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martedì 3 marzo 2015

LA TRAGEDIA DI «BLASCO», di Roberto Massari

Recensione al libro di Roberto Gremmo La tragedia di «Blasco». Pietro Tresso coi partigiani nella «Montagne Protestante» e nel Meygal (Storia Ribelle, Biella 2014), apparsa in Progetto Comunista, n. 50, marzo 2015.

La tesi centrale è riassunta in quarta di copertina dall'autore/editore: «Testimone diretto dell'eccidio fu il pastore protestante Daniel Besson che nel 1992, in un qualificato convegno di studi, rivelò una circostanza di straordinaria importanza: uno dei caduti sotto il piombo nazi-pétainista sarebbe stato l'italiano Pietro Tresso. Senza saperlo, con quest'affermazione il candido uomo di Fede cancellava centinaia di pagine scritte per raccontare, senza veri dati di fatto, che Tresso detto "Blasco" sarebbe stato assassinato in una formazione di maquis da implacabili e crudeli sicari al servizio di Stalin».
Il libro però, nonostante la promessa del titolo, parla della morte di Tresso solo in poche pagine: nell'introduzione (pp. 3-20, dove si liquidano sbrigativamente quasi tutte le ricerche precedenti) e nelle pagine finali. In mezzo si aprono molte finestre che con la morte del rivoluzionario scledense (di Schio) hanno poco a che vedere.
Nelle pagine 21-92 è delineata una sintesi della sua vita politica, molto schematica, corredata però da materiali inediti (soprattutto documenti di polizia reperiti per lo più nell'Archivio Centrale dello Stato). Non vi è alcun riferimento alla mia ricostruzione della battaglia della NOI (da me premessa nel 1977 alla ripubblicazione del Bollettino omonimo); ma non vengono utilizzati nemmeno i molti dati sulla vita di Tresso contenuti in alcune ricerche più recenti, come L'informatore: Silone, i comunisti e la polizia di D. Biocca-M. Canali (2000), seguìto da tre libri del 2005: Silone. La doppia vita di un italiano di D. Biocca; L'incudine e il martello. Aspetti pubblici e privati del trotskismo italiano di E. Francescangeli (370 pp., prive purtroppo di un Indice dei nomi); Le tre sorelle Seidenfeld di S. Galli. Neanche un cenno al romanzo Il vento contro di S. Tassinari, dedicato a Tresso (2008). E comunque trascura (tranne fugaci richiami) anche lavori «pionieristici» come Blasco di A. Azzaroni (1962), ripreso in Blasco/Pietro Tresso. La vie d'un militant di A. Azzaroni-P. Naville-I. Silone (1965) e Vita di Blasco di P. Casciola e G. Sermasi (1985). Del libro fondamentale sul tema della morte - Assassini nel maquis di P. Broué e R. Vacheron (1996) - parla incidentalmente, ma solo per liquidare i racconti ivi riportati di testimoni presenti nel campo in cui gli stalinisti tennero prigionieri Tresso e gli altri trotskisti, e che molti anni dopo (nel 1991-92) hanno deciso di parlare1.
Il mio intervento per il Convegno di Schio (nel sito di Alternativa comunista, ottobre 2013), Gremmo lo ha letto quando il suo libro era stampato; alle divergenze fra lui e me ha già accennato Massimo Novelli in un articolo su la Repubblica del 13/10/2014. Insomma, com'è tradizione nelle molte ricerche di Gremmo che ho sempre seguìto con attenzione (pubblicate da Storia Ribelle in forma di libri o articoli sulla rivista omonima), prevale una generale autarchia verso le ricerche altrui e un uso prevalente degli Archivi e dei rapporti di polizia.
Nelle pp. 93-100 Gremmo parla dell'arresto di Tresso, nominando di sfuggita gli altri quattro trotskisti compagni di prigionia (Albert Demazière, Jean Reboul, Pierre Salini e Abraham Sadek), che verranno ricordati, sempre di sfuggita, a p. 132, per essere poi definitivamente dimenticati, benché anch'essi siano stati uccisi o comunque scomparvero nelle stesse circostanze di Tresso.
