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venerdì 9 gennaio 2026

LEZIONI SCONVOLGENTI DELL'INTERVENTO NORDAMERICANO IN VENEZUELA

di Alina Bárbara López Hernández


ITALIANO - ESPAÑOL


Professoressa, saggista ed editrice. Laureata in Scienze Filosofiche e membro corrispondente dell'Accademia di Storia di Cuba


L'intervento lampo del governo degli Stati Uniti in Venezuela, avvenuto nelle prime ore del 3 gennaio 2026, consente di trarre diverse lezioni significative. La prima è che nessun governo che rovini il proprio paese, impoverisca il suo popolo, reprima i suoi cittadini, generi un esodo di massa, si erga a élite corrotta, ignori la volontà popolare e si mantenga al potere con la forza, potrà disporre di una base di appoggio sociale, per quanto se ne vanti. Al momento giusto, il popolo non lo difenderà. E questo permette di capire la gioia di tantissimi venezuelani per la fine del loro dittatore; anche se non della loro dittatura.


I giornalisti residenti a Caracas riferiscono che la gente si è preoccupata più di comprare generi alimentari nei supermercati che di organizzare proteste. Questo non mi sorprende. Durante la sua campagna elettorale, María Corina Machado aveva ricevuto il sostegno di persone umili che erano state chaviste, probabilmente molte di quelle che impedirono il golpe dell'11 aprile 2002 uscendo a difendere Chávez. Quelle persone, che scesero dai cerros di Caracas e da altri quartieri popolari in diversi stati del Venezuela, furono quelle che custodirono i seggi elettorali, denunciarono le irregolarità e scesero in piazza a protestare quando il CNE dichiarò Maduro vincitore nelle elezioni rubate del luglio 2024. Quelle persone, ora, non hanno nemmeno battuto ciglio.


Le forze militari nordamericane sono arrivate in Venezuela, hanno eluso i missili costieri, sono entrate «come Pedro a casa sua», hanno avanzato come se fossero nati a Caracas, si sono dirette direttamente al luogo dove si trovava Nicolás Maduro, lo hanno catturato e trasferito verso gli Stati Uniti. La resistenza di un gruppo di militari che lo custodiva non ha potuto impedirlo; tra di loro sono morti trentadue cubani di una truppa di cui ignoriamo il numero totale, poiché il governo dell'Isola aveva negato enfaticamente per anni la presenza delle sue truppe in quel paese.


Quelle morti fanno scattare altri allarmi e diversi dubbi. Secondo le dichiarazioni di Trump e del suo Segretario alla Guerra, solo due militari statunitensi hanno riportato lievi ferite alle gambe salendo sugli aerei. In quali circostanze sono morti allora i militari cubani? Secondo il governo cubano: «sono caduti dopo una ferrea resistenza in combattimento». Combattimento contro chi? Contro i Delta Force o contro militari venezuelani che hanno facilitato l'operazione contro Maduro? Perché è evidente che i nuovi arrivati conoscevano il labirintico forte Tiuna come il palmo della loro mano.


Mente Trump? Mente Caracas? Mente L'Avana? La certezza che ho è che i connazionali deceduti, provenienti alcuni dalle zone più impoverite di Cuba, sono, non c'è dubbio, altre vittime della politica interventista di un gruppo di potere che, in eterna posa da martire, rivive il sogno della Guerra Fredda ogni volta che può e gioca a dadi geopolitici alle nostre spalle invece di concentrarsi su quest'Isola rovinata da loro.


Detto successo indica più un'operazione coordinata dall'interno che il fattore sorpresa, poiché per mesi, e soprattutto nelle ultime settimane, Donald Trump aveva detto chiaramente che avrebbe usato la forza diretta; nel frattempo, Maduro assicurava che le milizie popolari e l'esercito bolivariano erano pronti al combattimento e disposti a tutto. Si ingannava o veniva ingannato? Anche se sembra che non gli sia dispiaciuto troppo; è arrivato a New York ammanettato, sorridente, e augurando «felice anno nuovo» nel suo migliore inglese.


