Ivan Illich è stato
un pensatore critico, ribelle, un gigante del pensiero sociale moderno. Amava
essere definito uno storico, perché era dalla storia che traeva le sue analisi
per dimostrare la "controproduttività" delle grandi istituzioni
moderne, che generano il contrario di ciò che promettono. Della modernità
denunciava la tecnostruttura che confisca le capacità naturali del vivere,
costringe ad appaltarsi a competenze specialistiche, quantifica l’essere umano in
una somma di bisogni e lo misura in termini di produttività. Il nostro modo di
vita industriale e predace - diceva - è irrimediabilmente condannato,
difficilmente potrà durare ancora mezzo secolo. Il petrolio sta finendo e
l’aumento della temperatura terrestre per l’inquinamento devasterà acque e
terre. Se vorrà sopravvivere l’umanità dovrà cambiare vita, smettere di
divorare energia, non produrre sempre più merci, non confondere lo sviluppo con
la crescita del Pil, abbandonare il mito della produttività. Questo modo di
vivere ci ha tradito, ci ha estraniato dal mondo, ha distrutto la natura e
ingoiato miliardi di persone in inconcepibili astrazioni e il dover rinunciare
è da tutti considerato una catastrofe e non invece un rimettere i piedi per
terra e avere una vita più ricca e felice.In una lettera ad un amico scritta
nel 1992 e letta al suo funerale diceva che la generazione a cui apparteneva
aveva vissuto la rottura col mondo e visto l’esilio della carne dalla trama
della storia, che il mondo nel quale era nato era svanito nel non senso e che
la sua memoria non si era depositata come le rovine del passato negli strati
inferiori della terra, ma era scomparsa come una riga cancellata dalla memoria
del computer. Parlava della morte e della sua morte, che voleva non fosse "una
fine mortale", ma un "morire nel senso intransitivo",
con i piedi sulla terra, celebrando "la gloria del mondo reale
attraverso il nostro stesso addio ad esso". Voleva una morte che serva
a quelli che restano e non una morte che si subisce, che arriva da fuori come
un fulmine. Alludeva ad un morire che sia un fare, un decidersi, un compiersi.
Come non associare tutto ciò ai delittuosi eventi di questi tempi in Iraq e
altrove? La guerra è la massima organizzazione della morte, e nello stesso
tempo è la negazione del morire. Come stupirsi che qualcuno, lanciandosi con
un’auto imbottita di esplosivo contro un carro armato o un edificio abitato,
decida di non farsi dare la morte, ma di morire uccidendo? È la stessa
differenza che c’è tra il vivere e l’essere fatti vivere per consumare.
Abitare, non stare in una scatola prefabbricata come abitazione. Educarsi, non
essere parcheggiati in una scuola scambiata per educazione. Informarsi, non
essere "fruitori" e bersaglio dell’informazione. Curarsi, non
consegnarsi al potere terapeutico della sanità. Illich è stato un grande
paladino della cultura dei popoli, dei loro saperi, dell’arte del vivere
praticata anche nelle condizioni più povere ma non per questo miserabili. Da
anni non leggeva più i giornali. L’attualità quotidiana gli appariva fatua ed
inconsistente, cosi come i "media". Non rilasciava interviste e non
accettava il ruolo del conferenziere che "dà la linea". Piuttosto
cercava il dialogo attraverso la ricchezza delle osservazioni e delle domande.
Un maestro che svolge con gusto una funzione "didascalica" e non
vuole trasformarsi in tuttologo, per quanto vari e ampi siano i suoi campi di
indagine.La sua idea forza è che, se non in particolari eventi clamorosi, non
esiste la "scarsità". I bisogni umani sono commisurati a ciò che la
terra può offrire quantitativamente e qualitativamente, con una grande e
irripetibile varietà da luogo a luogo. "La dimensione naturale
dell’uomo" dunque. Dove per "naturale" s’intende non una nozione
"biologica" ma storica. Invece la necessità di scavalcare tempo e
spazio con le tecnologie della velocità e della comunicazione, gli squilibri...
tutto questo produce il frutto velenoso di rotture, di separazioni, di
definizione di confini tra "proprio" ed "alieno", tra
lingua e dialetto, tra bene d’uso e bene di scambio, tra ambiente e risorsa,
tra norma e devianza, tra salute e malattia, tra comunità e istituzione.L’uomo
che conosciamo è l’uomo "economico", che pensa in base al principio
di utilità, in base al rapporto costo-profitti. Ma esiste un’altra umanità,
esistono, altri modi di pensare la convivenza basati sul dono, sulla comunità,
sull’autosufficienza, sulla solidarietà.
Queste possibilità
sono state indubbiamente sconfitte. Ma la loro sconfitta non è prova della loro
non-verità. La storia non è infatti un tribunale. La storia è il dominio del
più forte, spesso del più violento.
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