico è riconducibile al rapporto quasi strutturale che l'apparato burocratico della Cgil continua ad avere con il Pd ovvero con l'altra parte politica che organicamente rappresenta gli interessi della borghesia italiana. Infatti, come possiamo vedere e constatare, la polemica politica della Cgil è rivolta quasi esclusivamente verso le scelte compiute dal Governo in materia di lavoro come se tali scelte, che rappresentano palesemente gli interessi della Confindustria, siano compiute dal governo contro i voleri della Confindustria stessa. Su questo versante sono esplicative alcune dichiarazioni del segretario del Pd Bersani il quale asserisce che con il governo Berlusconi non si possono fare le riforme sul lavoro di cui necessita il paese.
Quali siano le "riforme" che  il Pd vuole davvero realizzare, lo ha chiarito esaustivamente il suo gruppo dirigente quando sulla partita del referendum truccato di Mirafiori, quasi all'unanimità, si è schierato a favore del piano Fiat elaborato da Marchionne. In precedenza invece, aveva elaborato una proposta di legge che tuttora giace in Parlamento firmata da dirigenti del calibro di Nerozzi e Ichino, dove il Pd dichiara apertamente la sua disponibilità a discutere con Confindustria e Governo la destrutturazione completa dello Statuto dei lavoratori che verrà sostituito dallo Statuto dei lavori appoggiando in pieno la proposta Sacconi per abolire definitivamente l'art. 18.
La stessa risposta tardiva e insufficiente della Cgil recentemente proclamata dalla Camusso, che contro la logica degli accordi separati ha indetto lo sciopero generale nazionale di quattro ore che si terrà il prossimo 6 maggio, è la testimonianza oggettiva della precisa volontà politica di indirizzare la protesta dei lavoratori unicamente contro il Governo. Mentre è facilmente deducibile che le imprese non soffriranno nessun disagio da uno sciopero che non sarà in grado di paralizzare il paese come invece si dovrebbe fare. La finalità dello sciopero come del resto è già accaduto in altre occasioni, è finalizzato a convincere la Confindustria della necessità di costruire un tavolo di confronto con la Cgil per la costruzione di quel "patto per lo sviluppo" che, nelle intenzioni della Camusso, deve servire per riattivare un modello concertativo che consenta alla Cgil di moderare i sacrifici dei lavoratori senza che ciò possa costituire un ostacolo alla concorrenzialità delle aziende italiane sul mercato globale.

Passività de “La Cgil che vogliamo”
Di fronte a questo quadro, la politica della minoranza della Cgil organizzata in area programmatica denominata "La Cgil che vogliamo", rappresenta una debole risposta alla deriva imboccata al congresso di Rimini da parte del gruppo di maggioranza della Cgil che si appresta lentamente a trasformarsi in un sindacato corporativo come Cisl e Uil. D'altronde, non è un mistero per nessun lavoratore che pezzi importanti di alcune Camere del lavoro o intere categorie della Cgil, vogliono anch'esse diventare un sindacato dei servizi - sempre per tutelare gli interessi dell'apparato burocratico minacciato dalla crisi - e inseguire su questa strada Cisl e Uil.
Di fronte a questa prospettiva - che a mio avviso si potrà compiere fino in fondo solo quando al governo si determinerà un nuovo quadro politico di centrosinistra - la "Cgil che vogliamo" fino ad ora non è riuscita a prendere nessuna iniziativa concreta per frenare tale processo. Infatti, l'azione politica dell'area programmatica diretta da Rinaldini, dentro e fuori la Cgil, è praticamente inesistente. Malgrado la presenza consistente di gruppi dirigenti che fanno riferimento alla "Cgil che vogliamo" in importanti categorie - come per esempio la Funzione pubblica e la Fisac (bancari e assicurativi) - l'iniziativa politica non è andata più in la del sostegno attraverso i comunicati stampa nei confronti della battaglia sindacale condotta dalla Fiom a difesa del Ccnl e dello Statuto dei lavoratori. Anzi, in alcuni rinnovi contrattuali, i dirigenti della "Cgil che vogliamo" della Fisac hanno sottoscritto insieme al gruppo di maggioranza nella loro categoria il contestatissimo accordo Unicredit che ha determinato un peggioramento normativo e salariale per tutti i lavoratori neoassunti.
Nella Filcams, invece, dove la presenza organizzata di lavoratori e dirigenti è inferiore a quella delle altre due categorie sopracitate, nell'area programmatica "la Cgil che vogliamo" che esprime alcuni dirigenti nazionali e intermedi di categoria, si è prodotta una rottura politica tra il gruppo dirigente e la base dei lavoratori a causa della scelta operata da parte dei dirigenti di gestire unitariamente le politiche della categoria insieme alla maggioranza. Tale comportamento palesemente contraddittorio ha contribuito chiaramente ad isolare nella Cgil la battaglia della Fiom. I limiti politici dell'area programmatica continuano ad essere gli stessi limiti che hanno caratterizzato negativamente le altre esperienze delle sinistre sindacali che nel corso degli anni passati si sono determinate in Cgil.
La continua mediazione tra gruppi dirigenti e la ricerca spasmodica di incarichi sindacali denotano un modo di affrontare i problemi solo ed esclusivamente dentro il perimetro delle logiche burocratiche e di apparato. Inoltre, gran parte del gruppo dirigente della "Cgil che vogliamo", continua ad avversare qualsiasi possibilità di una convergenza politica con il sindacalismo di base precludendo così una concreta possibilità di allargamento del fronte antipadronale che possa dare un sostegno attivo e concreto di unificazione alle lotte dei lavoratori. La lenta ma inesorabile deriva della Cgil verso posizioni politiche di completa collaborazione filopadronale - con l'idea della fine del sindacato rivendicativo che si appresta ad essere metabolizzata dalla stragrande maggioranza del gruppo dirigente, dimostrando in modo sempre più palese di accettare il modello di sindacato che il capitalismo italiano richiede - è un’ulteriore dimostrazione dell'impalpabilità dell'azione sindacale del gruppo dirigente della “Cgil che vogliamo”.