Nelle pp. 101-28 si parla dell'evasione di Tresso e altri ottanta dal carcere di Le Puy, e anche della fuga dell'agente stalinista italiano Giovanni («Jean») Sosso dal carcere di Saint-Étienne. E finalmente, in alcune delle pagine che vanno dalla 129 all'ultima (178) si torna a parlare dell'argomento indicato nel titolo.
Anche questa cinquantina di pagine è solo parzialmente dedicata alla vicenda specifica della morte di Tresso. Ma di qui bisogna comunque partire per seguire il ragionamento di Gremmo, volto a demolire qualsiasi testimonianza che abbia attribuito agli stalinisti l'uccisione dei quattro trotskisti. E la prima testimonianza che liquida sbrigativamente, senza motivare granché, è quella di Demazière, l'unico trotskista del gruppo dei cinque che era riuscito a scappare. Questi si è poi sempre dichiarato convinto che i suoi compagni fossero stati eliminati, e lo ha fatto anche dopo aver abbandonato l'organizzazione trotskista di appartenenza, arrivando a scrivere, in una lettera aperta del 1996 rivolta al segretario del Pcf, che i quattro erano stati assassinati nel campo partigiano «Wodly» di Raffy, nel Meygal.
Gremmo liquida questa testimonianza senza una parola: eppure si tratta di un testimone oculare che ha vissuto accanto a Tresso fasi decisive della vicenda, che vi è tornato sopra in vari momenti e che all'età di 81 anni, quando si presume che le passioni giovanili siano un po' attenuate, ha avuto ancora la forza di mettere per iscritto quella che a lui appare la verità, e cioè che Tresso e gli altri tre sono stati assassinati dagli stalinisti.
Lasciando da parte questa testimonianza, con cui però si sarebbero dovuti fare i conti, appare più inquietante la breve parte seguente in cui Gremmo cerca di minimizzare l'ostilità con cui i trotskisti vennero trattati dagli stalinisti nel campo di Raffy, negando che vi fosse un'opera di repressione dei secondi verso i primi. Lo fa con commenti personali, non documentati e comunque smentiti da varie testimonianze. Sono testimonianze che corrispondono a ciò che sappiamo più in generale dalla miriade di diari, articoli, memorie, libri e ricostruzioni documentarie su come si comportavano gli stalinisti verso i trotskisti, verso i quali manifestavano in quegli anni un odio viscerale, irrazionale, spesso di natura piscopatica. A mio avviso è questo l'aspetto più antistorico e meno accettabile del libro.
Segue un lungo capitolo (pp. 141-58) dedicato a descrivere la borgata protestante di Montbuzat, in cui trovarono rifugio alcuni partigiani dispersi da Raffy. Lo svizzero Daniel Besson era già all'epoca il pastore religioso della comunità, sopravvissuto e testimone della strage nazi-pétanista alla Chièze di Montbuzat che avvenne il 22 aprile 1944. Quindi molti mesi dopo la data presunta dell'uccisione di Tresso, che sarebbe avvenuta il 26 o 27 ottobre 1943 (secondo la data fornita dal testimone oculare P.E. e registrata da Vacheron nel 1991). Dall'ottobre 1943 all'aprile 1944 intercorrono 6 mesi. Una bella voragine temporale che andrebbe riempita in qualche modo, giacché è impensabile che Tresso e i tre siano rimasti nel campo di Raffy tutto quel tempo, senza che accadesse o trapelasse nulla, senza riuscire a fuggire o perlomeno inviare messaggi all'esterno. Ma Gremmo non si pone il problema, pur restando convinto che il gruppo non fosse tenuto prigioniero dai partigiani stalinisti.
