CONTENUTI DEL BLOG

domenica 1 febbraio 2026

HITLER E LA PSICANALISI. TRA JUNG E HILLMAN

(da un carteggio tra Aldo Giuliani e James Hillman)

a cura di Roberto Giuliani


ITALIANO - ENGLISH


Transtoria vs Storia. Wotan e il Seme


James Hillman, in “Il codice dell’anima”, cap X, espone  la sua teoria del “cattivo seme”, che risulta sostanzialmente identica alla teoria esposta da C.G.Jung per spiegare il fenomeno Hitler.

Ambedue postulano l’azione di un fattore astorico quale principio, che ha determinato sia il comportamento criminale di Hitler, sia gli eventi cruciali nel periodo del nazionalsocialismo. Jung parla, a tale proposito, del ritorno del vecchio Dio nordico Wotan, cioè dell’archetipo razziale germanico, il quale avrebbe dapprima agito su Hitler con la forza della sua possessione demonica infettandone la psiche. Così contaminato,, il Fuehrer avrebbe poi a sua volta trasmesso il miasma al popolo tedesco, spingendolo alla guerra ,e si presume, allo sterminio degli ebrei.

Nella teoria di J.Hillman, il daimon del cattivo seme prende il posto di Wotan e, similmente a quest’ultimo, esercita la sua influenza psicopatica su Hitler , inflazionandolo. Anche in questo caso gli eventi della Germania dopo il 1933, data dell’ascesa al potere di Hitler , sono visti come l’effetto dell’azione del daimon sul capo tedesco. Il tratto più appariscente comune alle due teorie è l’indifferenza  nei confronti della Storia e, in particolare, il silenzio in cui viene lasciata l’ideologia della razza.

Jung non dà rilievo al razzismo nella sua analisi di Hitler forse perché il suo intero discorso  è chiuso  in partenza nella rete dell’ideologia  razziale del Volk e lui stesso, con i suoi profili della psiche razziale  ebraica e germanica  si era già abbondantamente  sporcato le mani nel 1934. In quel caso , egli aveva agitato senza mezze misure lo spettro del pericolo ebraico  per la Germania, incarnato in Freud e Adlr nelle loro psicologie, le quali minacciavano di derubare i tedeschi nientedimeno che del bene più prezioso, cioè della creatività e profondità della loro anima. Jung giungeva  a queste conclusioni sia perché spintovi da motivi di rivalità e potere, sia a causa delle premesse teoriche  della sua visione psicologica. Il risultato fu che, nel 1945, quando si preoccupò di offrire ai tedeschi un “rite de sortie” dal miasma della guerra e della Shoa, si limitò a parlare di colpa collettiva senza però indicare quale fosse  il contenuto di quella colpa, vale a dire la generale adesione  all’ideologia razziale e il consenso allo sterminio degli ebrei. A questo va aggiunto che indicando in Wotan, cioè nell’archetipo razziale tedesco, il fattore inconscio da cui dipendeva quanto stava accadendo in Germania, Jung non ha fatto altro che riprendere la nozione di metapolitica dal circolo razzista dei Wagner a Bayreuth, il quale lo aveva a sua volta mutuato da Gobineau. La metapolitica scrive G.L. Mosse, “concepisce il processo politico come scaturente dal subconscio del Volk e della razza per cui la politica viene trasformata in una religione laica che cerca la salvezza del Volk mediante la sconfitta dei suoi nemici”. E Wotan, per Jung, era appunto l’archetipo razziale del popolo germanico che ritornava dopo molti secoli dal suo esilio nell’inconscio, dove era stato sospinto dal cristianesimo.

J.Hillman come Jung in “Dopo la catastrofe”, agita lo spettro della colpa collettiva e di “complicità inconscia della psiche occidentale nelle azioni di Hitler”, senza, però, specificare a quale colpa alluda e nel caso che intenda il razzismo, allora non si tratta di complicità inconscia, bensì di una connivenza del tutto esplicita sia nelle sue formulazioni teoriche, sia per quanto riguarda la sua espansione in Europa. Infatti, fu attraverso un’abile gestione dei diffusissimi sentimenti antisemiti in Germania che Hitler riuscì a prendere il potere nel 1933 e, in seguito, a dare coesione e unità d’intenti all’intero popolo tedesco. L’antisemitismo, in Germania come altrove in Europa, significava sicurezza. Gli ebrei, portatori di sangue non ariano, erano un popolo che non aveva radici nel BODEN, ed era composto di rivoluzionari bolscevichi e di grandi banchieri, che assieme congiuravano a livello mondiale per impadronirsi del potere su tutta la terra.

Teorici dell’ideologia nazionalpatriottica del VOLK, come J.Langbehen e H.S. Chamberlain, oltre ad altri, avevano teorizzato  prima di Hitler lo sterminio degli ebrei quale esito della lotta mortale tra questi ultimi e gli ariani.

