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domenica 29 maggio 2022

MOBILITAZIONE PER IL KURDISTAN

Appello per una mobilitazione nazionale il 4 giugno 2022 a Roma contro la guerra e l’invasione turca del Kurdistan

Il 17 aprile lo Stato turco ha lanciato una nuova campagna militare volta ad occupare le aree di Şikefta Birîndara, Kurêjaro (Kurazhar) e Çiyayê Reş nella regione dello Zap nel Kurdistan meridionale. In questa campagna transfrontaliera illegale le forze armate turche hanno utilizzato artiglieria pesante, aerei da guerra, droni ed elicotteri e il trasporto aereo di forze di terra in elicottero nella regione come parte di un’offensiva di terra parallela. Anche nel Rojava e nella Siria settentrionale e orientale si sono intensificati gli attacchi aerei turchi contro i curdi.

Parallelamente all'invasione turca nel Kurdistan del Sud (Nord Iraq) e gli attacchi continui della Turchia al Rojava, l'esercito iracheno ha aumentato massicciamente la sua presenza militare nell'area di insediamento degli yazidi e sta attaccando gli yazidi sopravvissuti nel 2014 al genocidio dello Stato Islamico per smantellare la loro amministrazione autonoma e le proprie strutture di autodifesa. Un sistema organizzativo per dare alla gente la possibilità di non dover lasciare la propria patria e di essere in grado di difendersi. Lo stesso esercito iracheno che ha abbandonato gli yazidi al massacro, oggi tenta di imporre un nuovo ordine sugli yazidi senza una soluzione discussa con l'amministrazione localedi Sinjar. Tutto ciò avviene con la complicità del partito di Barzani il KDP ed il governo centrale iracheno di Mustafa al-Kadhimi

Il portavoce del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) Ömer Çelik ha citato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che definisce il “diritto all’autodifesa” il che significherebbe che l’integrità nazionale e territoriale della Turchia è minacciata. Viene oscurato all’opinione pubblica mondiale che non ci siano notizie riguardanti attacchi reali o provocazioni militari contro la Turchia.

domenica 22 maggio 2022

Ucraina 15: POLONIA 1939, UCRAINA 2022: INVASIONI A CONFRONTO. PRIMA PARTE

di Michele Nobile

 

1. 1939-2022: il passato che non passa, fra tragedia reale e farsa delle giustificazioni 

2. 1939-2022: i comunisti «moscoviti» dalla scelta tragica alla ripetizione farsesca 

3. 1939: la tragedia del Patto Hitler-Stalin e della duplice invasione della Polonia. 

4. 2022: la farsa della «necessità di proteggere» e la tragedia della distruzione dell’Ucraina

 

1. 1939-2022: il passato che non passa, fra tragedia reale e farsa delle giustificazioni 

La storia a volte si ripete, prima come tragedia poi come una farsa, scrisse Karl Marx. Eppure, sapeva benissimo che la ripetizione non è mai veramente tale, perché eventi esteriormente simili vanno spiegati mediante la loro specificità storico-sociale. Quindi, è proprio la differenza di contesto che genera la sensazione della ripetizione come farsa. Il farsesco non sorge dal concreto svolgimento dei fatti, che possono essere quanto mai tragici, bensì nella ripetizione di motivi e di pose, nella soggettività degli attori e nelle interpretazioni dei commentatori. 


Civili di Enerhodar bloccano la strada per la centrale  nucleare  di Zaporižžja ai militari russi, 2 marzo 2022
Civili di Enerhodar bloccano la strada per la centrale nucleare di Zaporižžja ai militari russi, 2 marzo 2022

Anche nella guerra russo-ucraina si può ritrovare la dialettica di reale tragedia umana e di farsa nella ripetizione degli argomenti. Per molti motivi, il termine di paragone più pertinente è l’invasione della Polonia da parte dell’Unione Sovietica, iniziata il 17 settembre 1939, a cui seguì l’annessione delle parti occidentali dell’Ucraina e della Bielorussia, prima incluse nello Stato polacco1. Obiettivamente, il confronto è suggerito sia dalla geografia, sia dal valore periodizzante che gli eventi del 1939 e del 2022 hanno per la storia mondiale. Auguriamoci che gli sviluppi del 2022 non siano gli stessi del 1939. 

