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martedì 30 settembre 2014

SUR L’ACTUALITÉ INTERNATIONALE, par James Petras

(interviewé par Johnson Bastidas)

Nous avons rencontré le Professeur James Petras, sociologue étasunien, professeur émérite de l'Université de l’État de New York à Binghamton, intellectuel de gauche, qui a accepté de répondre à nos questions sur l’actualité internationale. Son analyse ne laisse pas indifférent à certaines courantes de la gauche et bien sûr à la droite plus récalcitrante. Le professeur Petras est un intellectuel engagé, qui soutient les mouvements sociaux en Amérique Latine avec lesquels, il entretient des rapports très étroits. A quelques jours de sa visite en Suisse, invité par le mouvement social colombien, la « Marcha Patriotica», voici ses réponses :

JB) Professeur Petras, tout d’abord, nous vous remercions de répondre à nos questions. Nous savons que vous êtes très critique concernant les Ongs, en quoi consiste cette critique et pour quelle raison celle-ci est-elle importante pour les mouvements sociaux ?
JP) En premier lieu, la plupart de ces Ongs, surtout les plus grandes, ne sont pas non gouvernementales, car son financement dépend de certains gouvernements de l’Europe et des Usa, leurs agendas de travail sont fixés par ces gouvernements.  En second lieu, ces liens ont contribué à la privatisation de certaines prestations et des services publics. En troisième lieu, les petites Ongs qui n’ont pas de liens avec des gouvernements ont, par exemple, des dynamiques d’auto-aide, qui sont en réalité de l’auto exploitation et ne contribuent pas à l’organisation de la population pour demander ses droits. Au contraire, cette dynamique exempte les gouvernements de leurs responsabilités avec l’argent public et l’argent de nos impôts. En quatrième lieu, les Ongs n’ont pas de base sociale populaire, elles deviennent des organisations de petites élites qui reproduisent des formes de leadership par cooptation et pas pour l’élection donc pas une vraie représentation de la communauté. Ces leaders n’obéissent pas à la communauté, ils sont, en un mot; des bureaucrates.

domenica 28 settembre 2014

150º ANNIVERSARIO DELL'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI, di Pier Francesco Zarcone

Riflessione sul contrasto Marx/Bakunin

La I Internazionale (il suo nome esatto era Associazione Internazionale dei Lavoratori) fu costituita a Londra il 28 settembre del 1864 da sindacalisti britannici e francesi e da esponenti dell’emigrazione rivoluzionaria europea dell’epoca [1], a margine di un incontro per la difesa dell’indipendenza polacca. Dietro questa occasionalità, peraltro, esisteva l’ormai maturata consapevolezza dell’ineludibile esigenza di dare vita a un’organizzazione unitaria del proletariato che, al di là delle barriere nazionali, si contrapponesse all’internazionale sfruttamento capitalista. Che ancor prima di quell’atto fondativo la correlativa idea fosse già nell’aria, lo dimostrano le varie «leghe», «società» e «federazioni», palesi o segrete, e sovente effimere, sorte in precedenza e con prospettive palesemente transnazionali.
Il progressivo radicalizzarsi dello scontro sociale - nelle aree in cui la rivoluzione borghese o si era ben affermata o si andava sviluppando – e la crescente consapevolezza dell'inconciliabilità degli interessi di classe proletari con quelli borghesi, facevano sì che dall’originario associazionismo operaio di tipo assistenziale/solidaristico (in fondo innocuo per i padroni) si andassero sviluppando forme di agglutinazione maggiormente idonee all’innalzarsi del livello di scontro; e parallelamente negli ambienti delle società operaie aumentasse l’attenzione per i problemi economici e politici. Così alla fase di resistenza – implicante la contrattazione dei minimi salariali e la lotta ai licenziamenti – si andò accompagnando la spinta all’abbattimento del sistema socio/economico. Da qui il successo dell’Internazionale, su un terreno in cui l’associazionismo operaio assumeva caratteristiche sociali e anche politiche più radicali. Tant’è che varie organizzazioni sindacali di categoria si trasformarono in sezioni dell'Internazionale.