Sciopero a oltranza contro la logica fallimentare degli scioperi puramente dimostrativi
Anche la stessa battaglia condotta affinché la maggioranza della Cgil proclami lo sciopero generale per l’intera giornata e senza aspettare il mese di maggio, non è sostenuta da una comprensione di come si dovrebbe condurre la lotta sindacale e gli scioperi generali in modo particolare. Si continua ad accettare, infatti, la logica degli scioperi puramente dimostrativi (e questo vale sia per la Cgil, sia per il sindacalismo di base), rifiutando di impegnarsi per la convocazione di scioperi a oltranza (scioperi generalizzati) che si concludano solo col conseguimento dell’obbiettivo o con un compromesso accettabile. Meglio uno sciopero a oltranza per un obiettivo minimo, concreto, ma che duri fino a che l’obbiettivo non viene raggiunto (dando così forza e coraggio ai lavoratori per continuare e al sindacato per crescere), che non queste proclamazioni altisonanti, con o senza adunate spettacolari,  che si concludono senza il conseguimento di alcun risultato concreto.
Con questa politica degli scioperi dimostrativi, i dirigenti sindacali (e del sindacalismo di base) ottengono un’esposizione mediatica per se stessi e magari ridanno un po’ di lustro all’apparato, ma allo stesso tempo contribuiscono a demolire lo stato d’animo degli scioperanti (che tornano a casa senza risultati tangibili) e anche a svuotare le tasche (le ritenute sul salario) di quegli strati d’avanguardia che partecipano a tutti gli scioperi, pagando dei prezzi altissimi (ma anche riducendosi per numero mano a mano che continua questa politica spettacolare dimostrativa ma inconcludente).
In questi ultimi anni non sono certo mancati gli scioperi generali convocati dalla Cgil (senza contare tutti gli scioperi presuntamente “generali” convocati dal sindacalismo di base). Purtroppo, non ce n’è stato uno che sia riuscito a strappare un qualche risultato concreto per i lavoratori, sia sul terreno salariale, sia nel far ritirare al Governo le leggi sul lavoro. Questo perché la modalità con la quale gli scioperi sono stati convocati era e continua ad essere profondamente errata. Di scioperi se ne sarebbero potuti fare di meno in termini di ore perdute, ma con risultati sicuramente diversi se solo si fossero mobilitati i lavoratori su obbiettivi precisi considerati irrinunciabili (ovviamente prevedendo spazi di mediazione nella trattativa), preparandoli e chiamandoli ad una mobilitazione ad oltranza da far terminare solo quando l'obbiettivo fosse stato raggiunto.
Questa metodologia non è un parto della nostra fantasia ma è incarnata da quasi due secoli di storia del sindacalismo in Italia e nel mondo, che però in Italia non funziona più dalla metà degli anni ’70 in poi, vale a dire dagli anni in cui si è cominciato a formare l’attuale quadro dirigente della Cgil.