Sul piano della soggettività il precedente del 1939 è rilevante sia per il grande rilievo che le memorie del passato hanno direttamente sul presente, sia per le questioni di metodo e politiche che tornano a rivivere nel 2022. A suo modo, ce lo dice lo stesso Vladimir Putin. Non è affatto di secondaria importanza che nel discorso giustificativo dell’invasione dell’Ucraina egli abbia denunciato quel che ha definito il «genocidio» della popolazione russofona in Donbas da parte degli «estremisti nazionalisti» e dei «neonazisti» ucraini, a cui ha attribuito anche l’intenzione d’entrare in possesso dell’arma nucleare2. Demagogia assurda, vista la distruzione causata dall’invasione e ricordando che nel 1994 l’Ucraina volontariamente cedette alla Russia un ricchissimo arsenale nucleare, rinunciando alla posizione di terza potenza nucleare mondiale. Gli argomenti di Putin sono gli stessi già utilizzati dagli Stati Uniti e dai «volenterosi» alleati» per giustificare le loro aggressioni (la necessità «di proteggere» la popolazione e di eliminare presunte armi di distruzione di massa), ma sono principalmente rivolti verso il pubblico russo. L’intento di Putin è toccare il cuore dei russi, stabilendo un filo diretto tra l’«operazione speciale» del 2022 contro i «nazisti» ucraini e la Grande guerra patriottica 1941-45 contro il Terzo Reich. Ovviamente, egli tocca anche il cuore di tutti coloro che nella sinistra «occidentale» - l’Occidente, entità vaga, mistica quanto l’Oriente - nutrono nostalgia per l’estinta Unione Sovietica e hanno una visione mitologica dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale iniziata nel 1939, non nel 1941. 

Parte della sinistra «occidentale» prova piacere nella rievocazione della gloria dell’Armata rossa ma non comprende quel che, invece, è chiaro al cittadino russo: che la narrazione della Grande guerra patriottica (la seconda dopo quella contro l’invasione napoleonica) non riguarda il socialismo ma la storia dei sacrifici e delle rinascite della Russia millenaria, ora segnata dalla lotta contro l’Occidente liberale e decadente, teso a distruggere la civiltà russa quale portatrice dei sacri valori della tradizione ortodossa e, quindi, a impedire che essa realizzi la sua «missione» nel mondo. Che per il nazionalismo grande-russo è sempre la costruzione o ricostruzione di un impero o di una sfera d’influenza imperiale, di quel che si dice il «mondo russo». 

Avanti dirò quali siano le ulteriori conseguenze di questa particolare visione della Seconda guerra mondiale. Ora noto un paradosso. Se in una prima fase lo statalismo autoritario del regime di Putin si poteva inquadrare nella tradizione imperiale volta a «modernizzare» la Russia attraverso l’integrazione nell’Occidente e la collaborazione paritaria con le altre grandi potenze capitalistiche, adesso politica e retorica del regime russo rientrano nei parametri ideologici dell’eurasiatismo, che è la variante russa di un progetto di tipo fascista o nazional-socialista3. Fino al 2011-12 chi scrive considerava l’eurasiatismo - di cui Aleksandr Dugin è il più noto esponente contemporaneo - come una curiosità, come l’opposizione fascista o rossobruna al regime con a capo Putin - di destra ma opportunista dal punto di vista fascista - ben presente nei mass media e negli ambienti intellettuali ma non rilevante per comprendere il pragmatismo della politica estera russa. Da allora le cose sono cambiate: questa variante russa dell’ideologia fascista non è più, nel complesso, qualcosa di esterno al regime. Al contrario, pur senza i voli pindarici dei teorici eurasiatisti, la retorica di Putin e degli alti funzionari statali è ora in linea con questa ideologia. E a quanto pare, lo è sempre più anche nella pratica, massimamente per quanto riguarda l’Ucraina, a partire dall’annessione della Crimea nel 2014. La fluida nozione del «mondo russo» esteso oltre i confini della Russia ora si concretizza nel progetto imperiale dell’unione eurasiatica. È innanzitutto per questo motivo che si deve considerare come un alibi o un pretesto l’argomento per cui l’aspirazione ucraina ad entrare nella Nato costituirebbe una minaccia esistenziale per la Russia. Questo alibi è parte di una narrazione nazionalistica e imperiale che ha lo stesso valore della presunta minaccia che Cuba e il Nicaragua potevano avere per gli Stati Uniti. Al contrario, come si vede nei fatti, è il progetto imperiale eurasiatico che costituisce una minaccia per l’esistenza di una autonoma nazionalità ucraina e di uno Stato ucraino indipendente. 