Più atti di ripudio abbiamo visto all'Avana che a Caracas. Mentre il presidente Díaz-Canel, quasi afono, esigeva la restituzione immediata di Nicolás Maduro; la vicepresidente Delcy Rodríguez passava da una tiepida protesta iniziale a un messaggio conciliatore rivolto al presidente Trump, nel quale, tra l'altro, non menzionava nemmeno il rapito. Un amico venezuelano mi racconta che i canali televisivi trasmettono telenovelas e programmi di intrattenimento. Parafrasando l'Amleto di Shakespeare: «c'è del marcio in Venezuela». Se i professionisti della salute cubani iniziano a tornare, questo indicherebbe un livello di articolazione significativo tra coloro che stanno decidendo le cose in Venezuela e il governo di Trump.


Ciò che risulta innegabile è questa verità: i cicli storici sono implacabili. Nessun governo mantiene eternamente l'appoggio popolare se non se lo guadagna. Governare non è un assegno in bianco, sebbene alcuni governanti lo credano. Su questo dovrebbe prendere nota il governo cubano, e non perché pensi che i nordamericani faranno lo stesso qui, dove non c'è petrolio né zucchero né industria né nulla di attraente che stimoli un intervento imperialista; ma, vedendosi nello specchio di Maduro, dovrebbero imparare a essere meno prepotenti; né hanno più la base sociale che avevano decenni fa. Sono soli quanto la dittatura di Maduro.


-II-


Molte persone non si spiegano l'enorme gioia di gran parte dei venezuelani di fronte all'intervento ordinato da Donald Trump. Esigono patriottismo da un popolo braccato, che ha cercato come pochi di partecipare alla politica del suo paese e utilizzare i meccanismi legali. Che ha vinto in buona fede ed è stato spogliato da un governo che non ha accettato la sua sconfitta. È molto facile assumere posizioni di superiorità morale ora, quando avrebbero dovuto accompagnare in tempo le denunce di quello stesso popolo.


I popoli di Venezuela e Cuba, repressi in modo sistematico e palese dai loro governi, e violati nei loro diritti, sono state altresì abbandonati dagli organismi internazionali e regionali, da numerosi governi, da alcuni settori della sinistra e da un settore dell'intellettualità globale. Questo è il risultato. Fa molto male che si accolgano forze straniere in chiara azione interventista come salvatori; ma, mentre ora sì c'è una mobilitazione globale «mani fuori dal Venezuela», nel luglio 2024, quando gli rubarono la vittoria, marciarono soli. Così marciano le comunità di cubani nel mondo quando chiedono la libertà dei nostri prigionieri politici e denunciano il governo poliziesco di questo paese.


Succede che condannare l'imperialismo è di buon gusto politico e visto come sintomo di progresso; ma non lo è altrettanto condannare dittature che si fanno scudo dietro travestimenti di sinistra e slogan popolari per esercitare il terrore di stato contro i propri cittadini. Manca coerenza. A Cuba lo sappiamo molto bene. Cosa ci fa il governo cubano occupando un seggio nella Commissione per i Diritti Umani dell'ONU? In quale cassetto è finito il rapporto Gilmore? Quali elementi di giudizio sostengono le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza al Parlamento Europeo quando ha riconosciuto «progressi significativi» e ha alluso a «disposizioni progressiste nella Costituzione del 2019», ma senza menzionare il termine di prigionieri politici nonostante a Cuba ce ne siano a migliaia?


Le tensioni in Venezuela continuano a essere presentate erroneamente come un conflitto tra prospettive ideologiche: capitalismo vs socialismo del XXI secolo. Ma il socialismo del XXI, come il suo predecessore, è diventato dittatura, e in questo momento si manifesta come una lotta tra la volontà popolare e un potere che si crede impermeabile ad essa. Un potere che durante il quarto di secolo della sua esistenza ha generato una classe politica unita al governo da legami clientelari e legata soprattutto al petrolio e all'estrazione dell'oro. A Cuba è stato molto più di un quarto di secolo.


Valga la lezione. Non è giusta la selettività delle campagne globali che appoggiano questi governi e abbandonano i loro popoli; perché i popoli allora possono vedere come salvatrice l'artiglio che si estende avvolto in un guanto di velluto. La solitudine non è buona consigliera per nessuno. Premonitrice risulta questa frase, posta alla fine della grande opera letteraria che descrive il destino tragico di Macondo, e che può essere quello dei nostri paesi: «perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra».