Della strage di Montbuzat esistono sufficienti ricostruzioni storiche e i cadaveri furono subito identificati: alcuni loro nomi compaiono sul monumento ai caduti eretto in loco, tranne per tre-quattro rimasti sconosciuti (contabilità funeraria non chiara nel libro di Gremmo, ma nemmeno nei rapporti delle autorità dell'epoca o nel libro di Pia Carena Leonetti, Gli italiani del maquis, 1966, pp. 94-5)2. Gremmo, tuttavia, non arriva ad affermare che i cadaveri degli sconosciuti, seppelliti nel cimitero protestante di Montbuzat, fossero i corpi dei trotskisti di Raffy. Del resto, in quest'ultima parte del suo lavoro, Reboul, Salini e Sadek sono da lui totalmente dimenticati. Se ne parlasse, infatti, dovrebbe moltiplicare per tre o quattro la sua ipotesi e l'intero castello crollerebbe.
Pietro Tresso verso la fine degli anni Trenta
Il pastore Besson parteciperà a ottobre del 1992 a un convegno di studi a Chambon-sur-Lignon (atti a cura di Pierre Bolle: Le Plateau Vivarais-Lignon. Accueil et Résistance 1939-1944, Société d'Histoire de la Montagne, 1992, 697 pp.). Lì Gremmo ha trovato il racconto del pastore, fatto a circa 48 anni dall'aprile 1944. Si potrebbero formulare dei dubbi sull'attendibilità della sua memoria, ma è tutto sommato inutile polemizzare, visto che «nel testo rivisto e corretto del suo intervento […] Besson aggiunse dopo il nome di Tresso e Corsi un punto interrogativo su luogo e data della loro morte» (p. 172).
Sono parole di Gremmo che prendo per buone (anche perché non dispongo del libro curato da Bolle). Del resto è lo stesso Gremmo che spiega il punto interrogativo di Besson «sia perché non aveva verificato di persona le circostanze della morte del partigiano toscano [Corsi]… sia perché da tempo uno storico importante come Noguère aveva dato grande rilievo ai sospetti di Demazière sulla fine oscura dei quattro trotskisti evasi dal Puy» (pp. 172-3). In realtà, Besson non aveva verificato nemmeno le circostanze della presunta morte di Tresso, pur dichiarando (ma solo nel 1992) che il corpo irriconoscibile di un partigiano ucciso ad Arnissac era il suo, in polemica con la tradizione che lo aveva attribuito a tal Zowoik Félix.
Dalla lettura degli Atti fornita da Gremmo, apprendiamo che le autorità dell'epoca avevano dichiarato che il cadavere di Arnissac (sfigurato) era di un ventenne (Tresso sarebbe stato cinquantunenne), ma anche che «a Besson risultava senza ombra di dubbio che nelle ore successive alla strage nessun pubblico ufficiale aveva esaminato di persona il cadavere» (p. 173). In realtà, conclude Gremmo, «fu impossibile verificare le condizioni dell'uomo assassinato ad Arnissac che nessuno vide mai» (p. 175). E su questa candida ammissione di irriconoscibilità del cadavere di un giovane che nessuno vide o seppe identificare all'epoca, unita al racconto fatto da un religioso 73enne che morirà l'anno dopo (e che ebbe l'onestà di apporre un punto interrogativo sulla propria deposizione), Gremmo può concludere con ingiustificata sicumera - senza certezza sul cadavere e dimentico degli altri tre trotskisti scomparsi nel nulla - che «di sicuro c'è solo che Blasco morì sulla Montagne Protestante. Dove fischia il vento e pietà l'è morta». Fine.
