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venerdì 10 luglio 2026

LA TRATTA ISLAMICA

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Ma bisogna riconoscere che la dimensione assunta dalla tratta e dalla schiavitù subìte dai popoli neri supera, per numero di vittime, durata e orrori, tutto ciò che era avvenuto prima. E nella genesi di queste disgrazie, dal punto di vista storico la tratta negriera è un’invenzione del mondo arabo-musulmano. (Tidiane N’Diaye)



E se la capanna dello zio Tom, invece che in Kentucky, si fosse trovata in Siria, nello Yemen o in un qualsiasi altro paese arabo?

L’idea è assurda perché l’autrice del celebre romanzo, Harriet Beecher Stowe, era una convinta abolizionista, mentre nel mondo arabo-musulmano l’abolizionismo non è mai esistito come corrente di pensiero, né sono mai emerse grandi figure di nemici della schiavitù dei neri come Condorcet, William Wilberforce, il John Brown della celebre canzone e i tantissimi altri, noti o meno noti, che sarebbe lungo elencare. E questo perché, a partire da un certo momento, la parte migliore della cultura occidentale e gran parte dell’opinione pubblica dei relativi paesi si schierò apertamente contro la schiavitù, facendo adottare le leggi necessarie per abolirla. Per quanto incredibile possa sembrare, addirittura lo stesso fascismo italiano abolì ufficialmente la schiavitù in Abissinia/Etiopia, anche se il movente principale non rispondeva a motivi umanitari.

Lo zio Tom ha insegnato a tante nuove generazioni, a centinaia di milioni di bambini e bambine, a considerare la schiavitù dei neri come una cosa disumana, cattiva e crudele, di quelle in cui i buoni stanno da una parte e i cattivi dall’altra, con possibilità tuttavia per i secondi anche di riscatto morale. Il sottoscritto rientra tra questi bambini e non c’è dubbio che tutto il mio impegno politico successivo a favore del Black power (sue degenerazioni a parte) è stato condizionato psicologicamente dalla lettura infantile di quel libro. 

Grazie anche all’ampiezza e alla qualità dell’abolizionismo occidentale (e a parte decisive ragioni economiche), la tratta atlantica dei neri africani - base fondamentale della crescita del capitalismo nelle colonie americane e di conseguenza in alcune madrepatrie europee - ebbe una durata limitata nel tempo. Ciò non toglie che durò ugualmente per alcuni secoli, troppi: circa quattro, dal XVI al XIX, provocando la deportazione di circa 9-12 milioni (15 secondo stime più discutibili) di neri africani e la morte di circa 2-4 milioni di loro nel corso del trasporto.

Sulle condizioni a volte di autentica e disumana crudeltà in cui si svolgeva la vita degli schiavi importati abbiamo testimonianze di grande valore, che vanno dal benemerito padre Bartolomé de las Casas (†1566) fino a celebri antropologi come il cubano Fernando Ortiz Fernández (1881-1969), cui si deve anche la descrizione sistematica degli strumenti di tortura utilizzati.

Insomma, la cultura «occidentale» (concetto non geografico, ma transculturale visto che può includere anche correnti abolizionistiche indiane, giapponesi o sudafricane, incluso e in prima linea il Cristianesimo ufficiale che della schiavitù era stato un solerte complice) è stata capace di autocriticarsi rispetto alla tratta atlantica e in sede storica ha formulato un irreversibile verdetto di condanna.

Niente di tutto ciò si ritrova nelle varie culture che compongono il mondo arabo-musulmano e il libro di N’Diaye lo dimostra ampiamente. La schiavitù è sempre esistita, ci ricorda anche l’autore (vedi l’Antico Testamento o le società greca e romana), ma in genere ne facevano le spese popolazioni sconfitte in guerra. E la professione dello schiavista poteva variare a seconda dei luoghi, delle epoche, del materiale umano da commerciare.

Con l’avvento dell’Islam invece vi fu un salto di qualità, sia nel processo di commercializzazione di massa degli schiavi (da prelevare tra i non musulmani, al termine di guerre, ma soprattutto in tempi di pace), sia nell’individuazione del continente africano come fonte primaria di rifornimento. In questo senso N’Dyane attribuisce al mondo islamico l’invenzione della tratta dei neri africani, definita comunemente «tratta araba», «tratta islamica» o «tratta arabo-musulmana».

Questa iniziò nel sec. VII, con le conquiste territoriali dei primi califfi alla testa degli eserciti musulmani e terminò ufficialmente nel XIX secolo: 13 secoli. L’ultimo paese musulmano ad aver abolito ufficialmente la schiavitù è stato, però, la Mauritania nel... 1980.