A 150 AÑOS DE LA FUNDACIÓN DE LA PRIMERA INTERNACIONAL, por Claudio Albertani

Un día como hoy de hace 150 años en Saint Martin’s Hall, Londres, un grupo de trabajadores de diferentes países fundaron la Asociación Internacional de los Trabajadores, también conocida como Primera Internacional. Era un conglomerado heterogéneo de sindicalistas ingleses, mutualistas franceses, nacionalistas italianos y comunistas alemanes. Entre los presentes se encontraban algunos conocidos exilados: el sastre Georg Eccarius, el relojero Hermann Jung, Adolfo Wolff, agente de Mazzini y Carlos Marx, “obrero del pensamiento”. Los participantes acordaron luchar juntos por la emancipación del proletariado y celebrar congresos periódicos, bajo la coordinación de un Consejo General, con sede en Londres. Presente en el estrado, Marx no habló, pero fue nombrado secretario para Alemania e incluido en una subcomisión encargada de redactar un manifiesto y los estatutos. El acontecimiento pasó en gran parte desapercibido. El propio Marx no sospechó que la AIT habría de convertirse en la primera organización mundial del proletariado militante, ya que se tardó más de un mes para informar a Engels sobre el tema. Tampoco imaginó que daría origen a las principales corrientes del movimiento obrero: la que lleva su propio nombre, la socialdemocracia, el anarquismo y el sindicalismo. Sabemos, por otra parte, que Miguel Bakunin -el padre del movimiento libertario organizado- no participó en esta fase inicial, a pesar de que por los mismos días se encontraba en Londres, en donde tuvo un encuentro sumamente cordial con Marx. Lo cierto es que ninguno de los dos personajes desempeño un papel significativo en la creación de la AIT, misma que, como señalan ambos, se debe al proceso de auto-organización de la clase obrera europea y no al genio iluminado de algún dirigente. Tomo nota de que 150 años después, el acontecimiento sigue pasando desapercibido. Nadie entre los encumbrados intelectuales izquierdistas de nuestro país ha gastado siquiera una palabra para conmemorar el acontecimiento.

sabato 27 settembre 2014

PUNTO DELLA SITUAZIONE N. 1, di Antonio Saccoccio

(Non-convegno di Sesta Godano)
[Foto Pino Bertelli]

In occasione dei vent’anni dalla morte di Guy Debord, venerdì 19 settembre si è svolto presso la Sala Consiliare del Comune di Sesta Godano (SP) un incontro situazionista.
Con la presidenza di Roberta Biasotti e la presenza dell’Assessore alla cultura Davide Calabria, sono intervenuti studiosi e attivisti delle avanguardie di varia provenienza che hanno discusso sulle teorie e pratiche situazioniste: Giorgio Amico, Pino Bertelli, Roberto Massari, Sandro Ricaldone, Antonio Saccoccio, Alessandro Scuro. All’ultimo momento non sono potuti intervenire Michele Nobile (che ha inviato un testo che in parte è stato letto) e Donatella Alfonso.
L’incontro, lungi dall’essere un’erudita dissertazione, si è presto trasformato in un vivace dibattito sull’attualità delle teorie debordiane. Bertelli, Saccoccio e Massari, in particolare, hanno sottolineato la necessità di continuare a sviluppare alcune intuizioni di Debord e di altri situazionisti. La spettacolarizzazione del reale e lo «slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire» (Tesi 17 de La società dello spettacolo) sono oggi dati di fatto.
Massari, confermando alcune ipotesi di Nobile, ha svolto il proprio intervento su un terreno socio-politico (merce, alienazione, capitale, lavoro). Saccoccio ha insistito sul superamento dell’arte, segnalando che retrocedere su questo punto significherebbe tradire tutta la teoria situazionista. Bertelli ha proiettato il film di Debord La société du spectacle, analizzando le tecniche di détournement impiegate. Amico ha messo in evidenza l’importanza cruciale della figura di Asger Jorn. Ricaldone ha mostrato come la genesi di alcune teorie situazioniste sia da rintracciarsi nei movimenti d’avanguardia precedenti, soprattutto nel Lettrismo. Ed è proprio sulle figure di Isou e Pomerand che si è soffermato Scuro, avviando così la presentazione del suo libro - Il Lettrismo - pubblicato da Massari editore, poi proseguita con una lettura interpretata in sala.
Alcune Tesi de La società dello spettacolo sono state riproposte per la loro attualità: «Tutta la vita delle società in cui regnano le moderne condizioni di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli…» (Tesi 1); «Lo spettacolo in generale, come inversione concreta della vita, è il movimento autonomo del non-vivente» (T. 2); «Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire» (T. 21).

giovedì 25 settembre 2014

SULLA FOTOGRAFIA DELLE MATITE SPEZZATE, di Pino Bertelli

«Non è un peso, è mio fratello»





ai miei nipotini Alessandro e Giacomo,
perché sanno amare il diverso da sé e dicono che è ingiusto che da qualche parte nel mondo
altri bambini giocano solo con le stelle e tirano la coda alla luna,
senza nemmeno più piangere tra la la sporcizia, la fame e la violenza...