Caste burocratiche o autorganizzazione dal basso?
Rimango convinto, d’altro canto, che le strutture del movimento operaio dovrebbero imparare dalla borghesia come meglio si rappresentano gli interessi di classe. Difatti, mentre la borghesia riesce a coalizzarsi come classe nell'attaccare i diritti e il salario dei lavoratori, e persegue pervicacemente e senza indugi i propri obbiettivi (anche accantonando divergenze interne, come si è visto alla Mirafiori con Marchionne), la casta dirigente del movimento operaio non riesce a organizzare una resistenza politica di blocco sociale contro il padronato e i suoi governi. Non si riesce a costruire uno straccio di azione politica comune né tra le organizzazioni sindacali né tra i movimenti che in questi anni si sono contrapposti alle controriforme capitalistiche sul mercato del lavoro, della scuola e contro le privatizzazioni dei settori più o meno strategici dell'economia.
La mancanza di vittorie, sia pure parziali, sia pure minime fa sì che il movimento dei lavoratori - sul quale pesano le sconfitte subite ininterrottamente per decenni su scala nazionale e internazionale - non riesca a liberarsi dallo strapotere degli apparati burocratici per avviare un processo di autorganizzazione dal basso delle lotte. Dinnanzi all'infiammarsi della mobilitazione sociale in alcune parti dell’Europa e in Medio Oriente, la lotta di classe in Italia appare come una delle più arretrate nonostante l’alto tasso di sindacalizzazione, il numero di ore di sciopero e a fronte di un attacco padronale violento. Anche l’esperienza dei governi di centrosinistra, lungi dal favorire una crescita dell’organizzazione di classe, ha seminato demoralizzazione e ulteriore frantumazione. Un fattore, questo, che va tenuto bene a mente visto che gli stessi responsabili delle sconfitte passate continuano a proporre il ritorno a governi di collaborazione con la borghesia (quali che siano i partiti su cui si costituiranno tali governi).
Con questo orientamento prevalente nella Cgil (e a fronte dell’immobilismo in cui si trova la sua principale corrente di opposizione, la “Cgil che vogliamo”) se la lotta di classe dovesse divampare anche in Italia nei prossimi anni a causa dell'aggravarsi delle condizioni materiali e per effetto della crisi economica, non vi sono dubbi che i settori più combattivi della classe lavoratrice tenderanno a rompere con gli apparati burocratici, per adottare nuove forme di lotta. La deriva dei sindacati burocratici (Cgil compresa) verso la trasformazione in apparati di gestione corporativa e di servizi, disposti a rispondere passivamente alle esigenze del capitalismo e della sua crisi, non lascerà alternativa ai lavoratori che costruire strutture autorganizzate, sulle quali il sindacato dovrà decidere di fondarsi se non vorrà scomparire. Occorre quindi impegnarsi perché queste strutture abbiano fin dalla nascita un carattere consiliare e antiburocratico. Questo è il sindacalismo che vogliamo…

Andrea Furlan
Direttivo Filcams Cgil - Roma Centro "La Cgil che vogliamo"

martedì 8 marzo 2011

LE LOTTE DELLE LAVORATRICI E DELLE DONNE RADICALIZZATE, di Antonella Marazzi

Scritto nell’estate del 1973 e reso pubblico ad ottobre (poi ripubblicato nel volume Il centrismo sui generis, del 2006), questo testo fu elaborato da Antonella Marazzi nel quadro della polemica contro la direzione italiana della sezione italiana della Quarta internazionale che all’epoca rifiutava di impegnarsi nel movimento di liberazione delle donne per limiti di ingenuo operaismo. Il testo porta i segni del tempo trascorso, ma siamo felici di presentarlo alle nostre lettrici e ai nostri lettori nell’occasione di questo 8 marzo, come antidoto contro la ritualità che ormai caratterizza l’anniversario e come testimonianza storica del primo documento italiano in cui la “nuova” questione femminile veniva formulata in termini rivoluzionari (marxisti libertari). [la Redazione]