E dunque il paradosso è questo: Putin si riferisce alla guerra sovietica contro il nazismo per legittimare un regime che è quanto di più vicino al fascismo esista ora in Europa; rievoca la lotta dei popoli sovietici contro l’imperialismo nazista per giustificare il tentativo di colonizzare l’Ucraina. L’espediente retorico presuppone la giustificazione stalinista dell’invasione della Polonia e la falsificazione della realtà storica. Ma anche altro. 

venerdì 20 maggio 2022

LOS GABINETES DE PEDRO CASTILLO

y doce características del desarrollo económico capitalista dependiente


por Jan Lust

La presidencia de Pedro Castillo no ha significado un cambio radical en el rumbo económico del país. El aumento de las inversiones públicas y el aumento del nivel del salario mínimo no pueden considerarse como los cambios esperados por las masas. Invitar empresas extranjeras a invertir en el Perú y la esperanza de formar parte de la Organización para la Cooperación y el Desarrollo Económico (OCDE), la organización de los países capitalistas más avanzados es definitivamente lo que un gobierno socialista no buscaría. Pedro Castillo y sus amigos en el gobierno anhelan el reconocimiento del capital internacional.

 

Al buscar el apoyo del capital, los gobiernos de Pedro Castillo perdieron el apoyo de la población. En lugar de luchar por el cambio social movilizando a la población y creando comités en defensa del programa electoral de orientación socialista, comenzó a negociar con los representantes del empresariado en el Congreso. En vez de defender a sus ministros con claro perfil radical, empezó a cambiarlos por aquellos aceptables para el capital, por burócratas o por individuos con trayectorias cuestionados.

 

Es exactamente la creencia en la honestidad democrática y social del capital lo que ha hecho que el actual camino político y económico no lleve a ninguna parte. Es la debilidad política, social e ideológica de la izquierda lo que ha ayudado al reforzamiento de la derecha. La izquierda no tiene los cuadros políticos para enfrentar políticamente a la derecha. Debe recordarse que no es la fuerza de la derecha lo que nos ha hecho débiles, sino es nuestra debilidad que ha hecho fuerte a la derecha.

 

Creemos que un programa económico de cambio social revolucionario debe partir del reconocimiento de las características de la economía peruana. Es sobre la base de estas características que podremos desarrollar e implementar un programa económico de cambio social en beneficio de las grandes mayorías. Lo que sigue son doce características del desarrollo capitalista dependiente peruano.

martedì 17 maggio 2022

74° ANNIVERSARIO DELLA NAKBA: 15 maggio 1948 - 15 maggio 2022

Il significato storico e odierno della sua celebrazione secondo il Comitato Popolare Sangiulianese per la Palestina

di Andrea Vento*

Il 15 maggio è una ricorrenza di fondamentale importanza per i palestinesi. È il giorno in cui celebrano la Nakba, ovvero la 'catastrofe': tramite questa giornata viene mantenuto vivo il ricordo della cacciata dalle proprie abitazioni di centinaia di migliaia di persone e la mancata fondazione di un proprio Stato autonomo. La data scelta per questa ricorrenza ha un elevato significato simbolico: il 15 maggio 1948 segna, infatti, l'inizio della prima guerra arabo-israeliana, che si concluderà all'inizio del 1949 con la vittoria del neo costituito Stato d'Israele. È anche l'inizio delle lunghe traversie del popolo palestinese che, in oltre 70 anni, hanno portato alla drammatica situazione attuale caratterizzata da violazioni sistematiche dei diritti umani e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, da un regime di occupazione militare particolarmente opprimente, da continui espropri e dalla colonizzazione abusiva delle terre, da espulsioni individuali e di massa che, nel corso dei decenni, hanno prodotto una quantità tale di profughi che, ad oggi, metà del popolo palestinese vive al di fuori dei cosiddetti "Territori occupati", acquisendo il poco invidiabile status di "popolo della diaspora". La celebrazione della Nakba, col passare del tempo, ha assunto pertanto un valore più ampio: se da un lato essa rappresenta il giorno dell'identità nazionale palestinese, dall'altro cerca di mantenere viva l'attenzione internazionale sulla negazione dei diritti, in primisquello all'autodeterminazione, di un popolo e alle insostenibili condizioni di vita cui esso è stato costretto.
 