“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!" E rise ancora. "E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere... E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: "Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!" e ti crederanno pazzo”.
Antoine de Saint - Exupery

Quando ero bambino, mio padre mi insegnò a non piegare mai la testa di fronte alla cattiveria e non scendere mai così in basso tanto da odiare una persona... Un uomo — era solito dire — ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto, soltanto per aiutarlo ad alzarsi.

lunedì 22 settembre 2014

OBAMA CONTRO L'ISIS: NE SONO CONVINTI IN POCHI, di Pier Francesco Zarcone

Isis: che fare?

L’improvvisa irruzione dei jihadisti di al-Baghdadi ha dato corso a una diffusa prassi di massacro delle minoranze religiose, di barbare esecuzioni, di vendita di schiave non-musulmane o sciite sulla pubblica piazza, di stupri e matrimoni forzati, nonché di cancellazione dei più elementari diritti della persona. Il tutto con la abominevole scusa della religione (vecchio motivo del fanatismo “religioso” sotto tutti i cieli), quand’anche nulla di ciò abbia a che fare con i precetti coranici riguardanti il piccolo jihad (quello grande, e di maggior valore, è lo sforzo umano per essere spiritualmente graditi a Dio). Il “califfo” e i suoi tagliagole sono portatori di una sanguinaria religione dell’odio fatta di crudeltà e sadismi pianificati, a cui si deve contrapporre un’indignazione - senza se e ma - che si concretizzi in reazioni effettive e idonee a eliminare questo fenomeno, perché qui rientra in ballo con tutta la sua drammaticità il vecchio dilemma “civiltà o barbarie”.
Purtroppo, ad avere la maggior risonanza mediatica, più dei massacri di massa, sono state le rozze - e quindi atroci - decapitazioni filmate di tre ostaggi occidentali (due statunitensi e uno britannico); due episodi orrendi che già da soli basterebbero a invocare la distruzione dell’Isis. Comunque ancora una volta emerge il latente razzismo bianco, in quanto la vita di tre appartenenti al Primo Mondo mantiene una valenza maggiore rispetto alle vite di migliaia e migliaia di esseri umani un po’ più abbronzati. Questo lapsus etico non muta di certo i termini del problema centrale: l’Isis - in fase di strutturazione addirittura come Stato – è una maxi-organizzazione criminale che le pratiche abituali di uccisione massiccia di esseri umani indifesi, utilizzate come strumento di terrore, privano di ogni dignità politica e morale, rendendone la distruzione un’esigenza di igiene mondiale. Sono in gioco ulteriori vite di innocenti su cui incombe un massacro ben lungi dall’essere concluso; e questo - checché ne possano pensare gli “immacolati” di una certa sinistra residuale – richiede il ricorso a ogni mezzo possibile, anche in nome di un grande dimenticato: l’umanesimo rivoluzionario.

mercoledì 17 settembre 2014

I SITUAZIONISTI TORNANO A CASA, di Donatella Alfonso

Un non-convegno in omaggio a Guy Debord che fondò nel 1957 in Liguria il movimento artistico-politico  

Il gruppo fondatore del Situazionismo
a Cosio d'Arroscia nel 1957 
Un po’ per gioco e un po’ per non morire, come si soleva dire, si può ricreare quasi cinquant’anni dopo, e dall’altro lato dell’arco ligure, quella situazione che diede vita al Situazionismo. In breve, quel movimento estetico, culturale e politico con intenzioni rivoluzionarie  tra anarchia e marxismo, declinato in tutte le varianti  nato da un convegno a Cosio d’Arroscia (ultimi propaggini della provincia di Imperia sconfinanti nel Cuneese, su per l’Appennino) nel 1957, capace di percorrere l’Italia e la Francia per tutti gli anni Sessanta con apici nel Sessantotto e dintorni. E che oggi, benché ufficialmente non se ne parli che quando si cita il suo fondatore e icona, Guy Debord, geniale precursore dell’oggi con il suo “La società dello spettacolo”, ricorda  per carità, in maniera situazionista, quindi con un nonconvegno  proprio Debord, scomparso vent’anni fa,  venerdì 19 a Sesta Godano, nello spezzino. 
Per chiarire, avanti tutto, che in maniera carsica i Situazionisti continuano a vivere, ad esistere. A Debord fanno riferimento in molti, se si occupano di comunicazione e soprattutto televisione (Carlo Freccero e Antonio Ricci, tra i primi). E in Liguria quel movimento così caleidoscopico e puntuto è ancora qualcosa di reale: come dimostra la grande mostra dedicata al ceramista danese Asger Jorn, uno dei ragazzi terribili del raduno di Cosio dì Arroscia,  che ha animato l’estate di Albissola Marina. 