La forte ondata di radicalizzazione che ha investito dalla metà degli anni ‘60 molte delle società a capitalismo avanzato, ha avuto come suo non secondario prodotto la rinascita della «questione femminile». L’oppressione femminile, che gli stessi Marx ed Engels non esitarono a definire come la forma più antica, antecedente a ogni altra oppressione di classe, paradossalmente è stata anche l’ultima sulla quale ci sia stata una presa di coscienza da parte delle stesse donne che ne sono l’oggetto direttamente in causa. Lo stesso movimento delle suffragette che era l’espressione della prima presa di coscienza politica al livello di massa dell’oppressione femminile, non nasce che ai primi anni del secolo [del Novecento].
Ciò è dovuto essenzialmente alla natura composita di questa oppressione, che ha contenuti non solo economici, ma anche psicologici e più in generale culturali. D’altra parte, le donne oppresse nella loro totalità (anche se a volte con sfumature diverse) in quanto «sesso debole», non sono neppure definibili globalmente in termini di classe. Esse appartengono come «altro sesso» a tutte le classi esistenti e quindi sono più o meno oppresse e sfruttate nella misura in cui lo sono le classi di cui fanno parte.
Tuttavia, a queste forme fondamentali di sfruttamento e oppressione che dividono con il resto delle masse oppresse, si aggiunge per tutte l’oppressione data dal loro essere donne. Di tale oppressione è ovviamente possibile una presa di coscienza nella misura in cui essa si accompagna ad altre contraddizioni e situazioni di disagio. Per tale motivo le donne della borghesia possono prendere coscienza della propria condizione, molto più difficilmente delle piccolo-borghesi e delle lavoratrici. È necessario tenere costantemente presente tali specificità per poter comprendere a fondo il fenomeno della radicalizzazione delle donne espressasi nella maniera più compiuta con la formazione dei movimenti di liberazione femminile. Tali specificità sono in ultima analisi l’elemento che rende importante e necessaria la creazione di un movimento politico di massa che esprima la radicalizzazione femminile in termini esplicitamente anticapitalistici.
La sola presa di coscienza non è sufficiente a superare d’un balzo un modo di vivere, di pensare, di fatto tutta una tradizione culturale radicatasi nei millenni, che da sempre (o quasi) ha visto la donna in posizione «naturalmente» subordinata, dipendente. Lo stesso movimento operaio di ispirazione staliniana e socialdemocratica non è andato mai oltre le petizioni di principio. Tutti i paesi che hanno visto la realizzazione di una rivoluzione socialista non hanno assistito a un’automatica liberazione delle donne a tutti i livelli, da quello economico a quello sessuale, da quello ideologico a quello sociale. Lo sciovinismo maschile, che altro non è se non l’espressione della cultura borghese nei rapporti tra i sessi, tende a rimanere presente praticamente anche quando in teoria l’eguaglianza dei sessi è sancita ufficialmente.
Per tali motivi le lavoratrici e le donne radicalizzate hanno la necessità storica di gestire la propria lotta «autonomamente», rifiutando anche gli schemi semplicistici fatti propri dal movimento operaio tradizionale, tendenti a predicare l’inutilità di una simile autoconduzione attiva e militante delle donne, nell’ambito di una visione che considera la liberazione femminile automatica con l’avvento di una rivoluzione socialista. Il problema, come dimostrano le esperienze dirette, è più complesso e l’uso di una gestione autonoma favorirà non solo la crescita collettiva, ma evidenzierà più profondamente (nella misura in cui saranno le stesse donne a farlo) tutte le implicazioni di natura ideologica, economica, e politica presenti nell’oppressione femminile.
D’altra parte, le profonde contraddizioni cui sono soggette le donne in una società a capitalismo avanzato, in cui il loro ruolo subalterno e dipendente non si esprime in forme dirette come nelle società precapitalistiche e contadine - bensì è mediato e camuffato dalla «nuova posizione» che è ad esse affidata nel mondo del lavoro, dalla falsa emancipazione (in cui continueranno a essere ancora oggetto e non soggetto attivo) - non possono non favorire una profonda radicalizzazione.