-III-


Imperialismo non è sinonimo di capitalismo; come antimperialismo non è sinonimo di comunismo né un «invenzione della sinistra». L'imperialismo è la politica di certe nazioni diretta a controllare, mediante la coercizione o l'intervento diretto, i territori, le risorse e i mercati di ciò che considera il suo ambito di egemonia regionale. Gli Stati Uniti sono un paese imperialista; anche la Russia lo è. Sono due esempi, ce ne sono altri.


E qui opera la specie tanto comune degli «antimperialisti selettivi», quelli che definiscono «operazione militare speciale» l'intervento di Putin in Ucraina, ma deplorano l'imperialismo prepotente di Donald Trump; o viceversa, condannano l'aggressione al paese slavo, ma presentano il presidente nordamericano come salvatore del Venezuela. Manca coerenza, come già ho detto.


Da quando ascoltai il discorso di Donald Trump del 20 gennaio 2025, al suo insediamento, pubblicai un post in cui avvertivo dell'imperialismo aggressivo che, senza dissimulazione alcuna, pulsava nelle sue parole. Alcune persone mi accusarono di allarmismo, ma Trump fu chiaro:


«L'ambizione è l'anima di una grande nazione, e proprio ora la nostra nazione è più ambiziosa di qualsiasi altra. Come la nostra nazione, gli americani sono esploratori, costruttori, innovatori, imprenditori e pionieri. Lo spirito della frontiera è inscritto nei nostri cuori. Il richiamo della prossima grande avventura risuona nelle nostre anime. I nostri antenati americani trasformarono un piccolo gruppo di colonie sul bordo di un vasto continente nella potente repubblica dei cittadini più straordinari. Nessuno si avvicina a loro».


E furono proprio quell'ambizione e lo spirito della frontiera ad arrivare in Venezuela a bordo di diversi aerei nelle prime ore del 3 gennaio. Per capirlo basta prendere nota di quanto detto da Trump e dal suo Segretario alla Guerra nella conferenza stampa. In essa non si rivolgevano tanto ai venezuelani quanto all'Europa, alla Cina, al mondo...


«Sotto la nostra nuova strategia di sicurezza nazionale il dominio degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione. Sotto il governo Trump, noi stiamo riaffermando il potere statunitense in modo molto potente nella nostra stessa regione. E la nostra regione è molto diversa da com'era poco tempo fa. E noi lo facemmo durante il nostro primo governo. Noi dominammo e ora dominiamo ancora di più. Tutti stanno tornando da noi. Il futuro sarà determinato dalla capacità di proteggere il commercio, il territorio e le risorse che sono essenziali per la nostra sicurezza nazionale. Ma queste sono le leggi incrollabili che hanno sempre sostenuto il potere globale e lo manterremo così».


Da parte sua, le rotonde frasi dell'euforico Pete Hegseth non permettono fraintendimenti: «I guerrieri americani sono i migliori del mondo. Nessun altro paese sulla terra può eseguire questo tipo di operazione. Gli Stati Uniti possono esercitare la loro volontà in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento. Questo è l'America First. Questa è la pace attraverso la forza. Nel 2026 e attraverso il presidente Trump, gli Stati Uniti sono tornati».


Nessuno di loro ha menzionato termini come «democrazia», «giustizia» «diritti umani» o «prigionieri politici». Anche se non credo che difendere la democrazia sia qualcosa che interessi in particolare a Trump. Se nemmeno negli Stati Uniti gli preoccupa, cosa resterà per altri «angoli oscuri».


I termini più ripetuti nella conferenza furono: «petrolio», «dominio», «la nostra sicurezza nazionale» «interessi emisferici». Queste frasi non permettono dubbi: «Noi governeremo quel paese finché potremo fare una transizione sicura... Noi amministreremo quel paese... Le più grandi compagnie petrolifere degli Stati Uniti entreranno... L'industria petrolifera venezuelana è stata costruita con il talento americano e il regime socialista ce l'ha rubata... L'embargo sul petrolio venezuelano rimarrà in vigore. La nostra marina è pronta e disposta e noi siamo pronti a far sì che tutte le nostre esigenze siano soddisfatte... Venderemo tanto petrolio!!».