Io sostengo, tuttavia - fin da quando è iniziato il traffico mediterraneo degli esseri umani organizzato dagli scafisti - che lo schiavismo ancora sopravvive in forma organizzata di massa in alcuni paesi nordafricani. In Libia, Tunisia e zone limitrofe, sono cresciute e si sono rafforzate col tempo le reti di mafie locali e transnazionali che traggono enormi guadagni dall’organizzazione degli imbarchi di centinaia di migliaia di poveri disperati che vogliono raggiungere l’Europa, costringendoli nell’attesa (a volte per anni) a lavorare come schiavi, come ladri, come prostitute per potersi pagare il sospirato viaggio.

Questo a volte finisce in tragedia e ciò ci riporta al costo in vite umane che già ebbe la tratta araba nei 13 secoli in cui si svolse «liberamente» e ufficialmente, potendo avvalersi anche dell’autorità del Corano, i cui versetti favorevoli allo schiavismo sono da N’Dyane riportati al termine del libro.

Il numero di neri africani catturati e deportati è calcolato tra i 14 e i 17 milioni dall’Africa subsahariana, Africa settentrionale e Medio oriente, tralasciando le vittime della tratta dall’Europa (Caucaso, Impero bizantino, tratta barbaresca ecc.). Da segnalare il coinvolgimento delle istituzioni nel traffico: sultani, governatori, strutture militari. E senza dimenticare che secondo calcoli approssimativi, rispetto al numero dei deportati, sarebbe morto un numero tre volte superiore di neri africani nel corso del trasporto che avveniva per lo più attraverso il Sahara, sempre e comunque in condizioni disumane.

Le destinazioni di tale commercio erano vari paesi islamici che all’epoca dell’espansione araba andavano dall’Oceano Atlantico (Marocco e Penisola Iberica) all’Oceano Indiano (India, Indonesia).

Qui mi fermo, però, perché la ricerca di N’Diaye fornisce cifre, riferimenti bibliografici, testimonianze che possono dare un’immagine più precisa dell’enorme crimine verso l’umanità rappresentato da questo gigantesco traffico di esseri umani (neri), organizzato da schiavisti islamici nell’interesse di paesi islamici, fondato sull’autorità di versetti coranici.


Non c’è mai stata una corrente abolizionistica islamica degna del nome. Anzi, la schiavitù è stata abolita per iniziativa delle potenze coloniali (un piccolo merito del colonialismo...) e le stesse Chiese cristiane hanno dato un contributo notevole in tal senso.

Non esistono testi scolastici che parlino della tratta islamica (ma per questo nemmeno in Occidente dove invece si parla giustamente della tratta atlantica fin dalle scuole primarie) e non esiste una qualche autocritica significativa da parte della cultura islamica.

Anzi, sul terreno del silenzio e dell’assoluzione implicita, si arriva a dei fenomeni veramente sbalorditivi come la conversione all’Islam di esponenti del movimento nero negli Usa, nonostante la tratta islamica abbia insanguinato l’Africa nera tre volte più di quella atlantica: in senso temporale e nel numero di vittime.  Basti pensare alla conversione all’islamismo di Malcolm X che non ha mai speso una parola di compianto per i suoi fratelli neri sterminati dagli arabi e a milioni nel corso dei secoli. [Colgo l’occasione per rispondere a chi mi ha chiesto nel passato perché io non abbia incluso Malcolm X nella collana «il pensiero forte» della mia casa editrice: ora la risposta dovrebbe essere evidente.]

Ai silenzi delle culture islamiche sulla tratta arabo-musulmana andrebbero aggiunti i silenzi attuali del mondo woke, antioccidentalistico, palestinistico, antiebraico e in generale di sinistra reazionaria. In questi ambienti vige la paura che una presa di coscienza della barbarie rappresentata inequivocabilmente della tratta araba dei neri, provocata per 13 secoli dall’espansione militare islamica, possa mettere a nudo il carattere precapitalistico del loro anticapitalismo. Ebbene, per loro consolazione posso aggiungere che nemmeno Marx ritenne necessario nominare la tratta araba, pur avendo dedicato varie pagine all’analisi dello schiavismo nelle colonie americane e della sua funzione nella crescita del capitalismo. (Si vedano per esempio i riferimenti allo schiavismo occidentale nel I Libro de Il capitale, capitoli 8, 13 e 24 [«La cosiddetta accumulazione originaria»], nel cap. 20 del II e in molte parti del III Libro.)

* * * 

Per il lettore o la lettrice arrivati fin qui, riporto la breve prefazione che ho premesso al libro di N’Diaye per chiarire la questione del titolo: questione delicata giacché nel titolo originario (del 2008) compariva il termine «genocidio». E visto che oggi il termine è diventato moneta corrente in funzione antisraeliana e antiebraica, vale la pena di fare un ultimo sforzo e leggere anche queste due ultime paginette in cui si spiega che senza l’intenzione di sterminare un’etnia o classe sociale neanche il massacro di 20-30 milioni di neri africani da parte del mondo islamico si può considerare un genocidio, per quanto orrore e raccapriccio possa provocare la cosa in sé.