Se, per un verso, la Nakba è un evento che unisce l'intero popolo palestinese, dall'altro esso costituisce un elemento di forte contrapposizione all'interno dello stato di Israele e della comunità ebraica in generale. La controversia ha iniziato ad emergere a seguito delle ricerche documentali effettuate, a partire dagli anni '80, dalla corrente dei cosiddetti "Nuovi storici" israeliani. Obiettivo di questi ricercatori era quello di accertare quanto avvenuto in Palestina nel decennio 1940/50, con lo scopo dichiarato di mettere in discussione la versione "ufficiale" dei fatti e fare emergere l'effettiva realtà degli eventi che avevano portato alla partizione della Palestina, alla fondazione dello Stato di Israele e all'espulsione di massa di quasi 800.00 palestinesi dalle proprie terre.

venerdì 13 maggio 2022

Ucraina 14: CONQUISTA DELL’UCRAINA E STORIA DELL’IMPERIALISMO RUSSO

di Zbigniew Marcin Kowalewski*

 

 

[Versione ampliata e rivista dall’Autore dell’articolo apparso originariamente in polacco in Le Monde diplomatique - Edycja polskan. 2 (174), marzo-aprile 2022 (trad. francese inInprecorn. 695/696, marzo-aprile 2022). Traduzione dal francese di Antonella Marazzi per www.utopiarossa.blogspot.com.]

 

In questa guerra cardine su scala mondiale, la nazione ucraina lotta per preservare la propria indipendenza, ottenuta solo 30 anni fa, dopo secoli di dominazione e una russificazione spietata. Questa avrebbe dovuto renderla una declinazione della nazione russa «trinitaria» immaginata in epoca zarista e rivendicata da Vladimir Putin. La classe dirigente russa lotta per la rinascita di un imperialismo russo in pieno declino che, senza il controllo sull’Ucraina, rischia di scomparire dallo scenario storico.

Nel 1937, in occasione di un ricevimento organizzato per il XX anniversario della Rivoluzione d’ottobre, Iosif Stalin fece un brindisi «per la distruzione di tutti i nemici - loro e tutti i famigliari - sino alla fine!» Come ha osservato nel suo diario un testimone oculare, Georgi Dimitrov, ricordando questo brindisi, Stalin spiegò che gli zar avevano «fatto una buona cosa: avevano assembrato uno Stato immenso che arrivava fino alla Kamčatka», e «noi bolscevichi, l’abbiamo consolidato e rafforzato in uno Stato, uno e indivisibile». Di conseguenza, «chiunque cerchi di staccare una parte o una nazionalità è un nemico, un nemico giurato dello Stato e dei popoli dell’Urss. E noi annienteremo un tale nemico, anche se si tratta di un vecchio bolscevico; noi annienteremo tutti i suoi parenti, la sua famiglia»1.

Da sempre, l’imperialismo russo è stato guidato dalle idee dell’«assembramento delle terre russe» e della costruzione della «Russia una e indivisibile». Questo imperialismo è sempre stato - e resta - caratteristico, così come la formazione sociale della Russia stessa è stata e resta particolare nel corso delle fasi storiche successive del suo sviluppo, a cominciare dallo Zarato Russo [Russkoe Zarstvo] (1547-1721). Vladimir Lenin, quando teorizzò «l’imperialismo capitalistico moderno», sottolineò quanto questo fosse debole in Russia, a differenza della forza che vi manifestava «l’imperialismo feudale-militare»2.Ma definirlo feudale era una semplificazione eccessiva.

Indubbiamente, a partire dalla metà del XVI secolo, all’epoca di Ivan il Terribile, la formazione sociale russa era essenzialmente una combinazione di due modi di sfruttamento precapitalistici differenti. Il primo, quello feudale, era fondato sul fatto che i proprietari terrieri estorcevano un surlavoro ai contadini sotto forma di rendita. L’altro, tributario, era modellato sull’Impero ottomano, all’epoca il più potente3, e si basava sul prelievo dell’imposta ai contadini da parte della burocrazia statale.

In Unione Sovietica vigeva il dogma stalinano dello sviluppo unilineare dell’umanità, basato solo su cinque stadi. Il modo di sfruttamento tributario non era presente, tanto più che si sarebbe potuto associare (superficialmente, ma non senza ragione) al dominio della burocrazia staliniana. Alcuni storici sovietici, senza trasgredire formalmente questo schema, hanno abilmente aggirato il divieto definendolo «feudalismo di Stato» o feudalismo «orientale», diverso dal feudalismo «privato» e «occidentale».

Dalla metà del XVII secolo e quasi fino all’abolizione della servitù della gleba, nel 1861, la terza forma di sfruttamento - ancor più terribile per i contadini - fu la schiavitù, compresa la tratta degli esseri umani, verso la quale in realtà degenerò la servitù della gleba.