A coloro che confidano che il Venezuela si sia liberato della dittatura perché Trump ha rapito Maduro, e che stia appena iniziando un processo di transizione, ho cattive notizie. Non importa quello che dicono le analisi di Chat GPT che ho visto in giro, gli Stati Uniti non hanno mai fatto schifo a una dittatura che difenda i suoi interessi emisferici. Proprio sotto un'altra dittatura, quella di Juan Vicente Gómez, fu che le compagnie nordamericane arrivarono a controllare la produzione e la vendita dell'idrocarburo venezuelano.


Juan Vicente Gómez fu un dittatore criminale, che riformò la costituzione ogni volta che lo desiderò per perpetuarsi al potere; zittì l'opposizione; soppresse le libertà di espressione e di stampa, così come le garanzie giudiziarie, e rese illegali i partiti politici. Negli stessi USA risiedette una delle figure più importanti della resistenza venezuelana in esilio, l'intellettuale e giornalista Carlos López Bustamante, che editava da New York, dove oggi è prigioniero Maduro, la rivista Venezuela Futura, con la quale collaborarono articolisti che erano riusciti a fuggire dalle prigioni di Gómez e denunciavano i suoi orrori.


Ventisette anni rimase il caudillo sudamericano al potere, fino alla sua morte, avvenuta nel 1935. Nonostante un governo così lungo, non ci fu da parte delle amministrazioni nordamericane un'evidente ostilità verso di lui, cosa che si spiega con l'atteggiamento sempre benevolo del dittatore verso gli investimenti stranieri. Conoscendo il potenziale petrolifero del Venezuela, il regime gomecista definì un quadro legale mediante il quale consegnò gran parte del territorio nazionale in concessioni, in base agli interessi dei consorzi petroliferi nordamericani.


Coloro che siano tanto ingenui da dimenticare la storia del nostro continente, che credano allora nelle intenzioni di Trump verso il Venezuela. Ma nessuno che conosca e valorizzi il passato può appoggiare una politica di intervento che non farebbe altro che rafforzare l'egemonia del Nord e destabilizzare le nostre nazioni, viste da Trump come riserve di risorse verso cui rimanderà i migranti che vivevano su suolo nordamericano affinché servano da manodopera a basso costo per le sue future espansioni.


Il modo peggiorativo in cui Trump si è riferito a María Corina Machado («sarebbe molto difficile per lei essere leader, è una donna molto gentile, ma non ha rispetto all'interno del paese»), indica che preferiscono negoziare con strutture di potere autoritarie che garantiscano in modo immediato i loro interessi. Meglio il male conosciuto che il bene da conoscere. Non dimentichiamo neanche che, sebbene Trump affermi che «il regime socialista» sia stato a «rubare» loro l'industria petrolifera; in realtà la nazionalizzazione del petrolio venezuelano e la creazione di PDVSA avvennero nel 1976 durante il governo di Carlos Andrés Pérez. Sarebbe rischioso per la politica imperialista di Trump, che María Corina Machado ponga qualche limite nazionalista ai suoi interessi egemonici.


Una dittatura non è una persona; non è Maduro là né Díaz-Canel qua. Una dittatura è un insieme di istituzioni, leggi e pratiche che si devono smantellare con grande cura. È vero che questo richiede un periodo di tempo, ma dev'essere un processo interno, che compete alle società coinvolte. Dall'esterno non si può tutelare un processo di giustizia transizionale, ma sì dittature che convengano agli interessi dei tutori. Dall'esterno ciò che si deve fare è accompagnare quel processo di transizione interno: con pressioni negli organismi internazionali, con denunce, con risorse affinché, al momento giusto, le forze del cambiamento possano condurre un processo di transizione ordinato.


Si afferma che i popoli che non imparano dalla loro storia sono obbligati a ripeterla. Parafrasando una grande cubana che è appena scomparsa: dovremmo imparare da questo e assumere come prioritaria, una volta per tutte, la causa della democratizzazione di Cuba, invece di scavare trincee ideologiche che sarebbero appropriate in uno scenario diverso. Dovremmo, inoltre, capire che nessun attore straniero farà il lavoro per noi, questa causa è nostra. Vediamo la lezione del Venezuela.