PREFAZIONE

mercoledì 24 giugno 2026

RIVOLUZIONE IN GIUDEA DI HYAM MACCOBY

di Peter Gorenflos

 

ITALIANO - ENGLISH - DEUTSCH


Prefazione all'edizione mongola del libro di Hyam Maccoby

Rivoluzione in Giudea. Gesù e la resistenza ebraica (ed. italiana 2021)


Ha senso in Mongolia confrontarsi con il Cristianesimo, discutere della Chiesa cattolica, o questa religione, con i suoi vari orientamenti, non è piuttosto un fenomeno, o diciamo un problema, dell'Occidente? Nel settembre 2023, il Papa è stato in Mongolia per la prima volta nella storia del paese. Il Cattolicesimo e il Papa avanzano una pretesa universale di verità e, con questa pretesa, vogliono convertire il mondo intero. Per questo ritengo importante confrontarsi con questa religione, conoscerne la storia e i contenuti, se non si vuole esserne sopraffatti.

Sette anni fa, insieme alla casa editrice Bayarsaikhan di Ulan Bator, ho pubblicato il libro pionieristico di Karlheinz Deschner Con Dio e con i fascisti [Massari editore 2016], che tratta della stretta collaborazione di papa Pio XI e papa Pio XII con Mussolini, Hitler e altri fascisti, e dimostra che il fascismo in Europa poté nascere solo con l'appoggio della Chiesa cattolica e che lo Stato Vaticano – sciolto nel 1870 con la fondazione dello Stato nazionale italiano – riapparve sulla scena storica solo grazie al fascista Mussolini e ai Patti Lateranensi del 1929.

L'opera di Hyam Maccoby Rivoluzione in Giudea. Gesù e la resistenza ebraica [Massari editore 2021] va molto più a fondo storicamente e analizza come sia nato il Cristianesimo in generale.

 

Il Cristianesimo arriva in Asia

Il Cristianesimo si è suddiviso in molti rami diversi, di cui il Cattolicesimo è la direzione dominante. Circa 1.000 anni fa ci fu la separazione dell'Ortodossia, che si diffuse soprattutto nell'Europa orientale, in particolare in Russia, e non riconobbe l'autorità del Papa come capo supremo; e circa 500 anni fa la separazione del Protestantesimo, che anch'esso rifiutò il Papa e Roma come centro della religione e rappresentò una sorta di rivoluzione borghese primitiva, diffusasi soprattutto a nord delle Alpi con Lutero, Calvino, Hus, Zwingli come protagonisti. Ma già nell'anno 553 dopo Cristo c’era stato un primo scisma, il Nestorianesimo, che fu definito eresia dalla Chiesa cattolica perché sosteneva che il maestro divino del Cristianesimo, Gesù Cristo, avesse due nature, una divina e una umana, che Gesù cioè non fosse semplicemente un dio, ma entrambe le cose, uomo e Dio. Questa corrente del Cristianesimo si diffuse presto dal Medio Oriente fino all'Estremo Oriente, lungo le rotte commerciali, lungo la Via della Seta, e raggiunse così, come prima religione cristiana, l'altopiano mongolo e la Cina.

Così accadde che alcuni clan mongoli fossero già influenzati dal Cristianesimo nestoriano – secondo il punto di vista cattolico, apostati dalla pura dottrina – prima che Gengis Khan unisse le tribù sotto la sua guida nel 1206 e creasse, con le sue campagne militari, il più grande impero militare che sia mai esistito al mondo. I clan mongoli dei Keraiti, dei Naimani e degli Ongudi erano influenzati dai nestoriani. Ciò valeva anche per il padre adottivo di Temüjin, il futuro Gengis Khan, Tooril Khan, noto anche come Ong Khan, che era il khan dei Keraiti.

Soprattutto dopo le campagne occidentali di Ögedei Khan, il figlio di Gengis Khan, sotto la guida dell'esperto Batu dal 1236 al 1241 con un esercito di 150.000 soldati e i membri del clan Güyük e Möngke, in Europa scoppiò il panico, non solo presso il Papa, ma anche presso i sovrani secolari, come ad esempio il re di Francia Luigi IX. L'esercito mongolo non solo era avanzato fino in profondità nell'Ungheria e aveva inseguito il re cattolico-ungherese fino al Mediterraneo, a Spalato (l'odierna Croazia), da dove poté fuggire su un'isola dell'Adriatico e scampò per un pelo alla prigionia e alla morte. L'esercito mongolo penetrò anche fino a Wiener Neustadt in Austria e a Liegnitz in Polonia. Devastò vaste parti della Russia, della Bulgaria e della Romania. Solo dopo la morte di Ögedei Khan nel 1241, l'esercito di Batu si ritirò inaspettatamente sull'altopiano mongolo, poiché doveva essere eletto un nuovo khan.