lunedì 15 settembre 2014

sabato 13 settembre 2014

LOS MEDIOS DE COMUNICACIÓN YA NO SON EL “CUARTO PODER”, por Marcelo Colussi

Los medios de comunicación y su influencia en la vida cotidiana

De acuerdo a nuestra tradición occidental la realidad es una, dada desde siempre, puesta ahí en forma indubitable a la espera que el ser humano se contacte con ella. La realidad, en definitiva, existe independientemente del sujeto que se relaciona con ella. En ese marco, la verdad, siguiendo las enseñanzas aristotélicas y los teólogos medievales, es la “adecuación del sujeto que conoce con la cosa conocida”. La cosa, la realidad, está siempre ahí a la espera que el sujeto se dirija a ella para aprehenderla, para conocerla a través de sus sentidos y la razón. Esa fue la idea dominante por dos milenios en nuestra tradición cultural, y es la concepción que sigue prevaleciendo en el sentido común. El peso está puesto en la realidad objetiva.
En el Renacimiento, con el cambio de paradigmas que comienza a tener lugar en ese momento histórico de la humanidad, la noción de la realidad va variando. Con el mundo moderno que se empieza a construir a partir del nuevo ideal de ciencia copernicana, la realidad va a pasar ser “construcción”, es decir: producto de la forma en que el sujeto se relaciona con la cosa. La realidad deja de ser una, única, inobjetable. Llegados a nuestros días con un pensamiento cada vez más centrado en el sujeto, interesa fundamentalmente el proceso de “construcción” de esa realidad. Los datos de las distintas ciencias sociales y de una epistemología que rompe vínculos con la tradición aristotélica ponen el énfasis en la relatividad de la realidad: la misma pasa a ser entendida como construcción histórica, por tanto cambiante, variada, siempre relativa. El peso, ahora, está puesto en el sujeto y en las relaciones que establece con la cosa. Así como una botella está medio vacía o medio llena, según el punto de vista, así comienza a entenderse esta nueva visión de la realidad. La verdad deja de ser un absoluto.

domenica 7 settembre 2014

“UN SECTOR DE LA MUD Y DEL GOBIERNO PLANEAN PACTO DE PUNTO FIJO”: ENTREVISTA A DOUGLAS BRAVO, por Jonathan Dias

Caracas, 05 de septiembre de 2014

El otrora Comandante del Frente Guerrillero José Leonardo Chirinos nos recibe en un apartamento en el centro de Caracas con vista a la Avenida Bolívar y al Ávila. Los cuadros, afiches y posters colgados en las paredes del recinto nos hablan de las décadas dedicadas a la lucha política desde la acera izquierda.
Comunista militante desde los 14 años, fue uno de los primeros organizadores del aparato armado del Partido Comunista de Venezuela (PCV)  en 1960 y un renuente a abandonar la insurrección hasta 1979, año de su pacificación. Desde allí se dedicó a la conspiración en conjunto con sectores militares del MBR-200 y Hugo Chávez, de quien se separó tras marginal participación el 4 de febrero y el 27 de noviembre. Desde 1998 es acérrimo adversario del chavismo.