Di ben altro spessore è la principale testimonianza raccolta da Vacheron:
«Mi ricordo bene la storia dei trotskisti: sono stati liquidati alla fine d'ottobre, il 26 o 27. All'inizio, erano sorvegliati ma liberi nella fattoria in cima alla strada. […] Ce n'è uno che ha tagliato la corda. […] Allora, anche se la decisione di sbarazzarsene era stata presa, bisognava attendere ordini dall'alto [evidenziato da r.m.]. Sono stati condotti all'ultima fattoria, in cima, la più lontana dal villaggio. […] Erano sorvegliati costantemente, giorno e notte. […] Erano tutti degli ex evasi da Le Puy. […] Poi un mattino, era appena giorno, il gruppo ha detto loro di uscire dalla fattoria, per fucilarli. Hanno capito cosa li aspettava. Allora, uno alla volta fuori, tutti e quattro hanno cercato di fuggire correndo nei boschi, ma i ragazzi hanno sparato e li hanno liquidati. Perché non si facesse un monticello troppo grosso, hanno fatto quattro buche sotto la strada della fattoria […] e li hanno seppelliti nel bosco. Sapete, non c'è rischio di trovarli, con le spine, il bosco, tutto è stato coperto. [… I contadini] ci hanno chiesto se fossimo stati attaccati, abbiamo loro risposto di avere fatto un addestramento all'uso delle armi».
È il racconto di P.E (19/12/91), coincidente in vari dettagli con quello di M.B. (21/10/92), a loro volta coincidenti con quelli di ex partigiani che non erano presenti alla strage, ma avevano avuto notizia dell'accaduto: Dominique Martinez (18/7/91), P.P (14/7/92), L.N. (14/11/92), Alain Joubert (nov. 92). Di queste testimonianze dirette o d'immediata seconda mano Gremmo avrebbe dovuto tener conto, sia pure per confutarle: sono in fondo sprazzi drammatici di vite reali. Ma non lo ha voluto fare, a dimostrazione che forse veramente pietà l'è morta…


1 Gremmo si sbarazza di queste testimonianze e dei loro autori (indicati a volte con le iniziali) con la breve nota 29 di p. 18, affermando che «solo in un caso coincidono con quelle degli evasi dal carcere di Le Puy». E ciò gli basta per non tenerne alcun conto, lasciando intendere che Raymond Vacheron si è inventato i testi e i nomi delle testimonianze, ma anche che Pierre Broué (uno dei massimi storici del movimento operaio a livello mondiale) gli avrebbe fornito una copertura. Un'accusa grave che non si dovrebbe liquidare in sei righe. Comunque, per tranquillità del lettore, ricorderò che non sta scritto da nessuna parte che nel gruppo partigiano di Raffy vi fossero solo gli evasi di Le Puy. C'erano ovviamente anche gli organizzatori dell'evasione, oltre ad altri partigiani che avevano aderito prima o dopo quell'evasione. L'argomento di Gremmo è indifendibile.
2 Gremmo dà un grande risalto a un inedito di Pia Carena fornitoci da Alfonso Leonetti, che Antonella Marazzi ed io pubblicammo nel nostro giornale La Classe, n. 17-18, ottobre 1978, p. 4. In realtà si tratta della scheda su Tresso che Pia aveva scritto per il suo libro sul maquis e che all'ultimo momento aveva preferito sostituire con la nota seguente: «… mentre risulta con certezza che Tresso raggiunse il maquis Ftpf del Meygal, sulla sua morte in aprile 1944 [a Montbuzat (r.m.)], allo stato attuale delle ricerche, non si hanno ipotesi» (p. 95). Gremmo commenta entusiasticamente quel testo, ma non riporta le parole in cui Pia ammette che «niente prova che il "Blasco" del Meygal sia effettivamente Blasco-Tresso. Molti corpi "non identificati" sono infatti sepolti nel settore del Meygal. […] Solo un'indagine ulteriore ed approfondita potrebbe giungere a stabilire la verità cancellando ogni dubbio; ciò che a noi, malgrado le più vive ed insistenti ricerche, non è stato dato di ottenere».
Non si deve attribuire alla scheda inedita un valore probatorio che Pia, con molta onestà, rifiutò esplicitamente. Del resto, anche la pista dell'omonimo spagnolo - un certo Blasco di Montbuzat -, di cui per primo mi parlò Alfonso Leonetti, da tempo si è dissolta nel nulla, a differenza della pista di Raffy.

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