Il papa Innocenzo IV, eletto nel 1243, approfittò della calma sopraggiunta per stabilire un contatto con i mongoli. Da un lato, voleva saperne di più su questo nuovo e inquietante impero militare per gli europei. Si voleva sapere se fossero previste ulteriori campagne, chi fosse il capo, il khan, e come si costituisse la società mongola. Inoltre, si voleva convertire i mongoli al cattolicesimo e renderli sudditi del Papa. Per il re di Francia Luigi IX c'era un ulteriore motivo per contattare i mongoli. Cercava alleati per le crociate contro i musulmani in Terra Santa, in Palestina, che avevano portato Gerusalemme sotto il loro dominio, e sperava in una cooperazione militare con i mongoli. Tra i vari emissari di Papa Innocenzo IV, Giovanni da Pian del Carpine fu il più famoso. Giunse nel 1246 al fiume Orchon, nell'accampamento per l'intronizzazione vicino a Karakorum, e assistette anche all'intronizzazione del nuovo khan, Güyük Khan. Sono note e visibili anche nel Museo di Gengis Khan a Ulan Bator, le due lettere di Papa Innocenzo IV al nuovo khan. Nella prima lettera, il Papa spiega al khan il Cristianesimo e sostiene che, come papa, è autorizzato da Dio a governare anche sul mondo secolare e che solo lui possiede la verità. Così voleva convincere i mongoli alla conversione al Cattolicesimo. Nella seconda lettera, il Papa si lamentava in tono aspro delle devastazioni che l'esercito mongolo aveva portato all'Europa orientale cristiana e minacciava la vendetta del dio cristiano. Naturalmente Güyük Khan respinse con arroganza la richiesta del Papa e chiarì che il suo potere derivava dal padre celeste Mongka Tengri, il vero dio, che veglia sull'Impero mongolo dal sorgere al tramontare del sole. Alla fine della sua lettera, invitò il Papa e i re europei a venire alla sua corte e a sottomettersi al khan, altrimenti avrebbe trattato l'Europa cattolica come altri ribelli già conquistati dai Mongoli. Con questo chiaro messaggio, Carpini lasciò la corte mongola e ricevette alla fine del 1246 il permesso di tornare.

Dopo la morte di Möngke Khan nel 1259, l'impero mongolo si divise in quattro khanati: la dinastia Yuan in Asia orientale sotto Kublai Khan, che fungeva ancora da Gran Khan, il Khanato Chagatai in Asia centrale, l'Orda d'Oro nella regione del Caucaso e, infine, l'Ilkhanato in Persia. Le ambizioni per ulteriori campagne occidentali erano così passate e iniziò una fase più o meno pacifica durante l'intera dinastia Yuan, che durò quasi cento anni e terminò solo nel 1368. Fu sostituita dalla dinastia Ming dopo rivolte contadine. Sotto Kublai Khan iniziò anche l'evangelizzazione cattolica della Cina, soprattutto ad opera di Giovanni da Montecorvino. La leadership mongola considerava questa evangelizzazione come parte del sistema tributario imperiale, che fu tollerata solo finché l'autorità del khan fu accettata. Con la nuova dinastia Ming, l'evangelizzazione cattolica terminò e riprese solo due secoli dopo, durante la dinastia Qing.

 

Come nacque il Cristianesimo

sabato 20 giugno 2026

DOPO IL COMUNISMO A CUBA

di Samuel Farber


ITALIANO-ENGLISH-ESPAÑOL


Recentemente sono apparse discussioni su Facebook riguardo al programma politico che una Cuba post-comunista dovrebbe adottare. Tali discussioni si sono concentrate principalmente sul futuro del Partito comunista cubano (Pcc), in particolare sulla questione se si debba o meno proibire il Pcc una volta che abbia perso il potere.

Credo, tuttavia, che la questione non possa essere risolta senza aver prima considerato il processo che avrebbe portato al rovesciamento del Pcc, e la posizione che dovremmo assumere rispetto a tali eventi. Questo processo sarà in gran parte il prodotto di una rivoluzione democratica interna al paese? Oppure sarà il risultato di un'invasione trionfante organizzata dal governo statunitense, che culmina in un'occupazione militare del paese o nella creazione di un protettorato sullo stile di quanto accaduto in Venezuela? Un protettorato statunitense a Cuba sarebbe compatibile con la creazione di un capitalismo di stato che privatizzi importanti settori dell'economia. Nel caso di un predominio statunitense, credo che, sebbene i cubani che sosteniamo la democrazia e l'autodeterminazione nazionale dobbiamo continuare a opporci al Pcc (anche se probabilmente già emarginato, se non all'opposizione), il nostro obiettivo principale dovrebbe essere la lotta democratica contro il dominio straniero. Non possiamo prestarci a consigliare o suggerire all'impero come governare Cuba, incluso il modo di trattare i sopravvissuti del Pcc.