LIBIA: UNA BATTAGLIA IN CORSO (MONDO ARABO IN RIVOLTA III), di Pier Francesco Zarcone


La Libia merita un discorso specifico anche perché le prime spallate popolari non hanno costretto a ritirarsi il dittatore locale, ed è in atto una guerra civile dalla durata e dagli esiti non prevedibili, che ha diviso il paese in zona controllata dai ribelli e zona ancora sotto il controllo di Tripoli. La Libia, poi, interessa molto più da vicino l’Italia, sia per il petrolio sia per i consistenti intrecci economico/finanziari costituitisi negli ultimi decenni. Cominciamo con questi ultimi.

Il tiranno che comprò l’Occidente
Poiché da sempre capitalisti e gestori del capitale hanno sostituito cuore e coscienza con portafogli-titoli e monetari,  non stupisce affatto l’imbarazzato sconcerto con cui i centri economici e finanziari d’Occidente hanno accolto la rivolta libica (che speriamo finisca bene). Una prestigiosa rivista portoghese ha dedicato a Muhammar Gheddafi (Khadafi, in arabo) un articolo dal titolo assolutamente azzeccato: “Il tiranno che comprò l’Occidente”. Al G20 realizzato all’Aquila nel luglio del 2009 è stato palese quanta importanza i cosiddetti “grandi della Terra” attribuissero al folklorico Colonnello travestito da umile beduino della Sirte; in realtà egli è ricco sfondato, in quanto il patrimonio all’estero del suo clan è ritenuto di  almeno 50.000 milioni di dollari; e in atto Gheddafi disporrebbe di liquidi in patria per 65.000 milioni di euro. Il suo sdoganamento internazionale si deve all’indimenticato George W.Bush, e da allora Gheddafi ne ha fatti di affari e di soldi. I Libici possono pure essere massacrati ma in Italia, Gran Bretagna, Germania e Turchia si fibrilla per la sorte del “cane pazzo di Tripoli”, ottimo partner economico e ancora in grado di fare brutti scherzi per vendetta. Oltre che a pensare al prossimo arrivo di profughi non certo per aiutarli.
L’Italia - e non solo grazie a Berlusconi, perché anche il centrosinistra è stato complice - costituisce il maggior partner commerciale della Libia; poi vengono Germania e Regno Unito.  Ma questi paesi non sono stati i soli ad aprire le porte a chi fino a non molto tempo fa era considerato un pericoloso fomentatore di aggressioni nell’Africa subsahariana e di terrorismo internazionale. La palma spetta però all’Italico stivale, con maggiore accelerazione dopo il Trattato di Amicizia dell’agosto del 2008.  Oggi il governo italiano sembra allineato con gli altri governi europei e con l’Onu per una politica sanzionatoria verso Gheddafi, ma ancora una volta la famosa doppiezza dei governi nostrani si è fatta vedere: l’Italia non ha ancora congelato i beni di Gheddafi e/o della Libia, mentre gli Usa lo hanno fatto per almeno 25.000 milioni. In Italia Gheddafi ha realizzato un bel pacchetto di investimenti, che giustifica la fasulla “chiusura tecnica” della Borsa di Milano del 22 febbraio scorso, in realtà dovuta alla paura che il potere del Colonnello venisse abbattuto.
Non ne faremo certo un noioso inventario; ricordiamo solo alcuni elementi: il Colonnello sirtico è il quinto investitore individuale (per volume di affari) alla Borsa di Milano; una sua impresa - la Lafico - ha il 2% del capitale della Fiat, 7,5% di quello della Juventus; la Lybian Investment Authority (Lia) ha l’1% dell’Eni; libico è il 7,5% del capitale dell’Unicredit (cioè della maggiore banca italiana) per 2.500 milioni di euro, e fra il 2008 e il 2010 la Central Bank of Lybia, la Lybian Foreign Bank e la Lia ne hanno comprato un ulteriore 6,9%; e mentre al Consiglio di sicurezza dell’Onu si sfogliava un’deale margherita per stabilire cosa fare verso il regime di Tripoli, si è saputo che la Libia aveva appena comprato il 2% delle azioni della Finmeccanica, cioè dell’ottavo produttore al mondo di armi e equipaggiamenti aoreospaziali, nonché uno dei principali fornitori del Pentagono. E non parliamo dei grossi investimenti in Gran Bretagna, Germania e Turchia. A proposito di Turchia, si è saputo due mesi fa che in Libia esiste addirittura un “Premio Gheddafi per i diritti umani” (sic!), con cui è stato premiato il premier turco Recep Tayyip Erdoğan, a fronte dei contratti multimiliardari del suo paese con la Libia. Va infine notato quanto poco senso abbia fare distinzioni fra patrimonio di Gheddafi e famiglia, da un lato, e dall’altro delle società libiche, perché in Libia Gheddafi è (era?) il padrone. L’ex ambasciatore Sergio Romano, giustamente, ha parlato in proposito di “Stato patrimoniale”.
L’Italia - che trova nell’immagine del baciamano di Berlusconi a Gheddafi una efficace allegoria della sua politica estera - sempre pronta a cambiare bandiera, tuttavia non deve fare molto la spiritosa col dittatore della “quarta sponda”, poiché se costui le facesse lo scherzetto di dare via a vendite massicce dei suoi investimenti italiani - magari per fare cassa e pagare mercenari, oltre che per ripicca - tutti gli osservatori economici concordano sul fatto che sarebbe un disastro economico per le Borse nostrane e per l’economia in genere. Comunque non pare che il governo Berlusconi si preoccupi più di tanto della cosa. Incoscienza o ne sa più di tanti altri? Peraltro i più “avveduti” finanzieri italiani (ed esteri) si arrovellano oggi sul problema: “ma se cade Gheddafi, con chi facciamo affari? Che tipi saranno i successori”? Purtroppo non si può ancora dire se questi tormentosi problemi si concretizzeranno, poiché il Libia la situazione è – nella migliore delle ipotesi – in fase di stallo. Gheddafi ha di fronte masse popolari armate alla bell’e meglio, e nelle mani una marea di soldi liquidi con cui potrebbe fare affluire, con una certa celerità, mercenari e armamenti. Ciò perché - quand’anche la rivolta, dal 15 febbraio a oggi, si sia impadronita della Cirenaica e sia estesa alla Tripolitania - Gheddafi mantiene il controllo della maggior parte degli aeroporti e delle basi aeree, con particolare riguardo a quella di Sebha nel Fezzan (cioè nel sud della Libia), utilizzabili senza problemi per fare arrivare mercenari africani.