La lentitud de su caminar, producto de una reciente herida en el pie, no da pista de un hombre que, a sus 82 años, ha pasado la mayor parte de su vida conspirando. El deambular nervioso contrasta con la furia de su verbo cuando expresa sus convicciones.
Nos atendió mientras reunía documentos para preparar una edición especial del periódico Ruptura dedicada al recientemente fallecido y cercano amigo Francisco “el Flaco” Prada. Ruptura comenzó a circular de forma clandestina en la década del 70 cuando aún se encontraban en la guerrilla.
En nuestra conversación hace honor a su condición histórica de político incómodo para muchos sectores.
-¿Cómo definiría a este gobierno?
-Es la continuación, pero aumentada, de los 40 años del Pacto de Punto Fijo. Es continuación porque este gobierno no modificó el estatus jurídico que existía desde Rómulo Betancourt hasta que llegó Chávez. No solamente no lo modificó, sino que en materia de sacrificar la soberanía total (la económica, la territorial, la aérea, la marina) aumentó esa venta que se ha venido haciendo en Venezuela desde hace doscientos años. Eso es este gobierno.
-Si este gobierno es la continuación del puntofijismo, ¿no es una revolución como lo afirma?
-Desde el punto de vista de lo que es una revolución, no merece ese calificativo. No solamente no lo merece, sino que, a la luz de lo dicho, ha entrado en una etapa de retroceso. Ningún país en América Latina ni en el mundo llegó a firmarle, entregando la soberanía del subsuelo, convenios petroleros a las empresas Chevron-Texaco, Exxon Mobil, BP, Shell  y seguidamente a las chinas y a las rusas. Ni Gómez, el dictador, fue tan entreguista como este gobierno.
Las medidas económicas que está anunciando Maduro y que tiene dos meses retardando, es porque son pro imperialistas, pro norteamericanas, pro capitalistas. Es un paquete más grande que el de Carlos Andrés Pérez.
No hallan cómo hacer, están haciendo anuncios suaves para que no caigan tan de repente y tratando de convencer a su propio partido de cómo hacer para aumentar la gasolina y para seguir fabricando dinero desde el BCV sin producción.

sabato 6 settembre 2014

NELLA CRISI UCRAINA NON TIFIAMO PER NESSUNO DEGLI IMPERIALISMI, di Pier Francesco Zarcone

L’attuale situazione ucraina viene in genere affrontata con atteggiamenti degni di opposte tifoserie, parteggiando acriticamente per l’una o l’altra delle parti in causa, attribuendo in modo netto ragioni e torti, ma col risultato di trascurare la complessità in gioco. I media borghesi e quelli (residuali) di certe sinistre hanno stabilito subito i ruoli, come se si trattasse del copione manicheo di un film western: per i primi, Putin e i filorussi dell’Ucraina orientale sono i cattivi, e vanno biasimati senza appello quanti osino sostenere il contrario; per i secondi, la valutazione s’inverte, e i cattivi sono Usa, Ue, Nato e il governo di Kiev con i suoi sostenitori. In questo modo sfuggono gli opposti interessi geostrategici implicati in questa crisi.
Nella nostra vicenda sono portatori di contrapposti interessi di potere sia il gruppo “occidentale” (governo di Kiev incluso, ovviamente) sia la Russia, e ciascuno di costoro va svolgendo manovre tranquillamente definibili di tipo imperialistico.

Il ruolo dell’Occidente (la Nato)
Rimangiandosi ben presto le assicurazioni (prive di qualunque garanzia) date da Washington dopo l’implosione dell’Urss circa il non aver intenzione di estendere l’area della Nato fino ai confini russi, è un dato di fatto che Usa e Nato – con la solita acquiescenza e complicità della Ue – stanno da tempo realizzando proprio questo progetto, di cui le scelte del governo di Kiev rappresentano (per ora) l’ultimo atto. Fino a ieri qualcuno aveva anche ipotizzato che un’ulteriore fase probabilmente sarebbe consistita nell’utilizzare il radicalismo islamico per destabilizzare dall’interno certe zone russe a forte presenta musulmana; ma con tutta probabilità un tale progetto (se esiste) rimarrà in qualche cassetto, vista l’aria che tira oggi con la barbarie dell’Isis in Siria e Iraq, ormai a danno pure di cittadini statunitensi (la cui vita per gli Usa gode di una preziosità non riconosciuta agli altri esseri umani).  