Allo stesso modo, dobbiamo prepararci a rispondere alla possibilità che una situazione di questo tipo divida il popolo cubano. I governatori statunitensi godrebbero dell'appoggio attivo dell'estrema destra cubana della Florida del sud e dei loro equivalenti nell'isola, così come di settori significativi della popolazione all'interno di Cuba. Ma nessuna forza genuinamente democratica all'interno dell'isola, che sostenga l'autodeterminazione nazionale, presterebbe loro il minimo appoggio e si opporrebbe sia al potere straniero che a coloro che lo sostengono. Tali divisioni politiche non sarebbero nuove per Cuba. I mambisi che combatterono per l'indipendenza di Cuba alla fine del XIX secolo non furono l'unica opzione politica per i cubani. C'erano anche gli autonomisti, così come cubani che simpatizzavano con i "volontari" spagnoli e persino con i cosiddetti "guerriglieri" che combatterono molto attivamente a favore del colonialismo spagnolo.

Ma supponiamo che il governo cubano venga rovesciato dal basso da una rivoluzione genuinamente democratica. Questa potrebbe presentare una situazione molto più complessa per quanto riguarda lo status del Pcc. Ad esempio, potrebbe aprirsi una scissione significativa in cui una parte della base e persino della burocrazia del partito sostiene la rivoluzione democratica. Fu il caso della rivoluzione ungherese del 1956, quando il leader comunista Imre Nagy finì per diventare il primo ministro a capo delle forze rivoluzionarie. Non a caso Imre Nagy fu giustiziato dalla controrivoluzione dell'URSS dopo l'invasione dell'Ungheria. Fu anche il caso della Cecoslovacchia nel 1968, dove il leader comunista Alexander Dubček giocò un ruolo paragonabile a quello di Nagy, con un esito simile, sebbene meno sanguinoso di quello ungherese.

Certamente, l'appoggio della base e persino della gerarchia del Pcc a una rivoluzione democratica a Cuba influenzerebbe la rivoluzione nel senso che probabilmente risulterebbe meno sanguinosa. Ma creerebbe anche altri problemi riguardo a come gestire il possibile appoggio di elementi del Pcc impegnati con la storia di un'organizzazione antidemocratica e repressiva. Ciononostante, nel caso di una rivoluzione democratica, non bisogna proibire l'esistenza di un Pcc una volta che abbia perso il potere, a condizione che:

Primo, vengano confiscate tutte le sue proprietà, sia fisiche che finanziarie, e vengano restituite all'erario pubblico, a spese del quale furono originariamente ottenute.

Secondo, che vengano processati giudiziariamente tutti i membri e funzionari del Pcc che hanno commesso crimini, politici o comuni, utilizzando la loro appartenenza, o più probabilmente la loro alta posizione nel Pcc, per ottenere l'impunità.

Terzo, che venga convocata una nuova Assemblea Costituente per revocare tutti i poteri conferiti al Pcc nell'attuale Costituzione. Naturalmente, tale Assemblea dovrebbe anche discutere e decidere sullo status degli elementi principali dell'economia cubana, e dei sistemi di istruzione, salute e sicurezza sociale, tra gli altri. Avrebbero o no questi un carattere principalmente pubblico e democratico dal basso, invece che privato e capitalista? Sebbene solo una minoranza sostenga una costituzione di natura socialista e democratica, sarebbe molto importante che tale questione venisse discussa pubblicamente.

Una volta privato dei suoi poteri e privilegi nel sistema politico e sociale di Cuba e eliminata nella pratica l'impunità per le sue azioni, il Pcc avrebbe gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri partiti politici. Ciò significa che potrà ottenere sostegno solo basandosi sul valore intrinseco delle sue idee e azioni, e non sui suoi poteri privilegiati. È assolutamente necessario stabilire il concetto che nessun gruppo o partito verrà dichiarato illegale in base alle sue idee, per quanto antidemocratiche queste siano, ma in base alle sue azioni, specialmente quelle che attentano all'integrità fisica e ai diritti democratici di altre persone.


ENGLISH


AFTER COMMUNISM IN CUBA

by Samuel Farber

mercoledì 10 giugno 2026

VARIETÀ E RICCHEZZA DELLE UTOPIE LIBERTARIE

di Michel Antony

ITALIANO - FRANÇAIS - ESPANOL

Nonostante le molteplici critiche anti-utopiche avanzate da alcuni anarchici, occorre qui prendere l'utopia in modo valorizzante: un pensiero o un'azione necessaria che mette in discussione una società condannabile e condannata, e che tende a offrire un mondo altro, una reale alternativa. L'utopia, più o meno libertaria, rifiuta la costrizione e pone la libertà di pensare e di vivere al primo piano. E «il senso fondamentale di questa libertà è l'autonomia» [1] della persona; e questa autonomia della persona «comporta l'autogoverno, la democrazia diretta» [2] (autonomia delle comunità).