ESPAÑOL


LECCIONES INCÓMODAS DE LA INTERVENCIÓN NORTEAMERICANA EN VENEZUELA

por Alina Bárbara López Hernández


Profesora, ensayista y editora. Doctora en Ciencias Filosóficas y miembro correspondiente de la Academia de la Historia de Cuba


La intervención relámpago del gobierno de los Estados Unidos en Venezuela, ocurrida en la madrugada del 3 de enero de 2026, permite extraer varias lecciones significativas. La primera de ellas es que ningún gobierno que arruine a su país, empobrezca a su pueblo, reprima a sus ciudadanos, genere un éxodo masivo, se erija en élite corrupta, desconozca la voluntad popular y se mantenga por la fuerza, podrá disponer de base de apoyo social, por mucho que presuma de ella. Llegado el momento, el pueblo no va a defenderlo. Y eso permite entender la alegría de muchísimos venezolanos al salir de su dictador; si bien no de su dictadura. 

Periodistas residentes en Caracas reportan que la gente se ha preocupado más por comprar víveres en los supermercados que por organizar protestas. Eso no me asombra. Durante su campaña electoral, María Corina Machado había recibido el apoyo de personas humildes que fueron chavistas, posiblemente muchas de las que impidieron el golpe de estado del 11 de abril de 2002 al salir a defender a Chávez. Esa gente, que bajó de los cerros de Caracas y de otros barrios populares en diferentes estados de Venezuela, fueron las que custodiaron centros de votación, denunciaron irregularidades y salieron a protestar cuando el CNE declaró vencedor a Maduro en las elecciones robadas de julio de 2024. Esa gente, ahora, ni se inmutó. 

Las fuerzas militares norteamericanas llegaron a Venezuela, evadieron los misiles costeros, entraron «como Pedro por su casa», avanzaron como si hubieran nacido en Caracas, se dirigieron directamente al lugar donde estaba Nicolás Maduro, lo capturaron y lo trasladaron rumbo a Estados Unidos. La resistencia de un grupo de militares que lo custodiaba no pudo evitarlo; entre ellos murieron treinta y dos cubanos de una tropa de la que ignoramos el número total, pues el gobierno de la Isla había negado enfáticamente durante años la presencia de tropas suyas en aquel país. 

Esas muertes saltan otras alarmas y varias dudas. De acuerdo a las declaraciones de Trump y de su secretario de Guerra, solo dos militares estadounidenses recibieron heridas leves en las piernas al subir a los aviones. ¿En qué circunstancias murieron entonces los militares cubanos?  Según el gobierno cubano: «cayeron tras una férrea resistencia en combate». ¿Combate contra quiénes? ¿Contra los Delta Force o contra militares venezolanos que facilitaron la operación contra Maduro? Porque es evidente que los recién llegados conocían el laberíntico fuerte Tiuna como la palma de su mano.

¿Miente Trump? ¿Miente Caracas? ¿Miente La Habana? La certeza que tengo es que los compatriotas fallecidos, provenientes algunos de las zonas más empobrecidas de Cuba, son, a nadie le quepa duda, otras tantas víctimas de la política injerencista de un grupo de poder que, en eterna pose de mártir, revive el sueño de la Guerra Fría cada vez que puede y juega a los dados geopolíticos a espaldas nuestras en lugar de centrarse en esta Isla arruinada por ellos. 

Dicho éxito indica más a una operación coordinada desde dentro que al factor sorpresa, pues durante meses, y sobre todo en las últimas semanas, Donald Trump había dicho claramente que iba a usar la fuerza directa; entretanto, Maduro aseguraba que las milicias populares y el ejército bolivariano estaban en pie de combate y dispuestos a todo. ¿Se engañaba o lo engañaban? Aunque parece que no le dolió demasiado; llegó a Nueva York esposado, risueño, y deseando «feliz año nuevo» en su mejor inglés. 