La teoria della ghianda afferma che Hitler era un criminale psicopatico, che faceva il male sotto l’influsso del “daimon” del cattivo seme, che egli non era in grado di mettere in discussione. Tuttavia, in una prospettiva storica, le azioni di Hitler assumono un senso diverso, sebbene altrettanto disastroso. La teoria della ghianda e altre interpretazioni correnti descrivono Hitler come il male assoluto; ma per Hitler e per gli ideologi del VOLK a cui si ispirava, il male assoluto erano gli ebrei, mentre lui stesso era il loro irriducibile nemico. Prima delle camere a gas, Hitler aveva tentato senza riuscirci di liberarsi degli ebrei tedeschi mediante l’emigrazione forzata e a tal fine aveva anche stipulato degli accordi con alcuni Paesi sudamericani. Egli e il suo staff avevano persino accarezzato, poco prima della guerra, il cosiddetto “progetto Madacascar”, il cui scopo era quello di costringere gli ebrei di tutto il mondo a emigrare nella grande isola africana. Ambedue i piani si rivelarono però impraticabili. Questi tentativi di risolvere il problema ebraico mediante l’emigrazione coatta sembrano dire che la SHOA, con il suo immane bagno di sangue, fu la fase finale di un processo che aveva visto fallire altre strategie, senz’altro meno distruttive anche se poco realistiche. In ogni caso, se per Hitler  e per l’ideologia “VOLKISH” gli ebrei erano il male assoluto, allora, almeno nel suo caso, il “DAIMON” ha agito dissimulando se stesso sotto le vesti del paladino che difende la civiltà occidentale dalla degenerazione.

In questa luce, è difficile sostenere che Hitler traesse piacere dalla distruzione come tale, cioè che il suo scopo fosse l’esercizio della malvagità fine a se stessa. Piuttosto, per lui la distruzione era funzionale all’annientamento della mortale minaccia che decenni di propaganda ideologica e politica avevano finito per identificare col popolo ebraico. La sua mancanza di scrupoli verso la distruzione fisica di milioni di persone può essere spiegata senza ricorrere alla psicopatia. In realtà, gli ebrei erano non-persone o sottouomini, più prossimi agli animali che alla specie umana. Uccidere un ebreo, oltre che essere un dovere e un motivo di merito, non era un vero assassinio, giacchè l’assassinato non era un uomo.

Hitler non aveva, per altro, la tipica personalità asociale degli psicopatici, bensì stando al parere d’un testimone come Walter Benjamin, condiviso da Joachim Fest, era dotato in larghissima misura di una “personalità sociale”, rifletteva cioè in se stesso i tratti dell’uomo medio tedesco e, al di là di una notevole scaltrezza politica non possedeva alcunchè di eccezionale. Era lontanissimo dal “medicine-man” descritto da Jung prima della guerra, così come da ogni ritratto agiografico che ne faccia un individuo posseduto da potenze divine.

In fin dei conti, senza il contesto storico in cui Hitler si trovò ad operare in Germania, cioè in assenza dell’ideologia nazionalpatriottica del VOLK e del razzismo, l’azione del cattivo seme non avrebbe mai potuto fare di Hitler “il supremo criminale psicopatico di tutti i tempi”. Di conseguenza , senza nulla togliere al rito psicologico della propiziazione del demone che abitò Hitler, ciò che può veramente tutelarci contro il ripetersi di quegli eventi rovinosi sono soltanto le Costituzioni e le leggi dello Stato. Soltanto affermando e difendendo l’astratta universalità dell’essere umano contro particolarismi quali la razza, religione, nazionalità, ecc. siamo al riparo del ritorno del razzismo, perché il razzismo, non altro, è la malattia di cui sono morti sei milioni di ebrei e anche la principale ragione che indusse Hitler alla guerra.

La pervasiva presenza dell’ideologia razziale in Hitler è testimoniata in più di un punto anche nello scritto di J.Hillman. Le spese stanziate per i campi di sterminio mentre la Germania  stava perdendo la guerra dicono che per Hitler l’eliminazione degli ebrei in quanto razza era il principio guida delle sue azioni.

L’eugenetica nazista, con l’indistinzione tra la letterale deformità fisica e la sua valenza metaforica quale segno del demonio e la corrispondenza tra l’aspetto fisico, fisiognomico e la presunta realtà dell’anima sono idee mutuate da Lavater e Lombroso, che unitamente a quella della cospirazione mondiale ebraica, hanno fatto da base all’ideologia razzista e preparato il terreno per le camera a gas.

Per finire, una breve riflessione sulla teoria psicologica adottata da Jung e Hillman, cioè che la marginalizzazione  della storia in queste teorie non tenendo conto del tremendo contesto storico, porta  a sopravalutare i fattori transtorici – Dèi, archetipi, daimones – mettendo ai margini gli storici, la politica, l’economia, la psicologia: secondo Jung la Germania nazionalsocialista si può capire solo nell’ottica di Wotan e, allo stesso modo Hillman ritiene che le azioni di Hitler possono essere capite solo alla luce del cattivo seme e della sua natura trascendente rispetto alla realtà storica, immersa e limitata nel tempo.

Rifiutando l’approccio multidisciplinare se ne limita la comprensione e si mette in pericolo quanto c’è di valido nella psicologia archetipica.



ENGLISH