Questa forma di utopia teme la perfezione e si vuole quindi pragmatica e incompiuta (per natura e per scelta): è proprio «un progetto sempre parziale che si ri-proietta costantemente» [3]. L'umanesimo vi è più conseguente, poiché l'uomo vi è accettato tanto per i suoi vizi quanto per le sue virtù. L'apertura verso un futuro migliore è sempre possibile; spetta agli uomini, alle società testare e tentare altre avventure, anche nella diversità (cfr. la scuola italiana MALATESTA, Luigi FABBRI o Camillo BERNERI, senza contare la compianta Luce FABBRI). I mezzi utilizzati devono essere il più possibile in accordo con il fine atteso, questa è la coerenza essenziale dell'etica libertaria. Questa descrizione rivela quindi che l'utopia libertaria (se non anarchica) è "a-storica" come le ricerche di Francesco CODELLO [4] cercano di dimostrare in Italia. L'utopia libertaria apre una strada, ma non chiude alcuna porta.

Abbiamo quindi a che fare qui con la totale antitesi «dell'utopia tradizionale» o «classica». Quest'ultima è quasi sempre una descrizione di un mondo o un progetto di società che mette in primo piano l'organizzazione statale, caratterizzata da «un dirigismo rigoroso e un totalitarismo imperioso» [5] e da «un implacabile controllo sociale e mentale» [6]. Una «regolamentazione forsennata» della vita pubblica e privata e un livellamento onnipresente si accompagnano spesso a un urbanismo maniaco e coercitivo. «La libertà rivendicata in linea di principio non vi ha in realtà senso». La perfezione rivendicata permette di bloccare l'evoluzione, poiché, siccome tutto è perfetto, perché cambiare? Tutto è quindi messo in opera per «disinnescare un individualismo anarchico e temibile» ed eliminare «tutto ciò che è perturbatore» [7], il sogno, l'amore, il caso, l'immaginazione, la vita privata e quindi l'utopia stessa.

È l'enorme paradosso dell'atto o dello scritto utopico, realizzazione libera, liberatrice, libertaria, espressione di un volontarismo vitale, e del suo risultato più spesso pre-totalitario («modello di sogno totalitario» dice PESSIN). È un Fëdor DOSTOEVSKIJ, citato da Gilles LAPOUGE, che, tornato dal suo fourierismo giovanile, l'avrebbe capito per primo, o comunque con la massima lucidità, mettendo in scena ne I demoni (1871-1872), l'utopista estremista e nichista CHIGALEV, ma molto onesto tra l'altro poiché dice: «Devo dichiarare che il mio sistema non è ancora del tutto a punto, che la mia conclusione è in diretta contraddizione con l'idea che mi è servita da punto di partenza. Partendo dalla libertà illimitata, arrivo al dispotismo senza limiti». [8]

Anche se è poco studiato, e raramente messo in evidenza, è importante ricordare che i libertari hanno praticamente tentato tutto in materia di utopia:

  • Hanno elaborato progetti o proposte per tracciare le linee possibili di un mondo migliore: tutti i grandi teorici dal britannico William GODWIN allo statunitense Murray BOOKCHIN, passando ovviamente per il russo Pierre KROPOTKIN o il francese Élisée RECLUS, si arrischiano, qua e là, a dare consigli o idee utopiche;
  • Hanno scritto poesie, romanzi, racconti, opere teatrali... hanno realizzato talvolta film o video... che evocano un'esperienza o una tematica utopica;
  • Hanno partecipato a vasti movimenti di cambiamento: sindacalismo, rivolte, insurrezioni, rivoluzioni (la mitica Spagna del 1936 del «breve estate dell'anarchia» [9], ma non solo)... per tentare di vivere in un'altra società;
  • Hanno creato o si sono integrati in comunità di ogni tipo, sindacati, cooperative, colonie e comuni, kibbutzim e squat, centri sociali e atenei, imprese autogestite o "caracoles" neozapatiste... per mettere in pratica alcuni dei loro pensieri, praticare l'utopia immediatamente nel quotidiano e vivere in modo coerente con il fine sperato...

Se come fa Caroline GRANIER, prendiamo solo l'esempio della letteratura, si potrebbero distinguere tre grandi insiemi:

sabato 30 maggio 2026

L’Ue si allinea al Fmi: l’aggressione all’Iran sta causando rallentamento della crescita, incertezza sui mercati e ripresa dell’inflazione

di Andrea Vento

Il quadro globale

Le previsioni economiche della Commissione Europea pubblicate il 21 maggio indicano, in linea con il World Economic Outlook di aprile del Fmi, un rallentamento della crescita mondiale al 3,1% per l’anno in corso, con una flessione del -0,3% rispetto al dossier autunnale, causato dallo shock energetico innescato dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio. Una crisi che si articola su un nefasto combinato disposto caratterizzato da carenza di offerta e da sensibile aumento delle quotazioni di petrolio, gas e prodotti energetici raffinati. 