Más actos de repudio vimos en La Habana que en Caracas. Mientras el presidente Díaz-Canel, casi afónico, exigía la devolución inmediata de Nicolás Maduro; la vicepresidenta Delcy Rodríguez pasaba de una tibia protesta inicial a un mensaje conciliador dirigido al presidente Trump, en el cual, por cierto, ni mencionaba al secuestrado. Un amigo venezolano me cuenta que los canales de televisión pasan novelas y programas de entretenimiento. Parafraseando al Hamlet de Shakespeare: «algo huele mal en Venezuela». Si los profesionales de la salud cubanos empiezan a retornar, eso indicaría un nivel de articulación significativo entre los que están decidiendo las cosas en Venezuela y el gobierno de Trump.   

Lo que resulta innegable es esta verdad: los ciclos históricos son implacables. Ningún gobierno mantiene eternamente el apoyo popular si no se lo gana. Gobernar no es un cheque en blanco, aunque algunos gobernantes así lo crean. Sobre eso debería tomar nota el gobierno cubano, y no porque yo piense que los norteamericanos harán lo mismo acá, donde no hay petróleo ni azúcar ni industria ni nada atractivo que estimule una intervención imperialista; pero, viéndose en el espejo de Maduro, deberían aprender a ser menos prepotentes; tampoco tienen ya la base social que hace décadas tuvieron. Están tan solos como la dictadura de Maduro. 

-II-

Muchas personas no se explican la enorme alegría de gran parte de los venezolanos ante la intervención ordenada por Donald Trump. Exigen patriotismo a un pueblo acorralado, que intentó como pocos participar en la política de su país y utilizar los mecanismos legales. Que ganó en buena lid y fue despojado por un gobierno que no aceptó su derrota. Es muy fácil asumir posturas de superioridad moral ahora, cuando debieron acompañar en su momento las denuncias de ese mismo pueblo.

Las ciudadanías de Venezuela y Cuba, reprimidas de manera sistemática y notoria por sus gobiernos, y violentadas en sus derechos, han sido asimismo abandonadas por los organismos internacionales y regionales, por numerosos gobiernos, por algunos sectores de la izquierda y por un sector de la intelectualidad global. Este es el resultado. Duele mucho que se reciba a fuerzas extranjeras en clara acción injerencista como a salvadores; pero, mientras ahora sí hay una movilización global «manos fuera de Venezuela», en julio de 2024, cuando les robaron la victoria, ellos marcharon solos. Así mismo marchan las comunidades de cubanos en el mundo cuando piden la libertad de nuestros presos políticos y denuncian al gobierno policial de este país.  

Ocurre que condenar al imperialismo es de buen gusto político y visto como síntoma de progreso; pero no lo es tanto condenar a dictaduras que se escudan tras disfraces de izquierda y consignas populares para ejercer el terror de Estado contra sus ciudadanos. Falta coherencia. En Cuba lo sabemos muy bien. ¿Qué hace el gobierno cubano ocupando un asiento en la Comisión de Derechos Humanos de la ONU? ¿A qué gaveta fue a parar el informe Gilmore? ¿Qué elementos de juicio sostienen las declaraciones de la Alta Representante de la Unión Europea para Asuntos Exteriores y Política de Seguridad en el Parlamento Europeo cuando reconoció «avances significativos» y aludió a «disposiciones progresistas en la Constitución de 2019», pero sin mencionar el término de presos políticos a pesar de que en Cuba existen mal de mil? 

Las tensiones en Venezuela se siguen presentando erróneamente como un conflicto entre perspectivas ideológicas: capitalismo vs socialismo del siglo XXI. Pero el socialismo del XXI, al igual que su predecesor, devino dictadura, y en estos momentos se manifiesta como una puja entre la voluntad popular y un poder que se cree impermeable a ella. Un poder que durante el cuarto de siglo de su existencia ha gestado a una clase política unida al gobierno por lazos clientelares y vinculada sobre todo con el petróleo y la minería de oro. En Cuba ha sido mucho más que un cuarto de siglo.

Valga la lección. No es justa la selectividad de las campañas globales que apoyan a estos gobiernos y abandonan a sus pueblos; porque los pueblos entonces pueden ver como salvadora a la garra que se extiende envuelta en guante de seda. La soledad no es buena consejera para nadie. Premonitoria resulta esta oración, colocada al final de la gran obra literaria que describe el destino trágico de Macondo, y que puede ser el de nuestros países: «porque las estirpes condenadas a cien años de soledad no tenían una segunda oportunidad sobre la tierra».