La rinvigorita sopravvivenza della Nato e le sue politiche dovrebbero avere ormai tolto ogni mascheratura al suo carattere strutturale di stumento dell’imperialismo statunitense, e al fatto che la perdurante e indiscussa partecipazione di tanti paesi europei oggi più che mai espone questi ultimi alle conseguenze di scelte eterodirette, come al solito prive di qualsiasi consenso democratico da parte delle popolazioni coinvolte. Tant’è che in merito alla questione ucraina la Ue si trova del tutto appiattita sulle posizioni e interessi degli Stati Uniti.

giovedì 4 settembre 2014

I «DA SOLI IDEOLOGICI», di Roberto Massari

Il testo che pubblichiamo è la rielaborazione di una lettera di Massari a Pier Francesco Zarcone del gennaio 2010. [la Redazione]

Quelli che né la Quinta internazionale, né la Quarta… mai niente di collettivo
Nella recente discussione sulla Quinta internazionale (rivitalizzata nel 2010 dalla proposta di Chávez, ma da me iniziata fin dal 1983) ci sono stati commenti contrari, a favore, ironici e arricchimenti della problematica. Si sono pronunciati tra gli altri organismi come il Segretariato Unificato della Quarta o il Fmln del Salvador, e mi sembra quindi di poter dire che il tema comincia ad esser preso sul serio: spero che il futuro rafforzi tale tendenza.
Esiste però una categoria di «critici» dell'idea di Quinta internazionale composta da singoli individui, a volte dotati di una buona preparazione teorica, che non hanno mai aderito a nulla o quasi nulla nella loro vita, e comunque non ad organizzazioni internazionali, né probabilmente mai vi aderiranno. Sono quelli che io chiamo da tempo i «da soli ideologici», e a loro voglio dedicare questa mia riflessione.
Una riflessione che originariamente prese avvio dalla lettura di un articolo di Octavio Alberola1. Mi colpì in quell'occasione il modo sbrigativo con cui si liquidava quasi un secolo di lotte ed esperienze del movimento operaio, rivoluzionario o semplicemente antimperialistico, infilando nello stesso sacco Trotsky, Lenin, Castro, Chávez e addirittura il povero Chomsky.
Se mi mettessi anch'io a scrivere analisi degli errori di Lenin, Trotsky, Malatesta, Berneri, Nin, Ben Bella, Guevara, Malcolm X, Naville, Mandel, Guérin, Chomsky ecc., avrei certamente lavoro sufficiente per i prossimi dieci anni. In realtà, poiché questo lavoro critico lo faccio sistematicamente almeno dal 1968, direi che posso anche permettermi di andare avanti in maniera propositiva guardando al futuro. Lo faccio conservando molti dubbi e acquisendo prudenza. Sono però felice di non doverlo fare da solo, essendo membro attivo di una comunità politica (Utopia Rossa) che, per quanto piccola, ha una tradizione storica, un forte patrimonio teorico, una composizione internazionale.
È vero, però, che se mi fossi limitato a criticare questo o quel personaggio politico, pur dando un contributo allo studio della storia delle idee, non avrei aggiunto neanche una goccia al grande oceano dell'umanità in lotta contro la proprietà privata dei principali mezzi di produzione. E ciò per la semplice ragione che sarebbe sempre mancata la mediazione politica (il passaggio operativo) dalle armi della critica alla critica delle armi.

Pensatori «non-responsabili» di alcunché
Al singolo individuo - intellettuale o non - finisce sempre col rispondere un altro individuo, che a sua volta susciterà la reazione di altri individui e così via, in quell'incessante proliferazione di «pensatori» che non definisco «liberi», ma «ir-responsabili», cioè non-responsabili di alcunché.

martedì 2 settembre 2014

LA LUCHA POPULAR EN GUATEMALA HACE RETROCEDER LEY MONSANTO, por Marcelo Colussi

¿Quién dijo que todo está perdido?

Desde hace años, con los planes neoliberales imperantes y con la desmovilización político-ideológica fabulosa que se vive como producto de un proceso represivo único en Latinoamérica (200.000 muertos y 45.000 desaparecidos), parece inconcebible protestar. En muy buena medida, ya nos hemos acostumbrado a agachar la cabeza, a resignarnos. ¡Cultura del silencio!, pudo llegarse a decir. Cultura de la resignación, de la pura sobrevivencia.
Sin dudas, todo eso es cierto. El terror incorporado que dejó en cada habitante la feroz represión de estas décadas, la impunidad dominante, la violencia delincuencial que campea exultante sirviendo, entre otras cosas, como disuasivo de intentos organizativos (¿otra virtual guerra civil no declarada que mantiene bajo control a la población?), todo eso fue sacando de la agenda cotidiana la idea de lucha, de reivindicación, de alzar la voz. Pero como cantó Fito Páez: “¿quién dijo que todo está perdido?”