Parimenti alle previsioni del Fmi, il rapporto in questione evidenzia come il dato mondiale sia frutto di dinamiche eterogenee fra stati e macroregioni: se le prospettive di crescita appaiono rafforzate per i paesi esportatori netti di energia come Russia e Stati Uniti, risultano invece penalizzate le economie importatrici di petrolio e gas, in particolare quelle asiatiche. Anche la Cina dovrebbe registrare un graduale rallentamento della dinamica economica a causa di consumi interni contenuti.

Mentre l’area MENA (Middle Est North Africa) è probabile che accusi un significativo indebolimento del ciclo economico a causa degli effetti più diretti delle varie guerre regionali, in primis dell’attacco all’Iran. 

La frenata dell’Unione Europea

In linea con la tendenza globale, la crescita dell’Unione Europea, dall’1,5% del 2025, dovrebbe scendere all’1,1% quest’anno, con una flessione del -0,3% rispetto alle previsioni dell’autunno scorso, con l’inflazione preannunciata in salita al 3,1%, addirittura con un rialzo di un punto percentuale rispetto al dossier autunnale.

Come di consueto l’Eurozona a seguito dei ristrettivi parametri macroeconomici previsti dal nuovo Patto di Stabilità in vigore dal 2024, riporta una crescita inferiore prevista allo 0,9% per quest’anno, in riduzione dall’1,2% prospettato in autunno.

La Commissione Europea specifica nel nuovo rapporto che, benché l’attuale shock presenti connotati alquanto diversi rispetto alla crisi energetica del 2022, è altamente probabile che si trasferisca all’economia reale attraverso canali analoghi producendo effetti simili, anche se la sua portata sarà legata alla durata e all’entità dello shock energetico, ad oggi difficilmente prevedibile.

A causa del cospicuo aumento dei prezzi di petrolio e gas, al 5 maggio saliti rispettivamente del 57% e del 51% rispetto al 27 febbraio, la Commissione prevede che l’inflazione energetica nell’Unione raggiunga un picco superiore all’11% nel secondo trimestre di quest’anno per restare al di sopra del 10% nella seconda metà dell’anno e poi iniziare a contrarsi nel 2027. 

Secondo la Commissione l’impennata dei costi dell’energia si sta riflettendo sull’intera catena produttiva con parziale trasferimento sui prezzi al consumo, in particolare nel settore agricolo, nei trasporti e nella distribuzione commerciale.

In definitiva il rapporto afferma che la “progressiva diffusione degli aumenti dei costi dei fattori produttivi e dei trasporti probabilmente spingerà al rialzo i prezzi in tutte le componenti dell’inflazione, compresi i servizi non ad alta intensità energetica”.

Italia, fanalino europeo

Nella sezione dedicata al nostro paese, la Commissione indica che il Pil italiano crescerà quest’anno, come nel 2025, di solo lo 0,5% e dello 0,6% il prossimo, anche a causa della debolezza della domanda interna causata dalla perdita di potere di acquisto delle retribuzioni.

La previsione conferma la strutturale posizione dell’Italia in coda ai 27 paesi Ue per crescita, visto che peggio di noi nell’anno in corso si troveranno solo la Romania con +0,1% (ma con +2,3% nel 2027) e l’Irlanda con -1,2%. Quest’ultima scenderà in recessione probabilmente a causa di un assestamento della dinamica economica dopo il fragoroso +12,3% del 2025 e peraltro con una prospettiva di +3,4% per il 2027. 

Tutti gli altri paesi riportano una crescita più elevata di quella italiana (grafico 1), ormai in fase di quasi stagnazione strutturale, avendo superato secondo l’Istat il livello di Pil del 2007 solo a fine 2023. In pratica si tratta di un vero e proprio quindicennio perduto nel quale abbiamo accumulato un gap di 10 punti percentuali di crescita con la Spagna, 14 con la Francia e 17 con la Germania. E la situazione non è cambiata nel 2024 (+0,7%) e nel 2025 (+0,5), salvo che al cospetto della Germania che nel biennio in questione è risuscita fare peggio di noi: -0,5% nel 2024 e +0,2% nel 2025. 

Grafico 1: le previsioni di crescita per i 27 Ue per il 2026 e il 2027. Fonte: Commissione Europea


Per il nostro paese arrivano note dolenti anche per l’inflazione che aumenterà al 3,2% quest’anno (+0,1% rispetto alla media Ue) e per il debito pubblico, il quale nonostante il deficit sia previsto in diminuzione al 2,9% dal 3,1% del 2025, è destinato a salire in rapporto al Pil dal 137,1% del 2025 al 138,5% di quest’anno, fino al 139,2% del 2027 (grafico 2) per l’effetto della bassa crescita e del possibile rialzo dei tassi della Bce con aggravamento del costo degli interessi, ormai stabilmente sopra i 90 miliardi di euro annui.