-III-

Imperialismo no es sinónimo de capitalismo; como mismo antimperialismo no es sinónimo de comunismo ni un «invento de la izquierda». El imperialismo es la política de ciertas naciones encaminada a controlar, mediante la coerción o la intervención directa, los territorios, recursos y mercados de lo que considera su ámbito de hegemonía regional. Estados Unidos es un país imperialista; Rusia también. Son dos ejemplos, hay más. 

Y aquí opera la especie tan común de los «antimperialistas selectivos», aquellos que denominan «operación militar especial» a la intervención de Putin en Ucrania, pero deploran el imperialismo prepotente de Donald Trump; o viceversa, condenan la agresión al país eslavo, pero presentan al presidente norteamericano como salvador de Venezuela. Falta coherencia, como ya dije. 

Desde que escuché el discurso de Donald Trump del 20 de enero de 2025, en su toma de posesión, publiqué un post donde alertaba sobre el imperialismo agresivo que, sin disimulo alguno, latió en sus palabras. Algunas personas me acusaron de alarmista, pero Trump fue claro

«La ambición es el alma de una gran nación, y ahora mismo nuestra nación es más ambiciosa que ninguna otra. Al igual que nuestra nación, los estadounidenses son exploradores, constructores, innovadores, emprendedores y pioneros. El espíritu de la frontera está inscrito en nuestros corazones. La llamada de la próxima gran aventura resuena en nuestras almas. Nuestros antepasados estadounidenses convirtieron un pequeño grupo de colonias al borde de un vasto continente en la poderosa república de los ciudadanos más extraordinarios. Nadie se les acerca». 

Y precisamente fueron esa ambición y el espíritu de la frontera los que llegaron a Venezuela a bordo de varios aviones en la madrugada del 3 de enero. Para entenderlo solo basta tomar nota de lo dicho por Trump y su secretario de Guerra en la conferencia de prensa. En ella no se dirigían tanto a los venezolanos como a Europa, a China, al mundo…

«Bajo nuestra nueva estrategia de seguridad nacional la dominación de los Estados Unidos sobre el hemisferio occidental nunca será cuestionada de nuevo. 

Bajo el gobierno Trump, nosotros estamos reafirmando el poder estadounidense de una manera muy poderosa en nuestra región propia. Y nuestra región es muy diferente de lo que era hace poco. Y nosotros hicimos eso durante nuestro primer gobierno. Nosotros dominamos y ahora dominamos aún más. Todo el mundo está volviendo a nosotros. El futuro va a ser determinado por la capacidad de proteger el comercio, el territorio y recursos que son esenciales para nuestra seguridad nacional 

Pero estas son las leyes inquebrantables que siempre han sostenido el poder global y lo vamos a mantener así».

Por su parte, las rotundas frases del eufórico Pete Hegseth no permiten malinterpretaciones: «Los guerreros estadounidenses son los mejores del mundo. Ningún otro país en la tierra puede ejecutar este tipo de operación. Los Estados Unidos pueden ejercer su voluntad en cualquier lugar, en cualquier momento. Esto es los Estados Unidos primero. Esto es la paz a través de la fuerza. En 2026 y a través del presidente Trump, los Estados Unidos está de vuelta» 

Ninguno de ellos mencionó términos como «democracia», «justicia» «derechos humanos» o «presos políticos». Aunque no creo que defender la democracia sea algo que le interese en particular a Trump. Si ni en Estados Unidos le preocupa, qué quedará para otros «oscuros rincones». 

Los términos más reiterados en la conferencia fueron: «petróleo», «dominación», «nuestra seguridad nacional» «intereses hemisféricos». Estas frases no permiten dudas: «Nosotros vamos a gobernar ese país hasta que podamos hacer una transición segura…Nosotros vamos a administrar ese país...Las petroleras más grandes de los Estados Unidos van a entrar… La industria venezolana del petróleo fue construida con el talento estadounidense y el régimen socialista nos la robó…El embargo al petróleo venezolano se mantendrá en vigencia. Nuestra marina de guerra está lista y dispuesta y nosotros estamos listos para que todas nuestras exigencias sean cumplidas… ¡¡Vamos a vender mucho petróleo!!».