La situazione di stallo gioca a favore di Gheddafi
Al momento gli oppositori non paiono prossimi alla conquista di Tripoli e Gheddafi risulta essere lungi dal rimettere celermente le mani sulla parte orientale del paese. Tuttavia egli prova a contrattaccare. Si ritiene che possa disporre, fra militari e mercenari, ancora di circa 12.000 combattenti. La Lega Araba è un bell’organismo che sta lì - ovviamente, anche tenuto conto di quel che sono i governi arabi. Certo è che lo stallo sul campo di battaglia influisce sulle teoriche opzioni a disposizione delle potenze straniere che abbiano interesse alla caduta di Gheddafi, ma in modo ancora non determinabile. Questo profilo va esaminato prima in sé e per sé, e quindi in base ai dati esistenti oggi. Nella prima ottica c’è da dire che  un intervento straniero all’area - cioè degli Usa o della Nato – potrebbe forse abbattere materialmente Gheddafi, ma con costi politici che sarebbero enormi per il popolo libico e in prospettiva pesanti per gli stessi Statunitensi, in quanto la Lega Araba si è espressa contro e Recep Tayyip Erdoğan (certo più riconoscente di Berlusconi) ha avuto modo di fare presente che la Nato non deve permettersi “nemmeno” di pensare a un intervento armato. Comunque non è escludibile in assoluto. Per un altro verso abbiamo che i ribelli chiedono disperatamente aiuti militari, almeno come invio di armamenti.
La fase di stallo gioca a favore di Gheddafi. Al di lá delle sue reiterate minacce di epocali bagni di sangue, forse non è azzardato pensare che egli sia consapevole della proficuità (per lui) di un negoziato che non lo veda ancora sconfitto. Si potrebbe parlare di una sua strategia specifica: in mancanza dell’attuale possibilità di riconquistare la Cirenaica, mantenere e rafforzare il controllo della Tripolitania. In questo modo potrebbe anche riuscire a dividere l’opinione pubblica araba, e dei rispettivi governi, attraverso il pericolo della divisione della Libia, e di una possibile balcanizzazione dell’area.
Una divisione della Libia con Gheddafi padrone della parte occidentale sarebbe come una bomba a tempo. Avere a che fare con un simile personaggio ancora in campo e imprevedibilmente ostile e desideroso di vendicarsi di tutti i suoi partner che l’hanno mollato nel momento del bisogno, suscita uno scenario facilmente immaginabile. E questo potrebbe spingere influenti governi arabi a mediare per una tregua e un negoziato fra Gheddafi e gli oppositori. Allontanerebbe l’ipotesi di interventi occidentali, ma - tenuto conto di come si comporterebbe certamente Gheddafi - sarebbe una mazzata per i ribelli. A meno che qualche Stato arabo non si decida a dare a questi ultimi aiuti militari tali da sconfiggere il dittatore.