La previsione dell’Unione Europea in merito alla dinamica rialzista del rapporto Debito/Pil del nostro paese risulta diametralmente opposta rispetto a quanto riportato dal recente Documento di finanza pubblica approvato dal Governo il 22 aprile scorso, nel quale per lo stesso indicatore è prevista una traiettoria inversa, visto che dal 138,6% di quest’anno e il 138,5% del 2027 dovrebbe scendere al 136,3% nel 2029.

Grafico 2: quadro riassuntivo delle previsioni Ue per l’itala nel 2026 e 2027. 


Conclusioni

Come previsto nei nostri saggi precedenti, nel contesto della dinamica della crisi in atto nel Golfo Persico e in Medio Oriente si va sempre più configurando uno shock economico che ricalca gli stessi nessi causali a livello globale di quello del 2022: aumento del costo dell’energia, impennata dell’inflazione, crisi industriale, rallentamento economico (con recessione della Germania nel biennio 2023-24) e forte erosione del potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni. 

Ancora una volta saranno le fasce sociali più deboli a pagare il conto delle politiche imperialistiche e guerrafondaie, aggravando in particolar modo la situazione dei lavoratori del nostro paese i quali nel quadriennio 2022-2025, secondo i dati dell’Inps, hanno subito una perdita di potere di acquisto dei salari e degli stipendi di ben il 7,2%.


Andrea Vento

24 maggio 2026

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 22 maggio 2026

IS THE POPULATION BOMB REALLY A DUD?

by Peter Gorenflos*

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Notes on Paul R. Ehrlich’s work The Population Bomb—a book that, for good reasons, deserves to be back on the agenda.

Anyone who speaks out on controversial topics these days runs the immediate risk of being labeled right-wing, far-right, or racist. Paul Ehrlich, too, was subjected to such accusations—and even death threats—yet he refused to be intimidated by them. He came from a Jewish, anti-Zionist family, yet he maintained a friendly attitude toward Israel. Born in Philadelphia in 1932, Paul Ehrlich was a biologist at Stanford University. Alongside the co-evolution of insects and plants, population biology and natural resources were key areas of his research. In 1968, he published The Population Bomb, a book addressing the issue of global overpopulation. He passed away this past March at the age of 93.

In April, the Berliner Zeitung published a highly readable article by Sophie-Marie Schulz and Alexander Dergay titled «Threatened with Extinction» («Vom Aussterben bedroht»), in which Ehrlich’s assertions were portrayed as essentially inaccurate. Fortunately, there was no mass starvation claiming hundreds of millions of lives by the late 1980s, as there was no severe shortage in the global food supply. In a critical retrospective published in 2009, Ehrlich conceded that he had underestimated the Green Revolution—an initiative that, through the breeding of new grain varieties among other measures, boosted food production far beyond what experts had anticipated. He also admitted to making the mistake of exaggerating his future scenarios; they were intended to provoke thought and serve as a wake-up call, not to be interpreted as literal predictions. What is less widely known is that one of the «fathers» of the Green Revolution—Norman Borlaug—actually sided with Ehrlich in his Nobel Prize acceptance speech, acknowledging that these new technologies offered only a temporary reprieve.

The sixth great mass extinction is man-made

What is at stake? Global population dynamics. On a finite surface area (or sphere), an unlimited number of people cannot be sustained with food and other resources—the finite raw materials such as oil and natural gas, metals, fresh water, arable land, and so forth. Above all, an expanding humanity endangers biodiversity, thereby sawing off the very branch upon which we all—as part of nature—sit. In the chapter titled «A dying planet», the author describes the consequences of environmental destruction wrought by our dominant species, Homo sapiens. And indeed, his «scenarios» have been far surpassed by reality. No serious scientist today disputes that we have entered a new geological epoch—the Anthropocene—and that we are currently in the midst of the sixth great mass extinction in Earth's history; this time, however, it is not driven by geological factors, but by human intervention in nature. Unlike previous mass extinctions, the current one is not unfolding over spans of several millennia, but rather at breakneck speed—right before our very eyes. According to estimates from the Living Planet Index, the projected decline in global biodiversity between 1970 and 2010 alone amounts to approximately 65%. The natural habitats of many species are shrinking steadily as wildlands are converted into residential or agricultural areas; larger vertebrates are hunted or poached; fish stocks are overexploited; pesticides, environmental toxins, and plastic waste contaminate the ecosystem; and through our global mobility, we not only release greenhouse gases into the atmosphere but also spread non-native species into regions where they did not originate—far beyond the scope of natural dispersal.

I=P×A×T: A formula for the problem of overpopulation