A los que confían en que Venezuela se libró de la dictadura porque Trump secuestró a Maduro, y que apenas está comenzando un proceso de transición, les tengo malas noticias. No importa lo que digan los análisis de Chat GPT que he visto por ahí, Estados Unidos nunca ha hecho ascos a una dictadura que defienda sus intereses hemisféricos. Precisamente bajo otra dictadura, la de Juan Vicente Gómez, fue que las compañías norteamericanas llegaron a controlar la producción y venta del hidrocarburo venezolano. 

Juan Vicente Gómez fue un dictador criminal, que reformó la constitución siempre que lo deseó para perpetuarse en el poder; acalló a la oposición; suprimió las libertades de expresión y de prensa, así como las garantías judiciales, e ilegalizó a los partidos políticos. En los propios EE.UU. radicó una de las figuras más destacadas de la resistencia venezolana en el exilio, el intelectual y periodista Carlos López Bustamante, que editaba desde Nueva York, donde hoy está preso Maduro, la revista Venezuela Futura, con la cual colaboraron articulistas que habían logrado escapar de las cárceles de Gómez y denunciaban sus horrores. 

Veintisiete años estuvo el caudillo sudamericano en el poder, hasta su muerte, acaecida en 1935. A pesar de tan largo gobierno, no hubo por parte de las administraciones norteamericanas una evidente hostilidad hacia él, lo que se explica por la actitud siempre benevolente del dictador ante las inversiones extranjeras. Conociendo el potencial petrolero de Venezuela, el régimen gomecista definió un marco legal por medio del cual entregó gran parte del territorio nacional en concesiones, de acuerdo a los intereses de los consorcios petroleros norteamericanos. 

Los que sean tan incautos como para olvidar la historia de nuestro continente, que crean entonces en los propósitos de Trump hacia Venezuela. Pero nadie que conozca y valore el pasado puede apoyar una política de intervención que solo reforzaría la hegemonía del Norte y desestabilizaría nuestras naciones, vistas por Trump como reservorios de recursos hacia donde devolverá a los migrantes que vivían en suelo norteamericano para que sirvan de mano de obra barata a sus futuras expansiones.           

La manera peyorativa en que Trump se ha referido a María Corina Machado («sería muy difícil para ella ser líder, ella es una mujer muy gentil, pero ella no tiene respeto dentro del país»), indica que prefieren negociar con estructuras de poder autoritarias que garanticen de manera inmediata sus intereses. Es mejor malo conocido que bueno por conocer. No olvidemos tampoco que, aunque Trump afirme que «el régimen socialista» fue quien les «robó» la industria petrolera; en realidad la nacionalización del petróleo venezolano y la creación de PDVSA ocurrieron en 1976 durante el gobierno de Carlos Andrés Pérez. Sería riesgoso para la política imperialista de Trump, que María Corina Machado ponga algún límite nacionalista a sus intereses hegemónicos.  

Una dictadura no es una persona; no es Maduro allá ni Díaz-Canel acá. Una dictadura es un conjunto de instituciones, leyes y prácticas que se deben desmontar con todo cuidado. Es cierto que eso requiere un plazo de tiempo, pero debe ser un proceso interno, que compete a las sociedades afectadas. Desde fuera no se puede tutelar un proceso de justicia transicional, pero sí dictaduras que convengan a los intereses de los tutores. Desde fuera lo que debe hacerse es acompañar ese proceso de transición interno: con presiones en organismos internacionales, con denuncias, con recursos para que llegado el momento las fuerzas de cambio puedan conducir un proceso de tránsito ordenado. 

Se asevera que los pueblos que no aprenden de su historia están obligados a repetirla. Parafraseando a una gran cubana que acaba de fallecer: debiéramos aprender de esto y asumir como prioritaria, de una vez y por todas, la causa de la democratización de Cuba, en lugar de cavar trincheras ideológicas que serían apropiadas en un escenario diferente. Debiéramos, además, entender que ningún actor foráneo va a hacer la tarea por nosotros, esta causa es nuestra. Veamos la lección de Venezuela.



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