Interventi “umanitari” e tribalismo
Lo stallo potrebbe finire con un Gheddafi che raccoglie forze ulteriori per poi passare alla riconquista dei territori orientali, e allora un aiuto militare esterno ai ribelli di Bengasi e Tobruk potrebbe prendere corpo. Il problema sta in “chi” lo attuerebbe, poiché al “chi” corrispondono i “prezzi” e la cosa sarebbe determinante per la popolazione e per il futuro del paese. Siamo troppo abituati alle lacrime di coccodrillo dell’imperialismo prima dei suoi “interventi umanitari”, che poi sono interventi militari classici, per credergli proprio riguardo alla Libia; tanto più che in questo caso ci troviamo di fronte a un atteggiamento diverso da quello tenuto di fronte ai fatti tunisini ed egiziani. A un certo punto Gheddafi ha scelto di fare affari con l’imperialismo e di fargliene fare. Tale disinvoltura non poteva certo garantirgli una perpetua affezione dei suoi partners, i quali oggi sono innanzi tutto preoccupati per le sorti delle enormi risorse energetiche della Libia, le maggiori dell’Africa.
Ma c’è qualcosa di più a gettare ombre sinistre su interventi “umanitari” attuati da potenze imperialistiche: riflettiamocile un momento. Le rivolte arabe in corso minacciano la “consolidata” cintura di governi arabi filostatunitensi, e in due punti nodali di essa - Tunisia ed Egitto - i garanti della “stabilità” sono caduti; quei paesi si trovano in una fase transitoria dagli esiti dubbi che potrebbe portare a un rafforzamento dei nazionalismi, quanto meno. Per questo la Libia assume un indiscutibile ruolo strategico in virtù della sua posizione mediana proprio fra Tunisia ed Egitto. Un’eventuale “normalizzazione” della crisi libica al preezzo di un’ipoteca politico/militare dell’imperialismo andrebbe davvero contro gli attuali regimi di Yemen, Bahrain, Oman ecc.? Favorirebbe le istanze di liberazione delle masse arabe?
La risposta positiva può provenire solo da un inveterato ingenuo. Si deve avere il coraggio storico di ribadire che i governi insediati a Washington, Londra, Parigi ecc. restano sempre dei comitati di affari delle rispettive borghesie e delle multinazionali, o dei loro esecutori. E quale sia l’agire di questi bei soggetti verso il mondo arabo (e non solo) ormai lo si dovrebbe sapere. Non è quindi casuale, ma significativo, che sul giornale conservatore britannico Daily Telegraph il 24 febbraio scorso sia stato scritto che, dopo la crisi economica del 2008, e dopo la caduta di due governi arabi strategicamente fondamentali, si vedrà con il comportamento di fronte alla crisi libica se gli Stati Uniti accetteranno la riduzione del loro statuto di grande potenza «con gentilezza, oppure se risponderanno con violenza, come gli imperi in difficoltà hanno la tendenza storica a fare». 
Una via di uscita meno drammatica e pericolosa potenzialmente esisterebbe, se qualcuno – non necessariamente occidentale - avesse l’intelligenza, la cultura e le capacità necessarie per sfruttare una caratteristica peculiare della Libia, che contribuisce a fare per essa un discorso a parte. Ci riferiamo al fatto dell’estrema tribalizzazione della società libica, in cui i rapporti di appartenenza alle singole tribù, e ai clan che le compongono, prevalgono su ogni altro legame sociale, privato e pubblico, ivi compreso quello nazionale. Già varie tribù si sono pronunciate contro Gheddafi, ma altre mancano all’appello. Si tratta di una situazione idonea a rendere il Colonnello estremamente vulnerabile, se solo si convincessero anche altre tribù - con strumenti materiali e non - a passare dalla parte dei ribelli, e allora tutto si risolverebbe fra Libici. Altrimenti, sarà comunque un disastro.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.