 

Un surprodotto minimo

 

Alcuni di questi modi di sfruttamento non rappresentano (contrariamente alle consuetudini terminologiche presuntamente marxiste) un modo di produzione, perché non giungevano ad assoggettare, né in modo formale, né reale, le forze produttive, e non garantivano dunque il loro sviluppo sistematico nel tempo. Tuttavia, è stato sulla base di questi modi di sfruttamento che si è formato uno Stato russo così particolare. Come ha fatto notare Ruslan Skrynnikov [1931-2009] - uno dei principali specialisti dell’opričninadi Ivan il Terribile che scatenò il primo Grande Terrore in Russia, immergendovisi totalmente - «alcune delle sue pratiche contenevano, quasi allo stato embrionale, tutto lo sviluppo successivo della monarchia assoluta nobiliare e burocratica»4. Di fatto, non solo di questa, ma di tutti i regimi dispotici russi fino ai secoli XX e XXI.

giovedì 5 maggio 2022

UCRAINA 13: La conquête de l’Ukraine et l’histoire de l’impérialisme russe

Par Zbigniew Marcin Kowalewski*


BILINGUE:  FRANÇAIS - POLSKI

Inprecor n° 695/696 de mars-avril 2022. 

En polonais :Le Monde diplomatique – Edycja polskan° 2 (174) de mars-avril 2022.

 

Dans cette guerre charnière à l’échelle mondiale, la nation ukrainienne lutte pour préserver son indépendance, obtenue il y a seulement 30 ans, après des siècles de domination et une russification acharnée. Elle devait faire d’elle une déclinaison de la nation russe « trinitaire » imaginée à l’époque tsariste et revendiquée par Vladimir Poutine. La classe dirigeante russe lutte pour la renaissance d’un impérialisme russe en plein déclin qui, sans contrôle sur l’Ukraine, risque de disparaître de la scène historique.

En 1937, lors d’une réception organisée à l’occasion du 20eanniversaire de la révolution d’Octobre, Joseph Staline a porté un toast « à la destruction de tous les ennemis – eux et leurs familles, jusqu’au dernier ! » Comme l’a noté dans son journal un témoin oculaire, Georgi Dimitrov, en portant ce toast, Staline a expliqué que les tsars avaient « fait une bonne chose : ils avaient rassemblé un immense État, allant jusqu’au Kamtchatka », et « nous, les bolcheviks, l’avons consolidé et affermi en un État, un et indivisible ». Par conséquent, « quiconque cherche à en détacher une partie ou une nationalité est un ennemi, un ennemi juré de l’État et des peuples de l’URSS. Et nous détruirons un tel ennemi, même s’il s’agit d’un vieux bolchevik ; nous détruirons toute sa parentèle, sa famille » (1).

De tout temps, l’impérialisme russe a reposé sur les idées du « rassemblement des terres russes » et de la construction de « la Russie une et indivisible ». Cet impérialisme a toujours été – et reste – aussi spécifique que la formation sociale de la Russie elle-même a été et reste particulière au cours des phases historiques successives de son développement, à commencer par le Tsarat de Russie (1547-1721). Vladimir Lénine, lorsqu’il a théorisé « l’impérialisme capitaliste moderne », a souligné qu’il était faible en Russie, alors que « l’impérialisme militaro-féodal » y était plus fort (2). Qualifier ce dernier de féodal était une simplification excessive. Sans doute à partir du milieu du XVIesiècle, à l’époque d’Ivan le Terrible, la formation sociale russe était essentiellement une combinaison de deux modes d’exploitation précapitalistes différents. Le premier, féodal, était fondé sur le fait que les propriétaires terriens extorquaient un surtravail aux paysans sous la forme d’une rente. L’autre, tributaire, était modelé sur l’Empire ottoman, alors le plus puissant (3), et reposait sur l’extraction par la bureaucratie étatique de l’impôt aux paysans.

En Union soviétique, c’est le dogme stalinien du développement unilinéaire de l’humanité, avec seulement cinq stades, qui était de rigueur. Le mode d’exploitation tributaire n’y avait pas sa place, d’autant plus qu’il pouvait être associé (superficiellement, mais non sans raison) à la domination de la bureaucratie stalinienne. Certains historiens soviétiques, sans transgresser formellement ce schéma, ont habilement contourné l’interdiction en l’appelant « féodalisme d’État » ou féodalisme « oriental », différent du féodalisme « privé » et « occidental ». Depuis le milieu du XVIIesiècle et presque jusqu’à l’abolition du servage en 1861, la troisième forme d’exploitation – et plus terrible pour la paysannerie – c’était l’esclavage, y compris la traite des êtres humains, vers lequel le servage russe a dégénéré en réalité.